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Pandemia e stato sociale

13 Maggio 2020 - Andria - Nell’ultimo decennio e soprattutto negli anni più vicini a noi, lo “stato sociale” delle nostre Città è stato ridotto a “modello di sopravvivenza” ed oggi è imploso del tutto. Senza che siano diminuite le povertà tradizionali arginate con forme di assistenzialismo, (bonus alimentare, utenze, fitto casa ecc...) oggi sono emerse nuove povertà che riguardano coppie di giovani senza futuro, piccoli imprenditori, commercianti indebitati e lavoratori a nero, diversi costretti pur di portare il pane in tavola, non tutelati. Dobbiamo arginare la crisi sociale, economica, relazionale, lavorativa provocata dall’emergenza corona virus. Certamente non basterà. Una crisi che potrebbe durare anni. Questa emergenza ci costringerà a modificare la nostra società, ma anche l’attuale sistema economico, che genera precarietà, fragilità e nuove e antiche emarginazioni. È una sfida. Non possiamo permettere che in tanti debbano accontentarsi delle briciole, del pacco viveri o bussare continuamente alla porta della solidarietà e carità. Dobbiamo in primis ridare dignità a tutti, dobbiamo, oltre a sconfiggere il virus, debellare le ingiustizie e gli squilibri. In tanti forse non riusciranno a beneficiare degli sperati aiuti e sostegni: lavoratori con scarse tutele; famiglie numerose; famiglie giovani, con bimbi piccoli; senza fissa dimora; lavoratori stagionali. Aver deciso di tenere aperto il Centro di Ascolto della Casa Accoglienza “S. M. Goretti” della diocesi di Andria ha dato una possibilità di non lasciare isolati chi è solo ed è più fragile in queste ore non del tutto luminose. Infatti con l’inasprirsi della crisi economica e sociale da Covid 19, il Centro di Ascolto ha visto un forte aumento di nuove presenze, quelli della “prima volta”, in situazioni di impoverimento o dalla necessità di far fronte ad emergenze economiche di ogni genere. Un allargamento e una diversificazione della povertà che complicano e preoccupano il presente e il futuro di tanti Comuni Italiani. Tale situazione, non solo può accrescere il divario tra inclusi ed esclusi ma può anche allargare aree di conflitto sociale, generando odio e disprezzo nei confronti dell’altro e delle Istituzioni compresa la Chiesa. Ecco perché oggi lo “stato sociale” delle nostre comunità cittadine deve dare risposte concrete a tutti quei cittadini caduti in povertà. È necessario individuare linee strategiche di indirizzo comunale, come hanno fatto diversi Comuni, attraverso la partecipazione attiva di organizzazioni sociali, imprenditori, enti no profit ecc ... e ripensare una visione cittadina, che tenga insieme salvaguardia di diritti, di legalità, di ambiente, di salute e di impresa. Il coinvolgimento della base sociale sarà vitale per il post emergenza, altrimenti si rischia di nebulizzare risorse, competenze e attività e accentuare per di più il fenomeno delle diseguaglianze economiche e sociali della Polis.   Don Geremia Acri – direttore Migrantes Andria - e i volontari

Cei: aiuto ai Paesi africani e altri Paesi poveri nell’emergenza coronavirus

13 Maggio 2020 -
Roma - La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, dopo il primo intervento pari a 6 milioni di euro, ha deciso lo stanziamento di ulteriori 3 milioni di euro, provenienti dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, per aiutare i Paesi africani e altri Paesi poveri nell’attuale situazione di crisi mondiale.
Nella consapevolezza che, a causa della pandemia, la situazione già drammatica di tali Paesi può divenire devastante, la Presidenza Cei ha incaricato il Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo e la Caritas Italiana di elaborare una strategia d’azione che permetta di incrementare il numero dei progetti, selezionandoli tra quelli presentati dagli ospedali e dalle istituzioni cattoliche operanti sul territorio e ritenuti validi dopo la prima manifestazione di interesse.
Gli ambiti di intervento restano quelli sanitario e formativo. Considerata la gravità della circostanza, i progetti finanziati dovranno essere finalizzati entro tre mesi dall’erogazione del contributo richiesto.

Mons. Bellandi in visita al circo Togni: la testimonianza del presule

11 Maggio 2020 - Salerno - Ho avuto modo di fare visita due volte al Circo Lidia Togni, presente a Salerno per una tournée dal 14 febbraio e poi rimasto qui bloccato a causa dell’epidemia del Coronavirus. Domenica 16 febbraio, in tempi ancora “non sospetti”, sono passato per salutare quei bambini con disabilità e le loro famiglie, gentilmente invitati ad uno spettacolo di beneficenza dalla storica Famiglia Togni presieduta da Vinicio Togni Canestrelli. La seconda visita, in piena emergenza pandemia, ho ritenuto importante farla per far sentire la vicinanza della Chiesa e della città di Salerno a questa particolare realtà, composta da famiglie e animali, rimasta bloccata in quello spazio aperto adibito ai previsti spettacoli. (https://www.migrantesonline.it/2020/05/11/migrantes-salerno-campagna-acerno-mons-bellandi-in-visita-al-circo-togni/, ndr) Sono rimasto favorevolmente colpito dal clima sereno che vi ho trovato e dalla gratitudine mostrata dalla Direzione per l’attenzione con cui la comunità salernitana stava venendo incontro alle necessità del Circo, particolarmente offrendo aiuti alimentari sia per le persone ivi presenti, sia per gli animali al seguito. Ho potuto visitare gli ambienti e intrattenermi con il Direttore Vinicio Togni, dal quale sono uscite solo espressioni cordiali di ringraziamento e mai di lamento o di insofferenza. Mi auguro che presto, superata l’emergenza di questo periodo, l’attività del Circo possa riprendere, sia per garantire ai suoi addetti un atteso quanto necessario sostentamento economico, sia per offrire nuovamente momenti di serenità e spensieratezza ai tanti amanti di questa storica realtà, che ha accompagnato intere generazioni di bambini e giovani (ma non solo) con i propri spettacoli. Mons. Andrea Bellandi Arcivescovo Salerno-Campagna- Acerno    

Tv2000: torna “Today” con i racconti degli italiani all’estero

9 Maggio 2020 -
Roma - Tra l’emergenza sanitaria ancora in atto e i primi tentativi di ripresa, i Paesi alle prese con il Covid-19 attraversano fasi diverse. Sono però uniti dalla riscoperta della propria fragilità. Se ne parla a 'Today', l’approfondimento sull'attualità internazionale che torna su Tv2000 con una veste rinnovata e una nuova collocazione: oggi, sabato in seconda serata. 
Dalle aperture della Svezia al coprifuoco in Perù, passando per le decisioni nazionali sulle attività da riaprire e quelle da tenere chiuse, ogni Paese sta affrontando l’emergenza Covid -19 in modo diverso. Le testimonianze di molti italiani all'estero sono il filo rosso di 'Today', che cerca di raccontare la pandemia anche nelle parti del mondo più dimenticate e di analizzare i problemi aperti: il ruolo dell’Europa, le tensioni internazionali, l’impatto delle chiusure sull’economia e in particolare sulla vita quotidiana delle persone a varie latitudini, la fatica dei ceti più poveri.

Italiani ad Annecy nell’epoca del Coronavirus

8 Maggio 2020 - Annecy - La vita spesso ci tempra con esperienze che sono al limite della nostra sopportazione fisica e psicologica. E’ un attimo lasciarci sprofondare nelle sabbie mobili dello sconforto, dell’ansia, della paura e delle preoccupazioni. Prima del Confinamento dovuto al Coronavirus, qui ad Annecy, cittadina situata in Alta Savoia (Francia), la vita sociale era molto vivace ed intensa. Nell’agglomerato esiste una grande comunità di emigrati italiani: tutti più o meno integrati con la comunità francese, ma le cui origini italiane rivestono una grande importanza anche nella vita sociale. Prima dell’11 marzo di questo funesto 2020 miriadi di avvenimenti culturali ed associativi portavano nella nostra vita quotidiana la nostra Bella Italia: nel mese di ottobre di ogni anno, ad esempio, uno degli avvenimenti culturali più importanti è il Festival del Cinema Italiano, manifestazione che ogni anno presenta un ampio panorama della produzione cinematografica italiana ed offre ad un vasto pubblico anteprime di film di registi italiani e la presenza ad Annecy di attori italiani di fama internazionale, come Pierfrancesco Favino nel 2019. Varie associazioni di Annecy organizzano durante tutto l’anno incontri per la visione di Film Cult Italiani, o serate gastronomiche con la degustazione di prodotti o piatti tipici italiani e non mancano le innumerevoli conversazioni, rigorosamente in lingua italiana, concernenti le città, gli artisti e gli autori italiani. Ci si trova la Domenica mattina in Chiesa per partecipare alla Messa in lingua italiana, pregare insieme, sentire il calore dell’amicizia, scambiarci le ultime notizie e progettare gli avvenimenti della comunità della Missione Cattolica. Dall’11 marzo più nulla: tutto si è fermato. Anche qui le strade sono deserte, si esce da soli, a piedi, per poco tempo, con la bocca che, coperta da una mascherina, non può donare nemmeno un sorriso. Ma…siamo italiani…e non possiamo rinunciare a vederci, a parlare, a pregare…Così, tramite i social la nostra vita, seppur cambiata nelle modalità, non è variata nella sostanza. La domenica mattina, alle 11, ci si collega, via internet, alla Missione Cattolica Italiana e si partecipa alla Santa Messa officiata da don Pasquale Avena, il responsabile della Mci: preghiamo insieme, insieme facciamo la Comunione Spirituale, insieme riceviamo la benedizione dal nostro sacerdote che, ogni domenica, ci invia anche sul cellulare la sua omelia sul Vangelo della Domenica. E ci aiuta a riflettere sul nostro cammino di cristiani. E tramite il cellulare o altre piattaforme parliamo con gli anziani, magari soli a casa, o con i nostri famigliari o gli amici, siano essi qui ad Annecy o in Italia o con i parenti che abitano ancora nei nostri luoghi di origine, dove vorremmo tornare, come ogni anno, per le vacanze estive. E siamo consapevoli che ognuno di noi può, con un comportamento responsabile, far sì che la vita riprenda nella sua normalità e che potremo riabbracciare le persone amate, magari con un nuovo modo di vivere, con più attenzione e sensibilità, con un cuore nuovo.

                                                                                                                              Gabriella Rasi

Modena: Richiedenti asilo realizzano mascherine per bambini e non udenti

8 Maggio 2020 - Modena – Tante le iniziative di solidarietà in questo periodo di pandemia come la confezione di dispositivi di protezione individuale per i bambini più piccoli o per i non udenti. A realizzarle a Modena i richiedenti asilo e volontari di diverse associazioni di volontariato del territorio. Il progetto, riferisce l’agenzia Dire, vede collaborare fra loro richiedenti asilo ospiti dei Cas di Modena, alcune comunita' straniere, come quella bengalese, quella filippina e la comunità turca tramite l'associazione Milad, il Csv Terre Estensi, Arci Solidarietà di Castelfranco Emilia, il gruppo anziani degli orti di Sant'Agnese e San Damaso e Croce Blu di Modena. Il progetto promosso dall'assessorato alle Politiche sociali del Comune di Modena attraverso il centro stranieri, e l'attività è inserita tra quelle finalizzate a promuovere l'integrazione.

Mci Roubaix: la testimonianza di Leonardo guarito da Covid19

8 Maggio 2020 - Roubaix - Sono Leonardo, 55 anni, figlio di emigrati italiani, cresciuto fin da piccolo nell’ambito della Missione Cattolica italiana di Roubaix dove nella mia giovinezza ho avuto il missionario don Ferruccio Sant come guida e ora sono medico specialista in ematologia, e curo i pazienti affetti da leucemia. Da 22 anni lavoro al Centro Ospedaliero Universitario di Lilla. Nel mio lavoro mi occupo prevalentemente di trapianti di midollo osseo e nel mio reparto ne eseguiamo più di cento all'anno. I nostri pazienti colpiti da questa malattia richiedono cure mediche molto approfondite che riempiono le mie lunghe giornate in ospedale. Lo scoppio della pandemia di Covid-19 mi ha provocato sofferenza perché ha colpito fortemente prima di tutto il paese di origine dei miei genitori ancora viventi qui in Francia e anche perché anche io sono italiano. Quando questa pandemia ha colpito la Francia, mi sono subito offerto volontario per curare i pazienti infetti ricoverati nell'ospedale dove lavoro. E cosi mi sono trasferito all'unità COVID per adempiere quello che considero un dovere e per aiutate i medici. Qualche settimana dopo mi sono ammalato anch'io di questa infezione virale e ho dovuto assentarmi dal lavoro per tre settimane e vivere in quarantena in famiglia:  ho tre figli, due femmine e un maschio. Per fortuna non sono stato ricoverato perché non ho avuto complicazioni respiratorie. Questo periodo mi ha permesso di rileggere la mia vita quotidiana, una vita che assomiglia a molte persone di oggi. Ho misurato quanto siamo prigionieri di questa società consumista e individualista e quanto abbiamo dimenticato di guardarci attorno e di “andare” verso gli altri. Ora sto bene e non esiterò a tornare di nuovo in questa unità di malattia per continuare la mia missione e cioè quella di curare. (Leonardo)  

Tutti i diversi colori essenziali

8 Maggio 2020 -

Milano - Aprendo la porta di casa una volta la settimana trovo una cassetta di frutta e una di verdura, provenienti da un produttore ecologico del territorio e depositate prima dell’alba da un trasportatore di cui conosco solo il nome: Marcos. Chiara l’origine, ispanica.

È passato il 1° maggio, e in vari commenti sono stati ricordati i lavoratori oggi giustamente definiti 'essenziali' che stanno assicurando servizi di vitale importanza per la nostra sopravvivenza in questo tempo sospeso. Lavoratori spesso umili, malpagati, dall’occupazione precaria se non addirittura irregolare. I riflettori però non si sono accesi compiutamente sulle origini di questi lavoratori: su quanto cioè tra i lavoratori essenziali incida la componente di origine straniera.

Se complessivamente gli immigrati rappresentano il 10,6% dell’occupazione regolare del nostro Paese (in cifre, 2,45 milioni), proprio nei settori cruciali per il funzionamento quotidiano della società e nei lavori manuali che li sostengono il loro lavoro è ancora più determinante. L’agricoltura è il caso più noto: 17,9%, senza contare l’occupazione non dichiarata. Allo stesso livello i servizi alberghieri. Ma il dato s’impenna in quelli che l’Istat definisce 'servizi collettivi e personali': 36,6%. Troviamo qui il fenomeno delle assistenti familiari, dette riduttivamente badanti, ma anche altre categorie non adeguatamente riconosciute: in molte regioni, per esempio, gli addetti alle mansioni ausiliarie della sanità e dell’assistenza residenziale. Ricordiamo giustamente i medici in prima linea, spesso gli infermieri (in Lombardia, anche fra di loro uno su tre è immigrato), ma se gli ospedali e le Rsa funzionano è anche grazie al lavoro semi-nascosto di questi operatori di base, che pure si sono esposti al rischio di contagio per attendere ai loro compiti. Pulizie, magazzini, servizi di recapito sono altri settori a elevata incidenza di lavoro immigrato: di tutti stiamo scoprendo la necessità, la scarsa visibilità pubblica, le modeste ricompense. Non sempre l’origine di chi li svolge: se si vuole, il colore.

Negli Stati Uniti, un rapporto del Center for Migration Studies di New York uscito proprio il 1° maggio ha reso noto che gli immigrati stranieri forniscono 19,8 milioni di lavoratori ai settori strutturalmente essenziali, concentrati proprio negli Stati più colpiti dalla pandemia. Sono per esempio il 33% dei lavoratori della sanità dello Stato di New York e il 32% in California. «Nel mezzo della pandemia e nei luoghi in cui sono più necessari, gli immigrati stanno lavorando per fermare la diffusione del Covid-19 e per sostenere i loro concittadini statunitensi, spesso con grande rischio personale – ha dichiarato Donald Kerwin, direttore esecutivo del Centro. Questi stessi lavoratori saranno essenziali per la ripresa economica. Meritano il nostro sostegno e la nostra gratitudine».

Impegniamoci anche noi: prima di tutto, a riconoscere ora il loro apporto più di quanto non sia fin qui avvenuto; poi, a non dimenticarcene quando usciremo dall’emergenza; e infine, a rimuovere ingiustizie e discriminazioni. Per esempio nelle norme sulla cittadinanza. La società sta insieme e funziona se le sue diverse componenti collaborano e si sostengono a vicenda. (Maurizio Ambrosini - Avvenire)

 

Mons. Russo: “con governo dialogo continuo”

7 Maggio 2020 - Roma - “Con la presidenza del Consiglio dei ministri c'è stato un dialogo continuo. Anche con il Comitato tecnico-scientifico è stato fatto un lavoro molto importante che ci ha permesso di arrivare a questo protocollo condiviso che contiene degli elementi che permettono di tornare a celebrare le messe”. Lo ha detto il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, commentando la firma di stamane a Palazzo Chigi del protocollo che permetterà la ripresa delle messe con il popolo dal 18 maggio. “È stato importante – ha aggiunto mons. Russo - aver definito adesso questo protocollo con un certo anticipo. Questo permette alle comunità di prepararsi e di verificare la propria situazione. E' stato importante anche aver dato come data d'inizio un giorno feriale in modo tale da permettere alle comunità di fare una verifica”. “L'attenzione alla salute delle persone – ha spiegato mons. Russo a InBlu Radio - non deve mai venire meno perché stiamo ancora vivendo un'emergenza planetaria che richiede a tutti l'attenzione all'altro. E siccome la Chiesa è esperta in questo con senso di responsabilità anche le comunità cristiane possono tornare a celebrare l'eucarestia. Penso sia un segno bello il fatto di essere arrivati a questo protocollo”. “In questo tempo – ha concluso mons. Russo a InBlu Radio - abbiamo visto una Chiesa che è scesa in campo sul fronte della prossimità in tante dimensioni: quello della carità, dell'attenzione all'altro e all'ultimo. Ma anche una prossimità che si è concretizzata in modo significativo attraverso le possibilità offerte dai media e dai social. In un tempo in cui siamo stati costretti all'isolamento lo scendere in campo della Chiesa ha messo in evidenza una valenza straordinaria che questi mezzi hanno di poter mettere in dialogo tantissime persone”.

Rischio povertà per circensi e lavoratori delle giostre: l’appello di Migrantes

7 Maggio 2020 - Roma – Circensi e lunaparkisti “già vivono ai margini della nostra società, dei nostri Paesi, molte volte accompagnati anche da forti pregiudizi. Sono persone, famiglie, in questo momento, ancora più vulnerabili, perché non possono lavorare in quello che è il periodo più proficuo per loro, tra l’altro vengono da un Natale che non è andato molto bene”. A dirlo a VaticanNews don Mirko Dalla Torre, membro della Consulta nazionale per la pastorale dello Spettacolo Viaggiante della Fondazione Migrantes che in questo periodo, insieme a Caritas Italiana, è stata a loro fianco per aiutarli nei bisogni più urgenti. Circensi e lunaparkisti oggi dicono di “essere carichi”, una frase che ha un significato negativo: significa, spiega il sacerdote, avere i camion con la merce a bordo, nessuna giostra montata, nessun tendone del circo alzato perché, per il Covid-19, ogni è attività ferma. Si tratta di circhi e giostre che oggi si trovano in varie città italiane e anche all’estero con le loro carovane e spesso con difficoltà a chiedere il contributo dei “buoni spesa” ai comuni di residenza, considerata la distanza dal luogo dove ora sostano. Le conseguenze economiche, per tutte queste realtà fragili, sono drammatiche, spesso si tratta di lavoratori che vengono dimenticati e che potranno ritornare a lavoro soltanto tra molti mesi. Una situazione , dicono la Fondazione Migrantes e la Caritas, grave dal punto di vita economico, privo come è di qualunque forma di reddito e, tuttavia, con spese rilevanti.  Nell’intervista il sacerdote ricorda come “da Giovanni XXIII fino a Papa Francesco, nel pensiero dei Papi gli esercenti dello spettacolo viaggiante ci siano sempre stati”, e ricorda quando, nel 2017, Bergoglio, ricevendoli in udienza, li definì “gli artigiani della gioia e della festa”. “Lui ha un occhio di riguardo per i poveri, in questo momento mettiamoci dentro anche loro, non lavorano, sono fermi da tanti mesi”, afferma don Dalla Torre. Migrantes e Caritas stanno guardando a questa gente, alla gente del viaggio, gente buona e accogliente, che porta gioia e festa nelle nostre piazze”.