Atleti rifugiati alle olimpiadi: bisogna fare squadra

Rio – Tutti i team di Rio sono straordinari, ma questo le batte tutte. La squadra Atleti Rifugiati Olimpici, per la prima volta nella storia, gareggia alle olimpiadi: un evento che supera i vessilli nazionali per riscoprire la persona in quanto essere dinamico e sociale, ostinato a tal punto da attraversare terre e mari per affermare il proprio bisogno e volontà di vita. A  rappresentare questa squadra transnazionale sono 6 corridori provenienti da Etiopia e Sudan, 2 nuotatori siriani e 2 judoka della Repubblica Democratica del Congo. “L’iniziativa di inviare una squadra di rifugiati ai Giochi di Rio è senza precedenti e manda un forte messaggio di sostegno e di speranza per i rifugiati in tutto il mondo in un momento in cui il numero di persone costrette ad abbandonare la propria casa a causa di conflitti e persecuzioni è senza precedenti. La popolazione mondiale di rifugiati, sfollati e richiedenti asilo ha raggiunto un record di 59,5 milioni alla fine del 2014 ed è in continuo aumento da allora” – scrive in un comunicato l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. La partecipazione dei 10 atleti coincide con la campagna #WithRefugees promossa dall’UNHCR ed il COI, il Comitato Olimpico Internazionale. #WithRefugees è una petizione per chiedere ai governi di garantire ad ogni rifugiato istruzione, casa e lavoro. Come i cinque cerchi olimpici si intrecciano a formare un unicuum pieno di colore ed armonia, così i 10 campioni si stringono insieme per testimoniare un’unica grande e semplice verità: il bisogno di fare squadra a livello internazionale per migliorare la condizione del singolo e della comunità intera. Ecco i loro nomi e le loro specialità: Yusra Mardini, Siria, 200-metri stile libero; Rami Anis, Siria, 100 metri farfalla; Yolande Mabika, Repubblica Democratica del Congo,  judo; Paulo Amotun Lokoro, Sud Sudan, 1.500 metri; Yiech Pur Biel, Sud Sudan, 800 metri; Rose Nathike Lokonyen, Sud Sudan, 800 metri; Popole Misenga, Repubblica Democratica del Congo, judo; Yonas Kinde, Etiopia, maratona; Anjelina Nadai Lohalith, Sud Sudan, 1.500 metri, James Nyang Chiengjiek, Sud Sudan, 800 metri. E nonostante non siano riusciti, sin adesso, a salire sul podio delle loro specialità, ciascuno di loro ha già vinto: sensibilizzare è innescare cambiamenti. (DM)