Milano – Se la destra ticinese pensava di frenare il fenomeno del frontalierato con il referendum del 25 settembre dovrà ricredersi. La vittoria di “Prima i nostri” non soltanto non avrà effetti pratici, ma non spaventa proprio nessuno. «La gente continuerà a venire e presto arriverà anche a Berna e Zurigo, i centri del potere politico ed economico del Paese. E allora tutta la Svizzera si sveglierà e si accorgerà dell’esistenza di questi lavoratori», dice Giancarlo Bosisio, primo responsabile dell’Ufficio frontalieri dell’Ocst, l’Organizzazione cristiano-sociale ticinese, che ieri, all’Ismu di Milano, ha presentato il volume “Non avete pane a casa vostra?”, raccolta di esperienze e testimonianze di mezzo secolo di frontalierato italo-svizzero, curato da Guido Costa. Più che raddoppiati dal 2000, passando da circa 30mila e oltre 62mila, i frontalieri sono comunque un «esercito impotente » per Alberto Gandolla, che dell’Ocst è responsabile dell’archivio storico. «Rispetto al passato – spiega – oggi i frontalieri hanno buone qualifiche e sul mercato del lavoro si mettono in concorrenza con gli svizzeri. Sono tanti, sono bravi ma sono comunque impotenti perché difficili da tutelare e i Cristiano sociali sono stati il primo sindacato che ha cercato di garantire loro i diritti minimali». Il problema si chiama “dumping sociale” (la differenza salariale, a parità di mansioni, tra lavoratori svizzeri e frontalieri) e, secondo Gandolla, è provocato direttamente dalla mancanza di contratti collettivi soprattutto nelle professioni del terziario avanzato, dove i frontalieri sono in continuo e costante aumento. «È lo stesso datore di lavoro che fa dumping, approfittando della situazione», sintetizza Gandolla.
«Il referendum ha evidenziato il problema del dumping», aggiunge Bosisio. «Fino al 2004 – ricostruisce – c’era la priorità per i lavoratori indigeni, che è stata tolta dopo l’accordo di libera circolazione con la Ue. L’“invasione” di personale italiano qualificato origina da qui e molti imprenditori ne hanno subito approfittato. Così, oggi, il nostro lavoro è andare a riconoscere dove non ci sono le tutele minime e non viene nemmeno applicato il Codice delle obbligazioni che stabilisce le regole di base. Da questo punto di vista – ribadisce Bosisio con amarezza – oggi si è tornati ai primordi del sindacato, con tanti lavoratori senza tutele né garanzie».
È questo il contesto comune a tanti frontalieri, vittime di un pregiudizio generato «dall’idea di complementarietà tra manodopera autoctona e immigrata», sottolinea Laura Zanfrini, sociologa dell’Università Cattolica e responsabile Settore economia e lavoro dell’Ismu. «È proprio l’aspettativa che gli immigrati possano candidarsi a ricoprire unicamente i posti di lavoro altrimenti vacanti – ricorda l’esperta – a produrre quei fenomeni di dumping sociale di cui migranti e frontalieri sono gli involontari protagonisti. È soltanto attraverso la promozione di un’effettiva uguaglianza di trattamento, nell’accesso alle opportunità lavorative e nei trattamenti contrattuali e retributivi, che è invece possibile contrastare i fenomeni di “concorrenza sleale” dei quali i lavoratori stranieri sono spesso accusati». (Paolo Ferrario-Avvenire)



