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Autorità Garante Infanzia e UNHCR: presentato dossier sui Msna

9 Luglio 2019 - Roma - Quali sono i rischi, le vulnerabilità, i sogni e i bisogni dei minori stranieri non accompagnati (Msna) ospiti dei centri di prima e seconda accoglienza in Italia? La risposta arriva dal rapporto L’ascolto e la partecipazione dei minori stranieri non accompagnati in Italia frutto di un lavoro congiunto dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (AGIA) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Il dossier è stato presentato oggi al Museo dell’Ara Pacis a Roma dalla Garante Filomena Albano e dal Portavoce UNHCR per il Sud Europa Carlotta Sami. Ventidue le strutture visitate in 11 regioni per un totale di 203 minorenni coinvolti (età media 17 anni) di 21 nazionalità diverse. Nell’ambito delle visite sono stati realizzati focus group e attività di partecipazione e ascolto. Al termine sono state adottate dall’Autorità garante raccomandazioni che rappresentano la sintesi e la voce dei ragazzi che hanno preso parte all’attività. Tra le problematiche più segnalate, nell’80% dei centri visitati sono state rilevate diffuse e sostanziali carenze nelle informazioni e nelle attività di orientamento destinate ai ragazzi. Nel 53% è stata denunciata la mancanza di attività di socializzazione e nel 47% dei casi è risultato che la permanenza nei centri di prima accoglienza o emergenziali si è protratta ben oltre i 30 giorni massimi fissati dalla legge. I gestori dei centri hanno lamentato tempi lunghi per la nomina dei tutori. Insieme ai ragazzi hanno inoltre segnalato l’impossibilità di far giocare i giovani in squadre di calcio iscritte alla Figc, poiché per il tesseramento è richiesta la firma di autorizzazione da parte di un genitore. L’80% dei minorenni coinvolti poi nelle attività di partecipazione ha chiesto approfondimenti e chiarimenti sulla procedura di richiesta di protezione internazionale e il 60% li ha chiesti sul funzionamento della Commissione territoriale, competente sulla valutazione delle richieste. Il 70% ha dichiarato di aver percepito ostilità o pregiudizi, mentre il 50% ha manifestato l’esigenza di condividere tempo e spazi con i coetanei italiani. Il 40% ha dichiarato di non essersi sentito coinvolto nelle scelte al proprio percorso legale in Italia. “Ascolto e partecipazione sono stati gli assi su cui è stato sviluppato il ricco e articolato piano di lavoro realizzato in questi due anni con UNHCR”, dice Filomena Albano. “Grazie all’ascolto è stato possibile impostare le attività di partecipazione avviate nel 2018. Pur trattandosi di attività sperimentali le azioni hanno rappresentato una grande occasione di crescita. I giovani ospiti del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) di Firenze e Pescara ad esempio hanno portato la loro testimonianza ai corsi di formazione per aspiranti tutori volontari. Quelli di Roma hanno partecipato a laboratori di fotografia che sono stati l’occasione per realizzare la mostra Io So(g)no, in esposizione al Museo dell’Ara Pacis dal 19 giugno. Le attività hanno permesso ai minori di sentirsi parte di un processo in cui loro, al pari degli adulti, sono stati parte attiva”. “Quasi la metà della popolazione rifugiata nel mondo è costituita da bambini, molti dei quali trascorrono tutta la loro infanzia lontano da casa”, dichiara Carlotta Sami. “E’ molto importante collaborare con i minori stessi per garantire loro protezione, rafforzando i meccanismi di partecipazione attiva nelle decisioni che li riguardano, anche attraverso la collaborazione con le autorità nazionali come AGIA”.  

In Sicilia le veglie per chi è in mare

9 Luglio 2019 - Palermo - Tutti in piedi e con lo sguardo rivolto al mare: con un gesto semplice, la preghiera che la comunità cristiana rivolge a Dio per i fratelli defunti. Così è stata fatta memoria non dei migranti, ma di uomini, donne e bambini che hanno un volto e un nome, una storia e dei sogni infranti. Pozzallo, nel Ragusano, è una terra di approdo sul Mediterraneo, ha vissuto gli anni caldissimi degli sbarchi a ripetizione, ha imparato ad accogliere e includere. Per questo venerdì sera l’anfiteatro 'Pietre Nere' era gremito, per la veglia penitenziale in ricordo dei tanti morti del Mediterraneo diventato ormai un cimitero, come ha ricordato il vicario generale della diocesi di Noto, don Angelo Giurdanella. È una delle numerose iniziative che la Chiesa siciliana sta mettendo in campo per tenere alta l’attenzione sul tema dell’accoglienza, anche in occasione delle partecipatissime feste patronali in ogni angolo dell’isola, da Palermo ad Agrigento. La preghiera di Pozzallo è stata organizzata dalla diocesi e dalla Caritas di Noto, da Migrantes, Comunità Missionaria e We Care, sostenuta dall’amministrazione comunale. «Li lasciamo annegare per negare» il titolo della veglia con un carattere penitenziale, per tutte quelle volte che «abbiamo ucciso con le parole», parole di paura e di odio, di astio «verso chi neanche si conosce». «Sono rimasto tre giorni senza bere, in Libia: quell’acqua non si poteva bere, era quella del bagno. Poi ho capito che non avevo altra scelta, e l’ho bevuta. Ora non m’importa se qualcuno mi ferma, mi insulta perché sono nero... io so che sono vivo; lì non pensavo che sarei riuscito a continuare a vivere. C’erano momenti in cui la morte sarebbe stata una liberazione, perché la sofferenza era troppo grande» ha raccontato un giovane. E poi la testimonianza di un altro ragazzo: «Abbiamo visto tanti nostri compagni morire in mare. Un bambino ha bevuto acqua ed è morto... E io non potevo fare nulla. Ma ora noi dobbiamo fare, dobbiamo fare quello che loro non hanno potuto fare, loro sono con noi...». E domenica scorsa è stato il primo giorno di festeggiamenti in onore di San Calogero, compatrono di Agrigento, proprio nel segno dei migranti. «Siamo fieri del nostro santo nero, ma aumenta il numero di coloro che rifiutano e disprezzano quanti arrivano da altre terre – ha detto il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, durante l’omelia –. Senza conoscerli, li definiscono tutti delinquenti e terroristi; molti di loro sono cristiani come noi, allora, mi domando, non potrebbe sbarcare anche qualche santo? Un altro San Calogero, insomma!». Il porporato ha condiviso il suo «stupore» per il fatto che «oggi, solo perché non si condivide il pensiero di alcuni, si diventa oggetto di insulti pesanti. Povera democrazia! ». Nei giorni scorsi, in occasione della presentazione del Festino per Santa Rosalia, la patrona di Palermo, era stato l’arcivescovo monsignor Corrado Lorefice a usare parole forti: «Siamo inquieti e preoccupati per la paura che ai nostri giorni sembra prevalere nel nostro Paese e in Europa e che viene seminata a piene mani da sedicenti profeti di sventure e propugnatori di neonazionalismi». Per giorni, poi, il parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra, aveva trascorso le notti sul sagrato della chiesa di San Gerlando, assieme ad alcuni parrocchiani e attivisti dell’isola, per lanciare un messaggio di coraggio e fiducia ai migranti a bordo della Sea Watch 3. (Alessandra Turrisi – Avvenire)  

Nel ricordo delle vittime del Mediterraneo

9 Luglio 2019 - Città del Vaticano - Festa dei popoli: era espressa già nel canto d’ingresso una delle coordinate della messa per i migranti celebrata da Papa Francesco nella basilica vaticana la mattina di lunedì 8 luglio, nel sesto anniversario della sua visita a Lampedusa. L’altra coordinata era quella del ricordo delle vittime dei naufragi nel Mediterraneo, rievocati durante la preghiera eucaristica, significativamente nella Giornata internazionale dedicata a questo mare, a lungo ponte di collegamento tra l’Europa e l’Africa e oggi purtroppo cimitero a cielo aperto, tomba per tanti disperati in cerca di un presente e di un futuro migliore. Organizzata dalla sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, la celebrazione si è svolta all’altare della Cattedra, in un’atmosfera di grande raccoglimento, a tratti interrotto dal pianto di alcuni dei dieci piccoli, bambini e bambine, seduti nei primi banchi in braccio o accanto alle madri e alle volontarie che se ne prendono cura. Con il Pontefice hanno concelebrato una dozzina di vescovi — tra i quali Guerino Di Tora, ausiliare di Roma e presidente della Fondazione Migrantes, e Melchisédec Sikuli Paluku, di Butembo-Beni, nella Repubblica Democratica del Congo — e una trentina di sacerdoti impegnati ogni giorno su questo fronte pastorale a incoraggiare, sostenere, accompagnare e accogliere: tra questi, i sottosegretari nel dicastero organizzatore, il gesuita Czerny e lo scalabriniano Baggio. Vi hanno partecipato circa 250 persone tra migranti, rifugiati e quanti si sono prodigati per salvare le loro vite. Per volontà del Papa la messa si è svolta in forma riservata, quasi privata, per questo non è possibile raccontare le storie dei protagonisti. Sono approdati in Italia provenienti dall’Africa, soprattutto, ma anche dal Medio oriente, dall’Asia e dall’America latina, per la maggior parte in fuga dalla guerra e dalla miseria. Al termine, nel salutarli tutti personalmente, Francesco è apparso visibilmente commosso. Prendendo posto sotto la statua di san Domenico di Guzmán, fondatore dell’ordine dei predicatori, il Papa ha celebrato usando un pastorale di legno donatogli proprio a Lampedusa, in quella che fu la prima uscita in Italia del Pontificato. Nell’orazione colletta ha invocato «Dio, Padre di tutti gli uomini» — perché, ha spiegato, «per te nessuno è straniero, nessuno è escluso dalla tua paternità» — affinché guardi «con amore i profughi, gli esuli, le vittime della segregazione e i bambini abbandonati e indifesi»; invocando che «sia dato a tutti il calore di una casa e di una patria, e a noi un cuore sensibile e generoso verso i poveri e gli oppressi». Alla preghiera dei fedeli sono state elevate, tra le altre, intenzioni in italiano per il vescovo di Roma «pastore e profeta a favore delle vittime della cultura dello scarto», in portoghese per i soccorritori nel mar Mediterraneo e in inglese per le persone che sono state soccorse «affinché siano accolte da tutti noi con amore, come un dono ricevuto» dal Signore. Il rito è stato diretto da monsignor Marini, maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, coadiuvato dai cerimonieri Peroni e Dubina. Particolarmente espressivi i canti eseguiti dal Grande coro dell’associazione Hope (speranza) di Torino, attiva in seno alla pastorale giovanile della Chiesa italiana. Soprattutto quello iniziale, quando con una toccante immagine auspicava «una vita di fraternità» per dare «ali a una nuova umanità», a questo «mondo che cammina nelle tenebre».(Osservatore Romano)

Migrantes: oggi mons. Di Tora a Tv 2000 per parlare di migrazioni

8 Luglio 2019 -   Roma - In occasione del sesto anniversario della visita del Pontefice a Lampedusa, l’8 luglio del 2013, Papa Francesco ha celebrato oggi, nella Basilica di San Pietro, una messa per i Migranti. Alla celebrazione hanno partecipato circa 250 persone tra migranti, rifugiati e quanti si sono impegnati per salvare la loro vita. Nel ricordo di quanti sono morti per sfuggire alla guerra e alla miseria e per incoraggiare coloro che ogni giorno si prodigano per sostenere, accompagnare e accogliere i migranti e i rifugiati, “il Diario di Papa Francesco” su Tv2000  ospita dalle 17.30 alle 18.00, con la conduzione di Nicola Ferrante, mons. Guerino Di Tora, vescovo ausiliare di Roma, presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni e Presidente della Fondazione Migrantes.

Card. Montenegro: aumenta il numero di coloro che rifiutano quanti arrivano da altre terre

8 Luglio 2019 - Agrigento – “Siamo fieri del nostro santo nero, ma aumenta il numero di coloro che rifiutano e disprezzano quanti arrivano da altre terre. Senza conoscerli, li definiscono tutti delinquenti e terroristi; molti di loro sono cristiani come noi”. Lo ha tetto ieri il card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Palermo, nell’omelia della messa celebrata in occasione della festa del patrono san Calogero. Il card. Montenegro ha rivelato il suo “stupore” per il fatto che “oggi, solo perché non si condivide il pensiero di alcuni, si diventa oggetto di insulti pesanti”. “Povera democrazia! Continuando di questo passo si tornerà al far west (e i segnali ci sono), quando il prepotente decideva la sorte degli altri”.  Per il porporato essere cristiani “non significa essere religiosi ma essere più umani, tanto da rassomigliare a Gesù di Nazareth. Non sono gli atti religiosi a farci cristiani, ma lo schierarsi dalla parte della sofferenza di Dio nella vita del mondo. Il Vangelo richiede non di fare delle cose, ma di fare delle scelte. Essere, cioè, come diceva Paolo, ‘cittadini degni del Vangelo’, cioè persone che trovano nella Parola di Dio la ‘marcia’ in più per vivere valori come la giustizia, il rispetto, l’onestà, la legalità”.    

Papa Francesco: appello e messa per i migranti oggi in Vaticano

8 Luglio 2019 -   Città del Vaticano - Nel corso dell’Angelus domenica di ieri Papa Francesco ha chiesto di "pregare per le povere persone inermi uccise o ferite dall’attacco aereo che ha colpito un centro di detenzione di migranti in Libia”. La comunità  internazionale – ha detto il pontefice riferendosi a quanto accaduto alcuni giorni fa - non può tollerare fatti così gravi. Prego per le vittime: il Dio della pace accolga i defunti presso di sé e sostenga i feriti” auspicando che siano organizzati in modo esteso e concertato i “corridoi umanitari per i migranti più bisognosi". Dal 2016, quando sono partiti i progetti dei corridoi umanitari – prima con la Comunità di Sant’Egidio insieme alle Chiese Evangeliche in Italia e poi con la Conferenza Episcopale Italiana che agisce tramite la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes -   sono oltre 2.500 i profughi arrivati in Europa con questa modalità: la maggior parte in Italia ma ci sono anche esperienze di corridoi umanitari con Francia, Belgio e Andorra. Questa mattina il pontefice, in occasione del VI anniversario della visita a Lampedusa, celebrerà una Messa per i Migranti, alle ore 11, nella Basilica di San Pietro. Parteciperanno- spiega il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti –circa 250 persone tra migranti, rifugiati e quanti si sono impegnati per salvare la loro vita. Gisotti spiega inoltre che alla celebrazione, presieduta dal Papa all’Altare della Cattedra, prenderanno parte solo le persone invitate dalla Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, a cui “il Santo Padre ha affidato la cura dell’evento”. Papa Francesco – aggiunge il direttore della Sala Stampa – “ desidera che il momento sia il più̀ possibile raccolto, nel ricordo di quanti hanno perso la vita per sfuggire alla guerra e alla miseria e per incoraggiare coloro che, ogni giorno, si prodigano per sostenere, accompagnare e accogliere i migranti e i rifugiati”. Per la Fondazione Migrantes sarà presente il vescovo, Mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione e della Commissione CEI per le Migrazioni. (Raffaele Iaria)  

Don Savina: Testimoni e porta di accoglienza dell’umanità di oggi

5 Luglio 2019 - Roma - “Il Dialogo ecumenico e interreligioso nella cura pastorale dei migranti”: è stato questo il tema affrontato ieri pomeriggio da don Giuliano Savina, Direttore dell’Ufficio Cei per il dialogo ecumenico ed interreligioso, intervenendo al Corso di Formazione “Linee di pastorale migratoria” promosso dalla Fondazione Migrantes e destinato principalmente ai Direttori Migrantes regionali e diocesani, ai collaboratori degli uffici diocesani; ai Cappellani etnici che svolgono il ministero nelle Diocesi italiane e ai missionari per gli italiani all’estero oltre ai religiosi, religiose, laici impegnati nel volontariato e interessati alle migrazioni. Al corso partecipano circa 50 operatori provenienti dall’Italia e dall’estero. Per don Savina ogni ufficio “è il volto della Chiesa a servizio” e “voi – ha detto rivolgendosi ai partecipanti – siete i testimoni dell’umanità di oggi, voi siete la porta di accoglienza dell’umanità di oggi”. E – ha aggiunto il direttore dell’Ufficio per l’ecumenismo e del dialogo interreligioso – nell’umanità di oggi c’è tutto”. L’obiettivo è quello di “entrare in dialogo con l’altro e se entro in dialogo, entro in ascolto con l’altro. E se entro in ascolto non sono più quello di prima. Entro, quindi, in un processo deformante che mi cambia”. Quindi, testimoni di una chiesa deformante, di una chiesa in azione di “cui noi siamo protagonisti e soggetti attivi”. I lavori del Corso si concluderanno, questa mattina, con un intervento del direttore generale, don Gianni De Robertis che parlerà, fra le altre cose, della prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà domenica 29 settembre sul tema “Non si tratta solo di Migranti”.

Istat: sempre di meno gli iscritti in anagrafe dall’estero

4 Luglio 2019 - Roma - Le iscrizioni in anagrafe dall’estero si sono ridotte da quasi 500 mila del 2008 a 332 mila del 2018 mentre le cancellazioni dall’anagrafe per l’estero sono aumentate in maniera marcata, passando da 80 mila a 157 mila nel decennio. Il saldo migratorio con l’estero si è quindi ridotto a 175 mila unità nel 2018. E’ quanto emerge dal Bilancio Demografico Nazionale dell’Istat. Secondo i dati dell’Istituto di Statistica nel 2018 gli iscritti in anagrafe provenienti da un Paese estero sono diminuiti del 3,2% rispetto al 2017. Sono soprattutto cittadini stranieri (85,9%) anche se gli italiani che rientrano dopo un periodo di emigrazione all’estero sono in crescita rispetto al 2017 (+10,5%). Sono soprattutto gli uomini a scegliere di trasferirsi in Italia (55,7%), contrariamente a quanto avvenuto in tutto il decennio precedente, quando nei flussi di iscrizioni dall’estero erano le donne a prevalere. Le persone che nel 2018 hanno lasciato il nostro Paese sono quasi 157 mila, con un aumento di 2 mila unità rispetto al 2017.

Summit Diaspore: un incontro sulla stampa multietnica

2 Luglio 2019 - Roma – In incontro-confronto sul tema della stampa multietnica quello di oggi pomeriggio presso la sede dell’agenzia Dire sul tema “L'informazione che cambia. Notizie dall'Italia plurale”, promosso dal Summit nazionale delle Diaspore. “Non chiamiamola stampa multietnica, bensì interculturale, per favorire il senso di parità”, ha detto Ahmad Ejaz, giornalista pachistano della rivista “Azad”, rivolta alla sua comunità di origine in Italia. Secondo Ejaz oggi è importante partire dal lessico per costruire una nuova cultura e un nuovo linguaggio. “Io - ha detto - provengo dal mondo islamico e mi fa strano leggere sui giornali, in caso di attentati, la parola 'kamikaze', che è giapponese. Io scrivo invece 'attacco suicida', anche per ricordare che secondo l'islam, il suicidio è vietato da Dio”. Ma per migliorare questa situazione, “gli 'aborigeni italiani' devono aiutarci, insieme agli stranieri e alle seconde generazioni". Per Raffaele Iaria, redattore di Migrantesonline.it, “bisogna insistere sui dati di una presenza attiva delle comunità straniere in Italia per smentire stereotipi o una linea informativa che porta spesso a nascondere il ruolo svolto nella società italiana da cinque milioni di persone presenti in Italia”. Per questo – ha detto Iaria – occorre dar “conoscere” le tante iniziative positive, le storie e i progetti di integrazione. Ad introdurre i lavori il direttore dell’agenzia Dire che ha evidenziato l’importanza di conoscere per costruire. Tra gli interventi quello di Lucia Joana Metazama, presidente dell'Associazione delle donne mozambicane in Italia, di Oles Horodetskyy, giornalista di origine ucraina, di Zakariya Mohamed Ali di origine sudanese e di Stephen Ogongo, giornalista keniano, fondatore della testata 'Cara Italia', il quale incoraggia anche un giornalismo "che spinga le persone a pensare, investendo nella formazione dei professionisti della comunicazione".  

Morcellini(Agcom): “Una foto simbolo urtante può risvegliare nostra umanità”

27 Giugno 2019 - Roma - “E’ vero che c’è una piccola strumentalizzazione del corpo inerme e indifeso di questi due morti ma è anche vero che, se diventano simboli del nostro tempo, può essere l’inizio di una riscossa”. Così il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) Mario Morcellini, studioso e docente di comunicazione, giornalismo e reti digitali della Sapienza Università di Roma, commenta la foto choc di Oscar Alberto Martinez Ramirez e della sua bambina di 23 mesi, Valeria, provenienti da El Salvador, annegati nel fiume Rio Grande nel tentativo di oltrepassare la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Una foto che ha fatto indignare gli Stati Uniti e sta facendo il giro del mondo, emblema di tutte le tragedie migratorie in corso nel nostro tempo. Anche Papa Francesco “è profondamente addolorato per la loro morte, prega per loro e per tutti i migranti che hanno perso la vita cercando di sfuggire alla guerra e alla miseria”, ha detto Alessandro Gisotti, direttore “ad interim” della Sala Stampa della Santa Sede. La foto ricorda molto quella di Alan (Aylan) Curdi, il bimbo siriano annegato nel Mediterraneo nel 2015. Grande emozione, poi di nuovo indifferenza e cinismo per il dramma delle morti nel Mediterraneo. Ogni volta dobbiamo arrivare fino a questo punto per scuotere la coscienza civile? La potenza della fotografia, per il modo in cui immobilizza la realtà, singolarmente urtante, soprattutto della nostra coscienza, la dice lunga sul fatto che almeno in profondità noi restiamo umani. Bisognerebbe riflettere sul fatto che basta una fotografia per ripristinare elementi di coscienza ed autocoscienza del nostro tempo. C’è un passaggio, in un romanzo di Graham Greene, in cui l’autore racconta di poliziotti aguzzini ad Haiti che portano gli occhiali scuri per non farsi vedere negli occhi e per non guardare le vittime, per evitare un indebolimento della loro coscienza e quindi provare pietà. Questo significa che negli occhi degli uomini è depositata una grande risorsa, quella di una lettura della realtà che può persino liberarsi dalle mode e dall’eccesso di pressioni politiche che sembrano fondarsi sulla rinuncia alla consapevolezza. La foto immobilizza il nostro sguardo e dimostra che siamo comunque permeabili al dolore del mondo. Come possiamo contrastare il disimpegno etico? Dobbiamo cercare di capire come possa vincere, anche solo congiunturalmente, il disimpegno etico. C’è una frase di uno filosofo francese del ‘900, Paul Ricoeur, che dice: noi conosciamo l’altro attraverso i racconti che lo riguardano.Questa frase, a mio avviso, efficacemente commenta la nostra reazione di fronte alla fotografia: abbiamo bisogno di capire l’altro e, anzitutto, di introiettarlo nella nostra retina visiva. Cosa sta succedendo alla nostra società, modellata anche da un certo modo di fare comunicazione? In qualche modo abbiamo dichiarato guerra al cambiamento, compresi i migranti, come se fossero loro a rappresentare la foto ingiusta del cambiamento. A questo proposito gli studiosi devono cominciare a dire cose molto più dure di quelle che ci siamo scambiati finora: non basta più la parola “populismo”, che è solo la conseguenza. Una parte delle politiche pubbliche, quelle più improntate ad una idea plebiscitaria della politica, sembra invece puntare al disimpegno etico. Ci sono politici che hanno intuito che per vincere devono abbassare la soglia etica e dell’attenzione nei confronti degli altri. È così che vince la gigantesca fake sui migranti. Qui c’è un gioco sconvolgente da parte della comunicazione e c’è da domandarsi quanto la comunicazione abbia esercitato la funzione per cui è nata, che non è solo quella di narrare, ma di farlo con responsabilità sociale. Non accade solo in Italia, anche negli Stati Uniti e in altri Paesi. Sta accadendo anche negli Stati Uniti e non a caso un grande studioso di questo fenomeno è Albert Bandura, grande personaggio della psicologia sociale premiato da Obama, ci spiega come si può essere eticamente disimpegnati restando in pace con sé stessi. Aumentare cioè la nostra soglia di de-sensibilizzazione per poter dormire tranquilli. Nel mondo dell’informazione si affronta spesso questo grande dilemma: fino a che punto è giusto mostrare immagini così dure della morte e della sofferenza? Quella foto riguarda quelle due povere persone, ma dice anche molto del nostro tempo. Sospenderne la pubblicazione sarebbe un dramma e aumenterebbe il nostro disimpegno etico. Mentre non è detto che una foto, come è successo per Aylan, possa smuovere le nostre coscienze e riaccendere l’impegno sociale, etico e civile a cui siamo (o dovremmo sentirci) chiamati a rispondere. Aylan è stato dimenticato visto che le politiche europee non sono cambiate? Non è vero che Aylan è stato dimenticato perché continuiamo ad usare il suo nome. Ed è impressionante il fatto che lui sia rimasto nell’immaginario. Non attaccherei la comunicazione quando si interroga sui limiti di quello che deve fare. Piuttosto, l’attaccherei quando, per anni, ha moltiplicato il numero dei migranti “negli occhi” degli uomini. Non si corre il rischio di attaccarsi ai simboli e non considerare il valore delle vite di persone vere che non hanno occasione di apparire in una foto ad alto impatto? Sono in disaccordo. Perché noi abbiamo bisogno di elementi di simbolizzazione per riconoscere la nostra vita. Contrariamente a quanto pensa la maggioranza degli uomini non possiamo vivere di sola realtà, ma abbiamo bisogno di simboli. E’ vero che c’è una piccola strumentalizzazione del corpo inerme e indifeso di questi due morti, ma è anche vero che se loro diventano simboli del nostro tempo, può essere l’inizio di una riscossa. Quindi possiamo sperare che una foto del genere provochi un sussulto di coscienza anche nella società italiana, rispetto ai temi che ci riguardano? Direi che la fortuna virale di questa foto è la prova che c’è gente disponibile a pensare a ciò che facciamo. (Patrizia Caiffa – Sir)