Milano – La legge regionale lombarda “anti moschee” non esiste più: è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta, che ha accolto il ricorso presentato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’ufficialità della notizia è giunta ieri pomeriggio, durante l’incontro tra il nuovo presidente dell’assise e la stampa. Rispondendo a una precisa domanda, Paolo Grossi ha rivelato il criterio adottato dalla Corte per il suo verdetto: applicare l’articolo 19 della Costituzione. «La nostra preoccupazione è essere custode dei diritti fondamentali: il nucleo essenziale della sentenza poggia sull’evitare discriminazioni, come è sembrato alla Corte che ci fossero nella legge». Parole, le sue, in netto contrasto con l’interpretazione della pronuncia poco prima data dal governatore della Lombardia: «Non si tratta della violazione dei diritti di religione – aveva detto il leghista Roberto Maroni –, riguarda qualcosa legato alle procedure dei Comuni». La vicenda era iniziata l’anno scorso, quando il Pirellone aveva modificato le proprie norme in tema di edifici e attrezzature religiose: con la legge 2/2015, che modificava la precedente legge 12/2005, veniva reso più difficile dal punto di vista urbanistico l’iter per la realizzazione di nuovi luoghi di culto, in particolare le moschee. E per quegli enti religiosi privi di intesa con lo Stato, o la cui intesa non fosse ancora stata recepita dalla legge. Ecco allora che questi enti, se volevano costruire un proprio edificio sacro, dovevano dimostrare di avere «presenza diffusa, organizzata e consistente a livello territoriale e un significativo insediamento nell’ambito del Comune nel quale vengono disciplinati gli interventi». Contemporaneamente, era necessario che si munissero di statuti attestanti «il carattere religioso delle loro finalità istituzionali e il rispetto dei principi e dei valori della Costituzione». E per verificare l’esistenza di questi requisiti, il Pirellone aveva previsto l’istituzione di una specifica consulta regionale. Proprio su questo punto si era soffermato in particolar modo il giudice relatore. «Per la Corte – aveva esposto Marta Cartabia – sarebbe utile comprendere se questa consulta regionale è già stata istituita, oppure come verrà istituita e sulla scorta di quali norme dovrà operare». Il problema era scaturito dall’avvocato di Stato costituito per il Governo, Massimo Giannuzzi: «Una formulazione della legge così vaga si presta a decisioni arbitrarie,
dunque a creare discriminazioni». Venuto il proprio turno, l’avvocato della Regione questo si era limitato a dire: «Penso che la consulta non sia stata ancora istituita». Non una parola di più, sulla richiesta del relatore, da parte di Pio Dario Vivone. A quel punto, dimostrare la rispondenza della legge alla nostra Carta fondamentale era diventata impresa ancora più ardua. A maggior ragione perché la lista di complicazioni ancora era lunga. La procedura amministrativa per i nuovi luoghi di culto prevedeva infatti l’audizione di comitati di cittadini e di forze dell’ordine, nonché la realizzazione di parcheggi di metratura doppia rispetto a quella dell’edificio da costruire. Su ogni ingresso, a proprie spese la confessione avrebbe dovuto installare un impianto di videosorveglianza collegato alle autorità di pubblica sicurezza, e suo carico era pure posta la necessaria rete viaria. La tipologia costruttiva dell’edificio doveva poi rispettare il paesaggio lombardo, anche in questo caso
senza indicazioni più precise. Ma all’udienza sulla cosiddetta “legge anti- moschee”, lunedì, tra il pubblico c’era pure una rappresentanza della Conferenza evangelica nazionale: «Questa norma danneggia anche noi», aveva detto il gruppetto di pastori. La giunta Maroni ha comunque annunciato la presentazione di un nuovo testo per regolare la materia. (Marcello Palmieri – Avvenire)



