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Coronavirus: indagine di Ars su popolazione straniera positiva al virus in Toscana

30 Aprile 2020 - Firenze - "I dati riferiti alla nostra regione sembrano confermare che la giovane età e la mancanza di comorbidità dei cittadini stranieri rappresentano fattori protettivi nei confronti dell’infezione da SARS-CoV-2, nonostante questi lavorino in ambienti particolarmente attaccati dal virus, come le Rsa e gli ospedali”. Lo afferma Fabio Voller, coordinatore dell'Osservatorio di epidemiologia di Ars Toscana, nel commentare i dati emersi dallo studio condotto dall’Agenzia regionale di sanità. Dalla ricerca emerge che alla data del 27 aprile 2020, delle 8.017 infezioni da SARS-CoV–2, 6.781 sono a carico di cittadini italiani (84,6%) mentre 347 interessano stranieri (4,3%). Per 889 persone (11,1%) la cittadinanza risulta invece mancante. In linea con quanto osservato fra gli italiani, il rapporto di genere maschio/femmina vede le donne più coinvolte dall’infezione ma, a differenza di queste ultime, le straniere risultano in percentuale maggiore (straniere: 60,5%; italiane: 53,1%). I Paesi di provenienza riflettono le etnie che maggiormente risiedono sul nostro territorio, ad eccezione di quella cinese. I dati mostrano infatti ben 64 nazionalità presenti nella casistica toscana: il 18,4% dei casi Covid positivi provengono dall’Albania, il 15,3% dalla Romania, il 14,1% dal Perù, il 5,5% dalle Filippine e il 3,7% dal Brasile, India e Marocco. Solo 11 i casi che sono riconducibili a Paesi con un sistema economico sviluppato. Fra i cittadini cinesi (che rappresentano il 13% dei residenti stranieri in Toscana) è stato registrato soltanto 1 caso. Quest’ultima informazione risulta oltremodo interessante, alla luce del fatto che la città di Prato ospita una delle più grandi comunità cinesi d’Europa e che, dato l’esordio dell’infezione, sembrava destinata a diventare un epicentro del virus. Venendo alla composizione socio anagrafica della popolazione straniera positiva per Covid, l’età media è di 45,9 anni (italiani: 60,9 anni) con soltanto il 4,2% delle infezioni registrate fra gli over 70 (italiani: 36% hanno più di 70 anni). Fra le possibili spiegazioni, la giovane età della popolazione straniera residente. Trattandosi di persone giovani, non stupisce nemmeno la presenza di un minor numero di comorbidità che interessano soltanto il 18,2% degli stranieri (italiani: 32,4%). Per quanto riguarda l’indice di letalità, lo studio ci dice che rispetto agli italiani, è molto più basso (1,7% vs. 8%) con valori che, in linea con l’andamento italiano, risultano più elevati nel genere maschile (maschi: 2,9%; femmine: 1%). L’età mediana delle persone decedute è di 77 anni (italiani: 83 anni). Per quanto riguarda le comorbidità, soltanto 2 delle persone decedute presentavano almeno una patologia cronica concomitante (stranieri: 33,3%; italiani: 68,3%). Infine in merito al quadro clinico, gli stranieri positivi in condizioni meno gravi, ovvero gli asintomatici, i pauci-sintomatici e i pazienti con sintomatologia lieve, rappresentano l’84,7% del totale (italiani: 78%), il 14,1% sono coloro che si trovano in uno stato clinico severo (italiani: 18,5%) mentre l’1,2% è in condizioni critiche (italiani: 3,5%). La giovane età di questa popolazione e le migliori condizioni di salute, spiegano anche il minor ricorso al ricovero ospedaliero sia in reparti di degenza ordinaria (stranieri: 15,3%; italiani: 24%) che di terapia Intensiva (stranieri: 1,7%; italiani: 2,1%). Daria Arduini - ToscanaOggi

Firenze: la comunità bengalese raccoglie 5mila euro per l’ospedale

30 Aprile 2020 - Firenze - Un gesto di amore per la città che li ha accolti e che sta affrontando l’emergenza sanitaria. Così la comunità del Bangladesh ha donato ieri alla sanità fiorentina un assegno di 5mila euro raccolti attraverso i contributi volontari delle persone che vivono e lavorano in città. All’ospedale di Santa Maria Nuova, la console onoraria Giorgia Granata ha così consegnato la cifra all’assessore alla Sanità del Comune Andrea Vannucci e alla Fondazione Santa Maria Nuova Onlus che sta gestendo gli acquisti di strumentazioni e dispositivi di protezione per le strutture dell’azienda Usl Toscana Centro utilizzando i fondi raccolti per l’emergenza Covid-19. “È un bel gesto di solidarietà e riconoscenza - ha detto l’assessore alla Sanità Andrea Vannucci - che la comunità del Bangladesh fa nei confronti della nostra città e della sanità fiorentina, che sta facendo un lavoro eccellente. Firenze è orgogliosa di questa donazione alla Fondazione Santa Maria Nuova Onlus, impegnata fin da subito con varie iniziative di raccolta fondi per gestire al meglio l'emergenza sanitaria da Covid-19”. “Ringraziamo la comunità bengalese per questo gesto che gli fa onore - ha commentato il presidente della Fondazione Santa Maria Nuova Onlus Giancarlo Landini -  il loro contributo per affrontare l’emergenza sanitaria è un abbraccio alla città e un segno di rispetto verso il lavoro degli operatori sanitari che operano instancabilmente per salvare vite. Siamo orgogliosi di essere stati coinvolti in questa bellissima catena di solidarietà” “La solidarietà e la generosità non hanno limiti né confini - ha affermato la console Giorgia Granata - Questo gesto nasce dal cuore della comunità bengalese per ringraziare la sanità fiorentina che c’è sempre stata per loro. Hanno voluto dare un segnale di vicinanza e gratitudine in questo momento di difficoltà. Personalmente sono onorata di rappresentare la comunità del Bangladesh in Toscana e Umbria”.  

Cei: domani l’ Atto di Affidamento dell’Italia alla Madre di Dio dal Santuario di Caravaggio

30 Aprile 2020 -

Roma - La Conferenza Episcopale Italiana affida l’intero Paese alla protezione della Madre di Dio come segno di salvezza e di speranza. Il momento di preghiera con l'Atto di Affidamento è trasmesso da Tv2000  e InBlu Radio, venerdì 1 maggio ore 21, dalla basilica di Santa Maria del Fonte presso Caravaggio.

La scelta della data e del luogo è estremamente simbolica. Maggio è, infatti, il mese tradizionalmente dedicato alla Madonna, tempo scandito dalla preghiera del Rosario, dai pellegrinaggi ai santuari, dal bisogno di rivolgersi con preghiere speciali all’intercessione della Vergine. Iniziare questo mese con l’Atto di Affidamento alla Madre di Dio, nella situazione attuale, acquista un significato molto particolare per tutta l’Italia.

Il luogo, Caravaggio, situato nella diocesi di Cremona e provincia di Bergamo, racchiude in sé la sofferenza e il dolore vissuti in una terra duramente provata dall’emergenza sanitaria. Alla Madonna la Chiesa affida i malati, gli operatori sanitari e i medici, le famiglie, i defunti.

Nella festa di San Giuseppe lavoratore, sposo di Maria Vergine, affida, in particolare, i lavoratori, consapevole delle preoccupazioni e dei timori con cui tanti guardano al futuro.

Migrantes Vercelli: le iniziative al tempo della pandemia

29 Aprile 2020 - Vercelli – In questo tempo si osserva come i più colpiti sono le fasce più deboli, quelle che già nella normalità, vivono con difficoltà la quotidiana esistenza. Spesso ci troviamo di fronte delle povertà che nemmeno conosciamo e che sono nascoste e che emergono solo per disperazione. La loro emarginazione, li spinge ad accentuare la loro sensazione di solitudine che domina queste persone/famiglie, come se subissero una dequalificazione della loro umanità: oltre le loro difficoltà quotidiane si aggiunge la privazione dei pur minimi mezzi di sostegno e anche una accentuata emarginazione sociale. Queste persone non hanno bisogno solo di aiuti economici ma di una presenza vicina e costante per quanto possibile, che si concretizzi in una rivalutazione della loro umanità. Nel pratico, come Migrantes di Vercelli, abbiamo cercato di aiutare per quanto possibile insieme alle altre realtà presenti sul territorio Caritas, Emporio solidale in particolare, dando seguito alle ospitalità iniziate prima dell’emergenza COVID - 19, che erano rivolte a persone straniere con protezione internazionale, per rinnovo permessi. La situazione peraltro si è ulteriormente complicata con la chiusura dell’Ufficio Immigrazione e delle Commissioni Territoriali. Infatti, queste persone sono rimaste solo con un foglio di carta che attesta l’avvenuta richiesta di rinnovo, ma che non consente loro di poter disporre di un contratto di lavoro, di un affitto di casa etc. etc.. Attualmente sono presenti due stranieri presso i nostri locali di Larizzate borgo di Vercelli; a entrambi oltre all’alloggio garantiamo un sostegno economico e un aiuto anche attraverso l’Emporio solidale. Poche settimane prima dell’emergenza COVID – 19, abbiamo aperto un’accoglienza femminile in un appartamento. All’interno trovano ospitalità due ragazze: una con un permesso di soggiorno in attesa di esito di richiesta di protezione internazionale, l’altra è una ragazza già in possesso di un asilo politico. Entrambe erano impegnate in uno stage lavorativo, finanziato dall’Associazione Sant’Eusebio, (associazione collegata all’ufficio Pastorale Migrantes di Vercelli), sospeso e in attesa di essere riavviato. Anche a loro stiamo garantendo un sostegno economico in attesa che riescano a percepire almeno uno parte del loro meritato salario. Quello che ci ha colpito però in maniera particolare è che in questi giorni siamo stati raggiunti da una serie di richieste di aiuto sia da parte di singoli che di famiglie: tutti hanno in comune la sospensione delle attività lavorative e quindi la venuta meno di un reddito. Si tratta di stranieri singoli e/o famiglie e di famiglie italiane del mondo circense. Per gli stranieri siamo venuti incontro alle singole richieste con buoni acquisto prepagati di supermercati e segnalandoli sempre all’Emporio solidale di Vercelli. Per le famiglie straniere si è intervenuto, in concorso con altri soggetti presenti sul territorio, mettendo a disposizione una somma di denaro al fine di poter garantire una pur minima condizione di vivibilità. Per quanto riguarda la famiglia circense, questo sostegno è stato realizzato in collaborazione con il Comune e con la Caritas locale, garantendo un rifornimento di generi alimentari. Per altro l’occasione ci ha permesso di venire a conoscenza della presenza nello stesso paese, di altre due famiglie circensi, non appena le condizioni di mobilità saranno ristabilite dalle autorità, procederemo a contattarle e ad andare a trovare tutte e tre le famiglie. Contemporaneamente a questa attività, abbiamo dato il via al progetto APRI della C.E.I., realizzato dalla Fondazione Migrantes per il territorio di Vercelli. Sono state già inserite all’interno di tale progetto le due ragazze ospiti mentre a breve sarà inserito un ragazzo della Costa d’Avorio che sarà ospitato a Larizzate. Nell’ambito di questo progetto abbiamo affiancato anche due famiglie tutor e due tutor singoli, con i quali durante questo periodo abbiamo realizzato video conferenze insieme alle ragazze. Inoltre stiamo coinvolgendo anche le rispettive comunità parrocchiali ed entrambi i parroci sono stati già opportunamente contattati. Inoltre si è cercato di rimanere il più vicino possibile alle persone e famiglie, mantenendo un pur minimo contatto con strumenti di videocomunicazione e nel possibile con visite a domicilio. In tutta questa attività sono state coinvolte anche sia le famiglie tutor e anche in nostri volontari che sostengono le nostre attività.   Per il futuro si proseguirà, quando possibile e nei modi realizzabili, a lavorare nell’ambito delle comunità parrocchiali che si sono rese disponibili per il progetto APRI e di presentarlo anche ad altre comunità parrocchiali. Il tutto al fine di sviluppare una rete di accoglienza e una pastorale dell’immigrazione. Appena sarà possibile, riaprirà il Centro Informazioni dell’Ufficio per la Pastorale Migrantes, rappresentando che in tutto questo periodo, come per altre realtà, ha continuato sempre a funzionare con contatti telefonici e tramite e-mail . (Paolo Solidani – Ufficio Migrantes Vercelli)

Migrantes Tivoli: pastorale in tempo di coronavirus

28 Aprile 2020 - Tivoli - La situazione che si è venuta a creare, a causa dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da coronavirus, ha sconvolto in modo molto significativo la nostra realtà esistenziale. Si può dire che gran parte degli aspetti della nostra vita quotidiana hanno subito cambiamenti inimmaginabili fino a qualche settimana fa. Tra questi anche il nostro impegno pastorale, si è trovato fortemente rimodellato sull’esigenza del momento. In tutti questi anni, interpellati dal Magistero di Papa Francesco, i nostri programmi pastorali diocesani attraverso gli orientamenti annuali che il Vescovo Mauro (Parmeggiani, ndr) ci offre, hanno privilegiato sempre più di esprimere e di promuovere una Chiesa in uscita, particolarmente attenta alla persona e specialmente coloro che corrono il rischio di non essere parte integrante delle premure di una pastorale ordinaria. Questo slancio missionario si è mostrato propizio in questo tempo del Covid-19, in cui tutte le nostre strutture sono fisicamente chiuse. Le disposizioni prese per combattere questo male ci hanno riportato a sperimentare ancora più propriamente la nostra vocazione di pastori chiamati a curare le pecore del gregge una ad una, a prescindere dello strumento di aggregazione per lo svolgimento dei programmi previsti nei nostri calendari. Così, finalmente, la pastorale personale riprende la sua giusta importanza per annunciare, a tempo e a contro tempo, il Vangelo di Cristo Risosto, l’unica speranza anche per l’uomo. In tale contesto, diventano ancora più fragili alcune persone, tra i quali i poveri e i migranti, bisognosi di essere accompagnati e sostenuti in questo periodo di crisi. L’ufficio pastorale Migrantes della diocesi di Tivoli a questo riguardo, ha rimodellato l’attività famiglie dei migranti; in modo particolare gli immigrati, i nomadi e anche un circo che si ritrova bloccato sul nostro territorio tiburtino. In effetti, se questa difficile situazione colpisce l’intera collettività e non esenta nessuno dal disagio, i migranti da parte loro subiscono alcune difficoltà legate alla loro peculiare condizione. La Migrantes cerca di venire incontro a queste loro esigenze specifiche per assolvere il compito che la Chiesa gli assegna. Oltre a proporre le letture domenicale e un messaggio spirituale attraverso i vari gruppi di WhatsApp, l’impegno per l’informazione e per l’integrazione sociale è la priorità di questi giorni. Per buona parte, gli immigrati che vivono tra noi continuano ancora i loro processi di integrazione e perciò, tanti di loro, non hanno padronanza della lingua italiana. I contenuti dei provvedimenti emanati dal Governo e dagli Amministratori locali non gli giungono se non attraverso un’adeguata mediazione. Si cerca pertanto di garantire l’informazione a tutti loro. Questa mediazione si è mostrata molto rilevante, sia per favorire l’accesso agli aiuti alimentari, sia per introdurre le richieste di contributi erogati dal Governo attraverso i rispettivi comuni. Infatti, con la chiusura delle attività lavorative, diverse famiglie si ritrovano in seria difficoltà poiché il lavoro occasionale, oppure non regolare, è completamente azzerato. In più, la paura del contagio, causata dalla pandemia, ha visto crollare anche le poche certezze di coloro che lavoravano presso le famiglie in modo pendolare poiché sono stati licenziati; e si potrebbero elencare ancora più i casi. Per ottenere la necessaria assistenza alimentare, il prezioso aiuto della Caritas Diocesana e di alcune Caritas parrocchiali è molto confortante e segno della comunione ecclesiale nella quale cresce anche questo servizio. In più, c’è anche il coinvolgimento di alcune realtà associative operanti nel territorio per cercare di promuovere sempre una sinergia della carità e della solidarietà, come dice Papa Francesco: nessuno si salva da solo. Per ora hanno offerto una mano importante l’Associazione Francescani nel Mondo, l’Avvis di Villalba, Lion’s club locale e la Protezione Civile. Per un sostegno più completo e per promuovere una integrazione sociale, l’ufficio si è preoccupato inoltre di aiutare alla compilazione e alla trasmissione delle richieste per i buoni spesa e il contributo per l’affitto. In effetti, ordinariamente queste famiglie, non sono in grado di accedere autonomamente alle esigenze previste per inviare le richieste con i moduli dell’amministrazione pubblica, e in più non dispongono nelle loro abitazioni di computer, stampante e scanner. Infine si può dire, che anche in un contesto di per se triste, lo spirito missionario si trova piuttosto confermato e cresciuto. Attraverso un aiuto concreto e materiale a quelli che potevano sembrare dimenticati, nonostante la sospensione delle attività pastorali da calendario, la Chiesa non viene meno al compito primario di portare conforto morale e spirituale. Proprio in questo modo la Chiesa può colmare in qualche maniera il vuoto esistenziale che provano spesso i migranti, per il fatto di non avere vicini una famiglia e delle persone care che possono trasmettere loro il calore umano. Una esigenza vitale ancora più sentita e indispensabile in questo tempo di coronavirus. (don Denis Kibangu Malonda – Direttore Migrantes Tivoli)

Migranti e profughi: i morti che nessuno piange

27 Aprile 2020 - Torino - Tutto sembra essersi fermato. Da settimane le notizie principali riguardano l’emergenza sanitaria che sta affrontando l’Italia con la conta giornaliera dei nuovi contagiati, dei decessi, dei guariti. Ma l’emergenza, nel momento in cui la pressione si allenta sugli ospedali, la si avverte per la strada, tra le persone più vulnerabili. La vita è continuata e per alcuni è diventata ancora più faticosa. In tanti si sono ritrovati più poveri. Certamente la popolazione straniera, con lavori precari già prima di questa crisi, oggi accusa duri colpi. Nelle ultime ore l’esigenza forte, richiamata da più parti, della regolarizzazione delle centinaia di migliaia di persone straniere che vivono in Italia senza permesso di soggiorno si fa pressante. Servono braccia per l’agricoltura: i raccolti sono a rischio e allora si pensa a regolarizzazioni per comparti produttivi. Ma, perché possa essere garantita la tutela della salute collettiva e riconosciuta la dignità alle persone straniere che vivono con noi nel rischio di sfruttamento ed emarginazione sociale, è importante che non solo “qualcuno” possa accedere a provvedimenti di regolarizzazione. Altri paesi hanno intrapreso tali percorsi, in primis per la sicurezza sanitaria dei loro cittadini. Nel frattempo anche in questi mesi decine di morti e dispersi nel Mediterraneo, ma quasi non se ne parla. Eppure sono tragedie umane al pari delle nostre, accomunate dal dolore, dalla solitudine di corpi a cui l’impossibilità di essere restituiti agli affetti toglie la dignità che meritano, rendendo ancor più affilata la sofferenza. Le immagini dei mezzi militari che trasportano i feretri da Bergamo rimarranno nelle nostre menti. A Bergamo come a Lampedusa: il dolore della perdita di un caro e il dolore di non poter celebrare i propri morti è lo stesso ovunque, seppur le storie siano diverse. Oggi la nostra attenzione è tutta rivolta alla ‘fase 2’. La gente ha voglia di uscire, di incontrarsi, di normalità. Dopo un’iniziale euforia per le possibilità che la tecnologia ci offre, da più parti si avverte una certa stanchezza per riunioni in remoto, aperitivi a distanza, lunghe conversazioni mentre si svolgono le faccende domestiche. È indubbio che lo smart working sia una benedizione per quanto riguarda la sfera lavorativa, ma la vita ha bisogno di incontri reali. Siamo in astinenza dell’Altro. Anche quando si ha una casa, da mangiare e si sta bene di salute, figuriamoci come si sente chi invece non può contare neppure su queste sicurezze materiali. Mentre nel mondo si stava diffondendo in modo virale una certa retorica sulla chiusura dei confini, del “bastiamo a noi stessi”, l’invisibile Covid-19 si è insinuato e ha viaggiato ovunque, ci ha costretti a vivere isolati, ci ha impedito di abbracciare i nostri cari, ha rivoluzionato le nostre vite. Abbiamo reagito con una resilienza creativa, ma non possiamo negare le ferite. Le persone morte nella solitudine – la tragedia nella tragedia – la perdita dei nostri anziani, i bambini costretti a vivere in pochi metri quadrati, gli ingenti danni economici subìti… In questo periodo le parole di Papa Francesco ci hanno accompagnato e ci hanno aiutato a rileggere quanto stava accadendo. Le sue parole hanno certo aiutato a non chiudere le nostre coscienze e con l’omelia della Divina Misericordia a metterci in guardia contro un virus ancora peggiore: quello dell’egoismo indifferente. Chissà se da questo virus, che certo lascerà segni nelle nostre vite, impareremo qualcosa? Padre Cantalamessa nell’omelia del Venerdì Santo ci ha ricordato che questa pandemia “ci ha bruscamente risvegliati dal pericolo maggiore che hanno sempre corso gli individui e l’umanità, quello dell’illusione di onnipotenza. Abbiamo l’occasione – ha scritto un noto Rabbino ebreo – di celebrare quest’anno uno speciale esodo pasquale, quello ‘dall’esilio della coscienza’. È bastato il più piccolo e informe elemento della natura, un virus, a ricordarci che siamo mortali, che la potenza militare e la tecnologia non bastano a salvarci”. Nello stesso tempo, proprio in questo periodo, abbiamo colto tanta umanità e generosità: medici, infermieri, volontari, credenti impegnati, presbiteri, religiose e religiosi, genitori fantasiosi nel cercare ogni giorno di rendere meno pesante la vita dei loro bambini. E ancora: forme di solidarietà nuove tra vicini, aiuti economici per rispondere alle carenze delle strutture sanitarie, cassette comparse nella nostra città con messaggi che recitano “chi non può prenda, chi può metta”, sostegni alimentari, raccolte di farmaci. Abbiamo visto medici venire in soccorso alla crisi sanitaria italiana con una grande manifestazione di solidarietà tra popoli. Sono arrivati aiuti dalla Russia, dalla Cina, da Cuba, dall’Albania, ma anche dall’Egitto, dal Kuwait. Ad accoglierli a Caselle il governatore regionale del Piemonte Cirio e la sindaca di Torino Appendino. Il loro arrivo ha significato “ossigeno” per le strutture sanitarie. Eppure in Italia sono presenti migliaia di medici di origine straniera, i quali senza cittadinanza non possono lavorare negli ospedali pubblici. Si veda quanto accaduto a Roma: l’Ospedale Spallanzani, nel pieno della fase di emergenza, ha messo a concorso posti di lavoro a tempo determinato per medici. Requisito necessario la “cittadinanza italiana o di un Paese Ue”. E allora non resta che sperare che, in questo senso, l’emergenza ci contagi, facendoci riscoprire la bellezza della solidarietà e del dialogo fra i popoli, fra Paesi ricchi e poveri. Che ci dia il coraggio di reindirizzare le risorse previste per il settore delle armi a beneficio della sanità, della scuola e del sociale. Che non vengano indeboliti ulteriormente i diritti dei lavoratori. Ci auguriamo che in nessun Paese, per rafforzare ulteriormente la sorveglianza della polizia sulle popolazioni, si restringano permanentemente le libertà personali. Sulla scia dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, vogliamo sperare in un’opportunità per indirizzare le nostre vite e le nostre istituzioni verso una nuova sobrietà e verso il rispetto per il Creato. Non ci resta che sperare, dunque, che la generosità e la solidarietà non si arrestino con la fine dell’emergenza, segno di azioni spinte dalla morsa della paura. Che ci si ricordi che le frontiere aperte hanno permesso a personale e materiali sanitari, di cui necessitavamo con urgenza, di entrare nel nostro Paese. Che i medici di origine straniera già presenti sul nostro territorio ma sprovvisti della cittadinanza italiana vengano valorizzati e considerati alla pari dei nostri concittadini.  Che la stessa angoscia che abbiamo provato ogni giorno nell’ascoltare il numero dei decessi ci colga ancora quando tra una notizia e l’altra ci verrà detto che in altri paesi nel mondo sono morti a causa di guerre migliaia di persone o che nell’attraversare il Mediterraneo per la ricerca di una vita migliore sono annegate decine di persone. Che la stessa tristezza che ci ha pervasi nel vedere immagini di mezzi militari carichi di salme la proviamo nel sentire che un anziano è stato trovato solo e senza vita nella propria abitazione, o che un padre di famiglia si è trovato in condizioni disperate per aver perso il lavoro o che genitori e figli devono vivere anni separati in paesi diversi a causa di leggi o procedure amministrative che impediscono o rendono difficoltoso il loro ricongiungimento.  Che impariamo a capire che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Non ci resta che sperare che le parole di Papa Francesco abbiano scosso le nostre coscienze: “Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità! Impariamo dalla comunità cristiana delle origini, descritta nel libro degli Atti degli Apostoli. Aveva ricevuto misericordia e viveva con misericordia: ‘Tutti i credenti avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno’ (At 2,44-45). Non è ideologia, è cristianesimo”. Ci auguriamo, dunque, di avere occhi per vedere che gli effetti delle disuguaglianze formali e sostanziali diventano ancor più evidenti in questi momenti, così come gli strascichi che lasceranno. Di poter tornare a una vita ‘normale’, nella speranza però che qualcosa nel frattempo sia cambiato. Sicuramente se lo augurano i poveri, gli anziani soli, i lavoratori sfruttati dall’egoismo organizzato, le persone senza fissa dimora, gli stranieri e, in particolare, i richiedenti asilo. Ecco perché un documento firmato qualche settimana fa da tante realtà ecclesiali e sociali, tra cui Fondazione Migrantes, chiedeva al legislatore soluzioni concrete e immediate per garantire a tutte le persone le medesime tutele previste dai provvedimenti per contenere il contagio. Il Documento ci ricorda le riforme che da tempo sono urgenti per le persone straniere e per la democrazia tutta, dal diritto alla cittadinanza, all’abrogazione dei cosiddetti «decreti sicurezza», alla sempre più urgente regolarizzazione dei migranti presenti sul nostro territorio. Il documento non si dimentica neppure della situazione in cui versano le persone migranti che anche in questo periodo raggiungono le coste italiane per cercare di sottrarsi a morte e torture nei campi in Libia o in fuga da situazioni di grave pericolo. Il Covid-19 ha dato modo all’Italia, ancora una volta, di tentare di frenare i flussi migratori che bussano alla nostra porta. Abbiamo dichiarato i porti italiani «non sicuri», negando a centinaia di persone in fuga dalla morte di rifugiarsi nel nostro territorio. «Non pensiamo solo ai nostri interessi, agli interessi di parte. Cogliamo questa prova come un’opportunità per preparare il domani di tutti, senza scartare nessuno: di tutti. Perché senza una visione d’insieme non ci sarà futuro per nessuno», ha ricordato Papa Francesco. Facciamo tesoro delle sue parole. L’egoismo non paga. (Sergio Durando – Direttore Migrantes Torino)  

Cgie: sostegno per i connazionali che rientrano

27 Aprile 2020 - Roma - In molti paesi alla crisi sanitaria si sta aggiungendo anche la fragilità dei sistemi sociali, che “non garantiscono assistenza e ammortizzatori sociali agli immigrati, per queste ragioni occorrerà considerare il massiccio rientro forzato in Italia di nostri connazionali”. A dirlo, in una nota, è il segretario generale del Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’estero), Michele Schiavone, che chiede al Governo, per “scongiurare un’ulteriore emergenza”, di individuare strumenti legislativi e finanziari a sostegno del loro inserimento nel mondo del lavoro e delle misure di accompagnamento per la loro integrazione iniziale nella “ritrovata società d’origine”. Occorrerà “cambiare i paradigmi per valorizzare e rendere protagonisti chi è residente all’estero in forma stabile e – dice Schiavone - coinvolgerli nei progetti culturali, economici e commerciali, sociali e della comunicazione verso l’estero”. Il Cgie chiede anche di “scongelare gradualmente le clausole restrittive che bloccano la mobilità delle persone per permettere, anche ai nostri connazionali residenti all’estero, di rientrare in Italia per rivedere i parenti e curare i loro interessi”.

R.I.

La solidarietà del Sud America per il San Luca di Lucca

27 Aprile 2020 - Lucca – A raccontarci la bella storia di solidarietà che ha coinvolto anche la rete dei Lucchesi nel Mondo presente in Sud America, è Lucas Del Chierico. Non ne è stato lui il promotore, sono stati vari e di vari paesi a rispondere ad un appello che veniva dalla Sede centrale di Lucca. E a quell’appello non hanno certo risposto solo dal Sud America. Ma comunque Lucas è stato uno dei tanti che si è dato fare. Come tutti gli argentini, anche lui dal 19 marzo vive in isolamento in casa, a causa del Covid-19. È sposato con Melina e hanno due figli Lorenzo di 5 anni e Vera di 1 anno. Lui e sua moglie lavorano a settimane alterne, così c’è sempre qualcuno a casa con i figli. Vivono a Rosario (nella provincia di Santa Fe). Lui è produttore e speaker in una radio, lei lavora in una casa famiglia per minorenni maltrattate. “Nella mia città abbiamo 170 soci come associazione Lucchesi nel Mondo, portiamo avanti una scuola di italiano, ora solo online, abbiamo un gruppo storico di sbandieratori che è unico in tutto il continente americano. L’anno scorso abbiamo festeggiato il 50° dell’associazione ed è venuto anche Frediano Moretti dall’Italia”. Lucas, come del resto molti altri, ricorda come negli ultimi anni, venendo meno il sostegno della Regione Toscana alle associazioni dei “Toscani nel Mondo”, di fatto ci sia stato il blocco o la riorganizzazione di molte attività associative. Ma certamente la rete dei lucchesi, in particolare, ha comunque proseguito le attività. E infatti appena visto quello che stava succedendo in Italia ad inizio marzo a causa del Covid19 i presidenti dei “Lucchesi nel Mondo” di Argentina e Uruguay, come anche quelli che si erano impegnati nei “Toscani nel mondo”, hanno scritto alla Regione Toscana e all’Associazione “Lucchesi nel Mondo” dicendo che se ci fosse stato bisogno di qualcosa avrebbero fatto tutto il possibile. Lucas racconta: “Sapendo che questa pandemia sarebbe comunque arrivata anche in Argentina ci siamo messi in contatto per fare quello che si poteva in Toscana e a Lucca”. Dalla Regione Toscana è arrivata poi una richiesta di aiuto per l’ospedale Careggi di Firenze. Dai Lucchesi nel Mondo invece una richiesta di aiuto per l’ospedale San Luca di Lucca. E in entrambi i casi la solidarietà è andata a buon fine. Lucas non ha dubbi: “Nel contattare le persone, siamo andati al cuore dei soci chiedendo anche un aiuto minimo. La situazione economica in Sud America non è buona. In Argentina”, dice, “il 35% della popolazione vive in povertà, qui 1 Euro vale 70 Pesos e lo stipendio minimo di uno che lavora non supera i 20mila Pesos (meno di 300 Euro, ndr). Non potevamo raccogliere cifre grandi, ma abbiamo fatto quello che era nelle nostre possibilità. Sempre sapendo che poi la pandemia sarebbe arrivata anche da noi, e infatti abbiamo già in questi giorni dopo Pasqua superato i cento morti”. Anche grazie alla raccolta di cui Lucas è stato uno dei tanti protagonisti, l’Associazione Lucchesi nel Mondo è riuscita a donare al Reparto di Terapia intensiva del San Luca due monitor multiparametrici. E i contributi raccolti però sono stati così tanti e da ogni angolo del mondo che la presidente Ilaria Del Bianco sta valutando di donare il restante che è stato raccolto ad attività sociali sul territorio, legate sempre all’emergenza della pandemia. La testimonianza semplice di Lucas, ci offre l’opportunità di ringraziare davvero tutti i Lucchesi nel Mondo. (Toscana Oggi)  

I ragazzi al tempo del Coronavirus: il liceo Vermigli di Zurigo

27 Aprile 2020 - Zurigo - Credo sia fuor di dubbio che quel che sta succedendo sarà qualcosa che i nostri figli racconteranno ai nostri nipoti. E questi forse nemmeno ci crederanno. La necessità di salvare l’anno scolastico, di dare un sentimento di continuità e, insomma, di continuare a vivere in una situazione che, solo un mese fa, sarebbe stata mero argomento di un’apocalittica science-fiction, ci costringe nostro malgrado ad aggrapparci alla tecnologia e, in certi casi, a fare appello a tutte le nostre competenze, spesso ancora non aggiornate. Ho chiesto ad alcuni miei studenti di inviarmi (via whatsapp naturalmente), le loro impressioni su quello che sta succedendo e su questo nuovo modo di ”stare a scuola”. Quel che emerge è la mancanza dello “stare insieme”, forse proprio quando, in tempi così incerti, tenersi per mano sarebbe più necessario e confortante. Ma tant’è. Ecco qui di seguito alcune di queste impressioni.   “Credo che nessuno di noi si aspettasse una catastrofe del genere da un giorno all’altro, eppure ci siamo ritrovati immersi in questa situazione a tratti favorevole, a tratti scomodissima. Dico favorevole perché nonostante il panico che si sta creando e l’enorme quantità di malati e deceduti, forse l’ambiente avrà un po’ di tempo per riprendersi. Ma parlando seriamente, a chi interessa dell’ambiente quando ci portiamo dietro una scia di cadaveri? Le nostre abitudini sono state tagliate fuori dalla nostra vita odierna. Ogni più piccola cosa non è più scontata come un mese fa: vedere un amico, frequentare una noiosissima lezione di scuola. Ci manca anche quello, anzi, soprattutto quello. Manca il contatto fisico, il guardarsi negli occhi e potersi confrontare. A malincuore devo dire che per fortuna che c’è la tecnologia, (anche se il mio sogno sarebbe stato quello di essere cresciuta negli anni 90). Le lezioni online sono alquanto complicate, a parere mio, ovvero a parere di una ragazza che oltre a distrarsi in fretta, ha poca organizzazione. Poca organizzazione perché non capendo nulla di tecnologia, ricevo giornalmente mail su mail che tendo a non aprire o evitare per non farmi prendere dall’ansia e doverle leggere tutte per poi scordarmi ogni singola parola. Ma questa sono io. I mei compagni di classroom invece sono abbastanza organizzati, o almeno due o tre di loro. Sì insomma, la situazione non è delle migliori ovviamente, ma ci stiamo provando, con grande impegno soprattutto degli insegnanti che devono sopportare alunni come me che aprono la videochiamata con gli occhi gonfi di sonno ed ancora in pigiama. Sono speranzosa che la questione si risolva il più presto possibile, così magari potremmo tornare a sederci ai banchi di scuola accanto al nostro compagno di fiducia.” (SP) “Noi facciamo le lezioni, delle volte anche piene, come sono nell‘orario, ma in video lezione con Google Meet o Microsoft Skype. Io penso che queste lezioni facciano più fatica e per questo vengono a volte accorciate. Io non capisco perché c’è gente che incontra altra gente senza stare a distanza.” (CW) “Le ultime tre settimane sono state tutt’altro che normali e siamo tutti bloccati in casa. Anche se all’inizio era tutto nuovo e diverso, come la didattica a distanza, in poco tempo ci si abitua.” (IG) “Quest’esperienza ci ha dato un nuovo punto di vista, una prospettiva diversa che ci ha permesso di imparare ad apprezzare le cose che prima prendevamo per scontate come la scuola. Un cambio drastico sicuramente, ma al quale ci stiamo abituando e dal quale cerchiamo comunque di trarre il meglio.” (SS) “È un metodo di insegnamento complicato dato che siamo sempre stati abituati ad avere un rapporto vis à vis con i docenti. Inoltre siamo in un modo o nell’altro costretti a gestire tutto da soli e la concentrazione viene sempre meno mano a mano che le ore passano. Ammiro anche i professori che sono nella nostra stessa situazione e cercano di spronarci.” (ST) “Quello che stiamo vivendo in queste settimane è un insegnamento su come affrontare situazioni inaspettate che riguardano tutto il mondo, ma anche un‘esperienza che ci accompagnerà tutta la vita. Abbiamo la fortuna grandissima di avere dei professori così bravi che hanno fatto in modo che il nostro materiale scolastico non venga a mancare.” (CC) “Questo Covid-19 sta rovinando l’esistenza delle persone, sta sgretolando le nostre vite giorno dopo giorno. A causa di esso, ormai non viviamo più nella normalità, tutto è cambiato. Scambiamo il giorno per la notte e la notte per il giorno. Assurdo!” (CL) “Per me la situazione in cui stiamo vivendo adesso non è facile. Come dicono tanti altri, non stiamo vivendo più la vita come la conoscevamo. Non ci resta nient’altro che aspettare e pregare che tutto si risolva al più presto possibile.” (AS) “La situazione che siamo chiamati a vivere ha veramente dell’incredibile. In alcuni momenti ha suscitato in me una grande frustrazione per il totale senso di impotenza. Il fatto di assistere quotidianamente a scenari di grave emergenza ed estenuante lotta contro il virus nella maggior parte di Paesi europei (e non solo) da un ambiente in cui le restrizioni non sono così rigide, rende il tutto ancora più surreale.” (VZ) “La didattica a distanza ci ha permesso di fare comunità in un modo inconsueto, ma altrettanto valido. Pur mancandomi il rapporto umano, apprezzo questo nuovo modo di dialogare che ci fornisce la tecnologia. Ciononostante trovo un po’ più difficoltoso mantenere il ritmo della giornata come quando vado a scuola.” (MV ) “Dover essere limitati non è facile da accettare ai nostri tempi in cui ci sembra di poter raggiungere qualsiasi posto. Le video lezioni ci hanno permesso di capire che possiamo adattarci a qualsiasi situazione e soprattutto sostenerci a distanza.” (ES) Alessandro Sandrini, Preside del Liceo Vermigli di Zurigo (Corriere degli Italiani)

Amrita: la mediatrice culturale di Careggi che pensa all’India e ama l’Italia

24 Aprile 2020 - Firenze - La storia di Amrita è una storia fatta di sogni e speranze che hanno preso forma nel tempo, cambiando anche il suo progetto di vita originario. Amrita Chaudhuri, originaria di Calcutta, è una mediatrice culturale dell’ospedale di Careggi. Ogni giorno incontra pazienti indiani, pachistani e bengalesi, li aiuta a comunicare con i medici e il personale sanitario traducendo in italiano ciò che da soli non riescono a esprimere e, viceversa, traducendo in indi, urdu e bengalese ciò che delle parole italiane dei medici da loro non viene compreso. Questo è solo uno dei tanti servizi che Amrita porta avanti come mediatrice culturale. Prima dell’emergenza sanitaria lavorava anche nelle scuole, in tribunale e allo Sportello immigrazione del Comune di Firenze. Ma il suo è un lavoro che fa parte di un progetto e di un sogno più ampio: “ho sentito di dover costruire un ponte tra l’India e l’Italia” ci dice Amrita raccontando di quando, già laureata in botanica a Calcutta, rifiutò la possibilità di un dottorato in India. Dopo aver vinto una borsa di studio, nel 2010 viene in Italia per studiare a Perugia la lingua e la cultura italiana e lì si innamora dell’Italia: “Ho visto la bellezza e la ricchezza della cultura italiana e ho potuto comunicare con persone provenienti da diverse parti del mondo. - racconta Amrita - Ho sentito che il mio compito era quello di costruire un ponte culturale facendo conoscere poeti, musicisti e drammaturghi italiani in India e indiani in Italia”. Tornata a Calcutta vince altre due borse di studio di tre e sei mesi e inizia a tradurre in bengalese gli autori della letteratura italiana. Nel 2017 l’ultima borsa di studio la porta per la prima volta a Firenze dove, ospite e studentessa del Centro internazionale studenti La Pira, approfondisce la letteratura italiana e ha l’ “opportunità speciale di approfondire la cultura cristiana, che ha permesso anche a me, ragazza induista, di capire meglio la Divina Commedia” racconta Amrita. Trascorso l’anno di studi torna a Calcutta, ma “ho sentito forte il richiamo della cultura italiana - ci dice - e ho provato a tornare in Italia cercando lavoro”. Inizia così l’avventura della mediazione culturale, che va di pari passo con la traduzione di opere letterarie italiane in bengalese e, viceversa, di opere bengalesi in italiano. “In India ci sono moltissime lingue diverse - spiega Amrita - spero che attraverso le mie traduzioni altri possano entrare in contatto con la cultura italiana e diffonderla mettendo in contatto i due paesi”. L’amore per l’Italia l’ha portata anche a non tirarsi indietro in questo momento di difficoltà. Il lavoro di mediazione culturale in ospedale va avanti e di per sé non cambia, ma si cerca di venire incontro a qualche nuova necessità e di impegnarsi per mantenere le norme di prevenzione del contagio: “purtroppo si percepisce l’ansia e lo stress che questa strana situazione ha prodotto sia tra i pazienti che tra i medici e gli infermieri. - racconta Amrita - Indossiamo le mascherine e i guanti, ci misuriamo la temperatura tutte le volte che entriamo in ospedale e cerchiamo di mantenere la distanza di un metro e mezzo dalle altre persone. Per ora non sono stata chiamata nei reparti Covid, ma adesso per i pazienti è importante che qualcuno spieghi loro nella loro lingua la nuova situazione del coronavirus e le norme di prevenzione del contagio; mi è capitato di fare anche traduzioni delle nuove disposizioni del Comune e del Governo”. Continua, così, con i suoi colleghi a portare il suo aiuto da un reparto all’altro e non manca di tenere vivo un messaggio di speranza per il mondo e l’Italia: “ora vedo soffrire l’Italia, il paese che ho amato, ma come la notte finisce e viene il giorno, così finirà anche questo dolore e verrà il giorno e la luce anche per l’Italia e per il mondo. - dice Amrita - Sento che quando tutto questo sarà finito qualcosa cambierà. Se impariamo a lavorare tutti insieme, saremo capaci di ricostruire un mondo più bello e più sereno”. (Irene Funghi – ToscanaOggi)