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Sottosegretario Sileri: “più del green pass mi interessa la vaccinazione di chi non so dove sia”

14 Ottobre 2021 -   Roma - “Il green pass mi interessa ma mi interessa ancora di più la vaccinazione di chi non so dove sia”. Lo ha detto oggi a Roma, durante la presentazione del Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes, il sottosegretario di Stato al Ministero della Salute Pierpaolo Sileri, riferendosi in particolare alle campagne di vaccinazione degli immigrati, di 10 punti percentuali in meno rispetto agli italiani e in ritardo, come riportato nello studio. “Mi interessa prima di tutto la sicurezza della persona – ha sottolineato, riferendosi agli immigrati e alle persone bisognose non vaccinate -. Sarei più contento di avere 500.000 persone vaccinate e censite per sapere dove allocare le risorse e consentire il miglioramento delle condizioni di salute”. “È innegabile che non sono i migranti che portano il virus – ha aggiunto -. Semmai si ammalano qui”.

Card. Bassetti: “no a dinamiche che ci rendono estranei gli uni agli altri”

14 Ottobre 2021 - Roma - “In un tempo come quello che stiamo vivendo non possiamo permettere che si affermino dinamiche che ci rendono estranei gli uni agli altri. In un tempo così deve sovrabbondare la speranza”: queste le parole del card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana, intervenuto oggi a Roma alla presentazione del XXX Rapporto Immigrazione di Caritas italiana e Fondazione Migrantes. “Il Rapporto – ha detto – ci racconta di un calo dei migranti. Presto cominceremo ad accorgerci della mancanza di queste persone. E allora ci pentiremo di non averli accolti come dovevamo accoglierli, di non averli seguiti come avremmo dovuto”. “Parliamo di milioni di cittadini stranieri che vivono in Italia spesso dimenticati – ha proseguito -. La loro voce ci dice che viviamo in tempo di incertezza, la gente sta soffrendo di una solitudine immensa”. Il card. Bassetti ha ricordato che “affrontare l’immigrazione da molteplici punti di vista ci dimostra che tutto è in relazione, che siamo tutti collegati gli uni agli altri. La crisi sociale, che non è dipesa solo dalla pandemia, è una ferita grave per la nostra società. Invece stiamo assistendo al venire meno del senso profondo della fraternità, della comunione, del vivere insieme”. “Questo è il tempo di edificare, di vivere la speranza”, ha sottolineato, evidenziando la “grande lezione” della pandemia, ossia aver scoperto che “la fragilità non caratterizza solo gli altri” ma “ognuno di noi”. “Quanti preconcetti, quanti pregiudizi, quanti diti puntati – ha osservato -. Serve una cultura più aperta a quanto c’è di buono nell’altro e sempre più convinta dell’incontro. Non esiste un incontro a mezz’aria. O ci si incontra o si mettono le basi dello scontro. Ci sono cose nella vita che sono out out. Ci attendono mesi forse anni difficili in cui ricostruire le nostre comunità. E se diventa più grande il noi un po’ alla volta si sgonfia questo benedetto io che ci paralizza tutti”.

Rapporto Immigrazione: la presenza-assenza dei migranti dai media durante la pandemia

14 Ottobre 2021 - Roma - L’emergenza sanitaria ha per certi versi soppiantato le «emergenze» riconducibili alla mobilità: «emergenza sbarchi», «emergenza Lampedusa», «emergenza umanitaria»; ma ha anche nuovamente risucchiato i migrati entro questa cornice, collegandoli all’aumentato rischio di diffusione del contagio e presentandoli come possibili “untori”. Nella narrazione mediatica dell’immigrazione straniera in Italia la persona migrante vive in realtà una peculiare condizione di presenza-assenza. Presenza, per il perdurante protagonismo mediatico; assenza per tutti i limiti di approccio e di contenuto che caratterizzano l’attuale e principale corrente in campo comunicativo e per la scarsa considerazione positiva di cui gode il tema presso gli italiani. L’immigrato diventa degno di notizia solo quando accade un fatto specifico, per lo più violento o di sopraffazione; mentre ha avuto ed ha pochissimo spazio se si parla dell’impatto del Covid-19 sulla vita. La sua descrizione si sbilancia più verso le categorie professionali con le quali l’immigrato viene identificato: ovvero, il bracciante agricolo, il badante o il rider. Categorie di cui, tra l’altro, dall’inizio della pandemia si è avuto sempre più bisogno, ma non certo le uniche in cui gli immigrati rappresentano forza lavoro nei settori produttivi interni. Quando, poi, si e parlato di immigrazione e pandemia si è più che altro collegato ciò alla diffusione del coronavirus: sia per gli sbarchi di migranti che non hanno mai smesso di approdare sulle nostre coste, sia come possibile veicolo di “varianti” provenienti dai loro Paesi di origine. Nell’ambito della crisi sanitaria, mentre gli operatori dei media hanno tenuto alta l’attenzione sulle difficoltà e sulle sofferenze degli italiani, dall’altra parte hanno in generale preferito non addentrarsi in quelle dei non autoctoni: come se parlare anche delle problematiche dello straniero legate alla pandemia potesse togliere qualcosa ai cittadini italiani o urtarne la sensibilità. Questa sorta di timore nel documentare l’immigrazione ha reso la narrazione che i media italiani ne fanno ancora meno esaustiva di quanto non lo fosse prima della pandemia e, se possibile, più stereotipata. Come è stato evidenziato dall’Associazione Carta di Roma «in generale la narrazione sulle migrazioni è crollata perché è arrivato un altro nemico».    

Rapporto Immigrazione Caritas Italiana e Fondazione Migrantes: la tutela della salute dei cittadini stranieri durante la pandemia

14 Ottobre 2021 - Roma - Le popolazioni socialmente vulnerabili, e tra queste in particolar modo gli immigrati, hanno sopportato un onere sproporzionato dagli interventi restrittivi non farmaceutici volti a prevenire la diffusione di Covid-19. Se in una prima fase nelle statistiche gli immigrati erano assenti, man mano che si consolidavano i dati gli stranieri apparivano come una popolazione egualmente interessata, probabilmente per una esposizione professionale (nelle RSA, nell’accudimento alle persone anziane), ma con esiti, se considerata la più giovane età rispetto alla casistica italiana, tendenzialmente più gravi. Nella programmazione delle vaccinazioni (Piano Strategico del 12 dicembre 2020 e le raccomandazioni ad interim di febbraio e marzo 2021) gli immigrati, in particolare quelli presenti nelle strutture d’accoglienza collettive, non sono stati previsti, se non teoricamente quelli vulnerabili nella salute (anziani o persone con patologie croniche). La mancanza di tessera sanitaria ha inoltre escluso interi gruppi di popolazione (italiana e straniera) dalla possibilità di prenotarsi nei portali regionali anche quando per età sarebbe stato possibile. In assenza di indicazioni puntuali, le Regioni e le Province autonome si sono attivate non in modo omogeneo e coordinato e questo ha prodotto, ancora una volta, un ritardo “strutturale” a scapito della popolazione immigrata, anche nel caso specifico nella copertura vaccinale. Utilizzando i dati dell’Anagrafe Vaccinale Nazionale aggiornati al 27 giugno 2021 (dove è riportato il Paese di nascita e non la cittadinanza) si può riscontrare infatti una minore copertura vaccinale tra le persone nate all’estero rispetto a quelle nate in Italia (50% contro 60%). Tale diseguaglianza è ancor più marcata negli adolescenti e nei giovani adulti (12-29 anni di età), tra i quali la copertura è del 15% nei nati all’estero e del 28% nei nati in Italia, e permane nella fascia di età 30- 49 anni (41% contro 49%). Fino al 27 giugno 2021 sono state complessivamente vaccinate circa 2.131.000 persone nate all’estero in possesso di tessera sanitaria, e sono appena iniziate le vaccinazioni agli Stranieri Temporaneamente Presenti (STP, immigrati senza permesso di soggiorno), che si consolideranno, seppur lentamente, nei prossimi mesi. Peraltro, in questa “guerra” contro il SARS-CoV-2 val la pena sottolineare come l’Italia può fare affidamento anche su un esercito che conta 22 mila medici, 38 mila infermieri, 5 mila odontoiatri, 5 mila fisioterapisti, 5 mila farmacisti, 1.000 psicologi e 1.500 fra podologi, tecnici di radiologia, biologi, chimici e fisici, tutti di origine straniera, impegnati anch’essi in prima linea. C’è chi ha pagato questa prossimità con la vita: fra gli oltre 350 medici morti durante la pandemia, almeno 18 sono medici stranieri. Molti di più i contagiati e i ricoverati in terapia intensiva.  

Rapporto Immigrazione: gli alunni stranieri nella scuola italiana

14 Ottobre 2021 - Roma - Gli alunni con cittadinanza non italiana nell’anno scolastico 2019/2020 sono, in valori assoluti, 876.801. La percentuale, sul totale della popolazione scolastica è del 10,3%. Il ritmo d’aumento ha iniziato a decrescere dal 2018. E’ quanto si legge nel Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentato questa mattina a Roma. La loro presenza nei diversi ordini scolastici conferma la prevalenza, negli ultimi quindici anni, della scuola primaria, ma il dato più interessante è l’aumento progressivo della presenza negli istituti di scuola secondaria di secondo grado: un indicatore della spinta delle seconde generazioni e dell’aumento della frequenza degli studenti con cittadinanza non italiana. Cresce invece in misura minore la presenza nelle scuole dell’infanzia, e questo è un indicatore negativo: quasi un quarto dei bambini figli di immigrati, nell’età 3-5 anni, non frequenta la scuola dell’infanzia. Questa mancata partecipazione al primo livello scolastico, fondamentale per gli apprendimenti linguistici e l’integrazione, è particolarmente significativa in alcuni gruppi d’immigrazione, provenienti dall’Africa mediterranea e dal Sud-Est asiatico. Le regioni italiane con le percentuali più alte di alunni sul totale della popolazione scolastica con cittadinanza non italiana sono Lombardia (25,6%), Emilia-Romagna (12%) e Veneto (11%). Al contrario, regioni molto popolose del Sud hanno percentuali molto inferiori di alunni con cittadinanza non italiana: Campania, Sicilia e Puglia, per esempio, hanno rispettivamente, il 3,2%, il 3,1% e il 2,1% di presenze di alunni con cittadinanza non italiana. Le prime 10 province con le percentuali più alte di alunni con cittadinanza non italiana (il 20% e oltre) disegnano una geografia dell’immigrazione caratteristica dell’Italia: sono tutte collocate nel Centro-Nord, sono province i cui capoluoghi sono città piccole (Cremona, Mantova, Lodi, Asti) o medie (Prato, Parma, Brescia). L’unica metropoli, Milano, è decima. I Paesi di provenienza che registrano le percentuali più alte di alunni nati in Italia sono Cina (84,7%), Marocco (76,2%) e Albania (75%). Diverse sono le problematiche (ancora) aperte: su tutte, il 30% degli alunni con cittadinanza non italiana è in ritardo scolastico. È un dato negativo ancora importante, anche se leggendo i dati della serie storica si osserva che c’è stata una progressiva diminuzione: nell’anno scolastico 2010/2011 era del 40,7% e nel 2014/2015 del 34,4%. La percentuale naturalmente è distribuita in modo diseguale nei diversi ordini scolastici e nei diversi anni di corso: è del 12,1% nella scuola primaria, del 31,8% nella secondaria di I grado, del 56,2% nella secondaria di II grado. Il ritardo scolastico, accumulato lungo il percorso di formazione, è uno dei fattori che influiscono sull’abbandono scolastico. Gli studenti italiani concludono il percorso di studi con voti più elevati e gli studenti con cittadinanza non italiana ma nati in Italia (le seconde generazioni) ottengono voti più simili agli italiani rispetto ai loro compagni nati all’estero arrivati da preadolescenti o da adolescenti. La somiglianza dei percorsi scolastici tra gli studenti di seconda generazione e gli studenti italiani si nota anche nella scelta degli indirizzi scolastici. Sono, infatti, maggiormente presenti nei licei, mentre gli studenti nati all’estero o arrivati per ricongiungimento familiare sono maggiormente presenti negli istituti tecnici e professionali. In questo quadro, la pandemia ha introdotto DAD, DID, modalità sincrona e asincrona, didattica integrata: termini e concetti con cui scuole e famiglie hanno dovuto fare i conti. I minori stranieri rientrano tra le categorie più vulnerabili, colpiti da uno svantaggio plurimo legato all’assenza materiale di supporti, spazi e competenze non solo digitali ma anche linguistiche, soprattutto per gli studenti alle prese sostenere gli esami di scuola media e superiore.  

Rapporto Immigrazione: i cittadini stranieri e la fruizione dei bonus governativi: un primo bilancio

14 Ottobre 2021 - Roma - Per fronteggiare l’emergenza epidemiologica sono state introdotte, con il “Decreto Cura Italia” e successivamente prorogate con il “Decreto Rilancio”, il “Decreto Agosto” e il “Decreto Ristori” per tutto l’anno 2020 misure straordinarie di sostegno alle imprese in materia di trattamento ordinario di integrazione salariale, di assegno ordinario dei fondi di solidarietà, di cassa integrazione in deroga. Sono stati inoltre introdotti bonus destinati a categorie specifiche di lavoratori e di supporto alle famiglie (congedi e bonus baby-sitter). L’incidenza media dei cittadini extracomunitari su queste misure – scrivono Caritas Italiana e Fondazione Migrantes nel Rapporto Immigrazione presentato oggi a Roma -  si attesta sul 9-10%, ad eccezione del bonus autonomi, dei congedi parentali e del bonus babysitter, in cui si ferma al 3-4%, a conferma della generale difficoltà nell’accesso alla presentazione della domanda da parte dell’avente diritto e la scarsa appetibilità di misure che possono essere difficili da sostenere in caso di salari già contenuti (come il congedo parentale). Come già rilevato nello scorso Rapporto, anche la misura attualmente in vigore per il sostegno alle persone in povertà, il “Reddito di cittadinanza”, presenta dei limiti enormi legati alla copertura degli stranieri, dal momento che uno dei requisiti di accesso prevede la residenza in Italia di 10 anni, di cui gli ultimi due in via continuativa. I cittadini stranieri già nella situazione pre-pandemia scontavano un doppio svantaggio: la permanenza in condizioni di povertà e un’insufficiente protezione attraverso la misura ordinaria di sostegno al reddito per le persone in difficoltà economica. Data questa situazione di partenza, l’irruzione della pandemia ha reso urgente prevedere interventi che compensassero i difetti di copertura delle misure vigenti. Gli interventi messi in atto per fronteggiare la pandemia si sono caratterizzati per elevato livello di frammentazione, complessità amministrativa, deboli azioni di supporto all’accesso, che non hanno fatto altro che compromettere la capacità di raggiungimento della popolazione straniera, diventando un’ulteriore fonte di divaricazione fra la popolazione italiana e quella straniera.

Rapporto Immigrazione: gli effetti economici e sociali della pandemia sulla popolazione straniera

14 Ottobre 2021 - Roma - I cittadini stranieri sono tra i gruppi sociali più esposti alla povertà, non solo economica ma anche educativa, relazionale e sanitaria. In tal senso – spiegano Caritas Italiana e Fondazione Migrantes nel Rapporto Immigrazione presentato questa mattina -  i dati della statistica ufficiale parlano chiaro: se negli anni di pre-pandemia la povertà assoluta nelle famiglie di soli stranieri si attestava al 24,4% (quasi un nucleo su quattro, secondo i parametri Istat, non arrivava a un livello di vita dignitoso), in tempi di Covid-19 il tutto è stato inevitabilmente esacerbato; oggi risulta povera in termini assoluti più di una famiglia su quattro (il 26,7%), a fronte di un’incidenza del 6% registrata tra le famiglie di soli italiani. Nel corso di un anno, l’incidenza è salita del +2,3%, portando il numero di famiglie straniere povere a 568 mila. Nonostante le difficoltà, tuttavia, i centri di ascolto e i servizi che hanno lavorato con regolarità anche durante il lockdown sono stati un numero superiore a quelli del 2019, pari a 2.663 (il 69% del totale), dislocati in 193 diocesi. Le schede individuali sono state complessivamente 211.233 (erano 191.647 nel 2019). Tra le persone aiutate i cittadini stranieri rappresentano il 52%, in valore assoluto pari a 106.416 individui. Le regioni che registrano le più alte percentuali di assistiti stranieri sono quelle dove si collocano le aree metropolitane, in particolare Toscana, Liguria, Emilia-Romagna, Lazio e Lombardia. In termini di cittadinanza, prevalgono le persone provenienti dal Marocco (18,5%) e dalla Romania (9,1%). In linea con gli anni precedenti, anche nel 2020 cala ulteriormente il peso dei cittadini europei, a fronte di un incremento di persone provenienti dall’Africa e dall’America Latina (in particolare dal Perù). A chiedere aiuto sono stati sia uomini che donne, pari rispettivamente al 50,7% e al 49,3%. L’età media degli assistiti si attesta a 40 anni per gli uomini e a 42 per le donne (tra gli italiani la media è invece di 52 anni). Alta risulta la quota di famiglie: tra gli immigrati sostenuti il 60,7% è infatti coniugato, per lo più con un partner convivente; il 74,1% dichiara di avere figli e il 52,5% di avere figli minori (tra gli italiani le percentuali risultano molto più basse). Alla base delle tante fragilità intercettate può annoverarsi senza dubbio il tema lavoro, condizionato negativamente dalla crisi sanitaria e dalle misure di restrizioni anti-contagio. Tra gli immigrati incontrati, dunque, è alta la quota di disoccupati (45,2% a fronte del 36,7% degli italiani), ma anche molto elevata è l’incidenza degli occupati (30,9% contro il 19,2% dei cittadini italiani). Questi dati sembrano dunque palesare da un lato le difficoltà dei cittadini stranieri a trovare un impiego, ma al tempo stesso le criticità connesse alla loro occupazione, spesso precaria, sotto-retribuita e irregolare, non sempre in grado di preservare dal rischio povertà. Spiccano i casi di povertà economica, sperimentati dal 79% dell’utenza straniera. Seguono i problemi connessi al lavoro. La terza forte criticità è rappresentata dalla questione abitativa, che risulta molto più accentuata tra gli stranieri rispetto agli italiani (23% a fronte del 15%). Tra gli stranieri pesano, poi, come prevedibile i bisogni collegati alla condizione di migrante: fragilità legate ad aspetti amministrativi o burocratici (32,3%), all’irregolarità giuridica (22%), allo status di richiedente asilo (15%) e di rifugiato (10%). Non irrisoria anche la percentuale di coloro che hanno problematiche connesse all’istruzione, quindi per lo più problemi linguistici (80%) e di analfabetismo (9%) o problemi di salute. Le Chiese locali si sono mobilitate per istituire fondi diocesani di solidarietà a supporto delle famiglie o a sostegno dei tanti piccoli commercianti e lavoratori autonomi in difficoltà.

Rapporto Immigrazione: l’impatto della pandemia sulle condizioni lavorative dei cittadini stranieri

14 Ottobre 2021 -     Roma - La condizione occupazionale dei lavoratori stranieri già presenti in Italia ha subito un forte contraccolpo a causa della pandemia, sia per la chiusura di molte attività lavorative in settori con un’importante incidenza di cittadini stranieri sia per la prosecuzione di altre, essenziali per il soddisfacimento di necessità primarie, e da svolgere necessariamente in presenza, che hanno comunque esposto i cittadini stranieri o al rischio di sfruttamento lavorativo o a quello di infezione da Covid-19. Lo scrivono oggi Caritas Italiana e Fondazione Migrantes nel Rapporto Immigrazione 2021 presentato questa mattina a Roma. A questo si aggiunge la più alta probabilità dei cittadini stranieri di detenere tipologie contrattuali più precarie e dunque più legate al rischio del mancato rinnovo contrattuale. Ciò ha incentivato le disuguaglianze preesistenti, riducendo l’efficacia degli interventi operati dal governo. Il tasso di disoccupazione dei cittadini stranieri (13,1%) è superiore a quello dei cittadini italiani (8,7%), mentre il tasso di occupazione degli stranieri (60,6%) si è ridotto più intensamente, tanto da risultare inferiore a quello degli autoctoni (62,8%). Le donne immigrate hanno sofferto la crisi molto di più dei loro omologhi di sesso maschile, con una riduzione del tasso di occupazione due volte maggiore. Più colpiti gli occupati in alberghi e ristoranti (25,2% degli Ue e 21,5% degli extra-Ue) e altri servizi collettivi e personali (27,6 % degli Ue e 25,2% degli extra-Ue). C’è inoltre una quota rilevante di lavoratori, che nel 2020 ha superato i 2 milioni di persone (+10,9% dal 2019), che è incerta sul proprio futuro al punto tale da ritenere di poter perdere il proprio impiego. Ma mentre per gli italiani il timore di incorrere in un evento infausto si riduce parallelamente all’aumentare del livello di istruzione – confermando come il possesso di competenze più elevate fornisca una maggiore sicurezza dinanzi al manifestarsi di rischi – questo non accade tra gli stranieri extracomunitari. La quota di lavoratori extra-Ue laureati che nutrono timori sulla propria condizione professionale (15,0%) è addirittura maggiore non solo dei diplomati (13,1%), ma anche di chi ha al più la licenza media (14,7%). In questo caso il titolo di studio non costituisce una garanzia di stabilità occupazionale, probabilmente in ragione del fatto che anche chi ha elevate competenze svolge mansioni a bassa specializzazione. A completare il quadro del 2020, i dati sugli infortuni e le morti sul lavoro attestano quanto si accennava all’inizio: la maggiore esposizione di lavoratori di determinati settori al rischio contagio. Quanto agli infortuni collegati al Covid, dall’inizio della pandemia al 31 marzo 2021, l’Inail riporta 165.528 denunce. Il 69,3% dei contagi ha interessato le donne, il 30,7% gli uomini. La componente femminile supera quella maschile in tutte le regioni ad eccezione di Sicilia, Campania e Calabria. L’età media dall’inizio dell’epidemia è di 46 anni per entrambi i sessi. Quanto alle nazionalità, i lavoratori contagiati provengono soprattutto da Romania (21,0%), Perù (13%), Albania (8,1%), Moldavia (4,5%) ed Ecuador (4,2%). È lecito desumere molte situazioni abbiano riguardato donne impiegate nei servizi domestici e di cura alla persona contagiatesi all’interno dei nuclei familiari datoriali. Se gli infortuni sono complessivamente diminuiti, le morti sul lavoro sono invece aumentate: +27,6% dall’anno precedente (da 1.205 a 1.538) ed oltre un terzo dei suddetti decessi, rileva l’Inail nella Relazione annuale del Presidente (luglio 2021), sono stati causati dal Covid19. Dei 1.538 esiti mortali, 224 hanno riguardato cittadini stranieri (14,6%) e, in particolare (70% dei casi), cittadini extracomunitari. Per concludere la panoramica sul mercato del lavoro, va ricordato un positivo dato in controtendenza, ovvero la costante crescita del numero degli imprenditori nati all’estero, che pur nell’anno della pandemia sono cresciuti del +2,3% a fronte della sostanziale stasi degli italiani (-0,02%). Per quanto riguarda i Paesi d’origine, nel 2020 la Cina si conferma il primo Paese (75.906), in lievissima crescita rispetto all’anno precedente (+0,5%). Anche Romania e Marocco contano più di 70 mila imprenditori. Sommate assieme, queste tre nazionalità arrivano a quasi il 30% di tutti gli imprenditori nati all’estero. Gli aumenti più significativi sono stati registrati dalle nazionalità dell’Est Europa, in particolare Romania, Albania, Moldavia e Ucraina; seguite da Nigeria e Pakistan. Rallenta invece la crescita di imprese con titolari indiani e dal Bangladesh, protagoniste di un grande picco di crescita nell’ultimo decennio.    

Rapporto Immigrazione: il quadro in Italia fra calo della popolazione e limitazioni alla mobilità

14 Ottobre 2021 - Roma - La tendenza alla progressiva diminuzione della popolazione italiana, già evidenziata nelle precedenti edizioni del Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, inizia a coinvolgere nel 2021 anche la popolazione di origine straniera, che è passata dai 5.306.548 del 2020 agli attuali 5.035.643 (-5,1%). La diminuzione complessiva della popolazione in Italia è ancora più cospicua (-6,4%), attestandosi sui 59.257.600, che corrispondono a 987 mila residenti in meno rispetto all’anno precedente. Anche i movimenti migratori hanno subito una drastica riduzione (-17,4%). In particolare, rispetto al confronto con gli stessi 8 mesi del quinquennio 2015-2019 si è registrata una flessione del -6% per i movimenti interni, tra comuni, e del -42% e -12%, rispettivamente, per quelli da e per l’estero. Si comincia ad osservare, dunque, tramite gli indicatori demografici l’“effetto pandemia” che si è attestato in altri ambiti sociali. Si tratta di un effetto prodotto – spiegano i due organismi della Cei che hanno presentato l’edizione 2021 questa mattina a Roma -  dalla combinazione di molti fattori, fra cui – in primis – le morti causate dal virus, che in Italia hanno toccato una delle cifre più alte in Europa e nel Mondo (128 mila in Italia a fine luglio 2021, su 4.095.924 morti totali, pari al 3,1% del totale mondiale). Quanto alla distribuzione territoriale dei cittadini stranieri residenti, prevale il Nord (58,5%), in particolare il Nord Ovest (34%). Il Nord Est e il Centro assorbono pressoché la medesima percentuale di popolazione straniera, intorno al 24,5%, mentre il Sud e le Isole rispettivamente appena il 12,1% e il 4,8%. Tutte le aree territoriali hanno subito un decremento dallo scorso anno: quello più consistente l’ha registrato il Centro (-7,5%); mentre quello più contenuto si è avuto nel Nord Est (-3,4%). Le prime 5 regioni nelle quali si attesta la maggior presenza di cittadini stranieri sono, come lo scorso anno, la Lombardia (nella quale risiede il 22,9% della popolazione straniera in Italia) seguita da Lazio, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. Quanto alle prime 10 province prevale su tutte Roma, in cui risiede il 10% dei cittadini stranieri in Italia, seguita da Milano (9,2%) e Torino (4,2%). L’incidenza della popolazione straniera sul totale si attesta sull’8,5%, con punte che superano notevolmente la media nazionale in alcune province, come ad esempio Prato (19%), Milano, Piacenza e Modena (tutte intorno al 14%). La presenza femminile caratterizza in maniera prevalente la popolazione straniera residente (51,9% del totale) e per alcune nazionalità in modo ancora più marcato, sfiorando l’80% fra i soggiornanti provenienti dall’Ucraina, dalla Georgia e da diversi Paesi dell’Est Europa.Quanto ai titolari di permesso di soggiorno ed i motivi, il Ministero dell’Interno riporta un totale di 3.696.697 cittadini stranieri, la maggior parte dei quali in possesso di permesso di soggiorno per motivi di famiglia (48,9% del totale, +9,1% rispetto al 2019), seguiti da quelli per lavoro (43,4% e +12,1% dal 2019). La terza tipologia continua ad essere rappresentata dai motivi di protezione internazionale (5,0%), comprese le forme di tutela speciale o ex umanitaria. Questi permessi hanno segnato un decremento dal 2019 (-5,6%), certamente attribuibile alla chiusura degli arrivi dall’estero, degli sbarchi e degli attraversamenti dei confini, decretata dai provvedimenti governativi per il contenimento dell’infezione da Covid-19. Anche i permessi di soggiorno destinati ai minori non accompagnati che vengono rintracciati sul territorio e ai neomaggiorenni sono diminuiti, passando dai quasi 18 mila del 2019 ai 3.774 del 2020. Le limitazioni stabilite dalle misure governative per il contenimento della pandemia ha prodotto effetti anche sulle attività di contrasto all’immigrazione irregolare: i provvedimenti in oggetto sono passati da oltre 40 mila a circa 26.500 (-35,7%). Nel dettaglio, i respingimenti alla frontiera nel 2020 hanno riguardato 4.060 persone (la metà circa del 2019); le espulsioni sono state 22.869 e i trattenimenti nei Centri per il rimpatrio 4.387 (in calo del 30% circa dal 2019).  

Rapporto Immigrazione: dedicato alla pandemia la XXX edizione

14 Ottobre 2021 -   Roma - La pandemia da Sars Cov 19, lo sappiamo, ha prodotto una serie di effetti negativi in ampi ambiti della vita individuale e collettiva della popolazione mondiale. Nell’edizione che celebra i 30 anni della pubblicazione del Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, che è stato predentato questa mattina a Roma, si analizza in particolare l’impatto che il virus e le misure adottate per il suo contenimento e per la ripresa delle attività economico-sociali hanno avuto sulle vite dei cittadini stranieri che vivono in Italia, in riferimento ad importanti indicatori quali, fra gli altri, le tendenze demografiche e i movimenti migratori, la tenuta occupazionale, i percorsi scolastici dei minori e la tutela della salute. Presi in esame anche anche altri aspetti sociali, forse “meno eclatanti”, come sottolineano Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, ma che hanno subito “contraccolpi altrettanto gravi, come la sfera religiosa ed emotiva individuale, lo scivolamento nel cono d’ombra di migliaia di persone che le misure di lockdown hanno reso più invisibili (ad esempio, le vittime di violenza e di sfruttamento), senza che questo silenzio fosse dissolto dall’interesse dei media”.