Primo Piano

Arrivi e un altro naufragio

11 Aprile 2023 -

Milano - Due naufragi in due giorni con almeno 53 morti e oltre 3mila persone salvate e in parte arrivate in modo autonomo sull’isola di Lampedusa. È il bilancio di quello che accade nel Mediterraneo, anche quando è festa, quando è Pasqua o Ramadan, anche quando il mare è in burrasca. A nulla servono gli inasprimenti delle pene, a nulla serve la paura di morire: l’istinto alla sopravvivenza è più forte per chi fugge dagli orrori della guerra e dalle torture libiche. La Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta sull’ultimo naufragio che si è registrato nella notte fra sabato e domenica di Pasqua nel Mediterraneo centrale, in acque Sar maltesi. Ventidue, fra cui 9 donne, i superstiti salvati dalla nave Nadir della Ong tedesca Resqship che ha recuperato anche i cadaveri di due uomini.

Secondo le testimonianze dei sopravvissuti vi sarebbero 18 dispersi. Gli investigatori della Squadra mobile di Agrigento stanno cercando di ascoltare i 22 sopravvissuti, ma fra i 13 uomini e le 9 donne, originari di Costa d’Avorio, Guinea, Camerun e Senegal, c’è molta ritrosia a parlare. Tutti sono sotto choc e fortemente impauriti. Al momento, l’unica cosa che hanno detto è d’aver pagato 3 mila dinari tunisini per la traversata da Sfax. La barca in ferro, di 7 metri, sulla quale viaggiavano è colata a picco e i 22 sarebbero rimasti in acqua per almeno un paio d’ore.

Il giorno prima invece un altro barcone, sempre partito dalla Tunisia, si era ribaltato a ridosso della costa provocando la morte di almeno 35 persone.

Non si ferma anche lo sforzo della Guardia costiera che nel week-end pasquale ha salvato in tutto oltre duemila persone. Solo ieri 1.200 con due diverse maxi-operazioni di soccorso. Un peschereccio, con circa 800 migranti a bordo, intercettato a oltre 120 miglia a Sud-Est di Siracusa, in acque Sar italiane. E circa 400 altre a bordo di un secondo peschereccio, segnalato anche questo da Alarm Phone e intercettato dalla nave Diciotti della Guardia Costiera, sempre in area Sar italiana a circa 170 miglia a Sud-Est di Capo Passero. A supporto delle operazioni di ricerca e soccorso in mare di questi giorni sono operativi anche mezzi aerei, sempre della Guardia Costiera e di Frontex.

Intanto continuano anche gli arrivi sull’isola di Lampedusa. Nella notte sono giunte 36 persone, tra cui 8 donne e un minore. Il gruppo é stato soccorso da una motovedetta della Guardia costiera che ha agganciato il barchino di sette metri lasciandolo alla deriva. Ai soccorritori hanno riferito di essere originari di Burkina Faso, Costa d’Avorio,

Gambia e Guinea. Nel ore precedenti ci sono stati 26 sbarchi per un totale di 974 persone. Il giorno prima erano stati 17 gli approdi con 679 migranti. All’hotspot di contrada Imbriacola, all’alba, c’erano 1.883 ospiti, a fronte dei poco meno 400 posti disponibili. La prefettura ha disposto il trasferimento di 244 persone imbarcate sul traghetto di linea Galaxy verso Porto Empedocle. Ma anche sull’isola si è festeggiata la Pasqua pensando ai più piccoli migranti. Il sindaco, Filippo Mannino, domenica, ha portato oltre 100 uova ai bambini presenti nell’hotspot. A donarli è stato un supermercato dell’isola. A conferma della solidarietà e della vicinanza degli isolani a chi arriva dal mare in fin di vita. Intanto però non c’è solo un problema di arrivi continui, sovraffollamento ed emergenza umanitaria: i pulmini utilizzati per trasferire i migranti dal molo Favarolo, dove avvengono gli sbarchi, fino a contrada Imbriacola dove sorge l’hotspot e da qui al porto commerciale da dove partono i trasferimenti con i traghetti di linea sono inidonei. Uno è totalmente inefficiente per il trasporto di persone, l’altro è necessario metterlo in moto 20 minuti prima dell’avvio in marcia. Ed è per questo motivo che, quotidianamente, quando il numero degli sbarchi è elevato, si registrano rallentamenti e difficoltà nei trasferimenti. La questura di Agrigento ha deciso di avviare delle verifiche mirate su questi mezzi e sugli organi competenti alla loro gestione, ossia la coop che si occupa dell’hotspot di Lampedusa. Si tratta – spiegano fonti della Questura – di una situazione che va avanti da mesi. Nonostante le numerose sollecitazioni fatte dalla Prefettura, la situazione però non è cambiata. (Daniela Fassini - Avvenire)

Pasqua è un affrettarsi incontro al Signore

11 Aprile 2023 -
Città del Vaticano - Giovanni nel suo Vangelo scrive che a notare per prima che la pesante pietra del sepolcro non è più al suo posto è una donna, Maria di Magdala, giunta al luogo della sepoltura che era ancora notte. Gli uomini, gli apostoli, si erano dileguati e vivevano chiusi nella stanza del Cenacolo per paura. In un tempo come quello che viviamo in cui la comunicazione spesso è falsata da fake news, da interessi non sempre coincidenti con la verità dei fatti, Giovanni dà una lezione a noi giornalisti e ci dice quanto sia importante la testimonianza diretta, la fonte attendibile che ci consente di interpretare correttamente gli avvenimenti accaduti. Nessuno degli evangelisti narra il momento esatto della resurrezione, ma attraverso i testimoni diretti, si raccontano quei momenti così difficili da capire. Giovanni fa muovere nel racconto e sulla scena, come un abile cronista, o, se volete, un regista cinematografico, i personaggi: Maria rimane fuori dal sepolcro e, probabilmente, piange perché “hanno portato via il Signore dal sepolcro”. Informati da Maria che è corsa da loro, Pietro e Giovanni corrono verso il sepolcro, entrano, era ancora buio, e vedono i teli posati, il sudario piegato in un luogo a parte. E cosa pensano? Che qualcuno ha profanato il sepolcro, perché dalla morte non si torna indietro, e una nuova cattiveria è stata inflitta a quell’uomo giusto e innocente. Eppure, sapevano, dovevano ricordare le parole pronunciate da Gesù alla sorella di Lazzaro, Maria: “io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore, vivrà”. La sera di Pasqua, poi, due discepoli sulla via di Emmaus incontrano il risorto e subito “partirono senza indugio” per annunciare la gioia di quel momento; infine, Pietro, che si trovava sul lago di Galilea, si tuffa per andare incontro a Gesù risorto appena lo ha visto. La resurrezione di Cristo, ricordava Benedetto XVI, “non è il frutto di una speculazione, di un’esperienza mistica: è un avvenimento, che certamente oltrepassa la storia, ma che avviene in un momento preciso della storia e lascia in essa un’impronta indelebile”. La Pasqua del Signore, ha affermato Papa Francesco nell’omelia della notte in basilica, ci spinge a andare avanti, a uscire dal senso di sconfitta, a rotolare via la pietra dei sepolcri in cui spesso confiniamo la speranza, a guardare con fiducia al futuro, perché Cristo è risorto e ha cambiato la direzione della storia”. Pasqua “invita a rotolare via i massi della delusione e della sfiducia”, e “ribaltare le pietre tombali del peccato e della paura”. Quel correre del Vangelo di Giovanni torna nel Messaggio Urbi et Orbi che Francesco pronuncia dalla loggia centrale della basilica vaticana. Pasqua è un affrettarsi incontro al Signore, afferma; “affrettarsi in un cammino di fiducia reciproca, fiducia tra le persone, tra i popoli e le nazioni. Lasciamoci sorprendere dal lieto annuncio della Pasqua, dalla luce che illumina le tenebre e le oscurità in cui troppe volte il mondo si trova avvolto”. Affrettiamoci, afferma ancora il vescovo di Roma, “a superare i conflitti e le divisioni e a aprire i nostri cuori a chi ha più bisogno. Affrettiamoci a percorrere sentieri di pace e fraternità”. Il pensiero di Francesco va ai tanti luoghi del mondo dove guerre e violenze minacciano la vita delle persone. È un lungo elenco che inizia dall’Ucraina: al Signore chiede aiuto per “l’amato popolo ucraino nel cammino verso la pace e effondi la luce pasquale sul popolo russo”. Quindi invoca conforto per i feriti e per coloro che hanno perso i propri cari in battaglia; per i rifugiati, i deportati, i prigionieri politici, e “tutti coloro che soffrono la fame, la povertà, e i nefasti effetti del narcotraffico, della tratta delle persone e di ogni forma di schiavitù”. Poi ancora Libano, Siria, Haiti, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Gerusalemme. Ai responsabili delle nazioni chiede di non discriminare nessun uomo o donna, né calpestare la loro dignità; di ricercare il bene comune nel rispetto dei diritti umani e della democrazia per costruire dialogo e convivenza pacifica. Pasqua, aggiunge, significa passaggio e “in Gesù si è compiuto il passaggio decisivo dell’umanità: dalla morte alla vita, dal peccato alla grazia, dalla paura alla fiducia, dalla desolazione alla comunione”. (Fabio Zavattaro - Sir)

Card. Zuppi: la Resurrezione e tutti i crocifissi

9 Aprile 2023 -

La Pasqua porta con sé il grido del Venerdì Santo. Incorpora i crocifissi del mondo. Il Risorto appare ai discepoli con i segni della croce. Nel Credo professiamo che Gesù è sceso negli inferi.

Accade anche in questa Pasqua. Gesù è sceso negli inferni di oggi. Gli inferni delle guerre, dei popoli che vedono i loro figli morire di fame, dei luoghi di morte, dei fondali del Mediterraneo e dei valichi freddi divenuti cimiteri di esseri umani. E in quanti altri inferni Gesù è disceso! Non lo sappiamo. Ma sappiamo che Lui è andato. Papa Francesco dal Vangelo della Passione ha fatto suo il grido dei crocifissi di oggi, quello della croce: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Il grido non va dimenticato se vogliamo che la Pasqua non rimanga la festa del sepolcro vuoto.

Gesù risorto ci scuote dalla rassegnazione al male e alla morte. Anzi dall’assuefazione pigra. A Pasqua, infatti, non festeggiamo Colui che si è messo in salvo da solo, abbandonandoci al nostro destino. Gesù non ha salvato sé stesso, ultima tentazione, urlata da tanti complici del male. Ha rifiutato di farlo. È morto – com’è vissuto – spendendo la vita per gli altri: non per salvarsi, ma per salvare, perdendo sé stesso per non restare solo.

La Pasqua realizza la vita di Gesù in mezzo agli uomini: non ha mai chiuso il cuore al grido di poveri, deboli, malati, ciechi, storpi, peccatori. Li ascoltava e li amava. E li guariva, certo nel cuore, ma anche nel corpo.

La Pasqua è la resurrezione del Crocifisso.

Non di un qualsiasi Gesù, si potrebbe dire, ma di Gesù carico del peccato del mondo che ci ha riscattati. Ci ha liberati dal potere del male. La resurrezione – in un certo senso – deve continuare ancora. La Pasqua è perciò una sfida totale alla rassegnazione al male e alla morte. La Pasqua è il nostro “programma” nel senso, che apre una via (parola cara agli Atti degli Apostoli) e ci dà un orientamento decisivo. La Pasqua è il nostro contenuto e continua a farci ardere il cuore. Le Pasque non sono tutte uguali: ciascuna parla in un momento della storia e della vita. Ci orienta oggi. Nel nostro Paese – ma non solo – sono rari i sogni e le visioni di un mondo nuovo. Allora è preziosa la visione della Pasqua del 2023.

I sapienti (di qualunque genere, che non mancano mai, hanno sempre ragione e pensano di spiegare tutto) consolano dicendo che bisogna farsi una ragione del male o riempiono di modi per garantirsi un benessere individuale. No, non dobbiamo accettarlo. L’acquiescenza al male non si deve trasformare in ideologia, come avviene purtroppo, tanto da divenire scuola per i più giovani. La Pasqua è liberazione dal male e ci chiede di continuare a riscattare la vita dei prigionieri. Adesso. La nostra Chiesa com’è giusto – deve prendere la forma del suo popolo. Ma è urgente una intelligenza pasquale delle Scritture.

Così possiamo sentire anche noi – come l’apostolo Paolo recalcitrante di fronte alla complessa città di Corinto – la voce di Dio: « Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti d el male: in questa città [in questo Paese, l’Italia!] io ho un popolo numeroso» (At 18, 9-10). C’è un popolo più ricettivo; più di quanto ci immaginiamo. Stiamo facendo il cammino di una Chiesa sinodale, ma non camminiamo per muoverci. C’è una meta: un popolo numeroso da far emergere dalla rassegnazione, dalla paura, dalla lontananza dal Vangelo. Possiamo far nostro il sogno di Paolo, che è quello di Dio. Il cuore di ogni cosa, ordinaria o straordinaria, dovrà essere il Vangelo di Pasqua. Lasciamoci guidare dall’angelo della Pasqua che disse alle due donne: « Non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto... Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risorto dai morti, ed ecco vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mt 28,5-7). Preoccupati e piangenti, come le donne al sepolcro, ci volgiamo facilmente al passato, magari per compiere il nostro dovere. Tendenzialmente ci volgiamo indietro, anche accettando

un senso del declino. Ma l’angelo ci rivela il futuro: Gesù ci precede in Galilea. La Chiesa non è una tomba vuota che custodisce il corpo di Gesù. Ma vive il futuro nell’incontro con Lui in Galilea. A questo dobbiamo orientarci e orientare tutto. Tanti lo aspettano. Ascoltiamo l’angelo di Pasqua! Nulla è impossibile a chi crede. (Card. Matteo Zuppi - Presidente Conferenza Episcopale Italiana)

Via Crucis: “tante persone che fuggono dalla guerra portano croci simili alla mia”

8 Aprile 2023 -
Roma - “La mia via crucis cominciò sei anni fa, quando lasciai la mia città”. A raccontare la sua storia  è un migrante dell’Africa occidentale. Una storia raccontata dettagliatamente durante la Viva Crucis ieri sera al Colosseo: “Dopo tredici giorni di viaggio arrivammo nel deserto e l’attraversammo per otto giorni, imbattendoci in auto bruciate, taniche d’acqua vuote, cadaveri di persone, fino a giungere in Libia. Chi doveva ancora pagare i trafficanti per la traversata fu rinchiuso e torturato fino a quando non pagò. Alcuni persero la vita, altri la testa. Mi promisero di mettermi su una nave per l’Europa, ma i viaggi furono cancellati e non riavemmo i soldi. Lì c’era la guerra e arrivammo a non far più caso alla violenza e alle pallottole vaganti. Trovai lavoro come stuccatore per pagare un’altra traversata. Alla fine salii con più di cento persone su un gommone. Navigammo ore prima che una nave italiana ci salvasse. Ero pieno di gioia, ci inginocchiamo a ringraziare Dio; poi scoprimmo che la nave stava tornando in Libia. Lì fummo rinchiusi in un centro detentivo, il peggior posto del mondo. Dieci mesi dopo ero di nuovo su una barca. La prima notte ci furono onde alte, quattro caddero in mare, riuscimmo a salvarne due. Mi addormentai sperando di morire. Svegliatomi, vidi accanto a me persone che sorridevano. Dei pescatori tunisini chiamarono i soccorsi, la nave attraccò e delle ong ci diedero cibo, vestiti e riparo. Lavorai per pagare un’altra traversata. Era la sesta volta; dopo tre giorni in mare giunsi a Malta. Rimasi in un centro per sei mesi e lì persi la testa; ogni sera chiedevo a Dio perché: perché uomini come noi devono ritenerci nemici? Tante persone che fuggono dalla guerra portano croci simili alla mia”.

Via Crucis: “se ci fosse stata la pace, sarei rimasto a casa mia”

8 Aprile 2023 -
Roma - Joseph e Johnson sono due adolescenti dell’Africa settentrionale, protagonisti della settima stazione della Via Crucis ieri sera al Colosseo. “Sono arrivato nel campo per sfollati con i miei genitori nel 2015 e ci vivo da più di 8 anni”, racconta Joseph: “Se ci fosse stata la pace, sarei rimasto a casa mia, dove sono nato, e mi sarei goduto l’infanzia. Qui la vita non è bella. Ho paura del futuro, per me e per gli altri ragazzi. Perché soffriamo nel campo per sfollati? A causa dei conflitti in corso nel mio Paese, flagellato dalla guerra da quando esiste. Senza pace non riusciremo a rialzarci. Ogni volta si promette la pace, ma si continua a cadere sotto il peso della guerra, la nostra croce”. “Io sono Johnson e dal 2014 vivo in un altro campo per sfollati, blocco B, settore 2”, gli fa eco il suo compagno: “Ho 14 anni e faccio la terza elementare. Qui la vita non è buona, molti bambini non vanno a scuola perché non ci sono insegnanti e scuole per tutti, il posto è troppo piccolo e affollato, non c’è nemmeno lo spazio per giocare a calcio. Vogliamo la pace per tornare a casa. La pace è bene, la guerra è male. Vorrei dirlo ai leader del mondo”.  Alla Via Crucis anche un gruppo di migranti del Congo accompagnati  dal cappellano  don Sylvestre Adesengiu.

Rom e sinti: mons. Battaglia al campo Rom di Scampia per il rito della Lavanda dei piedi

8 Aprile 2023 - Napoli - Ha voluto essere tra i rom di Scampia il Giovedì santo l’arcivescovo di Napoli, mons. Mimmo Battaglia. Al campo sono presenti circa 400 rom, la maggioranza di origine serba. Moltissimi sono i bambini. Il presule ha lavato i piedi a dodici bambini che vivono nel campo. La città – ha detto - deve vedere questi “fratelli e sorelle che hanno diritto di esistere, di essere riconosciuti: alzate gli occhi, vi prego”, ha affermato l’arcivescovo rivolgendosi specialmente ai giornalisti. “Quello che vedete è disumano. È inammissibile che bambini che hanno il diritto di esistere ed essere riconosciuti per la loro storia giochino con i topi, che non ci siano la luce e l’acqua”.  La Resurrezione è la celebrazione della speranza di chi si dice cristiano, e implica la “scelta fra ciò che è umano contro tutto ciò che è disumano”. Lavare i piedi, dice, è riconoscere la dignità del fratello, non calpestarlo. Con mons. Battaglia erano presenti il gesuita padre Eraldo Cacchione, responsabile della pastorale rom della Provncia mediterranea della congregazione, padre Paweł, polacco, padre André, brasiliano, e padre Thomas, croato. E poi le suore della Provvidenza, i padri lasalliani con i Fratelli delle scuole cristiane, e l’associazione “Arrevutammoce” i cui progetti sono finanziati anche dalla Fondazione Migrantes. Per mons. Battaglia la Chiesa “non ha risposte da dare. Può esserci. C’è. E ci sarà sempre”. (r.i.)

Calabria: i seminaristi in ginocchio davanti alla «croce del naufragio»

8 Aprile 2023 -

Catanzaro - Il naufragio di Steccato di Cutro è stata una tragedia che ha scosso profondamente l’Italia e la morte di tanti migranti per i seminaristi del Pio X di Catanzaro ha rappresentato un motivo di preghiera e riflessione. Ma è stata tanta la gente che in questi ultimi tempi ha deciso di camminare e pregare in processione dietro un enorme crocifisso «sgraziato», realizzato con il legno e i chiodi del barcone frantumato dalle onde che ha portato alla morte. Quel crocifisso del dolore e dell’indifferenza ha suscitato nei quaranta giovani seminaristi calabresi la volontà di «creare una rete di preghiera » che coinvolga tutti e che risponda con la provocazione concreta dell’orazione alle domande che non trovano soluzioni né da quella politica claudicante sui temi dell’accoglienza né da quella parte di società che magari si commuove davanti a una tragedia ma poi ha paura dello straniero.

I seminaristi calabresi hanno fatto tesoro dell’appello, lanciato all’indomani della tragedia, dai loro vescovi «a non rimanere inerti, a immaginare nuove strade solidali che possano permettere al nostro Mediterraneo di non essere più uno scenario di morte. È il momento del dolore, ma anche del risveglio: tutti facciano la loro parte, tutti facciano di più, con rinnovata responsabilità: l’Europa deve fare di più, l’Italia deve fare di più, le nostre Comunità cristiane devono fare di più… sentendosi tutti sulla stessa barca, su quella stessa barca che non deve naufragare perché sarebbe il naufragio della civiltà». «Ciascuno di noi ha diritto di vivere», questa affermazione è la vera risposta che viene da un ragazzo sbarcato in Calabria nel 2013, allora minorenne, e che dopo un percorso all’Università della Calabria oggi è mediatore culturale e socio della stessa Cooperativa che lo aveva accolto.

I ragazzi calabresi che si preparano a diventare preti hanno pregato la settimana scorsa nella cappella del loro Seminario, con la croce realizzata dall’artista locale Maurizio Giglio, che successivamente sarà custodita nella parrocchia di Le Castella. Hanno preparato due sussidi per la preghiera: la Via Crucis, chiamata «Vita Crucis», che si propone di far meditare sul cammino di Gesù al Calvario e sul viaggio disperato in mare dei naufraghi e un momento di preghiera intitolato «Davanti al Legno» che permette di sostare davanti alla “Croce del Naufragio” e riflettere sulla morte e sulla resurrezione alla luce della fede. I testi sono stati pensati per aiutare la preghiera personale e comunitaria, e sono disponibili su seminariosanpiox.it . L’invito è per le parrocchie e per i singoli che vogliono prendere parte a questa «rete di preghiera».

«Ti accogliamo, figli di Calabria quali siamo – ha scritto Mattia de Marco –. Ti guardiamo, immaginando il mare in burrasca. Tocchiamo il tuo legno ruvido e le tue schegge pensando alle vite spezzate di tanti, troppi cercatori di speranza. Eppure, o albero glorioso, non riusciamo a guardarti con disprezzo. Non riusciamo a rifiutarti. Sei, nella tua crudezza, il segno della nostra salvezza. Trionfante, comunque. Sempre. Anche di fronte all’ampiezza dello strazio».

La Chiesa calabrese può contare su giovani di grande sensibilità, il cui contributo sarà prezioso per il futuro e che porterà indubbiamente frutti di speranza. La stessa speranza di questi giovani che si preparano al sacerdozio cercando le risposte nello «sguardo pasquale, anche di fronte alle tragedie della vita». (Umberto Tarsitano)

Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti: occasione per richiamare l’attenzione su questo popolo spesso ignorato

7 Aprile 2023 - Roma - Era l’8 aprile del 1971 quando a Londra si riunì il primo Congresso internazionale del popolo Rom e si costituì la Romani Union, la prima associazione mondiale dei Rom riconosciuta dall’Onu nel 1979. In ricordo di tale data è stata istituita l’8 aprile, in tutto il mondo, la Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti. Questa Giornata richiama l’attenzione su questo popolo composto da uomini, donne e bambini spesso ignorati e lontani dai nostri interessi. Quella dei rom e sinti in Europa è una comunità di circa 12 milioni di persone. In Italia circa 170 mila. Persone spesso “non riconosciuti nel nostro Paese. Un mancato riconoscimento che oltre a non aiutare la tutela di alcuni diritti fondamentali, accresce l’apolidia e sempre più, nelle nostre città, produce emarginazione e ghettizzazione”. Ecco allora l’urgenza di un maggiore impegno per trovare nuove strade che aiutino ad abbattere pregiudizi e barriere ideologiche”, ha evidenziato più volte la Fondazione Migrantes - l'organismo della Cei che si occupa della pastorale con i rom e i sinti - che sottolinea l’importanza di una ricerca di strade culturali ed ecclesiali e nuove politiche che evitano l’isolamento e costruiscono una nuova cittadinanza. Una giornata questa che deve diventare una occasione per iniziative pastorali che “costruiscano nuove relazioni, esperienze d’incontro con le piccole comunità rom e sinte presenti tra noi, così da considerarle un soggetto e una risorsa di vita cristiana”. (R.Iaria)  

Una Via Crucis per la pace in Ucraina guidata da mons. Perego

5 Aprile 2023 -
Ferrara - Una Via Crucis con un forte messaggio di pace e di vicinanza al martoriato popolo ucraino. È quella in programma a Ferrara nella serata di domani, 7 aprile, Venerdì Santo, con partenza alle 21 davanti alla cattedrale e arrivo alla chiesa di Santa Maria dei Servi, la chiesa della comunità ucraina in via Cosmé Tura, angolo Contrada della Rosa. A presiederla sarà l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes. Durante il percorso la venerazione dell’icona su lino del Cristo morto, che la comunità ucraina espone, da tradizione del mondo orientale, dal pomeriggio del Venerdì Santo (dopo la liturgia della passione delle 15) fino alla Veglia pasquale della notte del Sabato Santo, lasciando la chiesa aperta ininterrottamente.

Pasqua, scalzare i macigni

5 Aprile 2023 - Roma - C’è una pietra a marcare la differenza tra il prima e il dopo. La Pasqua cristiana è segnata dal rumore di un masso che rotola via. Il racconto dei Vangeli mette in luce questo movimento, che ha un sapore altamente comunicativo: dalla chiusura all’apertura. Cosa è infatti la comunicazione se non il dono totale di sé? La Pasqua è la pienezza di questo grande mistero da vivere concretamente ogni giorno. Anche noi come le donne o Pietro e Giovanni, vorremmo correre per dare l’annuncio: il Risorto ha rimosso i macigni dell’odio, dei conflitti, delle ingiustizie e delle violenze per aprire spazi di pace. Non è un semplice desiderio, ma un impegno concreto: la comunicazione è coerenza tra pensiero, parola e vita. La Pasqua ce lo ricorda! (Vincenzo Corrado)