Firenze – Un luogo “significativo dell’umanità” in uscita è data “dai gesti e dai segni di accoglienza delle persone provenienti da inedite frontiere di dramma, come quella dell’esodo di popoli”. E’ quanto si legge in una delle sintesi dei lavori del convegno ecclesiale di Firenze riguardante la “via” dell’uscire.
La sintesi è stata presentata ai convegnisti da don Duilio Albarello, docente di teologia fondamentale presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e alla quale ha collaborato mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes.
“L’arrivo di queste persone, fisicamente e forzatamente ‘in uscita’ dalle loro terre – si legge nel testo – mette alla prova la nostra autentica disponibilità a non trasformare il riferimento alla via dell’uscire in un puro esercizio retorico, in quanto ci spinge a passare da progetti puramente assistenziali a progetti di ‘inclusione e integrazione sociale e comunitaria’”, come Papa Francesco ha ricordato durante la visita pastorale a Prato martedì scorso.
“Quando si presentano nuove sfide, addirittura difficili da comprendere – si legge nella relazione – la reazione istintiva è di chiudersi, difendersi, alzare muri e stabilire confini invalicabili”. Una reazione “umana, troppo umana” ma, tuttavia, i cristiani hanno “la possibilità di sottrarsi a questo rischio, nella misura in cui diventano davvero consapevoli che il Signore è attivo e opera nel mondo: non solo nella Chiesa, ma proprio nel mondo, proprio dentro e attraverso quel cambiamento e quelle sfide” E allora “si apre una prospettiva nuova: si può uscire con fiducia; si trova l’audacia di percorrere le strade di tutti; si sprigiona la forza per costruire piazze di incontro e per offrire la compagnia della cura e della misericordia a chi è rimasto ai bordi”.
Per “uscire verso” gli altri i delegati evidenziano la necessità di “accorgersi di chi ha bisogno, e non solo della sua indigenza; è necessario essere in grado di mappare il territorio, monitorarne le dinamiche, anche grazie ad ‘antenne sociali’ disseminate, cioè a punti di riferimento di singoli e famiglie in grado di portare nelle comunità ecclesiali le domande di vita spesso nascoste o ignorate”. Per questo occorre “superare” un “latente clericalismo”: è “indispensabile recuperare una presenza laicale capace di ripartire verso nuove frontiere. Occorre dunque tornare a parlare dell’identità del cristiano impegnato come figura da non confondere o identificare con l’operatore pastorale. Tocca in particolare ai laici – senza ulteriori specificazioni e specializzazioni – presentare all’attenzione della comunità cristiana l’ordine del giorno del mondo, con uno sguardo globale e un agire locale, per scongiurare il rischio di insignificanza o di mera organizzazione dell’ordinario”.
La “forma strutturale” della Chiesa in uscita è “la relazione rinnovata con chiunque, specialmente con i poveri e i cosiddetti lontani. Forse è proprio questo che permette al ‘sogno’ di papa Francesco – è evidenziato nella relazione – di diventare realtà: si tratta di non limitarsi ad assumere l’atteggiamento delle sentinelle, che rimanendo dentro la fortezza osservano dall’alto ciò che accade attorno, bensì coltivare l’attitudine degli esploratori, che si espongono, si mettono in gioco in prima persona, correndo il rischio di incidentarsi e di sporcarsi le mani. D’altra parte, i discepoli del Signore sanno che non si esce per dare un’occhiata, ma per impegnarsi nel viaggio senza ritorno che è l’esistenza segnata dalla passione per tenere vivo il fuoco dell’Evangelo, quel fuoco che è capace – oggi come sempre – di illuminare la strada verso l’autentica umanizzazione”. (Raffaele Iaria)
La sintesi è stata presentata ai convegnisti da don Duilio Albarello, docente di teologia fondamentale presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e alla quale ha collaborato mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes.
“L’arrivo di queste persone, fisicamente e forzatamente ‘in uscita’ dalle loro terre – si legge nel testo – mette alla prova la nostra autentica disponibilità a non trasformare il riferimento alla via dell’uscire in un puro esercizio retorico, in quanto ci spinge a passare da progetti puramente assistenziali a progetti di ‘inclusione e integrazione sociale e comunitaria’”, come Papa Francesco ha ricordato durante la visita pastorale a Prato martedì scorso.
“Quando si presentano nuove sfide, addirittura difficili da comprendere – si legge nella relazione – la reazione istintiva è di chiudersi, difendersi, alzare muri e stabilire confini invalicabili”. Una reazione “umana, troppo umana” ma, tuttavia, i cristiani hanno “la possibilità di sottrarsi a questo rischio, nella misura in cui diventano davvero consapevoli che il Signore è attivo e opera nel mondo: non solo nella Chiesa, ma proprio nel mondo, proprio dentro e attraverso quel cambiamento e quelle sfide” E allora “si apre una prospettiva nuova: si può uscire con fiducia; si trova l’audacia di percorrere le strade di tutti; si sprigiona la forza per costruire piazze di incontro e per offrire la compagnia della cura e della misericordia a chi è rimasto ai bordi”.
Per “uscire verso” gli altri i delegati evidenziano la necessità di “accorgersi di chi ha bisogno, e non solo della sua indigenza; è necessario essere in grado di mappare il territorio, monitorarne le dinamiche, anche grazie ad ‘antenne sociali’ disseminate, cioè a punti di riferimento di singoli e famiglie in grado di portare nelle comunità ecclesiali le domande di vita spesso nascoste o ignorate”. Per questo occorre “superare” un “latente clericalismo”: è “indispensabile recuperare una presenza laicale capace di ripartire verso nuove frontiere. Occorre dunque tornare a parlare dell’identità del cristiano impegnato come figura da non confondere o identificare con l’operatore pastorale. Tocca in particolare ai laici – senza ulteriori specificazioni e specializzazioni – presentare all’attenzione della comunità cristiana l’ordine del giorno del mondo, con uno sguardo globale e un agire locale, per scongiurare il rischio di insignificanza o di mera organizzazione dell’ordinario”.
La “forma strutturale” della Chiesa in uscita è “la relazione rinnovata con chiunque, specialmente con i poveri e i cosiddetti lontani. Forse è proprio questo che permette al ‘sogno’ di papa Francesco – è evidenziato nella relazione – di diventare realtà: si tratta di non limitarsi ad assumere l’atteggiamento delle sentinelle, che rimanendo dentro la fortezza osservano dall’alto ciò che accade attorno, bensì coltivare l’attitudine degli esploratori, che si espongono, si mettono in gioco in prima persona, correndo il rischio di incidentarsi e di sporcarsi le mani. D’altra parte, i discepoli del Signore sanno che non si esce per dare un’occhiata, ma per impegnarsi nel viaggio senza ritorno che è l’esistenza segnata dalla passione per tenere vivo il fuoco dell’Evangelo, quel fuoco che è capace – oggi come sempre – di illuminare la strada verso l’autentica umanizzazione”. (Raffaele Iaria)



