Tag: Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

GMMR: la presentazione del Messaggio di Papa Francesco

6 Maggio 2021 - Città del Vaticano -  “Possiamo imparare ad essere fratelli e sorelle migliori, oppure possiamo precipitare ancora più profondamente nell’ossessiva preoccupazione solo per noi stessi”. Così il card. Michael Czerny, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, presentantando questa mattina il messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Come ripete il Papa, “possiamo uscire dalla pandemia migliori o peggiori”, ha detto il cardinale: Sono le alternative a cui si trovano di fronte i passanti, nell’episodio evangelico del Buon Samaritano: “Ognuno ha delle ‘buone scuse’ per allontanare i suoi occhi dalla vittima mezza morta. Il Samaritano oltrepassa la tipica contrapposizione tra ‘noi’ e ‘loro’. Niente da guadagnare, forse tutto da perdere, ma senza compassione per un altro che è vittima di una rapina, come nel racconto, o di una pandemia terrificante come quella di oggi”.  “Tutti soffriamo in modo diversi”, a causa della pandemia: “Cosa succede quando i sopravvissuti in una scialuppa di salvataggio devono tutti aiutare a remare a riva?”, si è chiesto il porporato gesuita: “e se alcuni prendono più della loro parte delle razioni, lasciando altri troppo deboli per remare? Il rischio è che tutti periranno, i ben nutriti e gli affamati allo stesso modo”.  Ecco perché, come scrive il Papa nel messaggio, l’attitudine del Buon Samaritano, che “abbandona l’egoismo per prendersi cura di tutti”, è “essenziale per sopravvivere”, ha spiegato il cardinale sulla scorta della Fratelli tutti, in cui il papa presenta una terza prospettiva per il futuro: non più “gli altri”, ma solo “noi”. Il titolo scelto dal papa quest’anno per la 107ma giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato “Verso un ‘noi’ sempre più grande” : questo “noi” universale “deve – ha detto p. Fabio Baggio, sottosegretario della Sezione Migranti del Dicastero vaticano pe lo Sviluppo Umano Integrale - diventare realtà innanzitutto all’interno della Chiesa, la quale è chiamata a fare comunione nella diversità”. Per favorire un’adeguata preparazione alla celebrazione di questa giornata, la Sezione Migranti e Rifugiati – ha spiegato p. Baggio -  ha allestito una campagna di comunicazione attraverso la quale verranno elaborati i sei punti proposti dal Messaggio. Nei prossimi mesi saranno proposti sussidi multimediali, materiale informativo e riflessioni di teologi ed esperti che aiuteranno ad approfondire il Messaggio. “Fino a quando la logica prevalente rimarrà: ‘cosa è meglio per me’ e non ‘quale è la mia parte in un’azione che sarà il meglio per noi tutti e per la nostra casa comune’, non sarà possibile sanare un’economia malata”, ha quindi sottolineato sr. Alessandra Smerilli, sottosegretario dello stesso dicastero spiegando che  in  ambito economico “non è difficile scorgere questo noi sfigurato, e la pandemia lo ha reso più evidente”. “La finanza, che ha come sua vocazione originaria l’inclusione, mettere insieme chi ha capitale con chi vuole sviluppare progetti ed è privo di mezzi, è diventata – ha quindi aggiunto - in gran parte dei casi pura speculazione. Si pensi alle operazioni speculative sui generi alimentari, che rischiano di lasciare interi paesi senza accesso al cibo a causa degli aumenti dei prezzi. E i più poveri sono costretti a migrare. Si pensi alle crescenti disuguaglianze, economiche, tecnologiche, di accesso alle cure”. “Eppure, ci sono segni di speranza” per uno sviluppo più sostenibile, equilibrato, inclusivo”. (R.I.)

GMMR: Papa Francesco, “non ci siano più gli altri, ma solo un noi”

6 Maggio 2021 - Città del Vaticano - “Camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso”. E’ l’invito di Papa Francesco nel Messaggio del Papa per la 107ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che sarà celebrata domenica 26 settembre 2021, sul tema: “Verso un noi sempre più grande”. “Nei momenti di maggiore crisi – scrive -  come ora per la pandemia, i nazionalismi chiusi e aggressivi e l’individualismo radicale sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa”. “La storia della salvezza – ricorda – vede un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto perché tutti siano una sola cosa. Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato”. “E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri” come gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano “le periferie esistenziali”. Ma per il pontefice “siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità”. Di qui il “duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande”, rivolto “anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo”. Per i membri della Chiesa Cattolica, precisa il Papa, “tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici”, poiché “la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca” e si traduce nell’impegno ad “abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza”. I cattolici sono chiamati a “impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva”, ha sottolineato nel testo presentato questa mattina in Vaticano.  Sottolineando che nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che “ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente”: ogni battezzato, “dovunque si trovi”, è “a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia”. “Oggi la Chiesa – sottolinea ancora papa Francesco nel messaggio che abbiamo è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti”. Tra gli abitanti delle periferie “troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza”. In questa prospettiva, “i flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova frontiera missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente”. (Raffaele Iaria)

GMMR: presentato il primo video di Papa Francesco

6 Maggio 2021 - Città del Vaticano - Nel corso della presentazione del messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante che si celebrerà il prossimo 26 settembre, è stato presentato un video del pontefice che presenta la Giornata di Papa Francesco e spega il senso del tema "Verso un 'noi' sempre più grande". “È un invito rivolto a tutti, perché - ha detto il Papa - ci impegniamo a restaurare la nostra famiglia umana”. Per Papa Francesco “siamo come tanti granelli di sabbia, tutti diversi e unici ma che insieme possono formare una spiaggia bellissima, una vera opera d’arte” ed ha ribadito che "siamo tutti nella stessa barca, e siamo chiamati ad impegnarci affinché non ci siano più muri che ci separano, affinché non ci siano più gli altri, ma solo un noi grande come l’intera umanità”. (Raffaele Iaria)

“Verso un ‘noi’ sempre più grande”: il messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

6 Maggio 2021 - Città del Vaticano - Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio di Papa Francesco per la 107° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 26 settembre 2021, sul tema: “Verso un noi sempre più grande”: Cari fratelli e sorelle! Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n.35). Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo. La storia del “noi” Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità. E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3). La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali. In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo. Una Chiesa sempre più cattolica Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5). Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia. I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8). Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017). Un mondo sempre più inclusivo A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso. Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11). È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande. A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso. Il sogno ha inizio Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).   Preghiera   Padre santo e amato, il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato che nei Cieli si sprigiona una gioia grande quando qualcuno che era perduto viene ritrovato, quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato viene riaccolto nel nostro noi, che diventa così sempre più grande. Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù e a tutte le persone di buona volontà la grazia di compiere la tua volontà nel mondo. Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza che ricolloca chiunque sia in esilio nel noi della comunità e della Chiesa, affinché la nostra terra possa diventare, così come Tu l’hai creata, la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.   Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo   FRANCESCO

«Verso un “noi” sempre più grande»: questo il tema della prossima GMMR

27 Febbraio 2021 - Città del Vaticano - «Verso un “noi” sempre più grande». Questo il titolo scelto da Papa Francesco per la 107ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il prossimo 26 settembre 2021. Questo "noi" universale -  sottolinea oggi la sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale nel bollettino della Sala stampa della Santa Sede - «deve diventare realtà innanzitutto all’interno della Chiesa, la quale è chiamata a fare comunione nella diversità». Il Papa, nella scelta del titolo, ispirandosi al suo appello a far sì che «alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi», come scrive nell'Enciclica  "Fratelli tutti". E questo “noi” universale «deve diventare realtà innanzitutto all’interno della Chiesa, la quale è chiamata a fare comunione nella diversità», si legge nella nota. Il messaggio, suddiviso in sei sottotemi, riserverà un’attenzione particolare alla cura della famiglia comune, la quale, assieme alla cura della casa comune, ha come obiettivo quel “noi” che «può e deve diventare sempre più ampio e accogliente». Per favorire un’adeguata preparazione alla celebrazione di questa giornata, anche quest’anno la Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha allestito una campagna di comunicazione attraverso la quale verranno elaborati i sei sottotemi proposti dal Messaggio. A cadenza mensile, saranno proposti sussidi multimediali, materiale informativo e riflessioni di teologi ed esperti che aiuteranno ad approfondire tema e sottotemi scelti dal papa. In Italia la regione ecclesiastica scelta dalla Commissione Cei per le Migrazioni, per le iniziative della giornata è quella delle Marche. Raffaele Iaria

GMMR: iniziative Migrantes Crema

8 Ottobre 2020 - Crema - Due eventi significativi hanno caratterizzato la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, organizzati dagli uffici Caritas e Migrantes della diocesi di Crema: la presenza di mons. Franco Agnesi, vicario generale della diocesi di Milano e incaricato per la Migrantes dei vescovi lombardi, che ha celebrato la Messa, sabato 26 settembre e l'esibizione del Coro Elikya che, il giorno dopo domenica 27, ha completato la Festa. “Incontrare una Comunità che celebra in piazza è un bel segno di “Chiesa in uscita”, una Chiesa che, pur nelle difficoltà attuali, si impegna nella cura, favorisce unione, suscita attenzione, costruisce solidarietà”. Con queste parole monsignor Franco Agnesi ha iniziato l'omelia durante la Messa, celebrata sulla piazza antistante la Chiesa di Crema Nuova, per ricordare la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. “Anche l'apostolo Paolo – ha proseguito – ci ricorda, nella seconda lettura, l'umiltà di Gesù come modello per il nostro atteggiamento di servizio. E il punto di partenza è proprio guardare i migranti  non come numeri che riempiono le nostre statistiche, ma come uomini e donne con la loro dignità. Ecco allora le sei coppie di verbi che il Papa ci ricorda: Conoscere per comprendere – Farsi prossimo per servire – Ascoltare per riconciliarsi – Condividere per crescere – Coinvolgere per promuovere – Collaborare per costruire ci parlano continuamente di servizio. Anche noi abbiamo dovuto fuggire nei mesi scorsi – ha proseguito mons. Agnesi – e altre persone se ne sono andate per non fare più ritorno... Tuttavia, pur nella drammaticità della situazione è stata l'occasione per conoscerci meglio, per comprendere più a fondo il dramma di altri. Non solo, ma abbiamo assistito a esempi belli e inaspettati di solidarietà. La domanda che ciascuno deve porsi allora è la seguente: delle coppie di verbi sopra ricordate quali mi riguardano? Anche il Vangelo ci segnala la cura e l'attenzione: che cosa voleva realmente il Padre quando chiede ai due figli di andare a lavorare nella vigna? È l'atteggiamento di un padre-padrone? Sembrerebbe di sì, stando alla risposta del primo figlio, preoccupato solo di fare bella figura, senza dare sostanza alle sue parole. Diversa è la risposta del secondo figlio, apparentemente più sfacciata, ma che capisce in fondo qual è la volontà del Padre. Dio non vuole una inutile obbedienza, quanto il desiderio che la vigna, cioè noi, portiamo frutto la domanda allora è: che cosa posso fare per portare frutto? Dio non ha fretta e ci aspetta. Vuole qualcuno che si prenda cura egli altri. E tutti possono dare qualcosa, anche chi da cui non ci aspetteremmo mai. Solo così – ha concluso il Vicario generale di Milano – possiamo guardare alle sorelle e ai fratelli che pur da lontano vengono a noi, come a persone che possono aiutarci a far fruttare la vigna del Signore”. Domenica 27 è toccato al Coro Elikya completare, con il suo brio e la sua vitalità, la Festa del giorno prima. Formato da coristi provenienti da 16 nazionalità diverse, il coro ha dato l'impressione di essere un vero e proprio laboratorio di ricerca e sperimentazione, per la capacità di intrecciare e amalgamare combinazioni ritmiche e melodiche assai diverse tra loro. Non è un caso che Elikya, nella lingua congolese Lingala, significhi “Speranza”, volendo sottolineare che i giovani nonostante le contraddizioni di questa società hanno voglia di conoscersi e impegnarsi per un futuro fatto di incontri e scambi tra le culture. L'iniziativa ha riscosso nel suo insieme un indubbio successo, anche se non era questo il vero obiettivo, spiuegano alla Migrantes di Crema. La due giorni infatti, pur essendo rivolta a tutta la città, ha coinvolto in maniera specifica  l'Unità Pastorale Sacro Cuore-S. Carlo- S. Maria dei Mosi. Sarà questa infatti la porzione di Chiesa Cremasca ad essere interessata da “una riflessione sulla capacità di dialogo tra le diverse culture. Un dialogo che dovrà svilupparsi dai presupposti che abbiamo ascoltato anche attraverso una Liturgia annunciata in più lingue ed una musica frutto di tanti incontri culturali”.

GMMR: mons. Nosiglia, “la presenza degli immigrati nel nostro Paese è una risorsa positiva, che non va solo accettata, ma valorizzata in tutti i suoi molteplici aspetti”

27 Settembre 2020 - Torino - “Voi siete portatori di una ricchezza di culture, tradizioni, valori umani e spirituali e civili, che possono arricchire le nostre comunità sia sotto il profilo religioso che sociale. Mai ci stancheremo di predicare a tutti, e con voce alta e forte, che la presenza degli immigrati nel nostro Paese è una risorsa positiva, che non va solo accettata, ma valorizzata in tutti i suoi molteplici aspetti”. Lo ha detto questa mattina l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, rivolgendosi ai migranti presenti nella cattedrale della città per la celebrazione nazionale della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Con il vescovo a concelebrare mons. Marco Prastaro, vescovo di Asti e incaricato Migrantes della Conferenza Episcopale Piemonte e Valle D’Aosta e il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis. Per il pastore torinese “anche i gravi e complessi problemi sociali, culturali e politici, economici e vitali che investono oggi l’ambito dell’immigrazione vanno affrontati a partire sempre dalla centralità di ogni persona che, al di là delle differenze di cui è portatrice, rappresenta un valore umano, religioso e sociale di grande efficacia e di cui l’intera nostra società abbisogna. La vostra presenza e partecipazione alla vita delle nostre comunità – ha hdetto mons. Nosiglia - è un segno di grande speranza, perché conferma quanto la Lettera ai Filippesi, che abbiamo ascoltato oggi in questa Messa, ci annuncia, invitandoci ad avere gli stessi sentimenti di amore, compassione e carità di Cristo Gesù”. Così – ha quindi aggiunto - il vostro inserimento nel tessuto ambientale, culturale e religioso del nostro Paese non permetterà solo un’efficace integrazione, ma una condivisione, un dare e ricevere gli uni per e con gli altri”. Per i cristiani nessuno deve essere considerato straniero o ospite, ma ogni immigrato – anche chi professa una religione diversa dalla nostra – deve essere “accolto come fratello e sorella, amato da Dio suo creatore, membro effettivo della nostra società civile. La sua presenza va dunque riconosciuta e valorizzata come una risorsa importante basata sull’incontro, sul dialogo, sul rispetto reciproco e sulla fraternità”. Mons. Nosiglia invita, quindi ad “aprire con fiducia questo grande orizzonte dell’universalità della salvezza, che ci invita a considerare ogni popolo ed ogni uomo e donna una ricchezza per tutta l’umanità”. Operare e lavorare per questo vuol dire anche “riconoscere a ciascuno quei diritti fondamentali, che sono propri di ogni persona umana e di ogni famiglia: il diritto al lavoro, alla casa, alla salute, all’istruzione e alla cittadinanza in particolare dei minori nati nel nostro Paese, al permesso di soggiorno e ai diritti che la Costituzione italiana pone a fondamento del vivere civile del nostro popolo. Ai diritti devono corrispondere dei doveri che riguardano l’osservanza di comuni regole di convivenza democratica e pacifica che aborrisce ogni forma di violenza verso gli altri. La morte tragica di don Roberto (Malgesini, ndr), vero martire della carità, ucciso da una persona immigrata che era aiutata e sostenuta nelle sue necessità proprio da questo prete, ci ha lasciati tutti attoniti e sconcertati, ma non possiamo generalizzare il caso. È infatti la persona in quanto tale che commette tali crimini, sia italiana o straniera, che va condannata severamente e messa in grado di non nuocere più alla comunità. Io sono certo, comunque, che se don Roberto potesse farlo lo perdonerebbe e continuerebbe a volergli bene”, ha detto ancora nella sua omelia il presule evidenziando “le radici cristiane e civili, che animano il testo fondamentale dello Stato italiano, sono garanzia di progresso, di giustizia, di fraternità e di pace a cui tutti i cittadini, compresi gli immigrati, sono chiamati a contribuire con le proprie specifiche risorse culturali, religiose e sociali”. Mons. Nosiglia ha pregato il Signore affinché quest’obiettivo “sia raggiunto presto nel nostro Paese e si possa guardare per il futuro ad una società multietnica, realtà positiva e arricchente per tutti. È un auspicio, ma è anche un dovere che la Chiesa ed ogni discepolo del Signore Gesù sono chiamati a perseguire con impegno, operando in concreto sul piano ecclesiale e civile per la sua realizzazione”. Mons. Nosiglia ha quindi ricordato che la Giornata è stata preceduta da una tragedia che “si ripete ormai da tempo nel nostro mare Mediterraneo: in una settimana ben cinque sono stati i naufragi avvenuti con centinaia di morti adulti e giovani, donne e bambini compresi. E questo fatto -ha spiegato - si consuma nel più assoluto silenzio e indifferenza quasi si trattasse di numeri e non di persone. Possa questa giornata promuovere un sussulto di coscienza da parte di tutti e agire per far sì che tali fatti non si ripetano più”.

Raffaele Iaria

GMMR: don De Robertis, “davanti al dramma che ci è di fronte siamo chiamati ad agire”

27 Settembre 2020 - Il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2020 è dedicato agli sfollati interni, una categoria di persone che, a dispetto del loro numero (si stimano essere oggi circa 50 milioni), sono spesso invisibili. Persone che pur condividendo con i richiedenti asilo e i rifugiati il dramma di essere stati costretti a fuggire, i pericoli e la precarietà, non godono neanche di uno status giuridico riconosciuto: la loro protezione è affidata a quello stesso stato di appartenenza che a volte è la causa stessa dei loro mali. E questa invisibilità è resa oggi ancora più grave dalla crisi mondiale causata dalla pandemia Covid-19, che ha finito col far dimenticare tanti altri drammi che pure continuano a consumarsi su questa nostra terra. Il messaggio parte dalla icona biblica della Fuga in Egitto che ispirò papa Pio XII nello scrivere quella che è considerata ancora oggi la Magna Charta del magistero moderno sulle migrazioni, la Costituzione Apostolica Exsul Familia. Scrive Papa Francesco: “Nella fuga in Egitto il piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica condizione di sfollato e profugo 'segnata da paura, incertezza, disagi (cfr Mt 2,13-15.19-23). Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie' (Angelus, 29 dicembre 2013). In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto, come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che ci interpella (cfr Mt 25,31-46). Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire”. Una delle realtà più sorprendenti, più inquietanti del Vangelo è proprio questa identità radicale fra Gesù e il povero. Quel Gesù che ha detto durante l’ultima cena: “Questo è il mio corpo” - e noi devotamente ci inginocchiamo davanti al mistero dell’Eucaristia – è lo stesso che ha detto: “Ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato forestiero, nudo, ammalato, in carcere … quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt.25,31-46). Non ha detto: è come se l’avete fatto a me, ma proprio: l’avete fatto a me! È per che ancora recentemente papa Francesco ci ha ricordato che “Il Signore ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza” (Angelus del 30 agosto). Ai quattro verbi – accogliere, proteggere, promuovere e integrare – che papa Francesco indicava nel suo messaggio per la GMMR 2018 come risposta alla sfida pastorale provocata dalle migrazioni, egli aggiunge ora altre sei coppie di verbi, legati fra loro da una relazione di causa-effetto. E’ interessante notare che si tratta ancora di verbi, di azioni da fare. Davanti al dramma che ci è di fronte non possiamo limitarci a qualche brillante analisi o pia considerazione, siamo chiamati ad agire. Gesù non ha promesso il Suo Regno a chi ripete Signore, Signore, ma a chi fa la volontà del Padre Suo che è nei cieli (Mt.7,21). Di queste coppie di verbi mi limito a richiamarne un paio, lasciando le altre alla vostra riflessione. Anzitutto papa Francesco ci ricorda la necessità di conoscere per comprendere. Non si può comprendere né amare ciò che non si conosce. E si conosce bene solo da vicino: “Molti non vi conoscono e hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza, credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia … Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet” (papa Francesco alle comunità migranti, Bologna, ottobre 2017) Oggi la vera linea di demarcazione rispetto ai migranti è fra quelli che li guardano da lontano - e per loro sono solo dei numeri, una categoria: parlano di extracomunitari, di neri, di immigrati - e coloro che si sono avvicinati fino a riconoscere nel loro volto il volto di un fratello o di una sorella, e allora parlano di Leila, di Ibrahim, di Youssuf. Per questo è importante moltiplicare le occasioni di incontro, di ascolto, di buon vicinato.Un’altra coppia di verbi a cui ricordata dal Papa è coinvolgere per promuovere. Troppo spesso le persone migranti sono, nella migliore delle ipotesi, l’oggetto (non il soggetto!) della nostra carità, il piedistallo che mette meglio in evidenza la nostra bontà. Un certo pietismo, il voler sempre e in tutto provvedere all’altro e scusarlo, senza mai chiedere il suo aiuto o pensare di poter anche imparare da lui, gli toglie la parità, lo spinge a una bassa considerazione di se stesso e a pensare che tutto gli è dovuto perché non si è capaci. “A volte lo slancio di servire gli altri ci impedisce di vedere le loro ricchezze. Se vogliamo davvero promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto”. Il messaggio si conclude con una preghiera suggerita dall’esempio di San Giuseppe. Di Giuseppe si dice nel Vangelo che, “destatosi, prese con sé il bambino e sua madre, nella notte,e fuggì in Egitto”. Il mio augurio è che in questa Giornata, molti di noi, destandoci, lo imitiamo, non limitandoci a dei bei discorsi, ma facendo almeno qualcuna delle azioni che papa Francesco ci ha suggerito in questo messaggio. (Don Gianni De Robertis - direttore Generale Fondazione Migrantes)

Migrantes Latina: uno sguardo di carità sui migranti e i rifugiati

27 Settembre 2020 - Latina - Questa domenica anche la diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno celebra in tutte le parrocchie la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Lo farà anche con il gesto concreto della colletta, cioè la raccolta delle offerte durante le messe. In questo periodo di misure di prevenzione contro la pandemia le offerte possono essere versate solo all’uscita della chiesa, e comunque varie limitazioni che impediscono di organizzare eventi come negli anni precedenti. Intanto, sempre stamattina il vescovo Mariano Crociata presiederà la celebrazione eucaristica, alle 11.30, presso la chiesa di Santa Domitilla a Latina, che già in passato ha avuto la sensibilità di accogliere alcuni migranti. Dallo scorso anno l’équipe dell’Ufficio diocesano Migrantes, diretto da Angelo Raponi, si sta attivando, a livello diocesano, e nelle diverse comunità parrocchiali, per coinvolgere e promuovere i migranti in momenti di preghiera, festa e condivisione (fin quando è stato possibile), in cui la loro presenza faccia la differenza, con il loro contributo originale di storie, percorsi, esperienze. Un servizio che ha avuto un risvolto anche nella prossimità umana e materiale proprio nel tempo più duro dell’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del Covid–19. Infatti, i volontari dell’équipe si sono interessati delle persone e famiglie più fragili, comprese quelle dei rom e dei circensi e giostrai rimasti bloccati nei nostri territori. Molti non sanno che proprio nel territorio pontino risiedono varie famiglie di circensi e giostrai che con il blocco dei movimenti e delle attività nei mesi scorsi si sono ritrovati praticamente senza nulla. Tuttavia, la gran parte del lavoro dell’Ufficio Migrantes è anche quello di contribuire a far conoscere alle comunità parrocchiali cosa vuole dire essere un migrante o rifugiato oggi. Un compito difficile poiché spesso le persone migranti sono vittime di discriminazione. Purtroppo, oggi la vera linea di demarcazione rispetto ai migranti è fra quelli che li guardano da lontano (e per loro sono solo dei numeri, una categoria: parlano di extracomunitari, di neri, di immigrati) e coloro che si sono avvicinati fino a riconoscere nel loro volto il volto di un fratello. Infatti, il senso di questa giornata, giunta ormai alla sua 106ma edizione, è di aiutarci a vedere nei migranti la presenza di Cristo, «anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: con i vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua», e ad agire di conseguenza. (Lorenza Fusco)