Città del Messico – Tremila chilometri separano il Chiapas dal deserto roccioso del Chihuahua, dove l’America Latina diventa Texas. Tremila chilometri dura il pellegrinaggio degli irregolari centroamericani per le terre messicane, nella dolorosa salita verso l’Eldorado statunitense. Tremila chilometri è la distanza tra le due frontiere, Sud e Nord, che papa Francesco ha scelto di visitare. E di dissolvere in un abbraccio capace di oltrepassare i muri, che distruggono la vita dei migranti senza fermarne il flusso. Il Messico ne è la dimostrazione emblematica.
La barriera high tech, sorvegliata da 21mila agenti – che blinda un terzo del confine settentrionale – non arresta la fuga dalla violenza di oltre 400mila centroamericani, ogni anno. Quando l’emergenza
si è fatta mediatica, nell’estate 2014, con il boom di bimbi soli diretti verso gli Usa, il Messico ha risposto chiudendo la frontiera meridionale, con il Plan Frontera Sur. Un “suggerimento” di Washington, sostengono fonti ben informate. Di nuovo le misure di sicurezza hanno solo reso più difficile e doloroso l’esodo.
«Per timore di essere intercettati e rimpatriati, cercano nuove rotte. Più nascoste e invisibili, dunque pericolose», denuncia fra’ Tomás González, direttore del rifugio “Los 72” a Tenocique, Tabasco, uno degli snodi emergenti del flusso. «In media ospitiamo 150 persone al giorno che ci raccontano ogni genere di abusi. Da parte di narcos ma anche della polizia migratoria: le estorsioni sono molto più frequenti», continua il religioso.
Il moltiplicarsi dei posti di blocco, in particolare, crea imbuti facilmente individuabili dal crimine organizzato, per cui i migranti sono un “bottino” da rivendere nel mercato del sesso, degli organi, del lavoro schiavo. Ogni anno vengono rapiti decine di migliaia di irregolari. L’équipe de “Los 72” ha documentato tre recenti sequestri di massa.
«Hanno chiesto riscatti tra i 3 e i 12mila dollari. Come fanno a pagare se sono poveri? – aggiunge fra’ Tomás –. Chi ha parenti negli Usa è costretto a chiamarli. A questi ultimi fanno ascoltare le loro grida di dolore mentre li torturano… e a quel punto vendono tutto quel che hanno. Chi non ha parenti o denaro, viene ucciso». I migranti lo sanno. Eppure continuano a partire. Sempre di più. L’insostenibile violenza centroamericana fa crescere gli sfollati, «in genere famiglie intere che spesso cercano di restare in Messico ma non trovano opportunità. Non solo: sono minacciate dal crimine organizzato. Così non hanno altra scelta che proseguire verso Nord», afferma Ailsa Winton, esperta del Colegio de la Frontera Sur. All’incubo dei narcos si somma quello della deportazione che per tanti significa morte. «In Chiapas, Oaxaca o Tabasco, la polizia ferma i bus e rimpatria decine, centinaia di irregolari alla volta», afferma Enrique Coraza, sempre del Colegio de la Frontera Sur. L’anno scorso il Messico ha espulso oltre 107mila centroamericani, in media 2mila alla settimana, oltre 30mila in più rispetto agli Usa. Non sorprende, dunque, che per esperti ed attivisti, il Plan Frontera Sur sia solo un appalto del «lavoro sporco» – e costoso in termini di risorse e immagine – da parte di Washington al vicino. (Lucia Capuzzi – Avvenire)



