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Mons. Perego: rispettare il diritto di asilo

9 Ottobre 2021 - Roma - "Il diritto di chiedere asilo, se viene reso impossibile da un muro, è una barbarie". Monsignor Giancarlo Perego, Presidente della Commissione per le Migrazioni della Conferenza Episcopale Italiana e della Fondazione Migrantes, respinge - in una intervista all'AdnKronos - categoricamente la lettera inviata da dodici Paesi Ue alla Commissione europea chiedendo il finanziamento europeo di recinzioni per proteggere i confini dai migranti. "Che sia  urgente - premette il vescovo all’Adnkronos- gestire  il cammino e l’arrivo di migranti e richiedenti asilo alle frontiere è un aspetto che più  volte è stato affermato. Che sia la costruzione di muri e recinzioni a risolverlo è una assurdità". Il presidente della Commissione Cei per le migrazioni sferza l’Ue e mette in guardia dai rischi: "L’intelligenza politica dell’Europa deve affidare a una revisione di Dublino con nuovi strumenti di identificazione condivisi, nuovi progetti condivisi di accoglienza, di valorizzazione delle competenze, la gestione dei migranti  richiedenti asilo. Il diritto di chiedere asilo se viene reso impossibile da un muro è una barbarie. I muri alimentano - la storia lo insegna - violenze, esasperazioni  che a loro volta alimentano la radicalizzazione  del terrorismo. Accogliere, tutelare, promuovere e integrare sono le quattro parole che solo governano le migrazioni e costruiscono il futuro democratico dell’Europa".

Migrantes: Afghanistan, un dramma che chiede solidarietà

19 Agosto 2021 - Le ore drammatiche che vivono le persone nelle città e nei paesi in Afghanistan sono sotto gli occhi di tutti. E’ un dramma che dura da anni e che si aggrava in queste ore e che ha portato molti afghani a fuggire dal proprio paese con ogni mezzo e a raggiungere anche l’Italia – dove la comunità afgana è formata da 15.000 persone - e l’Europa. Mille afgani sono sbarcati lo scorso anno in Italia, altrettanti quest’anno; alcuni sono stati accolti, molti di loro hanno continuato il viaggio in Europa. Altri sono stati respinti nei campi e nelle carceri libiche. Il dramma di queste ore dell’Afghanistan ripropone un’azione comune europea nel Mediterraneo che unisca ai controlli, il salvataggio, il riconoscimento e la tutela di coloro che hanno diritto a una protezione internazionale, nelle diverse forme, e la loro accoglienza in tutti i Paesi europei. Al tempo stesso, è necessario favorire e accelerare il ricongiungimento familiare per gli afgani in Italia che hanno nel loro paese i propri familiari. In Afghanistan, oltre a donne e bambini sono presenti anziani, disabili che non possono, come altri, mettersi in fuga e in cammino, ma hanno bisogno da subito di un ponte aereo e poi di corridoi umanitari che possano dare loro accoglienza sicurezza in uno dei Paesi dell’Europa e del mondo che fino ad ora erano stati presenti in Afghanistan solo attraverso i militari e gli eserciti. Come ha comunicato la Presidenza della CEI, le Chiese in Italia continueranno l’ accoglienza degli afgani e di tutti coloro che chiedono una protezione internazionale, collaborando con le istituzioni, ma anche continuando a sollecitare una politica migratoria che esca dalle pieghe ideologiche e si apra alla concretezza dell’accoglienza, della tutela, della promozione e dell’integrazione di ogni migrante.

Mons. Gian Carlo Perego Presidente Cemi e Fondazione Migrantes

Migrantes: ancora una volta si è persa l’occasione per scrivere una pagina per la costruzione di un’Europa più solidale

15 Luglio 2021 - Roma - "Ancora una volta si è persa l'occasione per scrivere una pagina per la costruzione di un'Europa più solidale. Ancora una volta saranno schiacciati i diritti dei più deboli e verrà ingannata l'opinione pubblica. La votazione di oggi a favore del rifinanziamento della Guardia costiera libica è una pagina triste: se porta a prorogare uno stato di fatto che vede i respingimenti dei migranti in fuga da situazioni drammatiche e a non tutelare il diritto alla protezione internazionale, tollera allo stesso tempo le violenze e le morti non solo in mare, ma anche nelle carceri". Lo afferma oggi mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Fondazione Migrantes.

La pandemia non deve indebolire il diritto di asilo

25 Giugno 2021 - MIlano -  La Giornata mondiale del rifugiato è caduta quest’anno in un momento ancora di incertezza, in conseguenza della pandemia da Covid-19. Un’incertezza che ha aumentato la precarietà e la solitudine di 82 milioni di sfollati, richiedenti asilo e rifugiati: un popolo sempre più numeroso che chiede da parte di tutti il dovere di accoglienza, protezione, tutela. Lo ha ricordato nel suo messaggio, con parole efficaci, anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, richiamando come la pandemia non può diventare un motivo per indebolire il diritto di asilo al centro della Costituzione Italiana e dei principi dell’Europa. La pandemia non può neppure giustificare una chiusura dei confini o il respingimento in terra e in mare di persone in fuga da guerre, dittature, miseria, disastri ambientali. E’ un popolo in cammino che lascia un Paese, una casa e non trova sempre una casa e un Paese ad accoglierlo. Davanti ai nostri occhi, quasi ogni giorno, vengono ripresentati i volti, le storie, le sofferenze e i drammi di chi muore cercando di attraversare il Mediterraneo - oltre 700 morti dall’inizio del 2021 – i respingimenti continui, le omissioni di soccorso, ma soprattutto gli abbandoni di persone nei campi e nelle carceri in Libia: fratelli tutti, tutte sorelle abbandonate al loro destino. Una strage sotto gli occhi di tutti, ma che sembra interessi solo a pochi. Una passione che continua e che non può essere nascosta con l’annuncio di un corridoio umanitario per 500 persone mentre si respingono o si lasciano morire quelle che attraversano il Mediterraneo: un’ipocrisia ancora più grave perché si nasconde dietro uno strumento nato per allargare il diritto di asilo anche ai più deboli e fragili la volontà di non accogliere e respingere. Una strumentalizzazione che è figlia di una politica chiusa e nazionalista, che pensa di difendere un Paese dove si muore più che nascere, rifiutando la ricchezza e la storia di giovani e adulti, uomini e donne che possono diventare il nuovo volto di un Paese che domani o sarà capace di costruire convivenza, giustizia sociale, tutela o rischierà di morire. Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli tutti, ha ricordato – citando il passaggio di un documento dei Vescovi degli Stati Uniti e del Messico – che «quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse» (numero 129). Sono le sfide di una nuova operazione Mare nostrum per soccorrere le persone che attraversano il Mediterraneo e ripensa re gli accordi con la Libia e la Turchia che generano oggi violenza e morte; di riconoscere l’asilo e la protezione umanitaria e sussidiaria o la protezione sociale, con un nuovo piano di accoglienza europeo; della promozione dei molti minori non accompagnati; della cittadinanza, che regala una città a chi non ha più una città un Paese: è la sfida della fraternità. (Mons. Gian Carlo Perego - Presidente Fondazione Migrantes)  

Papa Luciani e le migrazioni

26 Agosto 2020 - Roma – “Dio vi perdoni per quello che avete fatto” dice ai cardinali usciti dal Conclave, uno dei più brevi della storia. E’ il 26 agosto 1978 e il nuovo pontefice, Giovanni Paolo I, si è appena affacciato alla Loggia centrale di San Pietro per salutare i fedeli riuniti in piazza alla notizia della nomina del successore di Pietro. Avrebbe voluto dire qualcosa a quella gente, papa Albino Luciani (questo il suo vero nome) ma il rigido cerimoniale non lo prevede: “non rientra nella consuetudini”. Lo fa però il giorno successivo, domenica, al suo primo Angelus. Parla in modo semplice e schietto, ma diretto. “Ieri mattina io sono andato alla Sistina a votare tranquillamente. Mai avrei immaginato quello che stava per succedere”, confida sorridendo, quasi si sente vittima di una improvvisazione. E’ stato eletto al quarto scrutinio di un Conclave-lampo, durato solo un giorno. Sceglie di portare il nome dei due papi che lo hanno preceduto: Giovanni XXIII e Paolo VI. Si chiamerà infatti Giovanni Paolo I. “Ho fatto questo ragionamento”, confida ai fedeli in quel suo primo discorso. “Papa Giovanni ha voluto consacrarmi lui con le sue mani qui nella Basilica di San Pietro; poi, benché indegnamente, a Venezia gli sono succeduto sulla cattedra di San Marco, in quella Venezia che è ancora piena di papa Giovanni”. E oggi nel paese natale, Canale d’Agordo, provincia di Belluno, a quasi mille metri sul livello del mare, una celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego invitato dal vescovo di Belluno-Feltre, mons. Guido Marangoni. Nella sua omelia il presule ferrarese ha evidenziato come il tema delle migrazioni era molto “caro a papa Luciani, che aveva visto il padre, la madre e altri familiari emigranti, partire alla ricerca di un lavoro in Svizzera. La chiamata alla santità chiede a ciascuno di noi – ha detto - pastori e fedeli, di vincere l’ipocrisia e avere il coraggio della verità e della testimonianza cristiana”. Papa Francesco nell’enciclica Laudato sì ricorda che “la situazione attuale del mondo provoca un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di egoismo collettivo. Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune” . La santità “non cresce sull’egoismo e l’individualismo, ma solo nella condivisione e nell’attenzione agli altri e al mondo. Come è stato capace Papa Luciani, il cristiano, il pastore di questa terra, che di Giovanni XXIII ha raccolto il coraggio di una riforma della Chiesa sfociata nel Concilio Vaticano II e di Paolo VI ha fatto suo il coraggio di un dialogo con il mondo, coniugando evangelizzazione e promozione umana”. Il futuro Papa varie volte ha parlato di emigrazione ricordando: “mia madre, da ragazza, ha lavorato in una fabbrica svizzera. Il papà, quand'ero fanciullo, lavorava in Svizzera da muratore. Ricordo quando il papà, di primavera, ripartiva da casa con la sua valigia e la tristezza di quei momenti. Ricordo come venivano lette e commentate le sue lettere. In una parola, ho visto e vissuto il dramma della emigrazione. Per questo è con tenerezza e viva comprensione che mando il mio cordiale saluto e che formulo i miei auguri per le famiglie che rivivono oggi quanto la mia famiglia ha provato ieri”. Varie anche le visite del futuro papa agli emigrati in varie occasioni come al santuario di Mariastein, dove incontra molte famiglie di emigrati veneti e amministra la cresima. Ma anche, come ricorda lo storico Marco Roncalli, in Brasile con l’incontro con emigrati della sua regione di più di una generazione, “parlando con loro non tanto il portoghese quanto il dialetto delle radici, tenendo persino prediche e discorsi in veneto, riuscendo a commuovere questi suoi lontani corregionali fra i quali anche suoi parenti”. E poi in Germania a Magonza dove partecipa alla “Giornata del lavoratore italiano all’estero” infondendo – scrive Roncalli – “coraggio ai connazionali e citando i suoi genitori che avevano fatto la loro stessa esperienza”. E nel 1965 scriveva: “qualche vescovo si è spaventato: ma allora domani vengono i buddisti e fanno la loro propaganda a Roma, vengono a convertire l’Italia. Oppure ci sono quattromila musulmani a Roma: hanno diritto di costruirsi una moschea. Non c’è niente da dire: bisogna lasciarli fare. Se volete che i vostri figli non si facciano buddisti o non diventino musulmani, dovete fare meglio il catechismo, fare in modo che siano veramente convinti della loro religione cattolica”. Parole che molti ancora oggi fanno fatica ad accettare.

Raffaele Iaria