Dai barconi al basket: “Dico grazie a don Marco”

Milano – “Un giorno sono entrato nell’oratorio di Palazzolo Milanese e ho conosciuto don Marco che mi ha permesso di giocare a basket anche se non avevo la carta d’identità. Fu sempre don Marco a dirmi che avevo talento per il basket. È stato allora che sono andato a Desio, il posto più vicino. Da lì è arrivata la serie B e poi la serie A”. Klaudio Ndoja era un ragazzino da poco sbarcato in Italia su un gommone e non ancora un giocatore professionista di pallacanestro, quando venne aiutato da un sacerdote lombardo. Lo ricorda lo stesso atleta albanese (oggi in forza alla Pallacanestro Mantovana, serie A2), nel libro “La morte è certa, la vita no – La storia di Klaudio Ndoja” dello scrittore veronese Michele Pettene (Imprimatur editore, la prefazione è di Gianmarco Pozzecco). Don Marco Lodovici, “il motore propulsore di quell’oratorio”, racconta Pettene, capì che la mossa migliore per integrare quel ragazzo un po’ spaesato era quella di “portarlo all’interno della squadra di pallacanestro, l’unica lingua universale di cui Klaudio avesse già dimestichezza”. Presto fu lo stesso don Marco, nel 2002, a portare il 17enne albanese a un provino con l’Aurora Desio, superato con successo. Da cosa nasce cosa: Claudio spiccò il volo a Casalpusterlengo (dove fu compagno di squadra di Danilo Gallinari), e verso una carriera nel mondo del basket. Senza dimenticare la gratitudine per chi, nei momenti più difficili, gli è stato vicino. Anche per questo, un capitolo del libro è intitolato “Una speranza chiamata don Marco”. (www.crossmagazine.it)