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Mci Bienne: attività di vicinanza ai fedeli della comunità italiana

11 Aprile 2020 - Bienne - A seguito delle direttive delle autorità politiche e religiose locali, finalizzate a ridurre al minimo i rischi di contagio COVID-19, l'accesso agli uffici e alla Cappella della Missione Cattolica Italiana di Bienne e i contatti fisici diretti sono stati assolutamente bloccati o limitati all'essenziale. La nostra Missione Cattolica di Lingua Italiana, per venire incontro alle esigenze di fede della locale comunità italofona in questo particolare e difficile periodo, ha messo in atto le seguenti attività pastorali complementari: invio regolare di materiali e idee come stimolo per la catechesi e la formazione a distanza alle famiglie dei bambini/e-ragazzi/e e ai giovanissimi; creazione e attivazione di un Gruppo Facebook denominato "BIENNESOLIDALE" "un Gruppo di servizio della Missione Cattolica di Lingua Italiana di Biel/Bienne. Perché la solidarietà diventi reale servizio gratuito a chi ha bisogno di ascolto, consigli, acquisti di alimentari di prima necessità e medicine, necessità di accompagnamento e trasporto". Le richieste sono giornaliere e ad oggi siamo riusciti a dare risposta a tutte le richieste pervenute, grazie alla sensibilità e alla disponibilità di diversi volontari; la creazione e l'attivazione di un canale YouTube dedicato “https://www.youtube.com/watch?v=KDCGH7Cnju4 ", per permettere ai fedeli interessati di seguire dal vivo o in differita le celebrazioni dei periodi prepasquale, pasquale e postpasquale. I video vengono successivamente rigirati anche attraverso altri canali social. La fruizione del servizio è in crescita. Di tutte queste offerte è stata data comunicazione scritta via posta o nei rispettivi gruppi di discussione in rete ad ogni famiglia e/o membro della comunità. Altre iniziative sono allo studio, in funzione delle situazioni che si presenteranno. (Francesco Margarone - animatore pastorale della Missione Cattolica di Lingua Italiana di Bienne).

Covid-19, una riflessione dalla Germania

11 Aprile 2020 -

Colonia - Qualche giorno fa ci siamo, più o meno, tutti commossi davanti alla prima pagina del quotidiano tedesco Bildche a caratteri cubitali sciveva: "Siamo con voi", riferendosi all‘Italia e agli italiani. Una settimana dopo, die Welt, giornale che appartiene allo stesso gruppo editoriale della Bild (Axel-Springer-Verlag) scrive: „Signora Merkel, rimanga ferma sulle sue decisioni. In Italia, la mafia aspetta solo una nuova pioggia di soldi da Bruxelles “. Un titolo che evidenzia da una parte i consolidati pregiudizi nei confronti dell‘Italia, dall‘altra, senza filtri di sorta, i mali storici del nostro Paese.

Non tutti in Germania la pensano così: a venirci incontro è, al contrario, un‘articolo pubblicato sull‘autorevole settimanale der Spiegel, dal titolo: "Il rifiuto tedesco degli Eurobonds è non solidale, gretto e vigliacco". Insomma, la convinzione che saranno solo i contribuenti tedeschi a dover sborsare per mettere una toppa alla crisi finanziaria italiana, dovuta esclusivamente agli sperperi e all‘incapacità gestionale dei conti pubblici, non è univoca. Non voglio però qui lanciarmi in analisi politiche, o metapolitche, sulla posizione del Governo tedesco davanti alle richieste di aiuti, o meglio sarebbe dire di sostegni finanziari, che l‘Italia e altri Paesi invocano. Lascio questo compito a chi è più competente di me.

Vorrei solo avanzare una personale riflessione su come l‘emergenza sanitaria, e tutte le sue conseguenze, vengano vissute in Germania. L‘impatto quotidiano sulla vita e sui comportamenti delle persone è molto attenuato. Partendo dalle limitazioni di movimento e di spostamento che sono, per legge, blande. E infatti non sono in molti coloro che hanno preso davvero alla lettera il motto "io resto a casa“. Almeno a Düsseldorf, città dove vivo; sensazione che credo si possa però estendere al resto della Germania (tranne alcune eccezioni). Si continua ad uscire per strada, ad andare nei parchi, i fidanzati vanno a trovare le fidanzate, i bambini giocano insieme, ci si invita per fare una grigliata… Il numero straordinariamente e fortunatamente basso di decessi, un sistema sanitario meglio strutturato e una gestione dell‘informazione in modalità "antipanico“, hanno determinato, a mio giudizio, una percezione della tragicità della pandemia in forma più leggera. Quasi come se questa terribile situazione riguardasse solo più gli altri paesi che non la Germania. Fattore ancora più determinante, in grado di spiegare ciò che io valuto come un minore coinvolgimento emotivo, quello dell‘aspetto economico. Il Governo tedesco ha messo in piedi, rapidamente, una serie di pacchetti di aiuto alle imprese e ai singoli, con effetti immediati. Velocità nell‘accedere ad ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, o contributi a fondo perduto per i liberi professionisti e per i lavoratori autonomi. A fine marzo, sul conto corrente di chi ne aveva fatto richiesta, i soldi erano già arrivati. Non solo: la possibilità di ricorrere, senza grandi ostacoli burocratici, al Wohngeld (soldi per la casa), rivolta a tutti coloro che hanno difficoltà a pagare l‘affitto a fine mese. Uno dei tanti sostegni economici previsti da anni in Germania, tramite il quale la città di residenza si prende in carico l‘affitto del cittadino, o una parte di esso, in caso di difficoltà economiche. Ed è partendo da queste premesse che mi sento di dire che il Covid-19 non è uguale per tutti. Perché quando i lettori della Bild, o della Welt, che si misurano con il proprio vissuto e si confrontano solo con le proprie esperienze ai tempi del virus, faticano a capire cosa  stia davvero succedendo in Italia. Lo strazio delle bare portate via da camionette militari, la solitudine davanti alla morte, la reclusione tra le mura domestiche e i soldi che a fine mese non ci sono e che nessuno ti dà, o quelli stanziati dal Governo che ancora devono arrivare. E allora anche le richieste di sostegni finanziari, probabilmente, si capiscono più difficilmente.

Luciana Mella - Giornalista

Don Maffeis: viviamo questo giorno con perseveranza e con la pazienza dell’attesa

11 Aprile 2020 -   Roma - “Il giorno più lungo, più difficile, incastonato tra le tenebre del Venerdì Santo e l’alba di Pasqua, il giorno del silenzio di Dio, dello smarrimento dei discepoli, del loro pianto disperato quando tutte le aspettative vengono meno e le stesse parole della fede sembrano prive di forza, di mordente, di verità”. Don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei, definisce, in un video pubblicato sui media Cei, così il Sabato Santo che è anche “il giorno di Maria, la madre, che, nel dolore per la morte del figlio, non smette di aspettare, di credere che il sepolcro non resterà alla fine della strada”. Il senso di questo giorno, ammette don Maffeis, “è dilatato dalla grave situazione sanitaria ed economica nella quale ci troviamo, con tutte le insicurezze e le paure che ci butta addosso”. Secondo il sottosegretario della Cei, tuttavia, “è un giorno che più che subire, possiamo provare ad abitare”. Ad esempio, “coltivando la memoria dei nostri cari non solo con la nostalgia, non solo col dolore del distacco e dell’assenza, ma facendo nostro il loro esempio di vita, la loro fiducia in Dio, i tanti segni che ci hanno lasciato e che costituiscono il vero patrimonio di ciò che siamo”. L’invito è allora quello di vivere “questo lungo Sabato Santo, questa stagione di mezzo con perseveranza, con la pazienza dell’attesa, senza smettere di leggere questo nostro tempo con uno sguardo di fede che non vuol dire sottovalutare le difficoltà, ma credere che Colui che fa nuove tutte le cose non si dimentica né del crocifisso né in Lui di ciascuno di noi”. ​  

Mci Parigi: la lettera del missionario alla comunità italiana

10 Aprile 2020 -
Parigi - "Siamo nel pieno della Settimana Santa, nel mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo, luogo in cui nasce e cresce la nostra fede. Date le dolorose e tragiche circostanze create dal coronavirus, vivremo questa settimana senza la presenza fisica del popolo di Dio alle celebrazioni del Triduo pasquale. Un fatto che ricorderemo senz’altro per tanti anni". Lo ricorda in una lettera il responsabile della Missione Cattolica Italiana di Parigi, p. Barly Kweme. Il sacerdote, da prete novello, non nasconde la "tristezza nel pensare che la Cappella della Sainte Famille a rue de Montreuil e la Chiesa di Saint Pierre de Chaillot non apriranno le porte. Non avrò nessuno da confessare, nessuno del coro con cui decidere i canti. Ma com’è possibile? Mi consolo comunque nel sapere che, se anche non ci sarà nessun fedele in chiesa, c’è Chiesa in ogni fedele. Non ci saranno confessioni, ma ci saranno contrizioni che faranno cantare le anime al ritmo della misericordia, di cui il mondo intero ha tanto bisogno in questo momento. Non ci sarà catechismo, ma genitori che insegnano ai figli a essere cristiani. Mi consolo pure - aggiunge - nel vedere, oltre alla vostra partecipazione alle celebrazioni trasmesse in streaming, l’impegno nella condivisione di preghiere, riflessioni, sussidi e la creatività di cui date prova attraverso internet. Mi entusiasmo nel vedere e sentire così forte la vicinanza dei miei confratelli religiosi scalabriniani, che in questo momento si mettono tutti al servizio per le celebrazioni della Missione Cattolica Italiana di Parigi. Questo mi consola e mi ricorda che la Chiesa è una madre combattiva e il suo amatissimo Sposo, Lui, il pedagogo interiore, lavora dal di dentro nei suoi figli". Dopo una riflessione sul Triduo pasquale, iniziato ieri, il religioso sottolinea che la Pasqua "ci invita ad attingere alla saggezza degli anziani e della nostra esperienza personale per scoprire che dopo ogni venerdì santo della nostra vita c’è sempre una pasqua, perché Dio non ci mette mai alla prova al di là delle nostre forze. Lui sa di cosa e di quanto siamo capaci. Il venerdì della nostra vita ci dà la capacità della resilienza, perché dopo la pasqua possiamo valorizzare il calore della famiglia, l’affetto intimo che si respira o si dovrebbe respirare in ogni casa, l’importanza delle relazioni". Da qui l'augurio che la Santa Pasqua possa "portarci un nuovo calore interiore, anche perché si dice che questo virus tema il calore allo stesso modo in cui il male spirituale teme il fervore spirituale". Il missionario invita a unirsi alle celebrazioni di Papa Francesco:  la missione non trasmetterà i riti del Triduo Pasquale " ma ci ritroveremo per la domenica di Pasqua tramite la pagina Facebook e il sito della missione", conclude.

R.I.

Mci Losanna: iniziative per la Pasqua al tempo del coronavirus

10 Aprile 2020 - Losanna - Gli uffici della Missione Cattolica Italiana di Losanna sono stati chiusi al pubblico come tante altre Mci in Europa. Ma il missionario ed i collaboratori sono a fianco dei fedeli rispondendo al telefono e alle mail e con tutti coloro che hanno bisogno di interloquire con la Missione . In un supplemento del periodico “Messaggero”, si trovano tutte le informazioni per seguire le Messe, la preghiera da casa e alcuni riflessioni per questo tempo. La Missione ed i catechisti - informa il missionario don Gian Paolo Turati – sono in costante collegamento con ragazzi e i giovani. Il gruppo giovanile ha continuato le sue attività in videoconferenza. Alcuni volontari della Missione si sono proposti circa l’iniziativa diocesana di un telefono amico per rispondere ai bisogni delle persone in questo momento (solitudine, depressione, richiesta di preghiere, richiesta d’aiuto materiale ad es. circa la spesa).

Vignali: difendiamo gli emigrati dalla crisi

10 Aprile 2020 -   Roma - Assistenza agli italiani bloccati all’estero che hanno urgenza di rientrare e sostegno a chi da tempo vive fuori dai confini nazionali ma che si trova ora in difficoltà. La tutela dei nostri connazionali sparsi per il mondo è da sempre al centro dell’azione del ministero degli Affari esteri, ma ora - causa emergenza Coronavirus - l’attenzione è ancora più alta. “Tutta la rete consolare italiana è fortemente impegnata, in questo momento, nelle operazioni di assistenza agli italiani che hanno necessità e urgenza di tornare in Italia”, afferma a 9colonne Luigi Maria Vignali, direttore generale per gli Italiani all’estero della Farnesina. Una rete consolare che “dà informazioni e coordina, in seno al ministero, gli imbarchi e la preparazione dei voli, si occupa di fornire ogni indicazione utile ai tanti connazionali”, prosegue Vignali ricordando che “ai 6 milioni di iscritti negli schedari consolari si aggiungono decine di migliaia di studenti, lavoratori temporanei, turisti, che hanno bisogno di assistenza”. Questo comporta un impegno importante di tutta la rete del ministero degli Esteri, “aperta costantemente alle richieste degli italiani nel mondo: le segue e, anche se non immediatamente, riesce a risolverle tutte”. Per poter rientrare in Italia “la condizione fondamentale è quella di uno stato di necessità e di urgenza legato in particolare a motivi di lavoro o di salute - spiega il direttore generale per gli Italiani all’estero -. Situazioni che hanno bisogno di un’autocertificazione da parte dell’interessato e che devono essere particolarmente stringenti. Ci devono essere condizioni legate, ad esempio, alla perdita del lavoro, quindi alla mancanza di mezzi di sussistenza all’estero, o motivi di salute non legate all’epidemia e che richiedono cure mediche in Italia”. Vignali ricorda poi che “chi torna deve stare in isolamento, avvertendo le autorità sanitarie, per almeno due settimane, anche se non ha nessun sintomo e se non ha avuto nessun ‘rapporto’ con il virus”. Ad aiutare la direzione generale in questa attività di sostegno e assistenza, c’è la rappresentanza italiana all’estero, una rete preziosa attiva sui territori. “Continuiamo a tenerci strettamente in contatto con l’associazionismo italiano nel mondo, in particolare con i Comites - sottolinea Vignali - che possono avere un ruolo di raccordo con gli italiani, possono aiutarci a veicolare le iniziative di sostegno alla Protezione civile italiana, agli ospedali e agli enti di ricerca come il Sacco di Milano o lo Spallanzani di Roma, e possono anche fornire assistenza ai nostri connazionali”. In questo senso la direzione generale per gli Italiani all’estero della Farnesina è pronta “a sostenere i Comites, anche finanziariamente, laddove ci fossero iniziative di assistenza che ci vogliono proporre”. L’attività del ministero degli Esteri, in questo particolare momento di crisi, si sviluppa su due linee principali: “L’assistenza agli italiani, in particolare a chi è temporaneamente all’estero e che chiede di tornare, e il reperimento, attraverso la sua rete diplomatico-consolare, di dispositivi sanitari, come ventilatori e mascherine”, continua Vignali. E mentre l’Unità di crisi “si occupa soprattutto dei rimpatri”, la direzione generale per gli Italiani all’estero “segue più da vicino la situazione dei connazionali che rimangono all’estero e che hanno bisogno di servizi da parte della rete consolare, che devono continuare a essere forniti, di assistenza e di emergenza, in particolare per gli indigenti e per chi ha perso il lavoro”. “Servizi di prossimità che la rete diplomatica continua a dare e per i quali la nostra direzione generale svolge una funzione importante di coordinamento”, continua Vignali. Dalle nostre comunità nel mondo continuano ad arrivare iniziative di solidarietà rivolte all’Italia, a testimonianza di quel filo che da sempre lega gli emigrati italiani al loro Paese d’origine. “I nostri connazionali all’estero non hanno mai fatto mancare, in nessun momento, il sostegno all’Italia, lo stanno facendo anche ora con iniziative di solidarietà - sottolinea Vignali”. Da un lato, quindi, “la solidarietà degli italiani all’estero verso il nostro Paese” e dall’altro “l'attività del ministero degli Esteri per gli italiani in difficoltà”. Ma non c’è solo la solidarietà a far sentire l’Italia orgogliosa delle sue comunità nel mondo: “Ci sono tanti italiani nel mondo che ricoprono ruoli a livello politico, amministrativo, economico e del mondo accademico: in questo momento sono al centro della ricerca per sconfiggere il virus e questo è un ulteriore motivo di orgoglio per il ntro Paese”, conclude Vignali. (Sab - 9colonne)  

Congo: le preoccupazioni per il Covid 19 dal racconti di un giovane studente

10 Aprile 2020 - Firenze - A Kinshasa la situazione è "più psicologica che reale. Ci sono un po' di casi ma non c'è ancora diffusione. Se la cosa diventasse molto seria, non sarà più il Covid a provocare più morti ma sarà la fame e la delinquenza... perchè non si potrà chiedere a un genitore che sfama la sua famiglia alla giornata di rimanere a casa per una durata indefinita. Impossibile". E' la testimonianza di un giovane studente congolese in Italia  a contatto con la propria famiglia. Ci sarà il rischio - scrive al direttore del Centro Internazionale "G.La Pira", Maurizio Certini - che alcuni gruppi  organizzati con armi diventino "i padroni della città. È una situazione opposta a quella che vediamo in Italia". Il Governo" impotente nel prendere decisioni restrittive, e quando sono prese è quasi impossibile applicarle... hanno provato a isolare Kinshasa dalle altre regioni, ma è durato due giorni, poi si sono arresi alla realtà, e hanno tolto il blocco..". Una delle preoccupazioni è anche l'annuncio di un medico di Kin  che il Congo è stato scelto per effettuare test del vaccino contro il Covid19 "ma senza dare spiegazioni accurate e approfondite. Questo (anche se non è vero) ha infiammato la popolazione. Ho sentito proprio adesso una mia nipote che aveva un forte mal di testa, gli ho chiesto di andare all'ospedale, ma - racconta - all'ospedale  non va più nessuno , perché la gente ha paura che le dicano di avere corvid 19 per un semplice sintomo associato, tanto tamponi non ci sono, e sopratutto le persone hanno paura di diventare cobay per i test del vaccino e non ne vogliono sapere... Capisco l'ignoranza - conclude - ma questa è la pura realtà dello stato dei cittadini in questi paesi... insomma la situazione è confusionale e psicologica..."

Lucchesi nel mondo: anche a Mosca decretato il “lockdown”

10 Aprile 2020 - Mosca - Chi vive a Mosca spesso riceve messaggi di allerta sul suo telefono cellulare. Informano sulle condizioni metereologiche. Lunedì 30 marzo, all’una di notte, l’Ufficio Centrale di Meteorologia comunicava che dalle 6:00 “erano attese pioggia, nevischio, neve, raffiche di vento, tempesta di neve, diminuzione della temperatura...”. Dieci gradi in meno non sono pochi, ma poche ore prima c’era stato un annuncio assai più importante, storico: il sindaco di Mosca, Sergey Sobianin, decretava il “lockdown” della città. Durante la settimana precedente i cittadini della Federazione Russa, salvo quelli impegnati in servizi essenziali, erano stati messi in “vacanza retribuita”, come misura per contenere l’epidemia di Covid19. Poco dopo la metà di marzo il numero dei contagi, soprattutto a Mosca, aveva infatti preso una diversa piega: decine di nuovi casi al giorno, non più poche unità. Mentre scrivo sono stati superati i 4700 contagiati. L’annuncio del sindaco Sobianin, rafforzato dal repentino cambio metereologico, deve aver colto i moscoviti domenica sera, mentre preparavano il ritorno dalle dacie. Le case di campagna, versione russa, dove immagino molti abbiano passato la settimana di vacanza. Per quello che riguarda me, e la mia compagna, l’isolamento, volontario, era iniziato però un mese prima: pochi giorni dopo il ritorno dall’Italia. Partimmo da Mosca intorno al 20 febbraio, per un viaggio che, per ragioni di famiglia, non era posticipabile. All’arrivo a Fiumicino ci accolsero col controllo della temperatura, ma salvo questo dettaglio, lo scenario italiano, e l’atmosfera, erano ancora lontani dalla gravissima situazione attuale. In quei giorni in Italia, tra amici e parenti, ero la persona più in allerta, invitavo tutti alla massima precauzione. Avevo letto degli articoli che ricordavano le dinamiche della crescita esponenziale delle epidemie, che collegai a un aneddoto raccontatomi dai miei genitori quando ero bambino: un solo chicco di riso raddoppiato per ognuna della 64 caselle di una scacchiera, supera la quantità di riso raccolto in tutto il mondo per molti anni. Inoltre, a Mosca, insegno in due Università, Hse e Rudn nella seconda vi sono studenti da più di 150 paesi del mondo. Già il 30 gennaio Rudn aveva stabilito per tutti gli studenti in arrivo dalla Cina un isolamento di 14 giorni. Non stavo tenendo lezioni, non ero stato toccato concretamente, ma l’epidemia si era fatta sentire, entrando nella mia sfera lavorativa. Nei pochi giorni trascorsi tra Lucca e Roma, il virus aveva preso molto terreno nel Nord e cominciavano ad esserci vari casi anche in Toscana e nel Lazio. Il volo di ritorno a Mosca lo abbiamo fatto indossando mascherine chirurgiche. All’aeroporto ci aspettavamo controlli, invece niente. Roma, evidentemente, ancora non preoccupava. Altri passeggeri, in arrivo da Milano, sono stati accolti da tute bianche e mascherine protettive: controlli e raccolta di informazioni. Partiti da Mosca in una situazione in cui il problema erano gli arrivi dalla Cina, vi siamo ritornati quando l’Europa stava diventando il focolaio principale. I numeri degli infetti e dei decessi in Italia, in particolare, crescevano seguendo una inesorabile curva esponenziale. Abbiamo deciso di chiuderci in casa, salvo lavoro e spese essenziali. E questo non perché fosse richiesto o perché avessimo alcun sintomo. Per prudenza. Inoltre, il nostro stato d’animo si era ormai sintonizzato sulla situazione italiana: numeri, storie, conferenze stampa sul cellulare, scelte tardive, frustrazione, dibattiti e proposte su Twitter. E soprattutto contatti con le famiglie. Come con mia nonna, nata nel 1932, che in una video-chiamata da Verrucolette in Garfagnana, mi ha detto: “È peggio della guerra, perché dalla guerra ti puoi "rimpiattare", da questo no». Dove non arriva la consapevolezza matematica della crescita esponenziale, arriva il buon senso. Spero che saranno applicati entrambi nelle prossime decisioni qui a Mosca, in Italia, in Toscana, a Lucca. (Leonardo Romei - Toscana Oggi – In Cammino – Lucca)    

Don Maffeis: attraversiamo questa notte di dolore e angoscia affidandoci al Padre

10 Aprile 2020 -
Il nostro pensiero, afferma, “va ai morti di questa pandemia, tante volte invisibili, rapiti come sono stati, sottratti agli affetti, partenze strazianti che aggiungono dolore a dolore nel cuore di chi rimane”, ma anche a “tanti nostri anziani, la cui morte impoverisce le nostre famiglie e le nostre comunità di quel patrimonio di esperienza, di relazioni, di saggezza”. Don Maffeis non dimentica poi “i 100 sacerdoti che il virus si è portato via: vite spese per lo più nel nascondimento e nel servizio, vite che hanno intessuto la storia delle nostre comunità”. “In un tempo di smarrimento e desolazione, sostiamo ai piedi della Croce: ci accorgeremo che non appartiene solo al regno della morte”, assicura il sottosegretario della Cei evidenziando che “la croce è memoria viva di Colui donando che muore donando se stesso, che avvolge le nostre fragilità e i nostri peccati con l’amore di Dio Padre, quel Padre nelle cui mani si abbandona con fiducia”. “Ci sia data la grazia – conclude – di attraversare questa notte del dolore e dell’angoscia affidandoci al Padre fino a trovare in Lui misericordia e pace”.

Papa Francesco: Passione alle 18 e alle 21 la Via Crucis in piazza

10 Aprile 2020 - Roma - Oggi papa Francesco presiederà la celebrazione della Passione del Signore alle ore 18 presso l’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro. Dopo la processione iniziale Francesco compirà la prostrazione sotto i gradini del presbiterio. Il bacio alla croce sarà limitato al solo celebrante. A tenere l’omelia sarà padre Raniero Cantalamessa, predicatore della casa pontificia. Alle ore 21, sul sagrato della Basilica Vaticana, avrà quindi luogo la Via Crucis. La croce sarà condotta da due gruppi di cinque persone ciascuno, quello della casa di reclusione “Due Palazzi” di Padova e quello della Direzione sanità e igiene del Vaticano. Il percorso avrà inizio nei pressi dell’obelisco, girerà attorno allo stesso poi procederà verso il ventaglio sotto cui sarà collocato il Crocifisso di San Marcello. Le celebrazioni di oggi saranno trasmesse in diretta da Tv2000, che alle 16 manderà in onda anche la Via Crucis da Amatrice con il vescovo di Rieti, Domenico Pompili. Domani su Tv2000, in diretta alle ore 17, la ostensione straordinaria della Sindone accompagnata dalla preghiera dell’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia.