Tag: Immigrazione

Centro Astalli: “cordoglio” per le vittime e “preoccupazione” per i superstiti dopo il naufragio di ieri

26 Luglio 2019 - Roma – “Ripristinare immediatamente le operazioni di ricerca e soccorso in mare”; “attivare un piano di evacuazione dei migranti dalla Libia, dove la loro vita è in pericolo a causa di violenze e soprusi che sono prassi quotidiana”; “prevedere percorsi di ingresso legale in Europa per i migranti oggi costretti a dover ricorrere al traffico di essere umani in assenza di vie sicure e regolamentate” e “aprire canali umanitari per chi scappa da guerre, persecuzioni ed estrema povertà e ha diritto a chiedere protezione e accoglienza in Europa”. Lo chiede il Centro Astalli dopo la notizia di un nuovo naufragio che ha coinvolto circa 300 persone e che registra un centinaio di dispersi come riferiscono i superstiti riportati in Libia. Il Centro Astalli, esprime “profondo cordoglio” per le vittime e “preoccupazione per la sorte dei migranti riportati in Libia, paese in guerra e quindi porto non sicuro”.

Diocesi di Vicenza su migrazioni, accoglienze e prospettive future

25 Luglio 2019 - Vicenza - A fronte delle mutate condizioni del fenomeno migratorio e delle nuove disposizioni legislative promulgate a riguardo dal governo italiano, la Diocesi di Vicenza propone una riflessione e rilancia il proprio impegno in favore dei migranti presenti sul territorio. “Non è più il tempo della prima accoglienza, ma di attivarsi in favore dell’integrazione e dell’inserimento lavorativo dei titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari che rischiano a breve di trovarsi in condizioni di irregolarità e di povertà assoluta”, si legge in una nota sottolineando che corridoi umanitari, seconde accoglienze e inclusione lavorativa sono alcune delle iniziative che la diocesi porterà avanti “senza il sostegno di fondi pubblici, ma contando esclusivamente sul volontariato e sulla generosità espressa dalle comunità cristiane. È evidente che la scelta non è dettata da ragioni di tipo economico, ma di pensiero, di obiettivi e stili con cui si intende guardare ed accompagnare queste persone, uomini donne e bambini, giunti in Italia dopo esperienze traumatiche e desiderosi, come tutti, di un futuro migliore per sé e per i propri familiari”. La Diocesi vicentina ritiene "non più prioritario” impegnarsi nella prima accoglienza dei migranti, “certa che lo Stato saprà farsi carico delle necessità dei richiedenti protezione internazionale secondo gli standard previsti dal diritto internazionale”, e si concentrerà su "nuove progettualità di accompagnamento per le persone straniere presenti in Italia, in possesso di regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, al fine di migliorare l’inclusione sociale e l’inserimento nel mondo del lavoro", come si legge nella nota a firma degli uffici Migrantes, Caritas, Pastorale sociale e Pastorale missionaria. La diocesi, attraverso le proprie strutture, non ha quindi partecipato ai bandi prefettizi per l’affidamento del servizio di accoglienza e assistenza e intende “volgere attenzione ed impegno per sviluppare nuove progettualità di accompagnamento per le persone straniere presenti in Italia, in possesso di regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, al fine di migliorare l’inclusione sociale e l’inserimento nel mondo del lavoro”. Nela nota “si incoraggiano le comunità cristiane ad intraprendere o continuare le esperienze parrocchiali o vicariali di accoglienza diffusa, che prevedano esperienze socio-relazionali accoglienti, casa, formazione professionalizzante, tirocini-lavoro, scuola di italiano”. Da qui l’invito a tutte le persone di buona volontà che “desiderano costruire una società più accogliente e solidale a coinvolgersi nelle iniziative territoriali a loro vicine” e a sostenere tutte le attività promosse “considerando che saranno progetti non sostenuti da fondi pubblici”.

Card. Montenegro: in Sicilia accogliere è una “cosa normale”

25 Luglio 2019 - Città del Vaticano - In una terra come la Sicilia, accogliere i forestieri “è una cosa normale” ma negli ultimi tempi la “politica è cambiata”: “si cavalca la sindrome della paura”, si chiude la porta, “soprattutto quella del cuore”. A dirlo, in una intervista a VaticanNews è l’arcivescovo di Agrigento, il card. Francesco Montenegro nel cui territorio cade l’isola di Lampedusa.  “Lampedusa è più vicina all’Africa che alla Sicilia e i lampedusani sono stati sempre abituati a sentir bussare alle porte. Erano marinai della Tunisia e loro li accoglievano in casa. È stata interessante l’accoglienza data agli immigrati, soprattutto a Lampedusa: su cinquemila abitanti, c’erano 10 mila immigrati”, dice il porporato: “chi non poteva fare qualcosa per loro metteva a disposizione il termos con il caffè o il thè in modo che chi aveva sete poteva bere. Faceva entrare il migrante in casa per prendere qualcosa da mangiare, per lavarsi. Qualcosa è cambiato, perché ultimamente la politica è cambiata: si cavalca la sindrome della paura. E in questa situazione qualcuno - proprio perché parlano tutti di paura, di terroristi - chiude la porta. Soprattutto chiude la porta del cuore. La disinformazione sta portando all’aumento della paura: la gente non è capace di giudicare la verità di quello che viene detto, per cui resta schiacciata e impressionata da quello che si dice. Noi come cristiani abbiamo il dovere di leggere questa realtà con il Vangelo: io non posso leggerlo con i canoni della politica”.  Il cardinale ricorda di essere stato ospite del presidente del Consiglio europeo. “Sono stato a Strasburgo, a Bruxelles. Sono stato anche a Ginevra a parlare perché ero presidente di Caritas e di Migrantes. Lì mi fu detto con estrema chiarezza: se tutti i Paesi non la pensano nella stessa maniera, è impossibile trovare soluzioni. Però la cosa più pesante è il fatto che l’Europa abbia messo al centro l’economia, la finanza: non c’è l’uomo”. Il problema non è la migrazione: è “l’ingiustizia sociale. C’è un’Europa – spiega il cardinale - che è responsabile di come va l’Africa: se l’Africa non va bene la gente la scappa è perché l’Europa ha giocato con le risorse e con le persone africane. Io, quando sento parlare i politici, sento parlare soltanto di bianchi e neri: il fatto che ci siano 245 milioni di migranti nel mondo, che qualcuno definisce come il sesto continente, è un problema legato all’essere bianco o nero oppure è il sintomo di qualcosa che non funziona? quale futuro ci sarà in queste nazioni dove stanno andando via tutti i giovani?”

Tv2000 prende il largo con gli “Angeli del mare”

25 Luglio 2019 - Roma – “Angeli del mare”. Questo il titolo di una trasmissione televisiva che andrà in onda dal 31 luglio ogni mercoledì (ore 20,45) su Tv 2000. La trasmissione, di Simone Gandolfo, racconterà la quotidiana assistenza ai barconi provenienti dall'Africa. La serie è stata realizzata in collaborazione con la Guardia Costiera, la Croce Rossa, Medici senza frontiere e con il patrocinio del Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale – sezione migranti e rifugiati -, di UNHCR e Save the children. Gli “Angeli del mare” sono donne e uomini della Guardia Costiera addestrati a intervenire in situazioni limite, in cui anche una piccola distrazione può essere fatale. Salvare la vita dei naufraghi non è infatti solo questione di tecnica, ma di cuore e di coraggio. La serie, realizzata nella base della Guardia Costiera di Lampedusa, racconta le vicende umane e professionali di tutti gli eroi di frontiera che attraverso il loro lavoro ed il loro servizio salvano bambini, donne e uomini spinti in mare dall'emergenza migratoria che dal Nord-Africa si sposta verso l’Europa.  

Ismu: cristiani la maggioranza degli stranieri in Italia

23 Luglio 2019 -

Milano - Secondo le più recenti elaborazioni della Fondazione Ismu su dati Istat e Osservatorio Regionale per l'integrazione e la multietnicità (Orim), gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2019 che professano la religione cristiana rimangono i più numerosi (due milioni e 815mila fedeli – pari al 53,6% del totale dei residenti stranieri – tra cattolici, ortodossi evangelici e altri cristiani), seguiti dai musulmani (un milione e 580mila fedeli). Passando all’analisi delle singole appartenenze religiose rispetto alla stessa data del 2018 cambiano invece le posizioni in classifica: quest’anno al primo posto, anziché i cristiani ortodossi, troviamo i musulmani che rappresentano il 30,1% degli stranieri residenti in Italia (nel 2018 erano il 28,2%), i cristiani ortodossi quindi slittano al secondo posto (29,7%, pari a un milione e 560mila), in terza posizione poi troviamo i cattolici (18,6%, pari a 977mila). Passando alle religioni di minor importanza quantitativa tra i residenti stranieri si stimano 183mila (pari al 3,5% sul totale degli stranieri residenti) cristiani evangelici, 136mila (2,6%) buddisti, 114mila induisti (2,2%), 80mila (1,5%) persone di altre fedi cristiane, 49mila sikh (0,9%), 16mila (0,3%) copti.

Per l’Ismu è rilevante la crescita degli stranieri atei o agnostici, stimati in più di mezzo milione di unità (al 1° gennaio 2018 erano 331mila).

Dall’analisi delle stime emerge quindi che, mentre gli stranieri musulmani residenti risultano in aumento 127mila unità rispetto al 2018 (anno in cui erano stimati in 1 milione e 453mila), i cristiani nel loro complesso invece diminuiti di 145mila unità (nel 2018 erano stimati in due milioni e 960mila), pur mantenendo ancora nettamente il ruolo di principale religione professata dagli stranieri (se nel 2018 rappresentavano il 57,5% del totale degli stranieri, nel 2019 rappresentano il 53,6%).

È importante segnalare che non tutte le fedi cristiane sono in diminuzione: fanno eccezione infatti gli evangelici che, a differenza di ortodossi, cattolici e copti e altri, sono aumentati di 52mila unità rispetto al 2018, anno in cui se ne stimavano 131mila.

Il nuovo assetto delle appartenenze religiose – si legge in una nota dell’Ismu - si spiega in primo luogo perché dal conteggio dei residenti stranieri al 1° gennaio 2019, sono stati esclusi i 112.523 stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana durante il 2018 e in secondo luogo perché i diversi flussi migratori nazionali presentano un saldo netto tra arrivi in Italia e ripartenze probabilmente maggiore nell’ultimo anno per musulmani e cristiani evangelici, che non per gli altri cristiani.

Per quanto riguarda le provenienze si stima che la maggior parte dei musulmani stranieri residenti in Italia abbia cittadinanza marocchina (440mila), seguiti da quella albanese (226mila), bangladesha (141mila), pachistana (106mila), egiziana (111mila). Passando ai cattolici stranieri, si stima che la maggior parte abbia cittadinanza rumena (162mila), seguita da quella filippina (159mila). Tra i cristiani ortodossi stranieri al primo posto ritroviamo i cittadini rumeni (965mila), seguiti dagli ucraini (200mila).

Comece: “la protezione internazionale strumento concreto di solidarietà nei confronti di chi subisce persecuzioni o violenze nel proprio Paese”

23 Luglio 2019 - Bruxelles -  Ci sono “obblighi legali che vanno rispettati” quando una persona cerca protezione internazionale all’interno di uno Stato. Lo ricorda oggi, in una nota, la Commissione degli episcopati dell’Ue (Comece), in relazione alla recente pubblicazione del Rapporto 2019 sull’asilo a cura dell’Ufficio Ue per il sostegno all’asilo (Easo). Dal Rapporto emerge che nel 2018 ci sono state 664.480 domande nei 28 Paesi Ue, il che rappresenta un calo del 10% rispetto al 2017. Un terzo delle domande riguardava minori. In Germania, Francia, Grecia, Italia e Spagna sono state presentate i tre quarti delle domande, ma i Paesi che hanno ricevuto più domande rispetto al numero di abitanti sono state Cipro, la Grecia, Malta, il Liechtenstein e il Lussemburgo. Di tutte le domande presentate, il 39% è stata accolta (il 7% in meno rispetto al 2017). “La protezione internazionale è uno strumento concreto di solidarietà nei confronti di coloro che subiscono persecuzioni o violenze nel proprio Paese”, ricorda oggi la Comece, che “incoraggia gli Stati membri dell’Ue a porre la dignità umana al centro delle loro politiche di asilo e delle decisioni giudiziarie e amministrative”.    

UNHCR e OIM: “bene consenso UE su azione in Libia e nel Mediterraneo

23 Luglio 2019 - Roma - Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), e António Vitorino, direttore generale dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), accolgono “con soddisfazione il consenso sulla necessità di agire per porre fine alla detenzione arbitraria di rifugiati e migranti in Libia e intervenire nel Mediterraneo”, a seguito dei colloqui tra i 28 Stati Ue che si sono svolti ieri a Parigi. “La violenza che ha colpito Tripoli nelle ultime settimane ha reso la situazione disperata come mai prima e ha evidenziato l’urgenza con cui è necessario intervenire”, affermano. I due alti funzionari Onu invitano ad “avviare un processo di rilascio ordinato delle persone trattenute nei centri di detenzione, sia verso le aree urbane sia verso centri di accoglienza aperti che assicurino una ragionevole libertà di movimento, riparo, assistenza e protezione della propria incolumità, oltre a un monitoraggio indipendente e all’accesso regolare e incondizionato delle agenzie umanitarie”. “Alla luce dei rischi di abusi, maltrattamenti o morte – sottolineano -, nessuno dovrebbe essere ricondotto nei centri di detenzione in Libia dopo essere stato intercettato o soccorso in mare”. Anche l’impegno rinnovato ieri dagli Stati a prevenire la perdita di vite umane nel Mar Mediterraneo è, a loro avviso, “incoraggiante”: “Lo status quo, che vede le operazioni di ricerca e soccorso spesso lasciate all’intervento di imbarcazioni commerciali o di Ong, non può continuare. È necessario lanciare un’operazione di ricerca e soccorso guidata dagli Stati dell’Unione europea simile a quelle realizzate negli ultimi anni”. “È necessario riconoscere il ruolo fondamentale svolto dalle Ong: esse non devono essere criminalizzate né stigmatizzate per il soccorso di vite umane in mare – puntualizzano -. Alle imbarcazioni commerciali, sulle quali si fa sempre più affidamento per condurre operazioni di soccorso, non deve essere chiesto né di trasbordare sulle navi della Guardia costiera libica le persone soccorse, né di farle sbarcare in Libia, dato che non costituisce un porto sicuro”. UNHCR e OIM giudicano “promettenti” i colloqui sull’opportunità di “istituire un meccanismo di sbarco temporaneo e coordinato per le persone soccorse in mare e di condividere le responsabilità fra Stati in previsione della successiva fase di accoglienza. Chiediamo che tali colloqui continuino, poiché un approccio congiunto a questa situazione è nell’interesse di tutti”.  

Vescovi Usa: preoccupazione per voci su azzeramento programma reinsediamento rifugiati

23 Luglio 2019 - New York - Un servizio giornalistico pubblicato dal magazine “Politico” ha messo in allarme i vescovi americani. L’articolo, riferisce oggi l’agenzia Sir, segnala che l’amministrazione Trump intende azzerare il programma di reinsediamento negli Stati Uniti dei rifugiati in fuga dalle persecuzioni e dalle guerre. La notizia è stata definita “inquietante e contraria ai principi che abbiamo come nazione e popolo” ha scritto il vescovo Joe S. Vásquez, Presidente della Commissione per l’immigrazione della Conferenza Episcopale Usa. “Mi oppongo fermamente a qualsiasi ulteriore riduzione del programma di reinsediamento dei rifugiati”, ha dichiarato Vásquez, che considera l’aver offerto rifugio “a coloro che fuggono dalle persecuzioni religiose o di altra natura, una pietra miliare di ciò che ha reso grande questo Paese” e non accetta la decisione di porre fine al programma, proprio nel bel mezzo della più grande crisi umanitaria vissuta dall’inizio di questo secolo. Gli Usa, nel 1980, hanno approvato una legge sui profughi che consente l’ingresso di una media di 95mila rifugiati all’anno. Negli ultimi anni i numeri si attestano su un intervallo che va da 50 a 75mila unità. L’amministrazione Trump ha tagliato gli ingressi riducendoli a 45mila nel primo anno di governo, a 30mila nel 2019 e le previsioni, secondo questi tre funzionari raggiunti dal giornale, sarebbero pari a zero per il nuovo anno 2020. “Ogni rifugiato reinsediato negli Stati Uniti passa attraverso un ampio processo di controllo che spesso richiede da 18 mesi a due anni per essere completato”, ha osservato il presidente della Commissione precisando che il programma di accoglienza incorpora interviste dal vivo e diversi controlli approfonditi da parte di diverse agenzie e dipartimenti governativi. Inoltre, “molti di questi rifugiati hanno legami familiari negli Usa e rapidamente iniziano a lavorare per ricostruire le loro vite e arricchire le loro comunità”. Vasquez si augura che vengano ripristinati i numeri del precedente programma di reinsediamento, cioè 95mila, per “non lasciare i rifugiati in pericolo” e citando Papa Francesco invita a “lavorare per la ‘globalizzazione della solidarietà’ con i rifugiati, e non ad una globalizzazione dell’indifferenza”. L’ultimo rapporto del Dipartimento di Stato americano ha accertato che nel 2019 i primi 10 Paesi di origine per i rifugiati ammessi sono stati: Congo, Myanmar, Ucraina, Eritrea, Afghanistan, Siria, Iraq, Sudan, Burundi e Colombia. Non risultano i Paesi di frontiera o del Centro America, oggetto di ordini esecutivi particolarmente duri da parte del presidente.  

Un murales per l’integrazione

22 Luglio 2019 - Massa Carrara - Le piacciono gli orizzonti, specialmente quelli sul mare e i papaveri e allora  ha creato un paesaggio di campi sullo sfondo di un orizzonte marino ed ha lasciato tutto intorno tracce di papaveri per tener unito il filo che conduce alla sua opera: il nuovissimo murales interno al piano terra dell’Hotel Dora di Ilaria Melis,  che è stato inaugurato ieri che ha segnato l’inizio del nuovo percorso che l’Associazione Casa Betania vuole dare alla struttura. Sul murales di Ilaria Melis, pittrice e muralista sarda, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Carrara sono spuntati i fiori realizzati dai ragazzi  richiedenti asilo ospitati da Casa Betania in una parte della struttura del Dora. Si tratta di un progetto finanziato dalla Fondazione Migrantes che la pittrice sarda ha coordinato con Casa Betania che si inserisce nel restyling del piano terra dell’albergo, nel quale si trovano un bar e un ristorante. “Ognuno ha progettato proprio fiore e poi dipinto dentro il murales perché il messaggio che volevo dare è che ognuno ha diritto di piantare il proprio fiore nella terra. La  terra è di tutti, l’Italia è  di tutti”: ha detto la Melis: “ho deciso di realizzare il murales  nel salotto in una zona dove non c’è luce e sembrava senza vita. Mi hanno aiutato una decina di ragazzi ospiti di Casa Betania provenienti da paesi e culture diverse. Hanno realizzato il progetto del fiore e poi lo hanno dipinto nel murales. Alcuni all’inizio erano impacciati ma poi  hanno capito che non aveva importanza che il fiore fosse perfetto e che l’importante è la potenza della diversità di tutti i fiori insieme. Per me è stato molto significativo collaborare con  questi ragazzi che sono quasi tutti miei coetanei e mi ha permesso di instaurare nuovi rapporti di amicizia e scambio culturale”. “Si Tratta di un progetto artistico sociale in parte finanziato da Migrantes che ha coinvolto italiani e stranieri   – ha spiegato Sara Vatteroni di Casa Betania – e  che è nato dalla condivisione della passione per gli orizzonti che  ci ha avvicinato ad Ilaria Melis. I nostri orizzonti ovviamente spaziano nel sociale e puntano ad ampliare la prospettiva di una struttura come il Dora che è inserita in un contesto sociale tutt’altro che facile. L’hotel è posto ad un crocevia strategico lungo le strade che da un lato salgono ai monti dall’altro scendono al mare e si trova lungo il fiume quasi come un luogo d’approdo. Al terzo piano della struttura abbiamo circa una ventina di richiedenti asilo che gestiamo in accordo con la Prefettura e con un servizio di controllo diurno e notturno. Il numero dei rifugiati, tuttavia,  tenderà a diminuire date le nuove leggi ma quegli spazi potrebbero essere destinati agli studenti dell’Accademia. Al secondo piano ci sono invece una decina di camere con le quali a settembre faremo ripartire l’attività alberghiera. A piano terra  c’è il bar che riaprirà a breve con la particolarità del alcolfree  che vorremmo diventasse un luogo d’incontro e di divulgazione di cultura. Attiveremo il servizio di bookcrossing e ospiteremo presentazioni di libri e letture pubbliche. La zona in cui si trova l’hotel Dora è problematica da sempre ma il nostro progetto punta a diventare  uno  spazio dove si genera qualcos’altro di artistico e culturale. Vogliamo rappresentare una risorsa e non un problema per il quartiere”. “Ci sarà anche un aspetto ambientale nel servizio del bar del Dora – ha aggiunto Giulia Severi di Casa Betania – abbiamo scelto di accettare la plastica raccolta in giro per destinarla allo smaltimento differenziato in cambio di libri da leggere. Sarà possibile scambiare i libri ed anche disporre di libri in lingua perché molti dei ragazzi sono anglofoni o francofoni”.  

Asti: migranti ripuliscono il centro

22 Luglio 2019 -

Asti - Il senso dell’iniziativa sta tutto nel nome della manifestazione: “Prendiamoci cura della nostra città”. L’hanno promossa l’associazione Senegalo- Italiana di Asti e l’associazione Gambiani Asti insieme al Comune, al centro provinciale istruzione adulti (Cpia), all’associazione Ananse, alla cooperativa sociale “Fa Servizi” con il supporto della municipalizzata per i servizi pubblici e la promozione di diversi consiglieri, dedicandola a Isac Dieng, senegalese scomparso di recente. Così, dopo un dibattito dedicato al progetto, qualche giorno fa con sacchi, scope, ramazze e palette alla mano, una ventina di giovani si sono impegnati a ridare decoro a corso Matteotti e alla piazza antistante la stazione ferroviaria: luoghi dalla forte presenza multietnica in cui la condizione di degrado iniziava a essere intollerabile, tanto da innescare segnalazioni e reazioni dei residenti. Il sindaco di Asti, Maurizio Rasero, l’ha presentata come “un esempio di buona cittadinanza da parte di cittadini, che siano nati qui o altrove non importa” e questo è stata.

Idrissa Gueye, presidente dell’associazione Senegalo- Italiana di Asti, ha ricordato che al suo arrivo in città, vent’anni fa, viveva proprio in corso Matteotti. “Ormai mi sento astigiano, mando i miei figli nelle scuole locali e come chiunque viva la città devo pensare al suo decoro. Questo è quello che dico ai miei connazionali: non è bello per nessuno vedere dei luoghi pieni di giovani che non fanno nulla, bevono e sporcano. È comprensibile poi che ci sia razzismo, perché la gente ci ritiene responsabili del degrado”. “La situazione di corso Matteotti non è rosea – ha spiegato ancora Gueye –. Dispiace pensare che molte attività siano sull’orlo della chiusura, negozianti italiani e stranieri che si sono magari spaccati la schiena per ritagliarsi un proprio spazio. Chi vive in questa zona deve sentirsi tranquillo. Non siamo solo noi a sporcare e disturbare ma capiamo di apparire come i responsabili di questo senso di insicurezza. Si lamentano anche gli stranieri e a ragione. Arrivare ad Asti e vedere la zona della stazione così ridotta è un brutto biglietto da visita per la città. Oggi le nazionalità si mescolano, noi come comunità senegalese ci stiamo dando delle regole per normare le scelte della nostra gente. Se ogni gruppo curasse una parte, queste zone sarebbero tranquille e pulite”. “Ho accolto con felicità questo progetto nato dal basso – ha detto il sindaco –. Dall’inizio del mio mandato ho conferito personalmente più di 200 cittadinanze a nuovi italiani e tutti erano orgogliosi di essere arrivati a un passo di integrazione così importante. Questo passo prevede diritti, perché siamo tutti uguali e nessuno può limitarli, ma anche doveri dettati dalla legislazione e dalla morale. La nostra città ha conosciuto prima l’immigrazione nazionale e di recente quella straniera. Questo esempio è un segnale che certifica la presenza di tanti amici che vogliono integrarsi. Sono molto orgoglioso di essere il sindaco di questo territorio, speriamo anche di esportare l’iniziativa”. (Marianna Natale)