Roma – “Si tratta di un segnale politico molto preoccupante, che dà voce e spazio a paure e sentimenti di rifiuto di una presenza ormai storica e consolidata, come quella italiana, al di fuori di qualsiasi logica economica e politica sensata”, così il presidente dell’Inas Cisl, Domenico Pesenti, commenta il sì del Canton Ticino al referendum che vorrebbe mettere un freno al flusso di migliaia di lavoratori frontalieri che ogni giorno attraversano il confine per recarsi a lavorare in Svizzera.
E’ grande la delusione per una decisione estremamente negativa, a cui l’Italia e, a maggior ragione, l’Unione europea, dovranno rispondere in maniera ferma: “l’Ue in particolare non può rinunciare al principio di libera circolazione, che tra l’altro è alla base anche di accordi con la Svizzera stessa”, precisa il presidente del patronato della Cisl, che da sempre opera per la tutela dei frontalieri italiani. “Il voto espresso in Ticino – prosegue Pesenti – è l’ennesima dimostrazione del fatto che chi butta benzina sul fuoco rispetto ai problemi legati alla libera circolazione non si rende conto che è inutile trattare la questione con un approccio solo emotivo, quando invece è fondamentale trovare soluzioni razionali che non lascino spazio ad una chiusura preconcetta verso l’esterno, così come più volte dichiarato anche dal sindacato ticinese Ocst”. Anche per Gianluca Lodetti, responsabile Estero dell’Inas, e membro del comitato di Presidenza del Cgie, “si tratta di una conferma del clima che si respira anche in Italia sul tema delle migrazioni. In questo contesto, risulta ancora più importante l’iniziativa promossa dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero dell’apertura del tavolo interministeriale per la predisposizione di uno Statuto dei Lavoratori frontalieri, ipotesi su cui le confederazioni sindacali stanno già lavorando da tempo. Fortunatamente non ci saranno conseguenze pratiche perché il cantone dovrà produrre una legge che non è nel suo interesse e che non si sa se e con quali tempi potrebbe vedere la luce. In ogni caso, il segnale politico è stato forte e non potrà essere sottovalutato”.



