Per l’Italia migranti economici: ma i gambiani scappano dal dittatore

Milano – Ogni mattina all’alba, l’appuntamento quotidiano con la tortura in una stazione di polizia del Gambia. Per un’ora al giorno e per due interminabili settimane Salica, nome di fantasia per proteggere lui e la sua famiglia, giovane gambiano di 28 anni, è stato incatenato a un tavolo e sottoposto a sevizie di ogni genere dagli agenti di polizia che nel 2014 lo avevano arrestato. La sua colpa? Insegnare ai ragazzi delle scuole superiori “Leadership and management”, disciplina considerata eversiva dal governo del minuscolo stato dell’Africa occidentale e di conseguenza abolita dal piano di studi. Solo grazie all’intervento di uno zio che paga una cauzione di 25 mila dalasi (pari circa a 600 euro, una cifra astronomica per un insegnante) riesce ad uscire dall’incubo. Ma ormai per Salica il suo paese, Yahya Jammeh, non è più sicuro e sceglie la fuga, sapendo che rischiare diventa l’unico atto di protezione possibile per lui e la sua famiglia. Comincia una odissea durata due anni, prima di approdare lo scorso ottobre a Lampedusa. Una storia come quella di tanti altri giovani fuggiti dal piccolo stato. Come ha confermato ieri il Viminale, in questi mesi sono diventati la prima etnia a sbarcare in Italia dalla rotta libica.

Dall’1 gennaio al 15 febbraio 2016 sono stati 891 i gambiani approdati sulle nostre coste, di questi 245 sono minori non accompagnati. Hanno messo a rischio le loro vite affrontando un viaggio pieno di insidie per sfuggire ad un governo che ha reintrodotto la pena di morte e continua a soffocare il dissenso politico e sociale sapendo che se venissero rimpatriati li aspetterebbe la galera per aver commesso il “reato” di rendersi irreperibili. Anche se le domande di protezione dei maggiorenni spesso vengono respinte e sono considerati ancora migranti economici.

Torniamo a Salica. «Sono partito da solo – racconta con voce gentile il giovane–. Ho camminato a lungo attraversando prima il Senegal, poi il Mali dove a Gao ho incontrato un tale di nome Musa, un trafficante che si è offerto di portarmi fino a Tripoli. Nella capitale libica sono stato consegnato ad altri due trafficanti, Manding e Kugateh. Quest’ultimo è un nigerino. Mi hanno obbligato a lavorare per loro, viceversa non mi avrebbero fatto imbarcare per la Sicilia». Gli chiediamo in cosa consistesse il suo lavoro. «Facevo il muratore nelle case dei libici, è stata molto dura ho avuto paura, i trafficanti erano dei tipi crudeli».

Eppure Salica è considerato dallo Stato italiano un “migrante economico”, uno di quelli che l’Ue non vuole. Gli hanno fatto firmare un documento senza traduzione e perciò, non appena approdato a Lampedusa, ha ricevuto un provvedimento di respingimento differito con l’obbligo di lasciare il nostro Paese entro sette giorni. Questo giovane, che non ha un euro in tasca, fuggito da un regime dittatoriale che nel novembre 2014 ha negato l’accesso nelle carceri gambiane agli ispettori dell’Onu, viene così respinto dall’Italia con un provvedimento che due mesi dopo è stato dichiarato illegittimo perché  presuntivo. Le ong siciliane hanno recentemente denunciato la pratica delle questure dell’isola: «Non si può negare la possibilità a queste persone di presentare domanda di protezione internazionale mentre le questure continuano ad emettere misure del genere, sapendo che i migranti che faranno ricorso sono una minima percentuale. Tutti gli altri resteranno nella clandestinità». Così l’iter di chi arriva si allunga ulteriormente, i rifugiati sbarcati ad ottobre, come Salica, tra ricorsi e lentezze burocratiche successivamente all’annullamento del provvedimento di espulsione differita, non sono ancora riusciti a chiedere asilo e sono quindi al di fuori di ogni accoglienza pubblica. E in questo quadro sono a dir poco allarmanti le notizie relative ad un accordo bilaterale tra Italia e Gambia per il controllo dell’immigrazione. (Marina Pupella – Avvenire)