14 Marzo 2022 - Città del Vaticano - “In nome di Dio fermate questo massacro”. Per la terza domenica consecutiva è la parola pace a risuonare con forza in piazza San Pietro. Ma sembra, quella del Papa, la voce di colui che grida nel deserto, voce inascoltata da chi potrebbe mettere fine a questi “fiumi di sangue e di lacrime”. C’è una città che porta il nome di Maria, Mariupol, che “è diventata una città martire della guerra straziante che sta devastando l’Ucraina”. Ancora una volta si alza il grido di Francesco: “davanti alla barbarie dell’uccisione di bambini, di innocenti e di civili inermi non ci sono ragioni strategiche che tengano: c’è solo da cessare l’inaccettabile aggressione armata, prima che riduca le città a cimiteri”. Seconda domenica di Quaresima; la liturgia ci propone il racconto della Trasfigurazione sul monte Tabor. Così se la prima domenica di quaresima ci parla della prova nel deserto, le tre tentazioni, ciò che dobbiamo lasciare, in un certo senso; questa domenica ci mostra ciò che dobbiamo accogliere, vedere. E quel salire il monte, faticosa prova, altro non è che itinerario necessario nel nostro cammino verso Gerusalemme, verso la Pasqua. Angelus all’indomani della conclusione degli esercizi spirituali, nel giorno in cui il Pontificato di Francesco entra nel decimo anno. Ma sono ancora le ferite di una guerra che si consuma alle porte dell’Europa, in primo piano. “Col dolore nel cuore – dice il Papa – unisco la mia voce a quella della gente comune, che implora la fine della guerra. In nome di Dio, si ascolti il grido di chi soffre e si ponga fine ai bombardamenti e agli attacchi! Si punti veramente e decisamente sul negoziato, e i corridoi umanitari siano effettivi e sicuri. In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro”. Torniamo al Vangelo. Sul monte Tabor con Gesù ci sono Pietro, Giovanni e Giacomo, e Luca ci dice che i tre “erano oppressi dal sonno”. E, dunque, si addormentano, come accadrà anche nel Getsemani. Afferma Francesco: “stupisce questa sonnolenza in momenti tanto importanti”. Ma questo sonno fuori luogo dice il vescovo di Roma “non somiglia forse a tanti nostri sonni che ci vengono durante momenti che sappiamo essere importanti? Magari alla sera, quando vorremmo pregare, stare un po’ con Gesù dopo una giornata trascorsa tra mille corse e impegni. Oppure quando è ora di scambiare qualche parola in famiglia e non si ha più la forza. Vorremmo essere più svegli, attenti, partecipi, non perdere occasioni preziose, ma non ci riusciamo”. La Quaresima “è un’opportunità in questo senso. È un periodo in cui Dio vuole svegliarci dal letargo interiore, da questa sonnolenza che non lascia esprimere lo Spirito”. Pietro, Giovanni e Giacomo si svegliano durante la Trasfigurazione: “possiamo pensare – dice il Papa – che fu la luce di Gesù a ridestarli. Come loro, anche noi abbiamo bisogno della luce di Dio, che ci fa vedere le cose in modo diverso; ci attira, ci risveglia, riaccende il desiderio e la forza di pregare, di guardarci dentro, e di dedicare tempo agli altri. Possiamo superare la stanchezza del corpo con la forza dello Spirito di Dio”. Una nube “li coprì con la sua ombra”, scrive Luca. Ma mentre copre, rivela la gloria di Dio, come avvenne per il popolo pellegrinante nel deserto. Gli occhi non possono più vedere, ma gli orecchi possono udire la voce che esce dalla nube: questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. L’imperativo della sequela è l’ascolto. Il racconto evangelico parla di Gesù solo e Benedetto XVI commentava: “Gesù solo è tutto ciò che è dato ai discepoli e alla Chiesa di ogni tempo: è ciò che deve bastare nel cammino. È lui l’unica voce da ascoltare, l’unico da seguire, lui che salendo verso Gerusalemme donerà la vita e un giorno trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”. In questo tempo di Quaresima Francesco ci invita alla preghiera, a guardare il crocifisso “e meravigliarci davanti all’amore folle di Dio, che non si stanca mai di noi e ha il potere di trasfigurare le nostre giornate, di dare loro un senso nuovo, una luce diversa, una luce e inattesa”. E chiede di essere aperti all’accoglienza e di pregare per la pace perché “Dio è solo Dio della pace, non è Dio della guerra, e chi appoggia la violenza ne profana il nome”. (Fabio Zavattaro - Sir)
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Con il diavolo non si dialoga
7 Marzo 2022 - Città del Vaticano - “Non si tratta solo di un’operazione militare, ma di guerra, che semina morte, distruzione e miseria”. Non usa mezzi termini Papa Francesco per condannare l’intervento militare russo in Ucraina: in questa terra “scorrono fiumi di sangue e di lacrime”. Nuovo appello per la pace, perché “si assicurino davvero i corridoi umanitari”; perché sia possibile “l’accesso degli aiuti alle zone assediate, per offrire il vitale soccorso ai nostri fratelli e sorelle oppressi dalle bombe e dalla paura”. In questo decimo giorno di guerra “cessino gli attacchi armati e prevalga il negoziato, e prevalga pure il buon senso. E si torni a rispettare il diritto internazionale”. In piazza San Pietro ci sono bandiere dell’Ucraina; il Papa, all’Angelus, le indica chiedendo di pregare, un’Ave Maria, per le tante persone che soffrono, e che sono costrette a lasciare le proprie case: “la guerra è una pazzia. Fermatevi, per favore. Guardate questa crudeltà”. In Ucraina si sono recati due cardinali, l’elemosiniere Krajewski e il prefetto del dicastero per lo sviluppo umano integrale Czerny, ricorda il Papa che ringrazia i giornalisti che “per garantire l’informazione mettono a rischio la propria vita”; e dice: la Santa Sede “è disposta a fare di tutto, a mettersi al servizio per questa pace”. Prima domenica di Quaresima, tempo di conversione, di preghiera per la pace. Luca, nel Vangelo, ricorda le tre tentazioni, le tre strade che il mondo propone promettendo grandi successi, ma in realtà, ricordava Francesco, sono strade per confonderci: l’avidità di possesso, la gloria umana, ovvero l’inganno del potere, e la strumentalizzazione di Dio. Tentazioni cui si è sottoposto anche Gesù, in quei quaranta giorni nel deserto tentato dal diavolo. Quaranta giorni di digiuno; quaranta come i giorni del diluvio, come il tempo trascorso nel deserto da Mosè con il suo popolo, come il tempo impiegato dal profeta Elia per giungere al monte Oreb. Cosa c’entra il digiuno, il cibo, con i problemi etici, politici, e religiosi del nostro tempo? Con le difficoltà di un dialogo che, a più livelli, sembra dimenticare l’altro, i suoi diritti, a volte la sua stessa dignità? Con la crisi terribile che si sta consumando alle porte dell’Europa? Una risposta viene dal brano di Luca: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto”. Non aveva bisogno di altro, confidava totalmente in Dio. Così questi quaranta giorni di preparazione alla Pasqua sono occasione per rileggere la nostra vita, per confidare nella forza della preghiera, anche invocazione urgente per la pace, soprattutto nella martoriata Ucraina, ma non solo. In questo tempo di Quaresima, il Papa chiede di prendere “spazi di silenzio e di preghiera, durante i quali fermarci e guardare ciò che si agita nel nostro cuore. Facciamo chiarezza interiore, mettendoci davanti alla Parola di Dio nella preghiera, perché abbia luogo in noi una benefica lotta contro il male che ci rende schiavi, una lotta per la libertà”. E poi il deserto – altro segno di questo tempo assieme al digiuno e alla cenere, simbolo della precarietà della vita – luogo del silenzio, ma anche della “lotta contro le seduzioni del male” dice il vescovo di Roma. Il diavolo tenta Gesù con proposte seducenti, ma queste portano “alla schiavitù del cuore”, rendono “ossessionati dalla brama di avere”, e tutto si riduce “al possesso delle cose, del potere, della fama. È il nucleo delle tentazioni. È ’il veleno delle passioni’ in cui si radica il male”. Davanti alle tentazioni seguiamo l’esempio di Gesù che “si oppone in modo vincente alle attrattive del male” e lo fa “rispondendo con la Parola di Dio”. Per il Papa felicità e libertà “non stanno nel possedere, ma nel condividere: non nell’approfittare degli altri, ma nell’amarli; non nell’ossessione del potere, ma nella gioia del servizio”. Le tentazioni ci accompagnano nel cammino della vita, e il diavolo “sa persino travestirsi di motivazioni sacre, apparentemente religiose”; e “se cediamo alle sue lusinghe, finisce che giustifichiamo la nostra falsità, mascherandola di buone intenzioni”. Gesù non dialoga con il diavolo, mai. Così noi, dice Francesco, non dobbiamo “mai entrare in dialogo con il diavolo: è più astuto di noi”. (Fabio Zavattaro - Sir)
Lo sguardo cieco
28 Febbraio 2022 - Città del Vaticano - Ci sono le bandiere dell’Ucraina in piazza San Pietro, immagine simbolo di questi giorni in cui il rumore della guerra alle porte dell’Europa ci ha fatto dimenticare la pandemia dalla quale, comunque, non siamo ancora usciti. Ha il “cuore straziato” il Papa per le vittime dell’invasione russa, per quelle immagini che hanno portato nelle nostre case volti di uomini e di donne segnati dalle ferite, dal dolore; volti rigati dalle lacrime; volti di bambini che nel loro pianto c’è tutta la tragedia di una ingiusta e inutile guerra. A Firenze, dove Papa Francesco avrebbe dovuto essere questa domenica se non si fosse acuito il dolore al ginocchio, 60 vescovi di 20 paesi e 65 sindaci delle città i cui territori sono bagnati dal mare Mediterraneo, forte si è levata la voce per dire sì alla pace e al dialogo per fermare il conflitto. In piazza San Pietro Francesco ricorda che “Dio sta con gli operatori di pace e non con chi usa la violenza”. Il vento agita quelle bandiere celesti e gialle; su volti si legge sofferenza, preoccupazione, tristezza, paura. “Siamo stati sconvolti da qualcosa di tragico: la guerra” dice il vescovo di Roma: "più volte abbiamo pregato perché non fosse imboccata questa strada e non smettiamo di supplicare Dio più intensamente”. Appello, quasi preghiera, perché siano messe da parte le armi e si apra la strada del dialogo: “chi fa la guerra dimentica l’umanità – ha proseguito - non parte dalla gente, non guarda alla vita concreta delle persone, ma mette davanti a tutto gli interessi di parte e di potere. Si affida alla logica diabolica e perversa delle armi che è la più lontana dalla volontà di Dio e si distanzia dalla gente comune che vuole la pace. In ogni conflitto - ha aggiunto - la gente comune è la vera vittima che paga sulla propria pelle le follie della guerra. Penso agli anziani a quanti in queste ore cercano rifugio, alle mamme in fuga con i loro bambini. Sono fratelli e sorelle per i quali è urgente aprire corridoi umanitari e che vanno accolti”. Angelus che Francesco ha aperto ricordando le parole del Vangelo di questa domenica, il rischio di essere concentrati più sulla pagliuzza nell’occhio del fratello piuttosto che nella trave presente nel nostro occhio. Vangelo che, in un certo senso, conclude la riflessione iniziata due domeniche fa, con le beatitudini e proseguita con l’amore per i nemici. “Tante volte – ha detto il Papa – ci lamentiamo per le cose che non vanno nella società, nella Chiesa, nel mondo, senza metterci prima in discussione e senza impegnarci a cambiare anzitutto noi stessi”. Così “il nostro sguardo è cieco. E se siamo ciechi non possiamo pretendere di essere guide e maestri per gli altri”. Gesù ci invita a riflettere, nel brano proposto da Luca, sul nostro sguardo e ci chiede “di guardare dentro di noi per riconoscere le nostre miserie. Perché se non siamo capaci di vedere i nostri difetti, saremo sempre portati a ingigantire quelli altrui. Se invece riconosciamo i nostri sbagli e le nostre miserie, si apre per noi la porta della misericordia”. Ma ci chiede anche di pensare bene alle cose che diciamo, perché le parole che usiamo “dicono la persona che siamo”. Corrono veloci le parole, dice Francesco: “Troppe veicolano rabbia e aggressività, alimentano notizie false e approfittano delle paure collettive per propagare idee distorte”. E lo vediamo anche nei nostri giorni: messaggi, fake news, che hanno l’unico obiettivo di criticare e condannare delle affermazioni per il solo motivo di non essere d’accordo. Usiamo le parole “in modo superficiale” dice ancora il vescovo di Roma; “ma le parole hanno un peso: ci permettono di esprimere pensieri e sentimenti, di dare voce alle paure che abbiamo e ai progetti che intendiamo realizzare, di benedire Dio e gli altri”. Ma, nello stesso tempo, “con la lingua possiamo anche alimentare pregiudizi, alzare barriere, aggredire e perfino distruggere; con la lingua possiamo distruggere i fratelli: il pettegolezzo ferisce e la calunnia può essere più tagliente di un coltello”. Restano le immagini di quelle bandiere che il vento agita. E resta il desiderio di pace che sarà ancora più forte, Mercoledì delle Ceneri, nel digiuno e nella preghiera per l’Ucraina. (Fabio Zavattaro- Sir)
La domenica del Papa: porgi l’altra guancia
21 Febbraio 2022 - Roma - Dopo aver ascoltato il discorso della pianura, discorso di benedizioni e minacce, le beatitudini così come Luca le propone, l’evangelista porta a conclusione le parole che Gesù ha pronunciato davanti la folla che lo ha seguito ai piedi del monte – per Matteo, infatti, è il discorso della montagna – nei pressi del lago di Tiberiade; parole che il Signore rivolge a coloro che hanno già scelto di seguirlo, abbandonando tutto. In questa domenica in primo piano è l’amore per i nemici, la rinuncia alla vendetta e alla violenza: “ma a voi che ascoltate io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano…” E c’è quella parola che sempre con maggiore difficoltà ascoltiamo nei momenti di difficoltà, di torti e ‘ferite’ subite: perdono. Quante volte sentiamo dalla viva voce di persone che hanno vissuto una ferita lacerante, un lutto: non posso perdonare, deve pagare per quello che ha fatto. Guai a non rispettare quel dolore vissuto, a mettere in secondo piano quella ferita lacerante. Ma la parola perdono non è un impedimento al cammino della giustizia, non cancella la colpa. Gesù arrestato, deriso, schiaffeggiato, ferito e morto sulla croce ci dice che il male, la violenza non si vincono con altro male; l’odio può essere vinto dall’amore. Il Vangelo oggi ci ricorda: “non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati”. Ecco il comandamento ‘altro’ e ‘alto’ che Gesù propone al credente: “amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano”. Parole quanto mai importanti in questi giorni in cui soffiano venti di guerra alle porte dell’Europa: “com’è triste, quando persone e popoli fieri di essere cristiani vedono gli altri come nemici e pensano a farsi guerra”, dice Papa Francesco all’Angelus. Proprio nei momenti più difficili il cristiano è chiamato a “non cedere all’istinto e all’odio, ma a andare oltre”. Ecco che torna quel porgere l’altra guancia, spesso così difficile da mettere in pratica. Francesco si domanda: davvero il Signore ci chiede cose impossibili, anzi ingiuste? “Porgere l’altra guancia – dice il Papa – non significa subire in silenzio, cedere all’ingiustizia. Gesù con la sua domanda denuncia ciò che è ingiusto. Però lo fa senza ira né violenza, anzi con gentilezza. Non vuole innescare una discussione, ma disinnescare il rancore: spegnere insieme l’odio e l’ingiustizia, cercando di recuperare il fratello colpevole”. La risposta più forte è la mitezza, e porgere l’altra guancia “non è il ripiego del perdente, ma l’azione di chi ha una forza interiore più grande, che vince il male col bene, che apre una breccia nel cuore del nemico, smascherando l’assurdità del suo odio. Non è dettata dal calcolo, ma dall’amore”. Certo non è facile amare i propri nemici, ma non mancano uomini che lo hanno fatto, come il cardinale François-Xavier Van Thuàn, che ha trascorso 13 anni nelle carceri vietnamite senza giudizio, e ai carcerieri che gli chiedevano perché li amasse, rispondeva: “Gesù me lo ha insegnato; e se io, come cristiano, non vi amo, non sono degno di portare il nome di cristiano”. O, ancora, il Mahatma Gandhi, Martin Luther King, e Nelson Mandela che hanno fatto della non violenza la loro bandiera. “Se dipendesse solo da noi”, afferma ancora Papa Francesco all’Angelus, “sarebbe impossibile” amare i propri nemici. Ma “quando il Signore chiede qualcosa, vuole donarla. Quando mi dice di amare i nemici, vuole darmi la capacità di farlo”. È dunque grazie allo Spirito di Gesù che “possiamo rispondere al male con il bene, amare chi ci fa del male. Così fanno i cristiani”. Quando ci fanno un torto, qualcosa di male, afferma ancora il vescovo di Roma, “andiamo subito a raccontare agli altri e ci sentiamo vittime”. Invece “preghiamo per quella persona, per chi ci ha fatto del male”. Pregando “viene meno questo sentimento di rancore; pregare per chi ci ha trattato male è la prima cosa per trasformare il male in bene”. Una preghiera, infine, Francesco la chiede per i tanti medici, infermieri, volontari che stanno vicino, curano e aiutano gli ammalati, a volte subendo anche violenze. Dice: “comportamento eroico nel tempo del Covid, ma questa eroicità rimane tutti i giorni”. (Fabio Zavattaro - SIR)
Con la gioia nel cuore
14 Febbraio 2022 - Città del Vaticano - Somiglianze e differenze tra due evangelisti. Luca, nella pagina del Vangelo di domenica, ci fa riflettere sul discorso che Gesù propone ai suoi discepoli, più che alla folla, giunta da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Siro e di Sidone: è il discorso della pianura, discorso di benedizioni e minacce. Discorso parallelo a quello della montagna, o discorso sul monte, che troviamo in Matteo, il primo dei cinque grandi discorsi sul Regno: le nove beatitudini. In Matteo Gesù si rivolge ai presenti dall’alto di un monte. Anzi “del monte”: non luogo generico, dunque, ma una altura che evoca il Sinai. Nella Bibbia sono molte le ‘vette di Dio’, non solo il Sinai, ma anche il Nebo, dove Mosè vede la terra promessa, senza però raggiungerla. E poi l’Ararat, dove si sarebbe fermata l’arca di Noe; il Moira, il monte della prova di Abramo; il Tabor, l’altura della trasfigurazione, e gli Ulivi. Luca, invece, fa parlare Gesù “in un luogo pianeggiante”, dopo essere salito sul monte e aver pregato in solitudine tutta la notte; è sul monte che chiama i discepoli e ne sceglie dodici “ai quali diede anche il nome di apostoli”. Dodici come le tribù di Israele. Li sceglie, dunque, e con essi scende per fermarsi “in un luogo pianeggiante”. Papa Francesco, all’Angelus, fa notare che Gesù, pur essendo attorniato da una grande folla, parla rivolgendosi ai suoi discepoli. Le beatitudini, infatti, “definiscono l’identità del discepolo” e “possono suonare strane, quasi incomprensibili” a chi non lo è. Fermandosi a riflettere sulla prima – “beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio” – il vescovo di Roma afferma che “sono beati perché poveri”, nel senso che “il discepolo di Gesù non trova la sua gioia nel denaro, nel potere o in altri beni materiali, ma nei doni che riceve ogni giorno da Dio: la vita, il creato, i fratelli e le sorelle”. Anche i beni che possiede “è contento di condividerli, perché vive nella logica di Dio”. Luca sembra dirci che Gesù scendendo nella pianura in realtà scende, anzi raggiunge ogni uomo; è a lui vicino per consolarlo nei molti luoghi delle nostre povertà, mancanze, afflizioni. In Luca, le beatitudini privilegiano l’interesse per i poveri e gli afflitti. E quello scendere in un luogo pianeggiante è un andare verso l’uomo che, affermava Benedetto XVI, “non ha soltanto bisogno di essere nutrito materialmente o aiutato a superare i momenti di difficoltà, ma ha anche la necessità di sapere chi egli sia e di conoscere la verità su sé stesso, sulla sua dignità”. I Vangeli ci ricordano che la logica del Signore non è quella dell’uomo, e Luca, afferma il Papa, ci dice che la logica di Dio è la gratuità: “il discepolo ha imparato a vivere nella gratuità. Questa povertà è anche un atteggiamento verso il senso della vita, perché il discepolo di Gesù non pensa di possederlo, di sapere già tutto, ma sa di dover imparare ogni giorno”; di più “è una persona umile, aperta, aliena dai pregiudizi e dalle rigidità”. Pietro, è il Vangelo di domenica scorsa, “lascia la barca e tutti i suoi beni per seguire il Signore”, si dimostra docile, “e così diventa discepolo. Invece, chi è troppo attaccato alle proprie idee, alle proprie sicurezze, difficilmente segue davvero Gesù”. Lo segue solo “nelle cose in cui è d’accordo con lui e lui è d’accordo con me”. Ma non è un discepolo, è una persona “triste perché i conti non gli tornano, perché la realtà sfugge ai suoi schemi mentali e si trova insoddisfatto. Il discepolo, invece, sa mettersi in discussione, sa cercare Dio umilmente ogni giorno”. Il discepolo “accetta il paradosso delle Beatitudini”. La logica umana porta a pensare in un altro modo: “è felice chi è ricco, chi è sazio di beni, chi riceve applausi ed è invidiato da molti, chi ha tutte le sicurezze”. È un “pensiero mondano”, dice Francesco: “non è Dio a dover entrare nelle nostre logiche, ma noi nelle sue”. Il discepolo di Gesù “è gioioso” perché “il Signore, liberandoci dalla schiavitù dell’egocentrismo, scardina le nostre chiusure, scioglie la nostra durezza, e ci dischiude la felicità vera, che spesso si trova dove noi non pensiamo”. Lasciamoci “scardinare dentro dal paradosso delle beatitudini” per “uscire dal perimetro delle nostre idee”, ci chiede il Papa, che aggiunge: “il tratto saliente del discepolo è la gioia del cuore”. (Fabio Zavattaro - SIR)
La Domenica del Papa: il volto e la parola
7 Febbraio 2022 - Città del Vaticano - Il volto e la parola. L’evangelista Luca e Isaia, la prima lettura, ci presentano due modi per rispondere alla chiamata di Dio. Il profeta vede il Signore seduto su un alto trono circondato da serafini: quel volto lo cambia, le sue labbra vengono purificate. Luca racconta una storia straordinaria, quella di un giovane che viene da una località di campagna, Nazareth, un posto di contadini e pastori, per di più figlio di un falegname, che dice a un vecchio, esperto pescatore di Cafarnao di gettare le reti in acqua. Immaginiamo la scena. C’è una grande folla, anonima nel racconto, e tutto sembra occasionale: la gente, le due barche, il desiderio di parlare. Gesù, sulla riva del lago di Galilea, individua un volto, vede Simon Pietro, mentre sta sistemando le reti. Una notte di pesca mancata. Gesù sale sulla sua barca e gli chiede di allontanarsi un po’ da terra perché vuole parlare alla gente da lì. Quindi una nuova richiesta: “prendete il largo e gettate le vostre reti per la pesca”, leggiamo in Luca. La barca, è una bella immagine anche per noi, dice il Papa all’Angelus: “ogni giorno la barca della nostra vita lascia le rive di casa per inoltrarsi nel mare delle attività quotidiane; ogni giorno cerchiamo di ‘pescare al largo’, di coltivare sogni, di portare avanti progetti, di vivere l’amore nelle nostre relazioni. Ma spesso, come Pietro, viviamo la ‘notte delle reti vuote’, la delusione di impegnarci tanto e di non vedere i risultati sperati”. Pietro sicuramente avrà pensato: non sa nulla di pesca questo giovane; non ha nemmeno preso in considerazione l’inutile fatica notturna, le ceste vuote: “maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. Eppure, dalla sua bocca non viene un ‘no’: “sulla tua parola getterò le reti”. Così esce, guadagna il largo, e pesca una quantità enorme di pesci. Interessante notare che Simone, prima di questo segno, si rivolge a Gesù chiamandolo maestro; dopo, lo chiama Signore: “è la pedagogia della chiamata di Dio, che non guarda tanto alle qualità degli eletti, ma alla loro fede”, diceva Benedetto XVI. Torniamo, allora, alla barca. Già perché il Signore, afferma Francesco, ama salire sulla “barca della nostra vita quando non abbiamo nulla da offrirgli; entrare nei nostri vuoti e riempirli con la sua presenza; servirsi della nostra povertà per annunciare la sua ricchezza, delle nostre miserie per proclamare la sua misericordia”. Dio non vuole “una nave da crociera”, gli basta “una povera barca sgangherata, purché lo accogliamo. Ma noi lo facciamo salire sulla barca della nostra vita? Gli mettiamo a disposizione il poco che abbiamo? È il Dio della vicinanza: non cerca perfezionismo, ma accoglienza”. Il cristiano è il popolo della via, dello stare in mezzo alla gente, del volto da cogliere e della parola da ascoltare, parola che entra nella vita dell’uomo, e con essa inizia un dialogo che diventa chiamata, missione. Con Gesù, dice ancora Francesco, “si naviga nel mare della vita senza paura, senza cedere alla delusione quando non si pesca nulla e senza arrendersi al ‘non c’è più niente da fare’. Sempre, nella vita personale come in quella della Chiesa e della società, c’è qualcosa di bello e di coraggioso che si può fare. Sempre possiamo ricominciare, sempre il Signore ci invita a rimetterci in gioco perché Lui apre nuove possibilità”. Scacciamo “il pessimismo e la sfiducia”, afferma il Papa. Nella domenica di Francesco, domenica in cui la Chiesa italiana celebra la Giornata per la vita, c’è l’immagine di un popolo, a Tamrout in Marocco, che “si è aggrappato per salvare un bambino”; il piccolo Rayan, purtroppo, non ce l’ha fatta. Ma la mobilitazione di tutti è un esempio di cosa vuol dire custodire ogni vita. Un impegno che “vale per tutti” ha detto Francesco: per gli anziani, i malati, i bambini cui è impedito di nascere. Per le donne schiave dei trafficanti e per le bambine vittime delle mutilazioni genitali “pratica che umilia la dignità della donna”. Infine, un pensiero per una storia di solidarietà: un giovane ghanese, John 25 anni, immigrato ben inserito nel mondo del lavoro nel Monferrato, scopre di essere malato di cancro e l’intero paese si mobilita, e gli paga il viaggio per andare a morire tra le braccia del padre. Per il Papa sono “i santi della porta accanto”. (Fabio Zavattaro - Sir)
La Domenica del Papa: costruire cammini
31 Gennaio 2022 - Città del Vaticano - “Passando in mezzo a loro si mise in cammino”. La Chiesa è immagine di una comunità in cammino, “cantiere aperto”, che prende sul serio l’invito del Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes, di fare posto “nel cuore” alle gioie e speranze, alle tristezze e angosce degli uomini di oggi. Cammino “di fratellanza, di amore, di fiducia”, disse Papa Francesco affacciandosi dalla loggia centrale della basilica di San Pietro il giorno della sua elezione, 13 marzo 2013. Torna spesso, nelle parole del vescovo di Roma, il termine cammino, come a Firenze, al convegno ecclesiale, quando parlò di cambiamento d’epoca, di cammino sinodale, di una chiesa “inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti”; una chiesa, una comunità, che non costruisce “mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”; che non ha paura degli ostacoli, perché le sfide diventano occasioni, nella certezza che Deus caritas est, Dio è amore. Il Vangelo di questa domenica ci porta ancora nella sinagoga di Nazareth, tra le persone che lo hanno conosciuto fin dalla nascita. Gesù ha consegnato il rotolo della legge, dopo aver letto il passo del profeta Isaia, l’annuncio di un anno di grazia, ovvero il lieto messaggio ai poveri, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi. Parole che affascinano e stupiscono, ma anche inquietano, forse spaventano. Questo giovane, il figlio del carpentiere Giuseppe, annuncia una parola difficile da ascoltare per i suoi concittadini. Difficile soprattutto perché viene, come dire, da uno di casa, noto a tutti. All’inizio è la meraviglia: “gli occhi di tutti erano fissi su di lui”, scrive Luca nel Vangelo; e più avanti: “tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Poi ecco lo sdegno “all’udire queste cose”. Esito amaro, dice Papa Francesco all’Angelus, “anziché ricevere consensi, Gesù trova incomprensione e anche ostilità. I suoi compaesani, più che una parola di verità, volevano miracoli, segni prodigiosi. Il Signore non ne opera e loro lo rifiutano, perché dicono di conoscerlo già da bambino, è il figlio di Giuseppe. Così Gesù pronuncia una frase diventata proverbiale: nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Per le persone presenti nella sinagoga egli doveva essere soprattutto colui che curava le loro infermità e colmava i loro bisogni: “quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria”, leggiamo sempre in Luca. Gli abitanti di Nazareth hanno saputo quanto Gesù ha già compiuto, i segni già operati e ciò che chiedono è appunto altri segni che risolvano i loro problemi, lì dove è la sua casa, la sua gente, la sua patria. Ma Gesù mette in primo piano l’altro termine, profeta; come per dire di essere pronto a compiere segni e guarigioni ma non per soddisfare solamente alcuni bisogni e richieste, piuttosto per rivelare che la parola, la promessa di Dio ha iniziato ad attuarsi nella storia: “oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito…” Allora, perché andare incontro a questo esito, quando l’insuccesso “non era del tutto imprevisto”; Gesù “conosceva i suoi, conosceva il cuore dei suoi e sapeva il rischio che correva”. Perché “davanti alle nostre chiusure, non si tira indietro: non mette freni al suo amore. Davanti alle nostre chiusure, lui va avanti”, e oggi, afferma all’Angelus il Papa, “invita anche noi a credere nel bene, a non lasciare nulla di intentato nel fare il bene”. L’importante è come accogliere: “non lo trova chi cerca miracoli”, dice Francesco, “chi cerca sensazioni nuove, esperienze intime, cose strane; chi cerca una fede fatta di potenza e segni esteriori. No, non lo troverà. Soltanto lo trova, invece, chi accetta le sue vie e le sue sfide, senza lamentele, senza sospetti, senza critiche e musi lunghi”. Il Signore “sempre ci sorprende” e ci chiede “di accoglierlo nella realtà quotidiana che vivi; nella Chiesa di oggi, così com’è; in chi hai vicino ogni giorno; nella concretezza dei bisognosi, nei problemi della tua famiglia, nei genitori, nei figli, nei nonni, accogliere Dio lì”. C’è bisogno di costruire cammini nuovi, “ricucire” i rapporti personali, le relazioni tra gli Stati, dice i Papa ai ragazzi dell’Acr. È la Chiesa del Concilio, popolo di Dio in cammino. (Fabio Zavattaro - Sir)
La Domenica del Papa: Gesù è oggi
24 Gennaio 2022 - Città del Vaticano - Ieri terzo anno per volere di Papa Francesco, dedicata alla Parola di Dio. Parola che svela il vero volto di Dio e nello stesso tempo ci porta all’uomo. Perché “la sacra Scrittura non ci è stata data per intrattenerci, per coccolarci in una spiritualità angelica, ma per uscire incontro agli altri e accostarci alle loro ferite”. C’è un “oggi” che deve alimentare la nostra presenza in mezzo alle donne e agli uomini del nostro tempo. I testi della liturgia domenicale ci propongono in Neemia – uno scritto di 450 anni prima di Cristo – una descrizione dell’ascolto della Parola, e la benedizione finale che potremmo accostare alle nostre celebrazioni, quasi continuità in un “oggi” che la chiesa, con Luca, ci propone. Avevamo lasciato Gesù a Cana, il primo miracolo; lo troviamo a Nazareth, le sue origini, o meglio le origini della sua famiglia terrena. Rivolgendosi a Teofilo – in greco amico di Dio – l’evangelista spiega che la sua narrazione è vera, racconta fatti normali, azioni che potremmo racchiudere nell’espressione “come al solito”: insegnava nelle Sinagoghe, Gesù, e il sabato, come al solito, era nel tempio a leggere le scritture. Gesti abituali, se vogliamo ripetitivi, ma la novità della prima predica è proprio nel passo di Isaia: “lo spirito del Signore Dio è su di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”. Un programma niente male, quasi manifesto, diremmo noi oggi, di un possibile impegno di governo. Ma, come sappiamo, il regno che Gesù proclama non è di questa terra, né come gli uomini lo vorrebbero. Ma torniamo a Luca. Riavvolto il rotolo, gli sguardi dei fedeli sono su Gesù; un silenzio carico di tensione rotto da queste parole: “oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato”. Oggi. La Bibbia, anche oggi, svela a noi chi è davvero Dio, afferma Francesco nell’omelia nella basilica di San Pietro, celebrazione durante la quale ha conferito, per la prima volta, i ministeri di lettori e catechisti a 16 laici, tra cui due donne una pakistana e una coreana. La Bibbia ci dice che Dio “non è un padrone arroccato nei cieli, ma un Padre che segue i nostri passi. Non è un freddo osservatore distaccato e impassibile, un Dio ‘matematico’. È il Dio-con-noi, che si appassiona alla nostra vita e si coinvolge fino a piangere le nostre lacrime”. La sua Parola parla anche oggi a chi sa ascoltare “per riaccendere la speranza dentro le ceneri delle tue paure, per farti ritrovare la gioia nei labirinti delle tue tristezze, per riempire di speranza l’amarezza delle solitudini”. È una parola che nutre e rinnova la fede perché “abbatte i falsi idoli, smaschera le nostre proiezioni, distrugge le rappresentazioni troppo umane di Dio e ci riporta al suo volto vero, alla sua misericordia”. Gesù ancora una volta pone al centro della sua vita e delle relazioni la Parola di Dio, e ciò che “riempie di senso con la potenza dello Spirito è l’oggi”. Così il Papa, all’Angelus, riflette sulle “nostre prediche e i nostri insegnamenti” che “rimangono generici, astratti, non toccano l’anima e la vita della gente”, perché mancano della forza dell’oggi di Gesù. “Oggi ti sta parlando. Sì, a volte si ascoltano conferenze impeccabili, discorsi ben costruiti, che però non smuovono il cuore e così tutto resta come prima. Anche tante omelie – lo dico con rispetto ma con dolore – sono astratte, e invece di svegliare l’anima l’addormentano”. Se manca l’oggi di Gesù, afferma il vescovo di Roma, la predicazione “scade nel moralismo o in concetti astratti; presenta il Vangelo con distacco, come se fosse fuori dal tempo, lontano dalla realtà. Questa non è la strada. Ma una parola in cui non pulsa la forza dell’oggi non è degna di Gesù e non aiuta la vita della gente”. Gesù a Nazareth afferma che “è inviato per andare incontro ai poveri”. E i poveri di oggi sono i migranti che muoiono in mare “perché non li lasciamo sbarcare. E questo alcuni lo fanno in nome di Dio”. Sono, ancora, le donne e gli uomini che in Ucraina vivono il rischio di un conflitto che “mette in discussione la sicurezza in Europa e nel mondo”. Per questo Francesco invita a celebrare, il 26 gennaio, una giornata di preghiera per la pace. (Fabio Zavattaro - Sir)
La Domenica del Papa: la premura di Gesù
17 Gennaio 2022 - Città del Vaticano - “Non è ancora giunta la mia ora”. Il quarto Vangelo ci porta nella cittadina di Cana dove “il terzo giorno ci fu una festa”, scrive Giovanni. Non un giorno qualsiasi ma il terzo giorno, nel quale avviene la terza manifestazione di Gesù, dopo l’epifania, quando l’abbiamo trovato nella mangiatoia visitato dai magi venuti dall’Oriente; dopo il battesimo sulle rive del Giordano, l’inizio dell’attività pubblica del Signore. Siamo a Cana di Galilea, dunque, e durante una festa di nozze si compie il primo miracolo. Curiosità: in primo piano non è tanto un matrimonio, degli sposi non conosciamo i nomi e nel brano di Giovanni una sola volta leggiamo la parola sposo; anche la Madonna non viene mai chiamata per nome, ma solo con la parola madre. Cosa è avvenuto, allora, in quel terzo giorno? Con l’immagine delle nozze Giovanni ci propone il tema dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Nel dire che ci troviamo nel terzo giorno, il legame tra Antico e Nuovo Testamento: nell’Esodo, il terzo giorno – il Sinai, “sul far del mattino vi furono tuoni e lampi … era sceso il Signore nel fuoco” – è il giorno in cui Dio sancisce l’alleanza con il popolo di Israele, donando a Mosè le Tavole della Legge. Il terzo giorno è anche la pietra rotolata, le donne giunte al sepolcro vuoto. Cana, in ebraico significa creare, fondare; è un segno, dunque, un simbolo di una nuova fondazione che richiama l’antica alleanza e la rinnova nell’acqua tramutata in vino. “Donna, che vuoi da me. Non è ancora giunta la mia ora”, dice Gesù alla Madre, prima di compiere quanto gli è stato chiesto. Per questo “nuovo inizio” c’era bisogno dell’intervento, della sollecitudine della Madonna; un atteggiamento che Michelangelo ha efficacemente raffigurato nel Giudizio della Sistina, dove la vediamo accanto al figlio, ma con lo sguardo rivolto verso il basso, là dove ci sono uomini e donne in attesa di conoscere la loro sorte, quasi a voler continuare la sua opera chiedendo misericordia per l’umanità. Nel racconto di Cana, Giovanni non parla di miracolo, ma di “inizio dei segni compiuti da Gesù”. All’Angelus Papa Francesco spiega che il segno “è un indizio che rivela l’amore di Dio, che non richiama cioè l’attenzione sulla potenza del gesto, ma sull’amore che lo ha provocato. Ci insegna qualcosa dell’amore di Dio, che è sempre vicino, tenero e compassionevole”. E come avviene questo segno? La Madonna si accorge del problema e avvisa il figlio chiedendo ai servi di eseguire ciò che dirà loro; e Gesù lo farà in punta di piedi, senza clamore: “così agisce Dio, con vicinanza, con discrezione”. E i discepoli, dice il Papa, “vedono anche il modo di agire di Gesù, questo suo servire nel nascondimento, così è Gesù: ci aiuta, ci serve nel nascondimento. Così comincia a svilupparsi in loro il germe della fede, cioè credono che in Gesù è presente Dio, l’amore di Dio”. Pagina ricca di simbolismo, questa di Giovanni, che mette in risalto il tema dell’alleanza: invito a guardare alla resurrezione, ma anche a volgere lo sguardo indietro, al Sinai. Ma c’è un secondo aspetto che Francesco evidenzia, nelle sue parole, all’Angelus: il primo segno di Gesù non è una guarigione, un miracolo, ma un gesto che viene in aiuto a una festa di nozze – anche qui potremmo chiederci: chi è il vero sposo e quale metafora per le nozze – “ma un gesto che viene incontro a un bisogno semplice e concreto di gente comune, un gesto domestico, un miracolo, diciamo così, ‘in punta di piedi’, discreto, silenzioso”. Questo perché Gesù “è pronto ad aiutarci, a risollevarci”. Segni, dunque, attraverso i quali “veniamo conquistati dal suo amore e diventiamo suoi discepoli”. Poi il vino. La festa si conclude non con un vino meno buono, annacquato, ma con il vino migliore. Simbolicamente questo ci dice, afferma il Papa, “che Dio vuole per noi il meglio, ci vuole felici. Non si pone limiti e non ci chiede interessi. Nel segno di Gesù non c’è spazio per secondi fini, per pretese verso gli sposi. No, la gioia che Gesù lascia nel cuore è gioia piena e disinteressata. Non è una gioia annacquata!” Di qui l’invito che fa a noi il Papa di “frugare tra i ricordi alla ricerca dei segni che il Signore ha compiuto” nella vita di ognuno; “segni che ha fatto per mostrarci che ci ama” e “chiediamoci: con quali segni, discreti e premurosi, mi ha fatto sentire la sua tenerezza?” (Fabio Zavattaro - SIR)
La Domenica del Papa: Preghiera, dialogo con Dio
10 Gennaio 2022 - Città del Vaticano - Pochi giorni fa, il Vangelo ci ha raccontato la nascita in quella mangiatoia di Betlemme, dove i primi a arrivare sono stati gli umili, i pastori; poi ecco i tre sapienti dall’Oriente, una lunga strada percorsa con la guida di una stella: uomini in ricerca, potremmo dire con le parole di oggi. Papa Francesco ha parlato, tre giorni fa, della sana inquietudine dei magi che nasce dal desiderio di conoscere, di “accogliere la vita come un mistero che ci supera”; così adorano e si prostrano davanti a quel piccolo, accogliendo “con umiltà colui che si presenta nell’umiltà”, perché “la loro vera ricchezza non consiste nella fama, nel successo, ma nell’umiltà, ma nel loro ritenersi bisognosi di salvezza”. Trenta anni di silenzio, a parte l’episodio della Sinagoga, dodicenne seduto tra i maestri del tempio a Gerusalemme, e la prima immagine che Luca ci propone è quella di un uomo, confuso tra i peccatori, sulla riva del fiume Giordano, in attesa di essere battezzato da Giovanni. In questa attesa c’è tutto il significato del messaggio che Gesù porta al mondo: è il figlio di Dio – “tu sei il figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” dice la voce che viene dal cielo – eppure sceglie di mettersi in fila in mezzo al suo popolo, per sottoporsi al rito di penitenza e di purificazione. Si manifesta per la prima volta non con gesti di potenza, ma assieme a chi manifesta pubblicamente la propria inadeguatezza. Dopo gli anni del nascondimento vissuti a Nazareth, afferma Papa Francesco all’Angelus, “Gesù non si presenta con qualche miracolo o salendo in cattedra per insegnare. Si mette in fila con il popolo che andava a ricevere il battesimo da Giovanni”. Nel ricordare le parole dell’inno liturgico – il popolo andava a farsi battezzare con l’anima e i piedi nudi – Gesù, dice il vescovo di Roma, “condivide la sorte di noi peccatori, scende verso di noi: discende nel fiume come nella storia ferita dell’umanità, si immerge nelle nostre acque per risanarle, si immerge con noi, in mezzo a noi. Non sale al di sopra di noi, ma scende verso di noi, con l’anima nuda, con i piedi nudi, come il popolo. Non va da solo, né con un gruppo di eletti privilegiati, no, va con il popolo. Appartiene a quel popolo e va con il popolo a farsi battezzare, con quel popolo umile”. Il suo, possiamo dire, è un viaggio ‘in discesa’: dalla Galilea, dal nord, scende verso il sud; scende a 400 metri sotto il livello del mare della depressione del fiume Giordano. Salirà poi a Gerusalemme, dove troverà la morte, un’altra discesa, nell’oscurità del sepolcro, per poi salire di nuovo, ben oltre la città terrena, e raggiungere la Gerusalemme celeste. Nel battesimo c’è già tutta la forza e la speranza della resurrezione, di quella Pasqua che vince il buio della morte. Gesù, ricordava Benedetto XVI, “è l’uomo nuovo che vuole vivere da figlio di Dio, cioè nell’amore; e di fronte al male del mondo, sceglie la via dell’umiltà e della responsabilità, sceglie non di salvare se stesso, ma di offrire la propria vita per la verità e la giustizia”. Dopo aver battezzato, nella Cappella Sistina, sedici neonati, Francesco, all’Angelus, mette in evidenza i due momenti della vita di Gesù: “da una parte scende verso di noi, nelle acque del Giordano; dall’altra eleva lo sguardo e il cuore pregando il Padre”. È un “grande insegnamento” afferma il Papa, perché “tutti siamo immersi nei problemi della vita e in tante situazioni intricate, chiamati ad affrontare momenti e scelte difficili che ci tirano in basso. Ma, se non vogliamo restare schiacciati, abbiamo bisogno di elevare tutto verso l’alto”. Ecco la preghiera, che “non è una via di fuga, né un rito magico o una ripetizione di cantilene imparate a memoria. No. Pregare è il modo per lasciare agire Dio in noi, per cogliere quello che Lui vuole comunicarci anche nelle situazioni più difficili, pregare per avere la forza di andare avanti”. La preghiera “è dialogare con Dio, è ascoltare la sua parola, è adorare: stare in silenzio affidandogli ciò che viviamo. A volte è anche gridare a lui, come Giobbe, sfogarsi con lui … è padre, ci capisce bene e mai si arrabbia con noi”. Infine, Francesco torna a parlare del battesimo e chiede di ricordarne la data, perché, diceva sei anni fa, “si riceve una sola volta, ma va testimoniato tutti i giorni”. (Fabio Zavattaro - Sir)

