Tag: Immigrati e rifugiati

Migranti morti a Melilla: Comece, “vengano identificate le vittime e sia avviata un’indagine indipendente e affidabile”

28 Giugno 2022 -
Bruxelles - I vescovi cattolici dell’Unione europea chiedono “l’identificazione delle vittime, la restituzione delle loro spoglie alle famiglie e un’indagine indipendente e affidabile su quanto accaduto in questo tragico episodio”. È padre Manuel Barrios Prieto, segretario generale della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece), a prendere la parola a seguito del tragico incidente avvenuto il 25 giugno scorso, quando circa duemila migranti provenienti dal Marocco hanno tentato di sfondare la barriera di confine di Melilla. Venerdì scorso, alle 6,40, duemila profughi subsahariani hanno tentato di superare il sistema di reticolati (portato a dieci metri di altezza su decisione del governo Sánchez nel 2020) che racchiude la città autonoma di Melilla. Le autorità marocchine parlano di 18 morti, ma secondo alcune Ong – tra le quali l’Associazione marocchina per i diritti umani e la spagnola Caminando Fronteras – le vittime sarebbero 37 e decine i feriti, alcuni dei quali gravi. Secondo le testimonianze, la maggior parte delle vittime sarebbe morta asfissiata nella calca dopo esser caduta in un avvallamento nel tentativo di superare una recinzione, sul lato marocchino della frontiera. “La Comece piange la morte di dozzine di migranti e richiedenti asilo vicino alla città marocchina di Nador, mentre cercavano di attraversare la recinzione nella città spagnola di Melilla, nonché la morte di due poliziotti”, si legge in una dichiarazione diffusa ieri sera. “Preghiamo per loro e per le loro famiglie”. Nel chiedere l’identificazione dei corpi e  un’indagine “indipendente e affidabile” su quanto accaduto, la Comece afferma: “La gestione della migrazione da parte dell’Ue e dei suoi Stati membri non può consistere nel dare un assegno in bianco ai Paesi vicini che non rispettano la dignità inalienabile di migranti e rifugiati. La Comece condanna inoltre l’uso della violenza da parte di persone che tentano di attraversare le frontiere e chiede un uso proporzionato della forza da parte delle forze dell’ordine e l’assoluto rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali di migranti e rifugiati, nonché l’agevolazione di un adeguato screening delle persone che sono legittimi richiedenti asilo”.

Morte di un (altro) invisibile nel Gran Ghetto dimenticato

28 Giugno 2022 - Foggia - Sul bordo in cemento della baracca un immigrato aveva inciso la frase "Is good to be happy", "È bello essere felici". Nella baracca a fianco, la scorsa notte è morto bruciato il suo amico Joof Yusupha, 35 anni del Gambia. Bracciante finito a vivere in due metri per due di lamiere nel ghetto foggiano di Torretta Antonacci, dopo aver perso il permesso di soggiorno a causa del cosiddetto "decreto sicurezza". L’ennesimo incendio nei ghetti della Capitanata, l’ennesimo morto negli ultimi sei anni: due nel 2017 proprio a Torretta AnS tonacci, nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico; quattro tra il 2018 e il 2020 nel ghetto di Borgo Mezzanone, tra Foggia e Manfredonia; uno nel 2016 nel cosiddetto "Ghetto dei Bulgari", in località "Pescia"; il 17 dicembre 2021 nel rogo della loro baracca nel ghetto di Stornara, muoiono i fratellini rom bulgari Christian, 4 anni, e Birka, 2 anni. L’ultimo incendio in piena notte, prima delle 4. Due le baracche interessate, dove vivevano in quattro, ma solo Joof Yusupha è rimasto coinvolto. I vigili del fuoco intervenuti hanno trovato il suo corpo completamente incenerito.  

Morire di Speranza: a Milano veglia ecumenica di preghiera in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi verso l’Europa

17 Giugno 2022 -

Milano - In occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, la Comunità di Sant’Egidio e e Genti di Pace promuovono a Milano "Morire di Speranza", una veglia ecumenica di preghiera per ricordare tutti coloro che hanno perso la vita nei viaggi della speranza verso l'Europa, "perché la loro memoria non vada perduta. Perché non accada più".

"Hassan, Rania, Salam, il piccolo Ayman ...". Durante la preghiera saranno letti i nomi e le storie di quanti hanno intrapreso questo viaggio e sono morti nel tentativo di raggiungere il nostro continente. Un'invocazione perché nasca una cultura di accoglienza, e cessino le morti nel Mediterraneo.

La preghiera ecumenica "Morire di Speranza" si tiene domenica 19 giugno alle ore 17 presso la chiesa di San Bernardino alle Monache (via Lanzone 13, M2 Sant'Ambrogio). Presiede la preghiera don Mario Antonelli, Vicario Episcopale per l'Educazione e la Celebrazione della Fede; parteciperanno la pastora Cornelia Möller della Chiesa Evangelica Luterana, la pastora Eleonora Natoli della Chiesa Evangelica Valdese, padre Tirayr Hakobyan della Chiesa Apostolica Armena, padre Ambrosij Makar della Chiesa Ortodossa Russa, padre Samuel Aregahegn della Chiesa Copta di Etiopia. Prenderanno parte alla preghiera anche diversi profughi accolti in questi anni a Milano, molti dei quali frequentano le Scuole di Lingua e Cultura Italiana della Comunità di Sant'Egidio e che ricorderanno i loro compagni morti nei viaggi. Parteciperanno anche i profughi giunti in Italia con il programma dei corridoi umanitari dal Libano, l'Etiopia, la Libia e Lesbo. Si calcola che siano oltre 48.647 persone morte, senza contare i dispersi, dal 1993 a oggi, nel mare Mediterraneo o nelle altre rotte, via terra, dell’immigrazione verso l’Europa. Un conteggio drammatico, che si è ulteriormente aggravato nell’ultimo anno: sono infatti 5.257 le persone che, da giugno 2021 ad oggi, hanno perso la vita nel Mediterraneo e lungo le vie di terra nel tentativo di raggiungere il nostro continente, soprattutto dalla Libia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.

Rifugiati: una marea umana in fuga. In 100 milioni chiedono protezione

16 Giugno 2022 - Roma - Più di una volta e mezzo la popolazione dell' Italia. Dodici volte quella della città di New York e quasi cinque volte di Pechino. Secondo i dati di maggio 2022, sarebbero oltre 100 milioni gli esseri umani in fuga nel mondo «a causa di persecuzioni, guerre e violazioni dei diritti umani». A mettere nero su bianco l' allarme, per un fenomeno in crescita esponenziale nell' ultimo decennio, è il secondo report annuale dell' Acnur (Unhcr), 'Global Trends', relativo in particolare al 2021, che Avvenire ha letto in anteprima. Numeri che non riescono a raccontare le storie, le valigie di chi fugge, piene di drammi e speranze. Alla fine dello scorso anno, la marea umana costretta a scappare dal proprio Paese si attestava attorno agli 89,3 milioni. Di questi, 27 milioni sono rifugiati, 53 milioni sfollati interni, 4,6 milioni richiedenti asilo e 4,4 milioni i venezuelani fuggiti all' estero. Dal Paese governato da Nicolàs Maduro sono fuggite in totale 6 milioni di persone, circa un quinto della nazione. Per quanto riguarda le richieste di asilo, aumentate dell' 11%, invece, gli Stati Uniti sono il Paese che ha ricevuto il numero più alto di domande (188.900). In un anno, scrive l' Agenzia Onu per i rifugiati, c' è stato «un aumento dell' 8%», che ha visto più che raddoppiare, rispetto al 2011, i numeri di chi è fuggito. A imporre un' accelerazione forzata al trend, paragonabile solo agli esodi causati dal secondo conflitto mondiale, l' invasione russa in Ucraina dello scorso febbraio e, prima ancora, il riacutizzarsi di altri conflitti ed emergenze globali. Basti pensare che, secondo la Banca mondiale, nel 2021, 23 Paesi sono stati teatro di guerra. Oltre ai conflitti armati, tra le cause di emigrazione forzata ci sono «carenze alimentari, inflazione ed emergenza climatica». Ogni tre persone che hanno lasciato la propria casa nel 2021, perché in pericolo di vita, almeno due scappavano dalla guerra in Siria (6,8 milioni), dalla povertà del Venezuela (4,6 milioni), dalla violenza dei taleban in Afghanistan (2,4), o dai conflitti e dalle persecuzioni in Sud Sudan (2,4) e Myanmar (1,2). Se i minori costituiscono il 30% della popolazione mondiale, il 42% della popolazione globale che fugge è composta da bambini e ragazzi fino ai 17 anni. Tra i rifugiati su scala globale, 3,8 milioni sono accolti nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che più di una volta ne ha fatto arma politica contro l' Europa. Mentre il Libano risulta essere il Paese che ha accolto il numero più elevato di rifugiati pro capite, 1 ogni 8 cittadini libanesi. Il 72% del totale, invece, compresi i rifugiati, venezuelani, è accolto in Paesi confinanti con scarse risorse. Dunque, l' incremento costante delle fughe supera le soluzioni a disposizione dei migranti. Dai dati del report, però, in uno scenario estremamente cupo, anche qualche barlume di speranza. «Mentre registriamo sgomenti il succedersi di nuovi esodi forzati - ha dichiarato l' Alto commissario dell' Onu per i rifugiati, Filippo Grandi - dobbiamo riconoscere gli esempi di quei Paesi che lavorano insieme per individuare opportunità a favore di chi fugge». Il numero di rifugiati e di sfollati interni che hanno fatto ritorno a casa nel 2021, infatti, è aumentato, tornando ai livelli pre-pandemia, «con un incremento del 71% dei casi di rimpatrio volontario». Quasi sei milioni di persone «hanno fatto ritorno ai propri Paesi di origine nel 2021», e 57.500 rifugiati sono stati reinsediati, due terzi in più rispetto al 2020. (Agnese Palmucci - Avvenire)  

Marcial e Dieng, destini incrociati

9 Giugno 2022 - Lanzarote, Canarie -  Non era in servizio quella sera, il guardaspiaggia municipale Marcial Armas Torres. Si trovava con alcuni amici vicino al mare a Órzola, la sua cittadina, sulla punta nord dell’isola, quando ha sentito delle grida provenire dall’acqua. «Chiedevano aiuto, ma era buio, qualcuno agitava cellulari con la torcia attivata» ci racconta dal posto di soccorso della spiaggia di Arrieta dove lavora, sulla costa orientale di Lanzarote. «Al largo, i migranti avevano seguito le luci delle case, ma non si erano accorti delle rocce vulcaniche sul fondo. L’imbarcazione ci aveva sbattuto contro e si era capovolta. La maggioranza non sapeva nuotare». Senza pensarci due volte, Marcial e i suoi amici si sono tuffati. «In mare non si vedeva nulla, seguivamo i rumori e le urla. Abbiamo cominciato a tirarli fuori a uno a uno dall’acqua, per poi tornare a cercare chi rimaneva ». Quella sera lui e i suoi compagni hanno portato in salvo 24 persone, tutti ragazzini. «Altri sette, però, sono morti. Erano partiti da Sidi Ifni in Marocco, oltre 200 chilometri da qui. È accaduto nel novembre del 2020, ma le barche anche oggi continuano ad arrivare». Da quell’anno e dal suo picco di 23mila arrivi registrati, la rotta migratoria atlantica delle Canarie è tornata tra le più attive per chi punta a giungere in Europa, facendo di queste isole spagnole sperdute nell’oceano una delle porte d’ingresso più movimentate verso un continente che sorge 1.300 chilometri più a nord. Dall’inizio del 2022 a fine maggio sono state accolte 8.250 persone. Le tracce delle loro rischiose traversate si incontrano anche sulle spiagge frequentate dai turisti, dalla Caleta del Mero al Caleton Blanco: sono i resti delle barche di legno, le pateras, sventrate o spaccate in due, abbandonate sulla riva o sulle rocce nere vulcaniche. Esattamente un anno dopo il salvataggio degli amici di Órzola, nel novembre del 2021, dalla cittadina marocchina di Tan-Tan sulla costa africana proprio di fronte a Lanzarote il giovane Dieng, studente senegalese di 27 anni, ha provato per due volte ad attraversare. «I tentativi sono falliti per un guasto e il cattivo tempo» ci racconta. Aveva lasciato casa sua a inizio 2021 in aereo fino a Casablanca, poi via terra a Tangeri sullo stretto di Gibilterra, dove la Spagna e dunque l’Europa illudono di essere a un passo, visibili a occhio nudo di là dal mare. E invece attraversare era stato impossibile, troppi i controlli e le deportazioni della polizia, dure le condizioni di vita in città. Così dopo 7 mesi, Dieng aveva deciso di cambiare rotta e tentare quella atlantica. «La sera del 14 dicembre scorso ci abbiamo riprovato più a sud, da El Aaiun. Attorno alle 22 ci siamo mossi con una quindicina di auto verso la costa. Alle 6 del mattino eravamo sulla spiaggia a pompare il gommone. Quando abbiamo preso il mare e lasciato il Marocco il sole non era ancora sorto». A bordo, il sopraggiungere dell’alba ha ammutolito tutti. «Con la luce, non si vedeva attorno niente se non l’immensità del blu. Solo acqua. In un momento come quello, inizi a immaginare cosa può accadere se ci cadi dentro. Lì la paura è totale. Si prova un panico senza limiti in mezzo al mare, quando la vita e la morte hanno le stesse chance di presentarsi ». Dieng racconta del pianto delle donne, e di avere visto anche le lacrime di alcuni uomini. Con gli altri passeggeri, 58 in tutto, tre i bambini, Dieng ha percorso 174 chilometri fino a Fuerteventura. «Alle 17.40 di quello stesso giorno il nostro gommone è stato localizzato. L’acqua era calma e siamo arrivati salvi, una gioia estrema. C’erano grida di esultanza a bordo, con i telefoni abbiamo scattato foto. E abbiamo ringraziato Dio». Sono seguiti i giorni sotto custodia della polizia, tre mesi in un centro per migranti sull’isola, poi il trasferimento a Lanzarote per altri due mesi. «Ovunque l’accoglienza è stata buona» assicura. Alla fine, il 13 maggio, Dieng è stato trasferito a Madrid. Prima di augurargli buona fortuna per la nuova vita, gli chiediamo qualche dettaglio sulla traversata: «Il prezzo varia da 1 a 2 milioni di Franchi Cfa, tra i 1.500 e i 3.000 euro. Io ho pagato 1.500 euro. Chi fornisce il passaggio compra il gommone, il motore e il carburante, ma non parte. A condurre l’imbarcazione in genere è uno dei passeggeri, che così non paga, qualcuno con esperienza di mare, pescatori di Senegal o Guinea che se ne vanno perché la vita là è troppo complicata». Sfidare le acque dell’oceano su un mezzo di appena 9 metri, come quello di Dieng, rappresenta un rischio altissimo. «Dopo gli ultimi arrivi, siamo molto preoccupati per le barche che i migranti hanno iniziato a utilizzare, gommoni e mezzi troppo precari per questo tipo di traversata » ci spiega José Antonio Rodríguez Verona, responsabile della prima emergenza per la popolazione immigrata alla Cruz Rojadelle Canarie. «Inoltre vediamo approdare più famiglie al completo, mentre in precedenza si muoveva solo un componente del nucleo familiare». La Croce Rossa spagnola interviene ad ogni sbarco con un triage sanitario, un rifornimento di vestiti e, quando necessario, il trasferimento in ospedale. «Se i migranti giungono sulle isole più vicine alla costa africana, Lanzarote e Fuerteventura, la traversata richiede meno tempo e se tutto va liscio si arriva in buona salute. Chi giunge a Gran Canaria, Tenerife, La Gomera o Hierro sperimenta tragitti più lunghi, molto difficili. Sono numerose le occasioni in cui, purtroppo, vediamo arrivare cadaveri o persone in condizioni così gravi da richiedere stabilizzazioni sanitarie serie sul molo o sulla spiaggia». All’interno di una patera squarciata e abbandonata sulla sabbia della Caleta del Mero, qualcuno ha costruito una piccola croce con le assi di legno che si sono staccate dallo scafo. Ci ha scritto sopra in spagnolo una frase che non può sfuggire a chi passa di lì, gente del posto o turisti in arrivo da mezza Europa: « Recuerda, todos sangramos el mismo color. Ricorda, sanguiniamo tutti dello stesso colore». (Francesca Ghirardelli - Avvenire)        

“Casa mia è il paradiso”: vite di migranti di ritorno

24 Maggio 2022 -

Niamey - Jules non ha timore ad affermarlo: 29 anni di età e di mestiere calciatore. Jules, lascia nel suo Camerun due figlie e la loro madre per andare a scoprire altri terreni di gioco più appetibili. Non riesce a passare però l’Algeria e lì si ferma per un paio d’anni lavorando a cottimo nei cantieri di Oran e in quelli della capitale. Arrestato per strada dalla polizia è mandato a Tamarrasset e poi espulso alla frontiera col Niger. Raggiunge la capitale grazie al buon cuore di un camionista che commercia cipolle da esportazione. Dell’avventura in Algeria e del viaggio ricorda soprattutto la violenza e il razzismo. Arriva alla conclusione che solo a «casa sua c’è il paradiso». Paul, anche lui originario del Camerun: 19 anni di età e di mestiere è, a sua volta, calciatore. Sogna l’Europa e l’Italia in particolare. Dopo aver giocato nella vicina Guinea Equatoriale, pensava di poter spiccare il salto continentale. Ha lavorato per qualche mese a Tripoli, in Libia, per poi essere arrestato, detenuto e picchiato, come migliaia di altri migranti, in un campo tenuto da libici. Ha continuato a rifiutarsi di chiamare per telefono la sua famiglia per chiedere i soldi del riscatto e, per grazia divina – dice lui – è riuscito a scappare dall’inferno. Compie il viaggio a ritroso verso il Niger e, nell’attesa del ritorno al comune Paese d’origine si conosce con Jules e, assieme, giocano i supplementari. Darius, liberiano di nascita, ha conosciuto l’esilio in Ghana per dieci anni, assieme a migliaia di compatrioti. Tornato al suo Paese riparte e la vita diventa una cartina geografica che si sposta a seconda delle circostanze del momento. Opera il balzo migratorio in Senegal e poi in Mauritania per arrivare in Marocco. Infine, si ritrova suo malgrado in Algeria e da lì, come tradizione, viene deportato e poi espulso, spinto oltre la frontiera col Niger. Lui e la sua compagna Esther, originaria della Sierra Leone, che voleva raggiungere la Spagna e aveva pagato il solito 'passeur', si erano incontrati in Mauritania. Avevano fatto credere alla donna che quell’altro lembo d’Africa era la Spagna promessa... Vedendo le persone piuttosto bianche di pelle e ben vestite nella capitale Nouakchott lei per qualche momento lo aveva anche creduto. Finché, Darius, incontrato perché comprava i pesci che lei aveva cominciato a vendere su una spiaggia, le aveva spiegato dove si trovava in realtà. Entrambi a Niamey, in attesa del ritorno in Liberia, hanno messo al mondo un figlio in Algeria, l’hanno chiamato Emmanuel, 'Dio dom noi'. Dio viaggia con loro, perché il paradiso non è lontano. (Mauro Armanino - Avvenire)

Idmc e Nrc: record negativo di sfollati interni nell’anno 2021

20 Maggio 2022 -

Ginevra - Conflitti e disastri naturali hanno costretto decine di milioni di persone ad abbandonare le loro case l’anno scorso, rimanendo comunque nei rispettivi Paesi, con un conseguente forte aumento del numero di sfollati interni che a livello mondiale ha sfiorato la soglia dei 60 milioni: è quanto emerge da un rapporto congiunto delle Ong Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc) e Norwegian Refugee Council (Nrc). Secondo le due Ong, nel 2021 gli sfollati interni sono stati circa 59,1 milioni: un record storico negativo che quasi sicuramente sarà battuto di nuovo quest’anno a causa dell’invasione russa dell’Ucraina.

Disastri, inclusi quelli meteorologici come cicloni e inondazioni in Asia, così come protratti conflitti in luoghi come in Siria, Afghanistan ed Etiopia sono i fattori che spiegano l’altissimo numero di nuovi sfollati l’anno scorso. «Il mondo sta cadendo a pezzi, troppi Paesi stanno cadendo a pezzi», ha dichiarato Jan Egeland, segretario generale Norwegian Refugee Council. In totale 59,1 milioni vivono in condizione di sfollati, mentre nel 2020 erano 55 milioni. I Paesi con il più alto numero di sfollati interni nel 2021 erano la Siria, la Repubblica democratica del Congo, la Colombia, l’Afghanistan e lo Yemen. Il rapporto evidenzia un drammatico indice di come vi sia una «mancanza di abilità nella prevenzione dei conflitti e nella risoluzione dei conflitti ». E il conflitto in Ucraina non farà altro che che dirottare diversi gran parte dei fondi destinati ad aiuti umanitari a vantaggio dei rifugiati ucraini.

Viminale: da inizio anno sbarcate 15.004 persone migranti sulle coste italiane

17 Maggio 2022 -
Sono 15.004 le persone migranti sbarcate sulle coste da inizio anno secondo il dato diffuso dal ministero dell'interno aggiornati alle 8 di questa mattina. Di questi 2.482 sono di nazionalità egiziana (17%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (2.327, 15%), Tunisia (1.659, 11%), Afghanistan (1.333, 9%), Siria (908, 6%), Costa d’Avorio (695, 5%), Eritrea (485, 3%), Guinea (482, 3%), Iran (379, 2%), Sudan (316, 2%) a cui si aggiungono 3.938 persone (26%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Fino ad oggi sono stati 1.552 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare.

Regolarizzazione 2020: 100mila ancora in attesa

11 Maggio 2022 - Roma - Va avanti a rilento la regolarizzazione del lavoro strastraordinaria del 2020, misura che la campagna 'Ero straniero' ha proposto e fortemente sostenuto. Solo la metà delle domande è stata finalizzata. Delle oltre 207.000 richieste di emersione presentate dai datori di lavoro, sono 105.000 i permessi di soggiorno in via di rilascio da parte delle prefetture (il 50% circa del totale) «e ancora decine di migliaia le pratiche da finalizzare» sottolineano i promotori della campagna. «Da evidenziare inoltre – aggiungono – il numero piuttosto alto di rigetti che sta emergendo man mano che si procede con l’esame». Sui tempi inaccettabili dell’esame delle pratiche è intervenuta, tra l’altro, la condanna del Tar Lombardia, che ha ricordato con alcune sentenze quanto prevede la Costituzione rispetto ai tempi certi dei procedimenti amministrativi. Nel dossier elaborato dalla campagna 'Ero straniero' e visibile sul sito, anche l’analisi dei risultati ottenuti nei mesi scorsi ai fini di velocizzare e portare a compimento la procedura, a partire dalla proroga fino a dicembre 2022 degli oltre 1.000 interinali impiegati presso prefetture e questure che, grazie a un emendamento alla legge di bilancio proposto da 'Ero straniero', potranno continuare a occuparsi della regolarizzazione e, si spera, portarla a compimento. Altro elemento su cui si sofferma la campagna è l’ultimo decreto flussi, che ha individuato 70.000 quote di ingresso per lavoratori e lavoratrici per il 2022 in diversi settori, a fronte delle poche migliaia previste negli anni scorsi. Nei click day tra fine gennaio e febbraio, le quote sono andate esaurite in poche ore e sono state oltre 220.000 le richieste arrivate da parte dei datori di lavoro, ben oltre i posti disponibili. A conclusione dell’analisi dei dati e degli interventi più recenti in materia di immigrazione, i promotori della campagna «ribadiscono ancora una volta la necessità di creare finalmente dei canali di ingresso per lavoro razionali e realmente accessibili e superare il sistema illogico delle sanatorie, con l’introduzione di un meccanismo sempre accessibile per rientrare nell’economia legale». Incoraggiante in tal senso, sottolineano, l’approvazione il 3 maggio scorso in Senato, nell’ambito della discussione sulla Istituzione della Giornata nazionale in memoria degli immigrati vittime dell’odio razziale e dello sfruttamento sul lavoro, di un ordine del giorno che impegna il governo a valutare l’introduzione “di un meccanismo permanente di regolarizzazione su base individuale a fronte di un contratto di lavoro, al duplice fine di garantire la giusta tutela dei diritti fondamentali della persona e così favorire anche l’emersione di rapporti di lavoro irregolari”, riprendendo la proposta di legge di iniziativa popolare (proposta dalla campagna 'Ero straniero') il cui esame è fermo in Commissione affari costituzionali da marzo 2020.  

Draghi: superare la logica del Trattato di Dublino

3 Maggio 2022 - Strasburgo - “La solidarietà mostrata verso i rifugiati ucraini deve poi spingerci verso una gestione davvero europea anche dei migranti che arrivano da altri contesti di guerra e sfruttamento": lo ha detto il premier italiano Mario Draghi, intervenendo oggi al Parlamento europeo. Più in generale - ha aggiunto il premoer italiano -  è "necessario definire un meccanismo europeo efficace di gestione dei flussi migratori, che superi la logica del Trattato di Dublino”. In particolare, “dobbiamo prestare maggiore attenzione al Mediterraneo, vista la sua collocazione strategica come ponte verso l’Africa e il Medio Oriente. Non possiamo guardare al Mediterraneo soltanto come un’area di confine, su cui ergere barriere. Sul Mediterraneo si affacciano molti Paesi giovani, pronti a infondere il proprio entusiasmo nel rapporto con l’Europa. Con essi, l’Unione europea deve costruire un reale partenariato non solo economico, ma anche politico e sociale. Il Mediterraneo deve essere un polo di pace, di prosperità, di progresso”.