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Venite voi semplici

6 Luglio 2020 - Città del Vaticano - Cessate il fuoco. Guarda con speranza alla Risoluzione che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato, e nella quale vengono predispone alcune misure per affrontare le devastanti conseguenze” del Covid-19, nelle zone dove ancora oggi si combatte: “lodevole la richiesta di un cessate il fuoco globale e immediato, che permetterebbe la pace e la sicurezza indispensabili per fornire l’assistenza umanitaria così urgentemente necessaria”. Questo l’auspicio del Papa: “venga attuata effettivamente e tempestivamente per il bene di tante persone che stanno soffrendo”, ma anche, o forse soprattutto, come “primo passo coraggioso per un futuro di pace”. Parole che pronuncia dopo la recita della preghiera dell’Angelus, ieri mattina, in una piazza san Pietro con un migliaio di persone presenti. Papa Francesco commenta il Vangelo della domenica “articolato in tre parti: anzitutto Gesù innalza un inno di benedizione e di ringraziamento al Padre, perché ha rivelato ai poveri e ai semplici i misteri del Regno dei cieli; poi svela il rapporto intimo e singolare che c’è tra lui e il Padre; e infine invita ad andare a lui e a seguirlo per trovare sollievo”. Com’è lontana la logica degli uomini rispetto a quella di Dio; i beati sono i “poveri di spirito”, i sofferenti, i perseguitati, gli operatori di pace. Ancora una volta la consonanza tra l’Antico e il Nuovo Testamento: nella prima lettura Zaccaria parla di un re “giusto e vittorioso, umile”, che cavalca un asino, e “l’arco di guerra sarà spezzato, e annunzierà la pace tra le genti”. Come non ricordare l’immagine di Gesù che entra a Gerusalemme su un asino. Non un Messia guerriero, che impone il suo potere con la forza e le armi, ma un Messia povero, mansueto e pacifico, che annuncia la salvezza: “venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. A un Dio potente, guerriero, si contrappone la logica dell’umiltà e della debolezza: paradosso che spiazza le attese umane. “Venite a me, voi tutti”, dice Gesù. Messaggio non riservato a pochi, ma rivolto a tutti coloro che sono stanchi e oppressi dalla vita. Nel suo cammino Gesù incontra dotti e sapienti, ma soprattutto gente semplice. Quando pronuncia questa preghiera rivolta al Padre, vive un momento difficile perché la sua parola di speranza non è stata accolta da sacerdoti e dottori della legge, mentre poveri, peccatori, ed emarginati, si avvicinano a lui. Come leggiamo in Matteo Gesù loda il Padre, “perché ha tenuto nascosti i segreti del suo Regno, della sua verità ai sapienti e ai dotti. Li chiama così con un velo di ironia – commenta il Papa – perché presumono di esserlo e dunque hanno il cuore chiuso tante volte”. La vera saggezza, afferma il vescovo di Roma, viene anche dal cuore: “se tu sai tante cose ma hai il cuore chiuso, tu non sei saggio. I misteri di suo Padre, Gesù li dice rivelati ai ‘piccoli’, a quanti si aprono con fiducia alla sua Parola di salvezza”. Padre. Anzi “Padre mio” lo chiama, proprio per “affermare l’unicità del suo rapporto con lui”. Proprio in forza di questa comunione può dire: venite a me, voi tutti. Il Padre ha una preferenza per i ‘piccoli’, e Gesù si rivolge agli affaticati e oppressi, “anzi, mette sé stesso tra loro, perché è il ‘mite e umile di cuore’”. Questo “non è un modello per i rassegnati né semplicemente una vittima – commenta papa Francesco – ma è l’uomo che vive ‘di cuore’ questa condizione in piena trasparenza all’amore del Padre, cioè allo Spirito Santo”. Nell’ultima parte del Vangelo troviamo la parola ristoro: “troverete ristoro per la vostra vita”. Ciò che Cristo “offre agli affaticati e oppressi non è un sollievo soltanto psicologico o un’elemosina elargita, ma la gioia dei poveri di essere evangelizzati e costruttori della nuova umanità. È un messaggio per tutti gli uomini di buona volontà, che Gesù rivolge ancora oggi in un mondo che esalta chi si fa ricco e potente”. Invito per ogni discepolo, e, dunque, anche per noi troppo spesso affaticati e inquieti. Noi che, ricorda il Papa, a volte diciamo: “vorrei essere come quello che è ricco e potente e non manca di nulla, non importa con quali mezzi, e a volte calpesta la persona umana e la sua dignità”. Messaggio anche per una Chiesa che papa Francesco ancora una volta vuole “Chiesa in uscita”, cioè “chiamata a vivere le opere di misericordia e a evangelizzare i poveri”.

Fabio Zavattaro

Papa Francesco: “non chiudere gli occhi davanti a coloro che soffrono”

30 Giugno 2020 - Città del Vaticano - "Vi chiedo di essere uniti e segno di unità anche tra di voi. I media possono essere grandi o piccoli, ma nella Chiesa non sono queste le categorie che contano". Lo scrive Papa Francesco nel suo messaggio ai membri della Catholic Press Association in occasione della Virtual Catholic Media Conference , che si svolge dal 30 giugno al 2 luglio 2020 sul tema “Together While Apart”. Consapevole del fatto che "la comunicazione non è solo una questione di competenza professionale", Francesco ricorda un altro aspetto di questa professione: "Il vero comunicatore dedica tutto se stesso o se stessa al benessere degli altri, ad ogni livello, dalla vita di ogni individuo alla vita dell’intera famiglia umana". Ma c'è una condizione basilare, ricordata dal Papa. "Non possiamo veramente comunicare se non veniamo coinvolti in prima persona, se non attestiamo personalmente la verità del messaggio che trasmettiamo". Quindi, un monito ai comunicatori: "Solo lo sguardo dello Spirito ci permette di non chiudere gli occhi davanti a coloro che soffrono e di cercare il vero bene per tutti. Solo con quello sguardo possiamo lavorare efficacemente per superare le malattie del razzismo, dell'ingiustizia e dell'indifferenza che deturpano il volto della nostra famiglia comune". Torna anche un tema caro a Francesco, quando parla di comunicazione: "Laddove il nostro mondo parla troppo spesso con aggettivi e avverbi, possano i comunicatori cristiani parlare con nomi che riconoscano e promuovano la rivendicazione silenziosa della verità e favoriscano la dignità umana". Quindi, l'invito a "guardare alla sofferenza e ai poveri per dare voce alla richiesta dei nostri fratelli e sorelle bisognosi di misericordia e comprensione". (Sir)

Papa Francesco per la festa dei santi Pietro e Paolo: “Unità e profezia”

30 Giugno 2020 - Città del Vaticano - Unità e profezia. Sono le parole chiave che Papa Francesco ha utilizzato ieri nella sua riflessione per la Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. In una Basilica di San Pietro ancora sottoposta ai vincoli imposti dal Coronavirus, Francesco ha celebrato, con le stesse modalità usate per il Triduo Pasquale e il tempo di Pasqua, la Messa in cui si ricordano i due Apostoli "romani" che secondo la tradizione furono martirizzati a Roma: Pietro ai piedi del Colle Vaticano, Paolo nella zona delle Tre Fontane. “Celebriamo insieme due figure molto diverse – ha esordito il Papa nella sua omelia –, Pietro era un pescatore, Paolo un colto fariseo che insegnava nelle sinagoghe, e quando le loro strade si incrociarono, discussero in modo animato. Erano insomma due persone tra le più differenti, ma si sentivano fratelli, come in una famiglia unita”. E qui il primo affondo di Francesco: unità ! Un’unità non costruita però su presupposti umani ma innanzitutto sulla parola del Signore che ”non ci ha comandato di piacerci, ma di amarci – ha detto – perché è Lui che ci unisce, senza uniformarci”. E insieme alla Parola la preghiera, “perché dalla preghiera – ha aggiunto – viene un’unità più forte di qualsiasi minaccia. L’unità è un principio che si attiva con la preghiera, che permette allo Spirito Santo di intervenire, di aprire alla speranza, di accorciare le distanze, di tenerci insieme nelle difficoltà”. Una preghiera incessante, dunque, per tutti. In particolare per chi ci governa. “Ma questo governante è …, e i qualificativi sono tanti e io non li dirò perché non è il luogo né il posto", ha sottolineato parlando a braccio, ma pregare per loro "è un compito che il Signore ci affida. Lo facciamo? Oppure parliamo, insultiamo, e basta?". Nelle parole del Papa poi, ancora una volta la condanna di un atteggiamento inutile e dannoso e più volte da lui stigmatizzato: la lamentela. Nella prima comunità cristiana "nessuno si lamenta del male, del mondo, della società. "Tempo sprecato e inutile per i cristiani quello passato a lamentarsi di quello che non va - ha proseguito -  perché le lamentele – ha ribadito – non cambiano nulla. Quei cristiani non incolpavano Pietro, non sparlavano di lui, ma pregavano per lui. Non parlavano alle spalle, ma a Dio”. Da qui, l’invito a custodire l’unità mormorando di meno e pregando di più, a ricordarci di coloro che ci sono stati affidati, e in particolare di “quelli che non la pensano come noi, di chi ci ha chiuso la porta in faccia, di chi fatichiamo a perdonare. Solo la preghiera scioglie le catene, spiana la via all’unità”. E allora, come per Pietro in carcere, anche per noi “tante porte che ci separano si aprirebbero, tante catene che paralizzano cadrebbero”. Francesco ha quindi ricordato il rito della benedizione dei palli che secondo la tradizione, vengono conferiti al Decano del Collegio cardinalizio e agli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno. Per l’Italia si tratta degli arcivescovi di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, e del vescovo eletto di Genova, padre Marco Tasca, che sarà consacrato vescovo l’11 luglio prossimo quando farà l’ingresso in città ricevendo il testimone dal cardinale Angelo Bagnasco che ha guidato la diocesi negli ultimi 14 anni. Le restrizioni imposte dal Coronavirus, poi, oltre a vietare una più vasta partecipazione di fedeli, hanno impedito alla delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli di partecipare alla celebrazione. È la prima volta infatti, che lo scambio di visite delle delegazioni tra il Patriarcato ecumenico e la Santa Sede si interrompe. Un’usanza istituita dopo lo storico incontro del 1964 tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora, a Gerusalemme, e alla successiva remissione delle reciproche scomuniche. “Una bella tradizione – ha detto Francesco – Pietro e Andrea erano fratelli e noi, quando possibile, ci scambiamo visite fraterne nelle rispettive festività: non tanto per gentilezza, ma per camminare insieme verso la meta che il Signore ci indica: la piena unità”. Un pensiero questo che ha preceduto il secondo affondo del Papa: la profezia! Tutto nasce dalla provocazione di Gesù ai due apostoli. Da quel “ma tu chi dici che io sia” rivolto a Pietro, a quel “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Due provocazioni diverse, che avvengono in contesti diversi, ma che al primo fa capire che “al Signore non interessano le opinioni generali, ma la scelta personale di seguirlo, mentre al secondo fa “cadere la sua presunzione di uomo religioso e per bene, così da farlo diventare Paolo, che significa ‘piccolo’”. Due provocazioni sulle quali però si fonda la profezia che li accompagnerà per sempre. Pietro sarà la "pietra" sulla quale Gesù edificherà la sua Sua Chiesa, mentre Paolo sarà trasformato in quello “'strumento' che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni”. Entrambi hanno accolto il Vangelo, e con esso quella provocazione che ribalta le nostre certezze,quel desiderio tutto umano "gestire la propria tranquillità, di tenere tutto sotto controllo". Il mondo e la Chiesa, oggi, hanno bisogno di questa profezia, “non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile”. E poi l’appello finale. “Oggi – ha ricordato con forza – non servono manifestazioni miracolose, ma vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Non teoria, ma testimonianza. Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri; non di guadagnare per noi, ma di spenderci per gli altri; non del consenso del mondo, ma della gioia per il mondo che verrà; non di progetti pastorali efficienti, ma di pastori che offrono la vita: di innamorati di Dio”. Una profezia vivente che “cambia la storia”. E se c’è “sempre chi distrugge l’unità e chi spegne la profezia – ha concluso – il Signore crede in noi e chiede a te: “Vuoi essere costruttore di unità? Vuoi essere profeta del mio cielo sulla terra?”. Lasciamoci provocare da Gesù e troviamo il coraggio di dirgli: “Sì, lo voglio!”.

Amerigo Vecchiarelli

Il giusto amore

29 Giugno 2020 - Città del Vaticano - Tutto l’insegnamento di Gesù è un invito ad amare l’altro, anche il nemico. Domenica però, abbiamo letto in Matteo queste parole: “chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me”. Matteo, nel suo Vangelo, ci propone un’altra parte del discorso di Gesù ai suoi discepoli, chiamati ad essere missionari, per le strade del mondo. Parla a loro, ma, se vogliamo, parla a tutti noi per indicare il modo di quell’andare nel mondo, per essere testimoni della novità cristiana. Parole forti, esigenti anzi, che non nascondono fatiche e sofferenze, ma che dicono anche che chi compie questa scelta “non perderà la sua ricompensa”. Parole che non vanno lette come un assoluto, ma comprese nella verità profonda cui invitano. Non si tratta, cioè, di non amare padre, madre – come la mettiamo con il quarto comandamento? – o di non amare i figli. Gesù non esige un amore totalitario per la sua persona, ma chiede quel “morso del più”, direbbe don Ciotti, che richiama l’amore che deve essere dato al Signore; Gesù vuole, semplicemente, che a lui, alla sua volontà, non sia preferito niente e nessuno da colui che vuole essere suo discepolo. Non ci chiede di ignorare l’affetto di un padre, la tenerezza di una madre, l’amicizia tra fratelli e sorelle – anche se in questi giorni di lockdown abbiamo imparato che non vedere le persone care è sì un sacrificio, ma anche un gesto d’amore – ma tutto questo non può essere anteposto a lui. La nostra vita è fatta di tanti fili sottili che ci legano, come il voler bene a una persona, l’affetto e la stima degli altri, il timore di non essere ‘qualcuno’, paure e insicurezze che ci impediscono di essere accoglienti, di guardare l’altro come un fratello, non un nemico, e di chiuderci nelle nostre pseudo sicurezze. Ma è questa la strada? Il Signore sa che i legami di parentela, “se sono messi al primo posto, possono deviare dal vero bene”. Lo vediamo, dice Papa Francesco all’Angelus rivolgendosi alle persone, un migliaio, presenti in piazza san Pietro, nel rispetto delle regole di distanziamento: accade “in alcune corruzioni nei governi, vengono proprio perché l’amore alla parentela è più grande dell’amore alla patria, e mettono in carica i parenti […] senza parlare di quelle situazioni in cui gli affetti familiari si mischiano con scelte contrapposte al Vangelo”. Ricorda il Papa: “quando invece l’amore verso i genitori e i figli è animato e purificato dall’amore del Signore, allora diventa pienamente fecondo e produce frutti di bene nella famiglia stessa e molto al di là di essa”. Questo è il senso pieno della frase rivolta da Gesù ai suoi discepoli, nell’ultima parte del discorso missionario. Così le parole “chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me”, sono un invito a percorrere la stessa sua strada, senza scorciatoie: “portata con Gesù, la croce non fa paura, perché Lui è sempre al nostro fianco per sorreggerci nell’ora della prova più dura, per darci forza e coraggio”. È il paradosso del Vangelo, ci dice il Papa: “la pienezza della vita e della gioia si trova donando sé stessi per il Vangelo, e per i fratelli, con apertura, accoglienza e benevolenza. Così facendo, possiamo sperimentare la generosità e la gratitudine di Dio”. Una gratitudine che tiene conto anche del più piccolo gesto d’amore: “chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli”. Gratitudine generosa di Dio Padre, afferma Francesco, che apre a una “riconoscenza contagiosa, che aiuta ciascuno di noi ad avere gratitudine verso quanti si prendono cura delle nostre necessità. Quando qualcuno ci offre un servizio, non dobbiamo pensare che tutto ci sia dovuto”. Qui il Papa sottolinea il lavoro silenzioso, importante, di tanti volontari in questo tempo di pandemia: “la gratitudine – dice – la riconoscenza, è prima di tutto segno di buona educazione, ma è anche un distintivo del cristiano. È un segno semplice ma genuino del regno di Dio, che è regno di amore gratuito e riconoscente”. Un pensiero, infine, nel dopo Angelus, alla Siria, al Libano. Il Papa guarda alla quarta Conferenza dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite per sostenere il futuro di queste nazioni, e auspica un miglioramento della drammatica situazione dei popoli della regione.

Fabio Zavattaro

Papa Francesco: “i poveri sono diventati parte del paesaggio”

23 Giugno 2020 - Città del Vaticano - Poco più di sei minuti, occupati dalla voce dell'attore Joseph Balderrama, con quella del Papa in sottofondo. Così papa Francesco ha raggiunto, ieri mattina, oltre 7 milioni di ascoltatori dal 'Today programme', il seguitissimo programma del canale 4 della Bbc radio, che apre la giornata in Gran Bretagna. Le parole, riprese da un'intervista che il Papa aveva concesso al suo biografo Austen Ivereigh e concordate dall'emittente britannica con il Vaticano, si inseriscono nell'iniziativa 'Rethink' con la quale la Bbc ha chiesto a importanti personalità di raccontare il loro mondo post Covid-19. "Dobbiamo rallentare il nostro tasso di produzione e consumo e imparare a capire e contemplare il mondo naturale", ha detto Papa Francesco alla Bbc: "Questa è un'opportunità, per noi, di convertirci, di contemplare il mondo naturale e entrare in sintonia con quello che ci circonda". Quindi il Pontefice ha parlato dei poveri e ha spiegato quanto sia diventato difficile per noi vederli. "Sono diventati parte del paesaggio. Sono diventati cose", ha detto il Papa: "Madre Teresa li ha visti ed ha avuto il coraggio di intraprendere un viaggio di conversione. I poveri non sono cose. Non sono spazzatura. Sono persone". Papa Francesco ha concluso citando il romanzo "Memorie dal sottosuolo" di Dostoevskij. "Togliamo dignità ai poveri. Togliamo loro il diritto di sognare le loro mamme. Dobbiamo ricordarci che anche quel povero aveva una mamma che l'ha cresciuto con amore", ha concluso.

Le tre prove

22 Giugno 2020 - Città del Vaticano - I discepoli hanno aperto le porte del cenacolo, si sono lasciati alle spalle il timore di essere scoperti, riconosciuti. Gesù li ha chiamati e inviati in missione; di più li istruisce e li prepara ad affrontare quanto li aspetta, prove e persecuzioni, perché andare in missione “non è fare turismo”, come ricordava Papa Francesco in un Angelus di tre anni fa. Li prepara e dice loro: non abbiate paura. La memoria corre in piazza San Pietro, 22 ottobre 1978. San Giovanni Paolo II, da pochi giorni eletto 264mo successore di Pietro, celebra la messa di inizio pontificato: ha 58 anni il primo Papa straniero dopo 455 anni. Così pronuncia quelle tre parole: “non abbiate paura”; per tre volte, per chiedere di “aprire, anzi di spalancare le porte a Cristo”. Aprire “i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici”. Lui stesso dirà, all’indomani della caduta del muro di Berlino, che non sapeva dove lo avrebbero portato quelle parole, rimaste nella memoria del mondo. Quasi 27 anni più tardi, il 24 aprile 2005, Benedetto XVI ricorderà quelle tre parole per dire che il suo predecessore “parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede”. Tempo difficile il nostro, in cui la paura è quasi compagna di viaggio; paura di perdere beni, paura alimentata dai media che mostrano sempre più spesso immagini di violenza e di morte; paura del Covid19. La pandemia, ricorda Francesco nelle parole che pronuncia dopo la recita della preghiera mariana dell’Angelus, che ha messo in luce “l’esigenza di assicurare la necessaria protezione anche alle persone rifugiate, per garantire la loro dignità e sicurezza”. Ma che ha fatto riflettere sul rapporto uomo-ambiente: “con la ripresa delle attività, tutti dovremmo essere più responsabili della cura della casa comune”. Tempo difficile, tempo in cui la paura porta a alzare muri, a chiuderci nelle nostre pseudo sicurezze. Il Vangelo di ieri, domenica, invece, ricorda, con le parole di Gesù, l’invito a uscire, a non aver paura di dare testimonianza. Francesco sottolinea “tre situazioni concrete” che mettono alla prova il discepolo. La prima è “l’ostilità di quanti vorrebbero zittire la Parola di Dio, “edulcorandola, annacquandola o mettendo a tacere chi la annuncia”. Ma i discepoli dovranno “dire nella luce, cioè apertamente, e annunciare dalle terrazze, cioè pubblicamente, il suo Vangelo”. La persecuzione è la seconda situazione con cui i discepoli devono fare i conti: “quanti cristiani sono perseguitati anche oggi in tutto il mondo. Soffrono per il Vangelo con amore, sono i martiri dei nostri giorni. E possiamo dire con sicurezza che sono più dei martiri dei primi tempi: tanti martiri, soltanto per il fatto di essere cristiani”. Non abbiate paura, dice il Signore: “uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima. Non bisogna lasciarsi spaventare da quanti cercano di spegnere la forza evangelizzatrice con l’arroganza e la violenza”. L’ unica vera paura è perdere “la vicinanza, l’amicizia con Dio”. La terza situazione con la quale alcuni discepoli dovranno fare i conti è la sensazione “che Dio stesso li abbia abbandonati, restando distante e silenzioso”. Ma ecco che torna l’invito a non avere paura, perché, “pur attraversando queste e altre insidie, la vita dei discepoli è saldamente nelle mani di Dio, che ci ama e ci custodisce”. Edulcorare il Vangelo, annacquarlo; la persecuzione, e la sensazione che Dio ci ha lasciati soli: ecco le tre prove. L’invio in missione da parte di Gesù non garantisce ai discepoli il successo, così come non li mette al riparo da fallimenti e sofferenze. Essi devono mettere in conto sia la possibilità del rifiuto, sia quella della persecuzione. Questo spaventa, ma è la verità, ricordava papa Francesco nel 2017, perché “non esiste la missione cristiana all’insegna della tranquillità. Le difficoltà e le tribolazioni fanno parte dell’opera di evangelizzazione”. Dio si prende cura di noi, “perché grande è il nostro valore ai suoi occhi”. Ciò che importa è la franchezza, è il coraggio della testimonianza di fede: “riconoscere Gesù davanti agli uomini” e andare avanti facendo del bene.

Fabio Zavattaro

Papa Francesco: “assicurare la necessaria protezione anche alle persone rifugiate”

22 Giugno 2020 - Città del Vaticano - “La crisi provocata dal coronavirus ha messo in luce l’esigenza di assicurare la necessaria protezione anche alle persone rifugiate, per garantire la loro dignità e sicurezza”. Papa Francesco, ieri, la termine della preghiera mariana dell’Angelus ha ricordato la Giornata Mondiale del Rifugiato che si è celebrata il 20 giugno su iniziativa dell’Onu. Il papa ha esortato ad “un rinnovato ed efficace impegno di tutti a favore della effettiva protezione di ogni essere umano, in particolare di quanti sono stati costretti a fuggire per situazioni di grave pericolo per loro o per le loro famiglie”.

R.I.

Papa Francesco: “Maria conforto dei migranti” nelle Litanie Lauretane

20 Giugno 2020 - Città del Vaticano - Tre nuove Litanie che si aggiungono a quelle tradizionali che concludono la recita del Rosario. Tra queste una dedicata ai migranti: “Solacium Migrantium”, “Conforto dei Migranti” da aggiungere dopo “Refugium peccatorum”, “Rifugio dei peccatori”. Le altre due sono “Mater Misericordiae” e “Mater Spei”, cioè “Madre della Misericordia” e “Madre della Speranza”. “Pellegrina verso la Santa Gerusalemme del cielo, per godere della comunione inseparabile con Cristo, suo Sposo e Salvatore, la Chiesa cammina lungo i sentieri della storia affidandosi a Colei che ha creduto alla parola del Signore”, scrive il Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e Disciplina dei Sacramenti, card. Robert Sarah: “conosciamo dal Vangelo che i discepoli di Gesù hanno infatti imparato, fin dagli albori, a lodare la ‘benedetta tra le donne’ e a contare sulla sua materna intercessione. Innumerevoli – prosegue - sono i titoli e le invocazioni che la pietà cristiana, nel corso dei secoli, ha riservato alla Vergine Maria, via privilegiata e sicura all’incontro con Cristo. Anche nel tempo presente, attraversato da motivi di incertezza e di smarrimento, il devoto ricorso a lei, colmo di affetto e di fiducia, è particolarmente sentito dal popolo di Dio”. “Interprete di tale sentimento – spiega ancora il porporato nella lettera ai presidenti delle Conferenze Episcopali - il Sommo Pontefice Francesco, accogliendo i desideri espressi, ha voluto disporre che nel formulario delle litanie della beata Vergine Maria, chiamate 'Lauretane', siano inserite le invocazioni ‘Mater misericordiae’, ‘Mater spei’ et ‘Solacium migrantium’”.

R.Iaria

Papa Francesco prega per “le migliaia di migranti, rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni” in Libia

15 Giugno 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco, al termine dell’Angelus, ieri ha pregato e ricordato la situazione che vive oggi la Libia. E ha pregato per “le migliaia di migranti, rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni” in questo Paese: “la situazione sanitaria ha aggravato le loro già precarie condizioni, rendendoli più vulnerabili da forme di sfruttamento e violenza. C’è crudeltà”. Il pontefice ha rivolto un appello agli organismi internazionali “e a quanti hanno responsabilità politiche e militari” a “rilanciare con convinzione e risolutezza la ricerca di un cammino verso la cessazione delle violenze, che porti alla pace, alla stabilità e all’unità del Paese”. “Seguo con apprensione e anche con dolore – ha detto il papa - la drammatica situazione in Libia. È stata presente nella mia preghiera in questi ultimi giorni”: “invito la comunità internazionale, per favore, a prendere a cuore la loro condizione, individuando percorsi e fornendo mezzi per assicurare ad essi la protezione di cui hanno bisogno, una condizione dignitosa e un futuro di speranza”. “In questo tutti abbiamo responsabilità, nessuno può sentirsi dispensato”, ha aggiunto a braccio: “Preghiamo per la Libia in silenzio, tutti”.

R.I.

Un corpo solo

15 Giugno 2020 -    Città del Vaticano - Prima Minneapolis, poi Atlanta. Violenze dopo l’uccisione di un ragazzo di colore; violenze e proteste che si sono diffuse in molti Stati dell’America e in altre città del mondo. Vengono alla mente le parole di Martin Luther King, il leader dei diritti civili dei neri d’America, che sognava una terra dove le differenze razziali non avessero cittadinanza: sognava bambini e bambine di colore “unire le loro mani con piccoli bianchi, bambini e bambine, come fratelli e sorelle”. La forza dell’amore, della non violenza che aveva nel Mahatma Gandhi un testimone insuperato. Parlando nella festa di San Pietro disse: “metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case, e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. L’amore è il potere più duraturo che ci sia al mondo”. Ieri, nella domenica in cui la chiesa fa memoria del corpo e sangue di Cristo, è proprio l’amore in primo piano: cos’è il donarsi come agnello pasquale, la presenza come pane della vita se non proprio un messaggio d’amore che apre le porte, indica la strada verso la Gerusalemme celeste? Celebrando il Corpus Domini Benedetto XVI ricordava che “la comunione con il Corpo di Cristo è farmaco dell’intelligenza e della volontà, per ritrovare il gusto della verità e del bene comune”. Per Francesco, nell’eucaristia adoriamo “il tesoro più prezioso” che Gesù ha lasciato alla comunità cristiana. Nel discorso che pronuncia nella Sinagoga di Cafarnao, come racconta Giovanni, Gesù dice di essere il “pane vivo disceso dal cielo”. Gesù, nelle sue parole, fa memoria dell’Antico Testamento, cioè il pane immagine che esprime saggezza, e rimanda alla manna piovuta dal cielo, che ha alimentato gli ebrei durante la peregrinazione nel deserto. Gesù è il pane vivo disceso dal cielo: “se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. È venuto non “per dare qualcosa, ma per dare sé stesso, la sua vita, come nutrimento per quanti hanno fede in lui”. Papa Francesco celebra all’altare della Cattedra, prima di incontrare i fedeli per l’Angelus. L’Eucarestia, afferma nell’omelia, è “memoriale che guarisce la nostra memoria”, e accende “il desiderio di servire”, fino a creare “catene di solidarietà” con chi ha fame, non ha lavoro, o è povero. Senza memoria “diventiamo estranei a noi stessi, ‘passanti’ dell’esistenza; senza memoria ci sradichiamo dal terreno che ci nutre e ci lasciamo portare via come foglie dal vento”. La memoria “non è una cosa privata, è la via che ci unisce a Dio e agli altri”. Eucaristia, memoriale che “guarisce anzitutto la nostra memoria orfana”, segnata da mancanze di affetto e da delusioni cocenti; guarisce “la memoria negativa, che porta sempre a galla le cose che non vanno e ci lascia in testa la triste idea che non siamo buoni a nulla”; che guarisce la memoria chiusa”. Nel discorso che precede la recita dell’Angelus, il Papa ha sottolineato “l’effetto mistico” e “l’effetto comunitario” dell’eucaristia, “calice condiviso” e “pane spezzato”. Il primo, l’effetto mistico, “riguarda l’unione con Cristo, che nel pane e nel vino si offre per la salvezza di tutti. Gesù è presente nel sacramento dell’Eucaristia per essere il nostro nutrimento, per essere assimilato e diventare in noi quella forza rinnovatrice che ridona energia e voglia di rimettersi in cammino, dopo ogni sosta o caduta”. Questo richiede “la nostra disponibilità a lasciar trasformare noi stessi, il nostro modo di pensare e di agire; altrimenti le celebrazioni eucaristiche a cui partecipiamo si riducono a dei riti vuoti e formali”. L’effetto comunitario è la “comunione reciproca di quanti partecipano all’Eucaristia, al punto da diventare tra loro un corpo solo, come unico è il pane che si spezza e si distribuisce”. Per Francesco, “non si può partecipare all’Eucaristia senza impegnarsi in una fraternità vicendevole”, sincera. Tra i suoi discepoli il Signore sa che “ci sarà sempre la tentazione della rivalità, dell’invidia, del pregiudizio, della divisione”, per questo, afferma Francesco, “ci ha lasciato il sacramento della sua presenza reale, concreta e permanente, così che, rimanendo uniti a lui, noi possiamo ricevere sempre il dono dell’amore fraterno”. Fabio Zavattaro