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Cattolici Cinesi in Italia: domani e domenica a Prato l’incontro annuale
Agenzia delle Entrate: pubblicata una guida al codice fiscale per gli stranieri
Prato: domani il documentario “La zattera dei migranti”
Reggio Calabria: domani la presentazione di “Armo” con storie di volontari e migranti
Sinodo: il 31 maggio preghiera mariana nei santuari d’Italia

Comunicazione: si parla di migrazioni al convegno promosso dalla diocesi di Messina
L’albero della comunicazione
Rotta balcanica: il rapporto di Human Rights Watch
Roma - “Come se fossimo animali”: è il titolo più che eloquente del nuovo dettagliato rapporto con il quale Human Rights Watch torna ad accusare il governo di Zagabria sui respingimenti di migranti alle frontiera con la Bosnia Erzegovina. Secondo i dati raccolti dall’Ong la polizia croata si accanirebbe in modo sistematico e violento anche contro minori non accompagnati e intere famiglie con bambini piccoli. Tutto ciò nonostante le recenti smentite del ministro dell’Interno Davor Bozinovic e le ripetute promesse di voler garantire l’accesso all’asilo. Tra il novembre 2021 e l’aprile di quest’anno i ricercatori di Human Rights Watch hanno raccolto le testimonianze di oltre un centinaio di rifugiati e richiedenti asilo provenienti da Afghanistan, Iraq, Iran e Pakistan, tra cui una ventina di minori non accompagnati e 24 coppie di genitori che viaggiavano con bambini piccoli. Gran parte delle persone intervistate sostengono che la polizia croata li ha respinti decine di volte ignorando le loro richieste di asilo. «I respingimenti sono da tempo una procedura standard per la polizia di frontiera croata, mentre il governo inganna le istituzioni dell’Ue nascondendosi dietro parole vuote e vane promesse», ha spiegato l’avvocato Michael Garcia Bochenek, consulente di Human Rights Watch e autore del rapporto. Dal dossier emerge che la polizia di frontiera avrebbe l’abitudine di sequestrare o distruggere telefoni cellulari, denaro, documenti di identità e altri effetti personali, oltre a sottoporre adulti e bambini a trattamenti umilianti e degradanti. Tra i casi citati ci sono quelli di Farooz D., e Hadi A., due 15enni afgani, i quali hanno raccontato ai ricercatori che nell’aprile scorso la polizia croata li ha fermati e riportati al confine ordinando loro di tornare in Bosnia a piedi, sebbene avessero chiesto protezione dichiarando di essere minorenni. Gli agenti li avrebbero anche presi a calci sequestrando tutto quello che avevano nello zaino, tra cui 500 euro in contanti. Un altro minore, il diciassettenne Rozad N., originario del Kurdistan iracheno, ha riferito che dalla fine del 2021 lui e la sua famiglia, tra cui suo fratello di sette anni e sua sorella di nove, sono stati rimandati indietro una quarantina di volte. Quasi tutti i migranti respinti affermano di essere stati picchiati almeno una volta dalla polizia croata o di aver assistito alla violenza degli agenti. Le loro testimonianze sono state confermate anche da molti operatori umanitari. “Inoltre – si legge - molti bambini piccoli sono stati costretti ad assistere a scene in cui i loro padri, fratelli maggiori e cugini venivano pestati a pugni e calci e presi a manganellate. In più occasioni gli agenti della polizia di frontiera croata hanno sparato vicino ai bambini e puntato armi contro di loro. Sono stati registrati anche alcuni episodi che hanno visto gli agenti spintonare e picchiare bambini di sei anni”. Ciononostante le autorità di Zagabria - sottolinea ancora il rapporto – continuano a negare ogni responsabilità e il ministero dell’Interno croato non ha risposto alle richieste di incontro arrivate da Human Rights Watch, né ha voluto commentare il contenuto del rapporto. “Le istituzioni europee devono mostrarsi ferme nel chiedere conto alla Croazia di queste violazioni sistematiche del diritto UE e delle norme internazionali”, ha concluso l’avvocato Bochenek. (Riccardo Michelucci - Avvenire)
Legge Cutro: l’Acnur scrive al governo, “criticità” sul rispetto dei diritti umani
Roma - Alcune norme del cosiddetto decreto Cutro, convertito il 5 maggio dalle Camere nella legge numero 50, suscitano «profonda preoccupazione » nell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ci sono disposizioni che presentano diverse «criticità», rispetto alla compatibilità con «la normativa internazionale sui rifugiati e sui diritti umani», in merito «alla fattibilità delle misure previste», al potenziale «impatto sul sistema d’asilo» e allo «spazio di protezione garantito a richiedenti asilo, rifugiati e persone apolidi». Osservazioni contenute in una «nota tecnica» di 9 pagine inviata dall’Acnur al governo. Il documento, che Avvenire anticipa oggi in esclusiva, contiene una decina fra raccomandazioni e osservazioni. Nel pronunciarsi, l’organismo si muove nell’alveo della prassi e delle proprie competenze. Le sue «raccomandazioni », si legge, sono infatti «elaborate sulla base del mandato conferito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite di protezione internazionale dei rifugiati, e delle altre persone sotto la propria responsabilità» e «di assistenza ai Governi nella ricerca di soluzioni durevoli».
Durante l’iter di conversione del dl Cutro, l’Acnur aveva scritto al governo, cercando un dialogo rispettoso dell’attività legislativa in corso. «Avevamo rappresentato diverse criticità, confidando che nel procedimento legislativo alcuni correttivi potessero essere apportati», spiega ad Avvenire Chiara Cardoletti, dal 2020 rappresentante dell’Acnur per l’Italia, la Santa Sede e San Marino. E l’esecutivo ha risposto? «No», fanno sapere dall’organismo Onu, che tuttavia non è interessato a sollevare polemiche, ma solo - giacché il testo è diventato legge - a rendere note le osservazioni alla pubblica opinione. Ieri, per correttezza istituzionale, l’Acnur ha inviato al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi una lettera per informarlo che oggi il documento sarà pubblicato.
Nelle 9 pagine, affiora il timore che alcune «criticità » delle norme possano, nell’applicazione, finire per porsi in contrasto col quadro internazionale di tutela dei diritti umani e delle persone rifugiate. Per esempio - pur concordando con l’istituzione di procedure di frontiera più efficienti - si raccomanda di introdurre «misure per la individuazione dei bisogni dei richiedenti asilo, dei minori e delle altre persone con esigenze particolari». E si ricorda come i «luoghi di trattenimento» debbano rispettare quanto prevede la Direttiva accoglienza: «Disponibilità di spazi aperti, possibilità di comunicare e ricevere visite (da personale Acnur, familiari, avvocati, consulenti legali e rappresentanti di ong) e il diritto di essere informati delle norme vigenti nel centro». Inoltre, anche nel caso di domande di protezione internazionale «manifestamente infondate» (perché di persone provenienti da Paesi ritenuti “sicuri”) si chiede di vagliare prima se la persona invoca «gravi motivi per ritenere che, nelle sue specifiche circostanze, il Paese non sia sicuro». Un inciso riguarda pure la stretta alla protezione complementare. «Le nuove disposizioni eliminano il riferimento alla vita privata e familiare», rammenta il documento, auspicando procedure veloci per identificare gli apolidi e la necessità di garantire una protezione complementare a persone che, se rispedite nel proprio Paese «rischino una violazione dei propri diritti fondamentali».
In apertura, il documento riconosce alcuni «sforzi compiuti dalle autorità italiane nell’individuare soluzioni per rispondere alla pressione migratoria». Fra questi, la «gestione efficace e trasparente del sistema di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale» o le «misure relative alla gestione dell’hotspot di Lampedusa», fra cui «l’attivazione di una postazione del 118 sull’isola e il rafforzamento dei trasferimenti dai punti di crisi». C’è «apprezzamento» pure per la disposizione che introduce «una quota d’ingressi per lavoro per rifugiati e apolidi» nell’ambito del Decreto flussi, e «per la loro inclusione» negli ingressi “extra-quota” dopo la formazione professionale. L’Acnur «raccomanda che già dal prossimo Decreto flussi sia assegnata una specifica quota riservata» per favorire un «corridoio lavorativo» a beneficio di apolidi e ai rifugiati residenti in Paesi di primo asilo o di transito.
Ma soprattutto l’Acnur esprime «profonda preoccupazione» per la norma che elimina servizi ai profughi come «supporto psicologico, informazione legale o corsi di lingua italiana». Così, ragiona Cardoletti, non si facilita «lo sviluppo di percorsi di autosufficienza e autonomia dei richiedenti asilo» e si rischia «una loro completa dipendenza dal sistema di accoglienza». Il risultato? Visto che l’esame della domanda d’asilo può durare un anno anche solo in prima istanza, il richiedente resta a lungo in una struttura senza accedere a servizi cruciali. «Forse vorrebbe disincentivare gli arrivi - osserva la funzionaria Onu -, ma rischia di essere più una “punizione” per quanti potrebbero essere avviati verso cammini di autonomia». L’Acnur «ribadisce la disponibilità a collaborare con le autorità italiane» per «elaborare le migliori soluzioni normative od operative, a partire dalle raccomandazioni qui contenute». Ma davvero, chiediamo, vi aspettate che il governo interloquirà? «Ci speriamo - conclude Cardoletti -. In fondo, le nostre raccomandazioni individuano possibili aggiustamenti non particolarmente complicati da realizzare». (Vincenzo R. Spagnolo - Avvenire)

