Milioni di profughi per il clima

New York –  In fuga dalle guerre, dalla povertà e dal terrorismo, ma non solo. Tra qualche decennio, i migranti scapperanno anche da terre sempre più invivibili, troppo aride per essere coltivate, con un’aria troppo afosa da respirare.

Dall’Africa settentrionale e dal Medio e Vicino oriente, una fetta del mondo che ospita più di mezzo miliardo di persone, metterà in moto una nuova fuga verso nord, che farà pressione sulle coste europee. Colpa del cambiamento climatico, che sta rapidamente facendo salire la “febbre” al Pianeta. Secondo fonti delle Nazioni Unite, già entro il 2020 la desertificazione provocherà non meno di 50 milioni di cosiddetti “profughi climatici”. Ma i numeri potrebbero essere ben più elevati, se si guarda a come sarà il termometro in un futuro meno prossimo.

I ricercatori hanno cercato di delineare gli scenari possibili e si sono trovati davanti un quadro tutt’altro che roseo. Anche se l’aumento della temperatura globale fosse mantenuto entro i due gradi rispetto al livello preindustriale — che è l’obiettivo fissato a livello internazionale dalla Cop 21, il summit dell’Onu di Parigi sul clima del dicembre scorso — in aree del Medio oriente e del Nord Africa l’incremento sarebbe di almeno 4 gradi. Entro la metà del secolo, calcolano gli esperti, in estate il termometro non scenderebbe mai sotto i 30 gradi di notte, raggiungendo anche i 46 gradi di giorno. E alla fine di questo secolo la temperatura nelle giornate più calde potrebbe addirittura salire fino a 50 gradi.

Altra minaccia alle popolazioni locali sono le ondate di calore più intense, ma anche più lunghe. Tra il 1986 e il 2005 le giornate molto calde sono state in media sedici all’anno ma già nel 2050, stando alle previsioni degli scienziati, se ne conteranno ottanta ogni anno.

Nel 2100 il caldo anomalo potrebbe farsi sentire per 118 giorni, cioè per quasi quattro mesi all’anno. Nel frattempo, l’aria si farà sempre più satura di polveri sottili: in Arabia Saudita, in Siria e in Iraq la presenza di polveri desertiche nell’atmosfera è già aumentata del 70 per cento dal 2000, portata dalle tempeste di sabbia che sono destinate a imperversare in modo crescente.

Di conseguenza, in molti Paesi, soprattutto quelli più poveri, il terreno diventa ogni giorno più arido, i deserti si allargano, il bestiame muore e le risorse idriche diminuiscono o si contaminano. È stato accertato che l’attuale ritmo di emissioni nocive provocherà un innalzamento di oltre un metro del livello dei mari, colpendo centinaia di milioni di persone, favorendo le inondazioni e causando l’ingresso d’acqua salata nelle falde freatiche d’acqua dolce. E l’acqua potabile, prevedono gli analisti, diventerà una merce sempre più rara e difficilmente accessibile.

“Il cambiamento climatico peggiorerà in modo significativo le condizioni di vita di milioni di persone”, avvertono i ricercatori. “Ondate di calore prolungate e tempeste di sabbia del deserto — aggiungono — possono rendere alcune regioni inabitabili, cosa che ovviamente contribuirà alla pressione migratoria”.

L’allarme sul clima riguarda anche il Pacifico, dove cinque piccole isole coralline sono state cancellate dall’atlante geografico, sommerse dal mare. Lo hanno stabilito ricercatori australiani, che hanno preso in esame le Isole Salomone, Nazione insulare composta da un migliaio di isole nel Pacifico meridionale. Qui, rilevano gli esperti, dal 1994 in poi il livello del mare si è alzato di 7-10 millimetri all’anno, uno degli incrementi più alti registrati sul pianeta. Le cinque isole scomparse non erano abitate. (Osservatore Romano)