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Papa Francesco prega per il Camerun: tacciano le armi

28 Ottobre 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco ricorda i giovani uccisi sabato scorso in Camerun. “Mi unisco al dolore delle famiglie dei giovani studenti barbaramente uccisi sabato scorso a Kumba, in Camerun. Provo – ha detto al termine dell’Udienza Generale questa mattina - grande sconcerto per un atto tanto crudele e insensato, che ha strappato alla vita i piccoli innocenti mentre seguivano le lezioni a scuola. Che Dio illumini i cuori, perché gesti simili non siano mai più ripetuti e perché le martoriate regioni del Nord-Ovest e Sud-Ovest del Paese possano finalmente ritrovare la pace!”. Il pontefice auspica che “le armi tacciano e che possa essere garantita la sicurezza di tutti e il diritto di ciascun giovane all’educazione e al futuro”. “Esprimo – ha quindi concluso – alle famiglie, alla città di Kumba e a tutto il Camerun il mio affetto e invoco il conforto che solo Dio può dare”.  

Papa Francesco: “La pace è la priorità di ogni politica”

21 Ottobre 2020 - Roma - Alle 18.30 in punto, sulla piazza del Campidoglio, “cuore della città” di Roma, come l’ha definita il Papa “venuto dalla fine del mondo”, è sceso il silenzio per un minuto, in ricordo delle vittime di tutte le guerre. Per raggiungerla, papa Francesco ha sceso insieme “al mio fratello Bartolomeo”, come lo chiama da sempre, l’immensa scalinata della basilica dell’Ara Coeli, tanto cara alla devozione dei romani. L’uno accanto all’altro, l’uno vestito in bianco e l’altro in nero, il patriarca ecumenico di Costantinopoli aggrappato al suo bastone e il Santo Padre al corrimano esterno. Un esempio concreto di fraternità vissuta che prima hanno condiviso con i rappresentanti delle altre confessioni cristiane, pregando in basilica, e subito dopo con i leader delle grandi religioni mondiali che hanno preso parte all’incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio sul tema “Nessuno si salva da solo. Pace e fraternità”. Lo “spirito di Assisi”, a 34 anni dallo storico incontro convocato da Giovanni Paolo II, è aleggiato anche nell’appello di pace con cui si è concluso l’incontro, consegnato da un gruppo di bambini agli ambasciatori e ai rappresentanti della politica nazionale e internazionale. E proprio alla politica si è rivolto Papa Francesco nel suo discorso dal palco: “Il mondo, la politica, la pubblica opinione rischiano di assuefarsi al male della guerra, come naturale compagna della storia dei popoli”, la denuncia: “Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni. Prestiamo attenzione ai profughi, a quanti hanno subito le radiazioni atomiche o gli attacchi chimici, alle donne che hanno perso i figli, ai bambini mutilati o privati della loro infanzia”. “Oggi, i dolori della guerra sono aggravati anche dalla pandemia del Coronavirus e dalla impossibilità, in molti Paesi, di accedere alle cure necessarie”, incalza Francesco, secondo il quale “mettere fine alla guerra è dovere improrogabile di tutti i responsabili politici di fronte a Dio”. “La pace è la priorità di ogni politica”, tuona il Papa: “Dio chiederà conto, a chi non ha cercato la pace o ha fomentato le tensioni e i conflitti, di tutti i giorni, i mesi, gli anni di guerra che hanno colpito i popoli!”. “Quanti impugnano la spada, magari credendo di risolvere in fretta situazioni difficili, sperimenteranno su di sé, sui loro cari, sui loro Paesi, la morte che viene dalla spada”, spiega Francesco: Il “basta” di Gesù “è una risposta senza equivoci verso ogni violenza”: un “basta!” che “supera i secoli e giunge forte fino a noi oggi: basta con le spade, le armi, la violenza, la guerra!”. “Mai più la guerra!”, il grido sulla scorta del discorso di San Paolo VI alle Nazioni Unite, nel 1965: “Questa è l’implorazione di noi tutti, degli uomini e delle donne di buona volontà. È il sogno di tutti i cercatori e artigiani della pace, ben consapevoli che ogni guerra rende il mondo peggiore di come l’ha trovato”. “Nessun popolo, nessun gruppo sociale potrà conseguire da solo la pace, il bene, la sicurezza e la felicità”, ribadisce Francesco. E il pensiero corre ad un’altra piazza, non piena – nel rispetto delle norme anti Covid – come questa, ma deserta e bagnata dalla pioggia, in cui il Papa il 27 marzo scorso aveva pregato, per la prima volta da solo nella “sua” piazza, per la fine della pandemia. “La fraternità, che sgorga dalla coscienza di essere un’unica umanità, deve penetrare nella vita dei popoli, nelle comunità, tra i governanti, nei consensi internazionali. Così lieviterà la consapevolezza che ci si salva soltanto insieme, incontrandosi, negoziando, smettendo di combattersi, riconciliandosi, moderando il linguaggio della politica e della propaganda, sviluppando percorsi concreti per la pace”. A partire da un obiettivo raggiungibile imposto dalla pandemia, proposto come imperativo nell’appello di pace finale: “Uniamo già oggi gli sforzi per contenere la diffusione del virus finché non avremo un vaccino che sia idoneo e accessibile a tutti. Questa pandemia ci sta ricordando che siamo fratelli e sorelle di sangue”. Nessuno può salvarsi da solo, si legge ancora nell’appello: “Le guerre e la pace, le pandemie e la cura della salute, la fame e l’accesso al cibo, il riscaldamento globale e la sostenibilità dello sviluppo, gli spostamenti di popolazioni, l’eliminazione del rischio nucleare e la riduzione delle disuguaglianze non riguardano solo le singole nazioni. Lo campiamo meglio oggi, in un mondo pieno di connessioni, ma che spesso smarrisce il senso della fraternità”. La tentazione da cui fuggire “è la tentazione di pensare solo a salvaguardare se stessi o il proprio gruppo”, il monito dell’omelia papale dall’Ara Coeli: “Dio non viene tanto a liberarci dai nostri problemi, che sempre si ripresentano, ma per salvarci dal vero problema, che è la mancanza di amore. E’ questa la causa profonda dei nostri mali personali, sociali, internazionali, ambientali”. (M. Michela Nicolais – SIR)

Popoli e religioni uniti per la pace: ieri a Roma l’incontro interreligioso con Papa Francesco

21 Ottobre 2020 - Roma - Lo spazio al centro della piazza del Campidoglio, ornata dalla stella a 12 punte disegnata da Michelangelo è organizzato in modo da conciliare due esigenze apparentemente contraddittorie: la prudenza del distanziamento sociale dettata dall’emergenza sanitaria, e il sentimento, qui prevalente, volto “alla fraternità e all’amicizia sociale” che ha motivato l’Enciclica Fratelli tutti. Un evento, questo del 34° Incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, che fa di Roma la capitale della pace: un evento “ridotto alla sua forma essenziale”, come ha rilevato Andrea Riccardi, ma non per questo meno evocativo, anzi ricco di contenuti che rinviano alla realtà drammatica che l’umanità sta attraversando, quando alla guerra, “madre di tutte le povertà”, si è aggiunta una terribile pandemia che impoverisce intere popolazioni e mina la solidarietà. “La lezione della recente pandemia - ha detto Papa Francesco - se vogliamo essere onesti, è la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme”. Alla tentazione di rinchiudersi in sé stessi, Riccardi contrappone la convinzione che “non ci si salva da soli, alle spalle degli altri, contro gli altri. Vale per l’Europa, vale per ogni continente”. E allora il tema della giornata – “Nessuno si salva da solo. Pace e fraternità” – coniuga i due elementi che fanno da filo conduttore di un percorso che può portare l’umanità all’uscita dal tunnel della paura e dell’egoismo. Insieme a papa Francesco, rappresentanti delle grandi religioni mondiali hanno pregato gli uni accanto agli altri, consapevoli che “la preghiera è la radice della pace”, e si sono poi ritrovati insieme, “come un arcobaleno di pace”, nel palco allestito davanti al palazzo Senatorio. Qui papa Francesco ha rivolto il suo appassionato appello: “C’è bisogno di pace! Più pace! Non possiamo restare indifferenti. Il mondo, la politica, la pubblica opinione rischiano di assuefarsi al male della guerra, come naturale compagna della storia degli uomini”. Il richiamo alle responsabilità della politica è stato raccolto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che insieme ai ministri Di Maio e Lamorgese, alla sindaca Raggi e al presidente della regione Lazio Zingaretti, aveva accolto papa Francesco ai piedi della scalinata della Basilica di Santa Maria in Ara Coeli: “La Repubblica Italiana onora e riconosce gli sforzi di dialogo in questa direzione, nella consapevolezza del ruolo di fondamentale importanza che le religioni hanno e possono dispiegare nel contribuire a un avvenire di sviluppo e di eguaglianza fra le persone e i popoli. La speranza sarà più forte di tutti gli ostacoli, non sarà più irraggiungibile se le donne e gli uomini di buona volontà si impegneranno vivendola concretamente nel loro quotidiano”. L’Appello di pace che ha concluso l’Incontro di Roma richiama tutti i temi della giornata: “Le guerre e la pace, le pandemie e la cura della salute, la fame e l’accesso al cibo, il riscaldamento globale e la sostenibilità dello sviluppo, gli spostamenti di popolazioni, l’eliminazione del rischio nucleare e la riduzione delle diseguaglianze, non riguardano solo le singole nazioni. Lo capiamo meglio oggi, in un mondo pieno di connessioni, ma che speso smarrisce il senso della fraternità”. E quindi, “ai responsabili degli Stati diciamo: lavoriamo insieme ad una nuova architettura della pace. Uniamo le forze per la vita, la salute, l’educazione, la pace”.

Papa Francesco: a partecipanti Global Compact on Education, “sottoscrivere un patto educativo globale per e con le giovani generazioni”

16 Ottobre 2020 - Città del Vaticano - “Educare è sempre un atto di speranza che invita alla co-partecipazione e alla trasformazione della logica sterile e paralizzante dell’indifferenza in un’altra logica diversa, che sia in grado di accogliere la nostra comune appartenenza”. Lo dice Papa Francesco, in un videomessaggio ai partecipanti all’evento per il Global Compact on Education, presentato ieri pomeriggio, presso la Pontificia Università Lateranense, nel corso dell’iniziativa – in diretta streaming – promossa dalla Congregazione per l’Educazione cattolica. Indicando l’educazione come “il naturale antidoto alla cultura individualistica”, il Pontefice ribadisce che “il nostro futuro non può essere la divisione, l’impoverimento delle facoltà di pensiero e d’immaginazione, di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione”. “Oggi c’è bisogno – avverte – di una rinnovata stagione di impegno educativo, che coinvolga tutte le componenti della società”. Quindi, l’incoraggiamento ad ascoltare “il grido delle nuove generazioni”, auspicando “un rinnovato cammino educativo”, che “non giri lo sguardo dall’altra parte favorendo pesanti ingiustizie sociali, violazioni dei diritti, profonde povertà e scarti umani”. “Si tratta di un percorso integrale, in cui si va incontro a quelle situazioni di solitudine e di sfiducia verso il futuro che generano tra i giovani depressione, dipendenze, aggressività, odio verbale, fenomeni di bullismo”. Un cammino “condiviso”, secondo il Papa, in cui “non si resta indifferenti di fronte alla piaga delle violenze e degli abusi sui minori, ai fenomeni delle spose bambine e dei bambini-soldato, al dramma dei minori venduti e resi schiavi”. Infine, l’indicazione di Francesco: “Nella presente situazione di crisi sanitaria – gravida di sconforto e smarrimento -, riteniamo che sia questo il tempo di sottoscrivere un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature”.

Patto educativo globale: oggi l’apertura con il videomessaggio del Papa

15 Ottobre 2020 -

Roma - Sarà un videomessaggio del Papa ad aprire i lavori del convegno sul “Global Compact on Education” (patto globale per l’educazione) che si svolgerà dalle 14.30 di oggi in diretta streaming sul portale di Vatican News (e sui canali di YouTube) dall’Università Lateranense di Roma, che ospita l’evento. Un “patto globale” per l’educazione lanciato più di un anno fa. La pandemia ha condizionato i programmi, che passano oggi da questa nuova tappa di un cammino destinato a continuare. Sarà trasmesso anche un videomessaggio della direttrice generale dell’Unesco, Audrey Azoulay, mentre alla Lateranense saranno presenti i vertici della Congregazione per l’educazione cattolica, il prefetto, Card. Giuseppe Versaldi e il Segretario Mons. Vincenzo Zani. Previsti anche gli interventi dei rettori Vincenzo Buonomo (Lateranense) e Franco Anelli (Università Cattolica che ritrasmetterà l’evento sui propri profili social).

“Rilanciare i contenuti che il Papa ha esplicitato in diverse occasioni a partire dal suo messaggio del 12 settembre 2019, quando ha parlato per la prima volta del patto globale per l’educazione”, dice Mons. Zani alla Radio Vaticana: “l’obiettivo del Papa – sottolinea Zani – mi pare proprio quello di invitare tutti ad avere un passo comune sul fronte educativo. Ognuno segue direzioni diverse e assistiamo a quella che potremo definire quasi una catastrofe educativa”. Certo lo scenario attuale è molto diverso da quello di un anno fa, ma, ribadisce l’arcivescovo, ci ricorda sempre di più che “il futuro è nelle mani dell’educazione, perché l’educazione è il segno della speranza. Educare significa investire tutte le energie possibili per aiutare le persone a guardare avanti”. Un cammino che in questi mesi ha visto la Congregazione promuovere una quindicina tra convegni e congressi che hanno approfondito i vari temi per toccare le diverse sfaccettature il patto educativo.

Una carezza che è una scintilla

6 Ottobre 2020 - Tornando a casa troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza. (Saluto del Santo Padre Giovanni XXIII ai fedeli partecipanti alla fiaccolata in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II, giovedì 11 ottobre 1962) Il 15 maggio del 1961 è pubblicata l’enciclica Mater et Magistra ed in essa papa Giovanni dedica un passaggio al rispetto delle leggi della vita e alla responsabilità della maternità e paternità. È come un ponte fra il dettato magisteriale di Pio XI ( si pensi all’enciclica Casti Connubii) e di Pio XII e quello che a breve produrrà in abbondanza il suo successore Paolo VI (in particolare con l’enciclica Humanae Vitae). Non ci soffermiamo su questo testo e invece andiamo al cuore del pontificato di Papa Roncalli, ovvero il Concilio Vaticano II. Quel giovedì 11 ottobre 1962, la Chiesa cattolica ha vissuto “uno spettacolo che neppure la basilica di San Pietro, che ha quattro secoli di storia, ha mai potuto contemplare”. I padri conciliari sono sfilati in processione e sono andati ad occupare i loro posti nelle tribune allestite nella navata centrale. È una grande occasione di pace, di fratellanza, di spiritualità condivisa, il Papa ne è consapevole e ne ricorda la solennità, pur volendo sottrarre la sua persona dal ruolo di protagonista che, invece, ha di fatto avuto nell’intuizione della convocazione dell’assise. La sera molte persone su iniziativa dell’Azione Cattolica sono confluite in una fiaccolata in piazza San Pietro e via della Conciliazione. Si tratta di una folla che lascia trapelare un forte afflato, un senso ecclesiale spiccato, la consapevolezza che il Concilio riguarda i singoli fedeli, il popolo di Dio, non è solo un affare delle gerarchie. Di fronte alla sfilata dei partecipanti alla fiaccolata si dice che il Papa non avesse intenzione di intervenire, ma poi vedendo la folla mostratagli dalla finestra dal suo segretario monsignor Capovilla, si commosse e prese la parola che amplificata raggiunse tutti i fedeli in piazza San Pietro. A questi il Papa rivolse le parole che sono passate alla storia come “il discorso alla luna”. La tenerezza di quell’invito a portare la carezza del Papa ai bambini nelle case ha un sapore inedito, una novità nel linguaggio papale, Giovanni XXIII si sbilancia, si rivolge ai partecipanti come un affettuoso parroco che conosce i suoi fedeli uno a uno. La folla non è abituata a sentirsi interpellata così sinceramente negli affetti personali. Ha il sapore di una profezia questo linguaggio colloquiale, anticipa quello che sarà l’atteggiamento di successori molto distanti nel tempo. È come se il Papa affidasse all’amore all’interno delle famiglie di custodire il mistero dell’amore di Dio per il suo popolo e di conseguenza quello del pontefice per i suoi fedeli. Portare una scintilla di speranza, portare un barlume della luce di quelle fiaccole accese nelle singole case, essere capaci di asciugare una lacrima, di consolare un dolore o un’amarezza. Le famiglie italiane, le famiglie del mondo sono le destinatarie principali di quello che si sta vivendo in Vaticano, non c’è soluzione di continuità fra la Chiesa dei vescovi e dei cardinali e la Chiesa composta dai laici che compongono il tessuto del popolo di Dio. Per questo motivo il Concilio dovrà essere al servizio del popolo e il lavoro dei padri conciliari non dovrà fermarsi all’elaborazione di nuove dottrine ma inserirsi come linfa viva nella storia della Chiesa. Il Papa dimostra di conoscere e di riconoscere il bene che sgorga ordinariamente nella vita delle famiglie, ne valorizza la preziosità quotidiana. Nell’atteggiamento di confidenza manifestato spontaneamente da Giovanni XXIII possiamo leggere in germe quella che sarà la nuova interpretazione che il Concilio saprà dare della famiglia nel contesto del discorso sulla Chiesa. Un discorso che ancora oggi, a distanza di tanti anni, necessita di essere assimilato sia dai pastori sia dall’assemblea e che potremo rivisitare prossimamente anche noi. (Giovanni M. Capetta)  

La carità del Papa

1 Ottobre 2020 - Roma - Durante i mesi difficili del lockdown e della pandemia Papa Francesco, come ha sempre fatto fin dall’inizio del suo Pontificato, ha fatto giungere agli ultimi il proprio aiuto “con speciale larghezza” a Roma, in Italia e nel mondo. Una carità “fattiva”, concreta, sotto agli occhi di tutti, che richiede il sostegno da parte di tutti i cristiani “far giungere più lontano il grande cuore del Papa”. Lo ricorda il segretario generale della CEI, Mons. Stefano Russo, nella lettera arrivata in tutte le parrocchie assieme ad Avvenire e alla locandina della Giornata per la carità del Papa, che, dopo essere stata rimandata a causa della pandemia (la data tradizionale è l’ultima domenica di giugno in connessione con la solennità dei santi Pietro e Paolo), è stata fissata per domenica 4 ottobre. Ricordando la preghiera presieduta dal Papa il 27 marzo sul sagrato della Basilica Vaticana, Mons. Russo nota che “l’immagine del Santo Padre che percorre da solo la piazza ha smosso le coscienze di tutti. La pioggia scrosciante sembrava simboleggiare le lacrime di disperazione e di aiuto di un mondo su cui inaspettatamente era venuta la ‘sera’”. La “solitudine” del Papa davanti alla Basilica resterà, nell'immaginario collettivo, l’icona dell’angoscia che pareva insidiare pensieri e azioni, mentre la pandemia seminava incertezze e lutti costringendo tutti a scelte difficili. Eppure, aggiunge il segretario della CEI, “proprio dentro quella solitudine estrema, con la sola compagnia del Crocifisso di San Marcello, ci siamo ritrovati tutti uniti nei medesimi sentimenti, affratellati anche nello smarrimento, saldi nella consapevolezza di non essere più padroni del nostro destino”. Ricordarci che siamo tutti sulla stessa barca, continua la lettera, è stato “un invito a essere (tutti insieme) Chiesa-madre. È un percorso ben preciso, che non nascondendo sconforto e smarrimento, chiede comunione e condivisione. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, ognuno ha qualcosa di irrinunciabile da donare al prossimo, qualunque tempesta è affrontabile nell'affidamento reciproco”. “Non siamo autosufficienti”, ci ha ricordato il Papa: “È una verità che faremmo bene a custodire dentro di noi come l’eredità preziosa di un tempo aspro che ci è stato dato di attraversare, non da soli – nota mons. Russo –. Mettendosi al fianco di chi si trova più in difficoltà, la Chiesa italiana ha aperto le mani con la vicinanza dei sacerdoti e delle parrocchie e con un sostegno economico alle situazioni di maggiore disagio attingendo ai fondi dell’8xmille, che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. Vicini si è con la presenza amica, la parola fraterna, ma anche con l’aiuto materiale, che spesso si fa indispensabile. In questo, Francesco è stato d’esempio a tutta la Chiesa. Ora spetta a noi aiutare lui”. La Giornata per la carità del Papa, quindi, “giunge quest’anno come una prima opportunità per far tesoro di ciò che abbiamo vissuto e imparato nei giorni bui. Incoraggiare la generosità delle persone per sostenere la carità fattiva del Santo Padre – continua il vescovo – vuol dire aiutare la maturazione dei frutti che il tempo della prova può far crescere nelle comunità cristiane come segno per la società. Fare appello alla magnanimità della gente è un gesto che assume un valore speciale proprio per l’incertezza del momento che attraversiamo”. Oggi, conclude Mons. Russo, “c’è bisogno di testimoni della speranza per dare sostegno vero a chi teme di non farcela, e per far giungere più lontano il grande cuore di Papa Francesco. L’offerta per la sua Carità durante le Messe del 4 ottobre è un modo semplice ed esplicito per dire la nostra gratitudine verso la paternità che ci ha mostrato una volta in più, facendo risuonare le parole di Cristo sulla barca nella tempesta: ‘Non avete ancora fede?’. Stiamogli vicino, stretti a lui sulla stessa barca”.  

I sacrifici nascosti

22 Settembre 2020 - Conosciamo quali difficoltà incontrano le famiglie, specie le più numerose, i cui sacrifici sono spesso nascosti e talora anche non stimati. Sappiamo come lo spirito del mondo, avvalendosi di sempre nuovi allettamenti, cerchi di insinuarsi nel santo istituto familiare, voluto da Dio a custodia e salvaguardia della dignità dell’uomo, dal primo sbocciare della vita alla giovinezza tumultuosa; e dall’età matura alla più alta anzianità. (Dal Messaggio del Santo Padre Giovanni XXIII alle famiglie cristiane, in occasione della festività della Sacra Famiglia, domenica 10 gennaio 1960). In occasione della festa della Sacra Famiglia, che Giovanni XXIII ha posto a ridosso dell’Epifania e quindi all’inizio dell’anno civile, il Papa invoca su tutte le famiglie l’assistenza di Gesù, Maria e Giuseppe. Dalle sue parole si evince che il richiamo alla famiglia di Nazareth ha un peso sostanziale, non è affidato ad una semplice devozione. È nel nascondimento dei numerosi anni presso i suoi genitori che Gesù “ha consacrato con virtù ineffabili la vita domestica”, virtù come dolcezza, modestia, mansuetudine con le quali esercitare le quattro caratteristiche del matrimonio cristiano: fedeltà, castità, mutuo amore e timor di Dio. La benedizione del Papa è un accompagnamento fervente, consapevole della complessità in cui le famiglie sono chiamate a vivere. Il riferimento è alle famiglie numerose, verso le quali Giovanni XXIII ha già mostrato un’attenzione particolare, forse dovuta anche alla sua diretta esperienza. Il Papa si sofferma sui sacrifici che non vengono sufficientemente considerati, che restano nascosti. È importante questa valorizzazione delle fatiche quotidiane, di quel surplus di gratuità che in famiglia si consuma spesso senza un riconoscimento, appunto, ma con quella costanza che edifica una porzione di Regno già in questa vita. Da queste parole traggono incoraggiamento tutti quei genitori che hanno lasciato aperta la porta all’abbondanza della vita, quelle coppie – negli anni sessanta sempre meno numerose – che hanno dato alla luce quattro o più figli e che si trovano a fronteggiare problemi spesso molto onerosi. Giovanni XXIII infonde coraggio ed esplicita la solidarietà che sia la Chiesa, sia la società sono tenute ad offrire a coloro che hanno scommesso sulla vita e la vita in abbondanza, ma non possono essere lasciati soli. L’istituto famigliare – dice il Papa – è custodia e salvaguardia della dignità dell’uomo ma è “tentato” di cedere agli allettamenti dello spirito del mondo. Pare di vedere in controluce le lusinghe dell’egoismo e del consumismo che inizia a fare breccia nel tessuto delle società occidentali – di certo in quella italiana. Parole semplici per esprimere concetti che saranno poi ripresi ampiamente dai suoi successori, fino alla denuncia reiterata da Papa Francesco rispetto alla “cultura dello scarto”. Un altro tassello nell’accudimento papale delle famiglie cristiane. Un’altra tappa di avvicinamento verso quella che sarà la rivoluzionaria svolta del Concilio Vaticano II. Fortemente voluta da Papa Roncalli, l’assise conciliare segnerà anche in modo determinante la visione della famiglia nel contesto di un più organico discorso sulla Chiesa (Giovanni M. Capetta – Sir)  

Nelle loro mani

21 Settembre 2020 - Como - Una delle coroncine del rosario che papa Francesco, tramite il card. Konrad Krajewski, ha donato ai fratelli e alla sorella di don Roberto Malgesini sarà portata all’uomo che il 15 settembre a Como ha ucciso il prete che iniziava il giorno con la preghiera e la continuava con il dono di un caffelatte, di un biscotto, di un sorriso, di un ascolto. L’Elemosiniere pontificio al termine delle esequie celebrate il 19 settembre nella cattedrale di Como ha poi comunicato che, terminata la celebrazione, sarebbe andato a incontrare i genitori del sacerdote nel piccolo paese in Valtellina. Per baciare le loro mani a nome di papa Francesco. Un fremito di commozione si è avvertito tra le navate del duomo e nelle tre piazze dove molti partecipavano alla preghiera. I pensieri hanno iniziato a intrecciarsi con le parole del cardinale: “Don Roberto Malgesini è morto, quindi vive ancora”. E questo “vive ancora” si è declinato subito con due gesti. La coroncina del rosario affidata alle “autorità militari perché venga consegnata in carcere” a chi ha ucciso è un gesto che sconvolge le logiche della condanna e della pena che appaiono le uniche ragionevoli. Un’altra logica viene proposta: quella del Vangelo. Nulla viene tolto al percorso della giustizia umana, tutto viene ricondotto al mistero dell’uomo, al suo cammino interiore, all’incontro con la verità. Un percorso che don Roberto aveva conosciuto nelle storie di coloro avevano ricevuto più privazioni che doni, più umiliazioni che rispetto. Il secondo gesto, colmo di tenerezza, è quell’andare del card. Krajewski, a Regoledo di Cosio, piccolo paese valtellinese, per incontrare il papà e la mamma di don Roberto. Andarci di persona e, a nome del Papa, baciare le mani degli anziani genitori. Mani che avevano accarezzato, sostenuto, accompagnato il figlio. Mani che lo avevano salutato il giorno della sua partenza da casa. Le mani di don Roberto, quando all’altare consacrava il pane e il vino, erano anche le loro mani. Le mani di don Roberto quando stringeva quelle degli scartati dalla società e dalla storia erano anche le loro mani. Le mani di un prete sono anche le mani dei suoi genitori. Ecco il perché di quel bacio di papa Francesco. Il pensiero corre poi alle mani di chi ha ucciso. Stringeranno e sgraneranno la coroncina del rosario, la ignoreranno, la rifiuteranno? Qualcuno, nel rispetto di una fede diversa, gli parlerà di quei grani che fanno corona a una piccola croce. Qualcuno gli dirà il significato che quell’umile segno aveva per un prete che lo aveva amato. Non sappiamo cosa accadrà nel cuore di quell’uomo. La risposta è nelle mani di un prete. E’ nelle mani di Dio. (Paolo Bustaffa – SIR)

Papa Francesco: una messa mattutina offerta per i malati di coronavirus

9 Marzo 2020 - Città del Vaticano – “In questi giorni officio la messa per gli ammalati di questa epidemia, per i medici, per gli infermieri, per i volontari, che aiutano tanto, per i familiari, per gli anziani che stanno nelle case di riposo, per i carcerati che sono rinchiusi”. Da oggi la celebrazione mattutina del Papa a Casa Santa Marta viene trasmessa in diretta video senza la partecipazione dei fedeli. E il Papa prega per coloro che sono stati colpiti dal coronavirus e per tutti coloro che si stanno prodigando per la loro salute. “Preghiamo insieme questa settimana, questa preghiera forte al Signore: ‘salvami o Signore e dammi misericordia’”, ha detto il pontefice che nell’omelia, commentando le letture del giorno, ha invitato a chiedere “la grazia della vergogna: vergognarci dei nostri peccati” e  che “il Signore, a tutti noi, ci conceda questa grazia”. Papa Francesco, riferendosi alla prima lettura sottolinea che “c’è una confessione dei peccati, un riconoscere che abbiamo peccato. E quando noi ci prepariamo a ricevere il sacramento della riconciliazione, dobbiamo fare quello che si chiama ‘esame di coscienza’ e vedere cosa ho fatto io davanti a Dio: ho peccato. Riconoscere il peccato. Ma questo riconoscere il peccato – ha aggiunto papa Francesco - non può essere soltanto fare un elenco dei peccati intellettuali, dire ‘ho peccato’, poi lo dico al padre e il padre mi perdona. Non è necessario, non è giusto fare questo. Questo sarebbe come fare un elenco delle cose che devo fare o che devo avere o che ho fatto male, ma rimane nella testa. Una vera confessione dei peccati deve rimanere nel cuore. Andare a confessarsi non è soltanto dire al sacerdote questo elenco, ‘ho fatto questo, questo, questo, questo …’, e poi me ne vado, sono perdonato. No, non è questo. Ci vuole un passo, un passo in più, che è la confessione delle nostre miserie, ma dal cuore; cioè, che quell’elenco che io ho fatto delle cose cattive, scenda al cuore. E così fa Daniele, il Profeta. ‘A te, Signore, conviene la giustizia; a noi, la vergogna”. Per il papa la vergogna per i nostri peccati è “una grazia, dobbiamo chiederla: ‘Signore, che io mi vergogni’”. Quando “noi abbiamo non solo il ricordo, la memoria dei peccati che abbiamo fatto, ma anche il sentimento della vergogna, questo tocca il cuore di Dio e risponde con misericordia. Il cammino per andare incontro alla misericordia di Dio, è vergognarsi delle cose brutte, delle cose cattive che abbiamo fatto. Così, quando io andrò a confessarmi dirò non solo l’elenco dei peccati, ma i sentimenti di confusione, di vergogna per avere fatto questo a un Dio tanto buono, tanto misericordioso, tanto giusto”. Da oggi e nei prossimi giorni, come dicevamo, la Messa mattutina a casa Santa Marta sarà trasmessa in video come ha annunciato il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni: “In relazione alla particolare situazione dovuta al rischio di diffusione del Covid-19 il Santo Padre ha disposto che le Messe da lui celebrate in forma privata a Santa Marta nei prossimi giorni siano trasmesse in diretta, anche tramite il player di Vatican News, e distribuite da Vatican Media ai media collegati e a quelli che ne facciano richiesta, per consentire a chi lo vorrà di seguire le celebrazioni in unione di preghiera al Vescovo di Roma”. Finora la celebrazione non era mai stata trasmessa. Al termine l’omelia, fatta sempre a braccio, veniva diffusa dai media vaticani. (Raffaele Iaria)