20 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - La liturgia di questa quarta domenica di Avvento già ci accompagna nel cuore del mistero di un Dio che non solo visita il suo popolo, ma sceglie di dimorare stabilmente in mezzo ad esso; che opera una sorta di capovolgimento dei criteri e delle attese dell’uomo, di ieri e di oggi. Betlemme è un piccolo borgo della Giudea che ha dato i natali a re Davide che riunirà tutte le tribù di Israele in un’unica realtà politica. È in questa borgo, “così piccolo per essere tra i villaggi di Giuda”, che vede la luce “colui che deve essere il dominatore di Israele” come leggiamo nel testo del profeta Michea. Natale, allora, “non è una favola per bambini, ma la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca della vera pace”, diceva Benedetto XVI, per il quale c’è “un disegno divino che comprende e spiega i tempi e i luoghi della venuta del figlio di Dio nel mondo”, disegno di pace, come leggiamo in Michea. La domenica di papa Francesco è incontro con i bambini assistiti al dispensario pediatrico Santa Marta in Vaticano; è messaggio all’università cattolica, inaugurazione dell’anno accademico nel centenario della sua nascita, appello ai giovani a non avere paura di porre domande, di cercare risposte, e combattere così la deriva individualista. È incontro con le ventimila persone in piazza per l’Angelus, invito a imitare Maria che, dopo il suo “sì”, dopo l’annuncio dell’angelo, “si alzò e andò in fretta” da Elisabetta. Due donne in attesa, due bambini non ancora nati, immagini del disegno di Dio che agisce nella storia. Alzarsi e camminare in fretta, dice papa Francesco, “sono i due movimenti che Maria ha fatto e che invita anche noi a fare in vista del Natale”. Per Maria, ricorda il vescovo di Roma, “si profilava un periodo difficile: la sua gravidanza inattesa la esponeva a incomprensioni e anche a pene severe, anche alla lapidazione, nella cultura di quel tempo. Immaginiamo quanti pensieri e turbamenti aveva. Tuttavia, non si scoraggia, non si abbatte, ma si alza. Non volge lo sguardo in basso, verso i problemi, ma in alto, verso Dio. E non pensa a chi chiedere aiuto, ma a chi portare aiuto”. Anche Dante, nella sua Divina Commedia, esalta questo andare verso l’altro, perché “la sua benignità” non solo viene in aiuto a chi chiede il suo intervento, ma spontaneamente anticipa la domanda, o, come scrive il poeta, “molte fiate liberamente al dimandar precorre”. Francesco chiede, nelle parole che precedono la preghiera mariana, di imparare da Maria a reagire in questo modo: “alzarci, soprattutto quando le difficoltà rischiano di schiacciarci”. Alzarsi, afferma ancora, “per non rimanere impantanati nei problemi, sprofondando nell’autocommiserazione e in una tristezza che paralizza”. Alzarsi perché “Dio è grande ed è pronto a rialzarci se noi gli tendiamo la mano. Allora gettiamo in lui i pensieri negativi, le paure che bloccano ogni slancio e impediscono di andare avanti”. Di più guardiamoci attorno, dice il Papa, “cerchiamo qualche persona cui possiamo essere di aiuto”, qualche anziano “cui posso fare un po’ di compagnia, un servizio, una gentilezza, una telefonata? Aiutando gli altri, aiuteremo noi stessi a rialzarci dalle difficoltà”. Poi il secondo movimento: andò in fretta. “Maria si mette in viaggio con generosità, senza lasciarsi intimorire dai disagi del tragitto, rispondendo a un impulso interiore che la chiama a farsi vicina e a dare aiuto. Una lunga strada, chilometri e chilometri, e non c’era un bus che andava: è dovuta andare a piedi. Lei esce per dare aiuto, condividendo la sua gioia”. Andare in fretta non significa “procedere con agitazione, in modo affannato: si tratta invece di condurre le nostre giornate con passo lieto, guardando avanti con fiducia, senza trascinarci di malavoglia, schiavi delle lamentele, che rovinano la vita, sempre alla ricerca di qualcuno da incolpare”. Papa Francesco chiede di pensare ai nostri passi, positivi “oppure mi attardo nella malinconia. Vado avanti con speranza o mi fermo per piangermi addosso? Se procediamo con il passo stanco dei brontolii e delle chiacchiere, non porteremo Dio a nessuno. Soltanto porteremo amarezza e cose oscure”. Fa bene, invece, “un sano umorismo”, perché “il primo atto di carità che possiamo fare al prossimo è offrirgli un volto sereno e sorridente”. (Fabio Zavattaro – SIR)
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La domenica del Papa: “ruminare” il comandamento dell’amore
1 Novembre 2021 - Città del Vaticano - Mentre si chiude a Roma il G20 che ha registrato un timidissimo impegno sulla transizione ecologica, si apre a Glasgow la 26ma Conferenza sul cambiamento climatico, la COP26, con l’obiettivo, almeno a parole, di mantenere gli impegni presi nel 2015 a Parigi e di ridurre a zero le emissioni di gas serra entro il 2050. In piazza San Pietro, papa Francesco invita a visitare la mostra fotografica Laudato si’ opera di un giovane fotografo originario del Bangladesh. E scrive, nella prefazione al libro Laudato si’ Reader, pubblicata in anteprima dal Corriere della sera, che “il grido della terra e il grido dei poveri, che ho presentato nella Laudato si’ come conseguenza emblematica del nostro fallimento nel prenderci cura della nostra casa comune, è stato amplificato di recente dall’emergenza del Covid 19, che l’umanità sta ancora cercando di contrastare. Perciò una crisi ecologica, rappresentata dal grido della terra, e una crisi sociale, rappresentata dal grido dei poveri, sono state rese letali da una crisi sanitaria: la pandemia del Covid 19”. Così all’Angelus il Papa prega perché “il grido della terra e dei poveri sia ascoltato”, e auspica che l’incontro di Glasgow “possa dare risposte efficaci”. Custodire il creato e amare il prossimo. C’è anche un po’ di sintonia con quanto leggiamo nel Vangelo di Marco, l’incontro di Gesù con uno scriba – uno solo e non un gruppo, come altre volte abbiamo avuto modo di leggere nei testi degli evangelisti – il quale chiede quale sia il primo dei comandamenti. Domanda che implica, in un certo senso, una gerarchia, un ordine, secondo il quale, osservando il primo della lista si è in sintonia con la parola e la volontà di Dio. È il comandamento dell’amore in cui l’altro, il prossimo, deve essere amato come fosse la nostra stessa persona; e Dio deve essere amato con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza. Lo scriba, scrive Marco, ripete, con parole simili, la risposta ricevuta da Gesù. Ed è questo ripetere che papa Francesco mette in primo piano nel suo discorso prima della preghiera mariana, utilizzando un termine che trae dalla tradizione monastica: ruminare. Per il vescovo di Roma, dunque, la ripetizione è importante, perché “la parola del Signore non può essere ricevuta come una qualsiasi notizia di cronaca: va ripetuta, fatta propria, custodita. La tradizione monastica usa un termine audace ma molto concreto: la Parola di Dio va ‘ruminata’. Possiamo dire che è così nutriente che deve raggiungere ogni ambito della vita”. Non basta essere abili commentatori, dice il Papa; la parola di Dio occorre farla entrare nella propria vita. Il Signore “cerca cuori docili che, accogliendo la sua parola, si lasciano cambiare dentro. Ecco perché è così importante familiarizzare con il Vangelo”. In questo modo “ognuno di noi può diventare una traduzione vivente, diversa, e originale dell’unica parola di amore che Dio ci dona”. Il comandamento dell’amore non può rimanere lettera morta, aggiunge ancora Francesco. Come cristiani siamo chiamati a essere testimoni di un modo diverso di essere accanto all’altro, di guardare al creato per rispettarlo e esserne custodi. Per questo Francesco chiede, nella prefazione del libro, di “sviluppare una nuova forma di solidarietà universale che sia fondata sulla fratellanza, sull’amore, sulla comprensione reciproca: una solidarietà che valorizzi le persone più del profitto, che cerchi nuovi modi di intendere sviluppo e progresso”. Peggio di questa crisi, diceva il Papa nel maggio dello scorso anno, c’è solo il rischio di sprecarla. Oggi ci troviamo a fare i conti con resistenze e interessi che escludono le persone in nome del profitto. Ecco allora che il grido della terra e dei poveri diventa davvero assordante. Già Paolo VI metteva in guardia il mondo, dicendo che i popoli della fame interpellano drammaticamente i popoli dell’opulenza, e questo accadeva nel 1985. Grido inascoltato allora, come inascoltato è l’appello di papa Francesco nella sua Laudato si’, che oggi ci chiede di non uscire da questa crisi “uguali a quando vi siamo entrati”. (Fabio Zavattaro - SIR)
La domenica del Papa: la logica dell’amore umile
13 Settembre 2021 - Città del Vaticano - C’è la storia d’Ungheria nella piazza dove Papa Francesco celebra la conclusione del 52mo Congresso eucaristico internazionale, prima di raggiungere la Slovacchia, trentaquattresimo viaggio internazionale. Il monumento ricorda, nelle statue lungo il colonnato, i sette capi tribù che hanno dato vita alla nazione ungherese, i cinque membri della dinastia degli Asburgo; su quella piazza nel giugno del 1989 si è svolta una cerimonia per commemorare Imre Nagy, ucciso nel 1958 dalla repressione sovietica. Sempre su questa piazza Giovanni Paolo II, al termine della celebrazione per la festa di Santo Stefano patrono d’Ungheria, rivolse un appello per la liberazione del segretario generale del Pcus, Michail Gorbaciov, recluso in una località segreta dopo un tentativo di colpo di stato. Il Papa chiedeva di non fermare il processo iniziato da Gorbaciov. Su questa piazza papa Francesco parla all’Europa, in un tempo difficile, per il vecchio continente. Parla della croce e, citando l’inno del Congresso eucaristico, si rivolge così agli ungheresi: “per mille anni la croce fu colonna della tua salvezza, anche ora il segno di Cristo sia per te la promessa di un futuro migliore”. La croce come “ponte tra il passato e il futuro”; invito a “radicarci bene”; croce che “innalza ed estende le sue braccia verso tutti: esorta a mantenere salde le radici, ma senza arroccamenti; a attingere alle sorgenti, aprendoci agli assetati del nostro tempo. L’augurio di Francesco: “che siate così: fondati e aperti, radicati e rispettosi”. Parole che esprimono accoglienza, attenzione all’altro, nella nazione che ha come primo ministro Viktor Orbàn capofila del sovranismo, fautore di politiche, soprattutto in materia di accoglienza, certo non in sintonia con le idee del Papa, oltre che dell’Europa comunitaria. Ancora, incontrando i rappresentanti del Consiglio ecumenico delle Chiese – c’è anche il patriarca ortodosso Bartolomeo – delle comunità ebraiche, decimate dall’odio nazista, Francesco evoca “la minaccia dell’antisemitismo, che ancora serpeggia in Europa e altrove. È una miccia che va spenta. Ma il miglior modo per disinnescarla è lavorare in positivo insieme, è promuovere la fraternità”. Angelus davanti a centomila persone, invito a seguire “la logica di Dio” che non è ricerca del successo personale, ma servizio agli altri, è lasciare che Gesù “risani le nostre chiusure e ci apra alla condivisione, ci guarisca dalle rigidità e dal ripiegamento su noi stessi”, è seguire la croce che “estende le sue braccia verso tutti”. Cristo “pane spezzato” che “si lascia spezzare, distribuire, mangiare”. Per salvarci “si fa servo; per darci vita, muore”. Angelus nella domenica in cui il Vangelo ci descrive l’inizio del cammino di Gesù da Cesarea di Filippo, nell’estremo nord del territorio della Palestina, verso Gerusalemme, il luogo del compimento delle scritture; un pellegrinaggio che, per la prima volta, annuncia segnato da sofferenze, morte, rifiuto, il venerdì seguito dalla domenica di resurrezione. Marco ci racconta la reazione di Pietro, tipicamente umana: quando si profila la croce, la prospettiva del dolore, l’uomo si ribella. E Pietro, dopo aver confessato la messianicità di Gesù, si scandalizza delle parole del Maestro e tenta di dissuaderlo dal procedere sulla sua via. La croce non è mai di moda, ma “guarisce dentro”. È davanti al Crocifisso che sperimentiamo una benefica lotta interiore, l’aspro conflitto tra il “pensare secondo Dio” e il “pensare secondo gli uomini”. Da un lato, c’è la logica di Dio, che è quella dell’amore umile. La via di Dio rifugge da ogni imposizione, ostentazione, da ogni trionfalismo, è sempre protesa al bene altrui, fino al sacrificio di sé. Dall’altro lato c’è il “pensare secondo gli uomini”: è la logica del mondo, della mondanità, attaccata all’onore e ai privilegi, rivolta al prestigio e al successo. La differenza, per Francesco, “non è tra chi è religioso e chi no”, ma “tra il vero Dio e il dio del nostro io. Quanto è distante colui che regna in silenzio sulla croce dal falso dio che vorremmo regnasse con la forza e riducesse al silenzio i nostri nemici! Quanto è diverso Cristo, che si propone solo con amore, dai messia potenti e vincenti adulati dal mondo!”. Gesù scuote le “nostre chiusure”, ci apre “alla condivisione”, guarisce le nostre rigidità. (Fabio Zavattaro - Sir)

