18 Dicembre 2020 - Il 20° anniversario di BeWeb (Beni ecclesiastici in web) permette una riflessione sul senso del tempo, sugli anni passati e su quelli che si aprono. Papa Francesco nella Evangelii gaudium esprime un principio che può accompagnare e sostenere il ragionamento: “Il tempo è superiore allo spazio”. Credo che tra i suoi significati ci sia anche il privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi culturali e mediatici, coinvolgendo persone e gruppi che li porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. È generatività perché non ci si accontenta d’iniziare, ma si vuole portare avanti. È tensione e responsabilità per il futuro. È generatività perché non si pretende di fare da soli, ma si vuole coinvolgere, nutrire speranza per chi verrà dopo e non interrompere il patto generazionale. BeWeb riassume questo patto di generatività che lega passato, presente e futuro. (Vincenzo Corrado)
Tag: Mobilità umana e migrazioni
Natale: gli auguri “scomodi” di Migrantes, Missio e Caritas Toscana
17 Dicembre 2020 - Firenze - “È un Natale diverso quello che ci prepariamo a vivere... Un Natale diverso perché mancherà sì qualcosa, ma potremo scoprire più da vicino l’essenziale, quello che conta, ciò che non passa e non può essere nascosto per nessun motivo, da nessuna causa: Dio si fa uomo, in Gesù di Nazareth”. E’ quanto si legge in un biglietto di auguri di Migrantes, Missio e Caritas Toscana firmato dal card. Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino e dal vescovo di Pescia Roberto Filippini, rispettivamente responsabili per la Conferenza episcopale toscana della Migrantes e del servizio della carità. Un Natale “più vero – scrivono - che ci permetterà di scoprirci più vicini anche se distanziati, più aperti anche se col volto in maschera, più disposti a collaborare se scopriamo quanto è importante fare le cose insieme e che, se fatte insieme, producono frutti molto più abbondanti”. Quattro le parole che sul biglietto formare una croce: accogliere, promuovere, proteggere, integrare. “Auguri scomodi per un Natale di fraternità”, è il titolo cmposto da alcune riflessioni di don Tonino Bello e alcuni passaggi dell’enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco. Parole che “ci mostrano il volto della Chiesa della misericordia che dona al mondo il volto bello di Dio, infinita tenerezza di padre e di madre”.
“Mediterranea”: arriva l’ammiraglia delle navi di salvataggio
15 Dicembre 2020 - Milano - Ha le caratteristiche tecniche per trasportare in caso di emergenza 700 persone, anche se in stato di necessità sul ponte possono essere ospitati anche mille naufraghi. Avrà bandiera italiana ed un nutrito equipaggio composto di volontari. La nuova nave della piattaforma civica “Mediterranea” avrà a bordo anche un ospedale e si candida ad essere l’ammiraglia della “flotta civile” che in questi anni ha sopperito al progressivo ritiro delle navi di soccorso istituzionali. Il vascello si aggiunge alla “Mare Jonio”, il rimorchiatore che ha permesso di soccorrere quasi 400 persone, oltre al centinaio di migranti soccorsi dalla barca a vela “Alex” sempre di “Mediterranea”. La nuova nave di salvataggio entrerà in funziona non appena saranno conclusi i lavori di adattamento nei cantieri navali di Brema, in Germania. La nave ha una lunghezza di quasi 70 metri ed è stata per ora ribattezzata “Mare Jonio 2”.
Il Presepe degli scrittori
15 Dicembre 2020 - Il presepe ha attirato l’attenzione di tanti, e non solo credenti, perché è divenuto il simbolo stesso di una festa che non ha perso di vista le origini povere e umili della nostra fede. Tutto inizia a Greccio. Siamo nel 1223 e Francesco “trasforma quasi in una nuova Betlemme”, come scrisse Tommaso da Celano, l’allora sperduto borgo oggi in provincia di Rieti. È l’inizio di una storia che dura ai nostri tempi e continuerà per molto, perché divenuta immaginario collettivo e soprattutto straordinaria creatura di un uomo come il poverello d’Assisi, senza denaro, senza calzature di moda, senza abiti di gran marca, senza un posto dove dormire e nonostante tutto questo in grado di cambiare il mondo. E di scrivere uno dei testi più importanti della storia della nostra letteratura. Ha cambiato anche il nostro modo di ricordare la nascita di Gesù, un modo che ha influenzato l’arte (basti pensare all’affresco della basilica superiore di Assisi) e la letteratura. Ad esempio Corrado Alvaro, uno dei grandi della nostra letteratura del Novecento, descrive in “Gente in Aspromonte” un presepe in un villaggio della sua terra, la Calabria, con i pastori che somigliano alle persone del posto, il cacciatore, il pastore e perfino il mendicante. E soprattutto lo scrittore riesce a dare l’impressione viva dell’attesa della gente, persone semplici e non impegnate a correre per i centri commerciali come ai nostri tempi, rivelandoci ancora una volta come il Natale non riguardi le mode aggiornate, le vacanze, i soldi, ma la persistenza di un qualcosa di indefinibile nel cuore, come se quell’evento di 2020 anni fa avesse lasciato una traccia archetipica e incancellabile in ognuno di noi.
Ma può diventare anche motivo di ossessione, di perfezione, di possibile vittoria al concorso sul presepe più bello, e anche di cedimento alle dicerie popolari, per cui un onesto padre di famiglia impone la realizzazione di un presepe, sempre lo stesso, per sette anni, la tradizione, non si sa mai, va rispettata, e allora ecco profilarsi alla fine “un cottolengo”, come lo definisce Achille Campanile, L’autore della gustosa storiella, “Il presepio dei sette anni”.
E poi c’è stato anche chi come Gianni Rodari, ha attualizzato i personaggi con la figura di un indiano nella filastrocca “Il pellerossa”, sospettato di rappresentare una minaccia per gli altri, armato com’è di “ascia di guerra in pugno ben stretta”, ma che fa nascere anche il dubbio che voglia semplicemente deporre di fronte alla mangiatoia quegli strumenti di guerra “perché ha sentito il messaggio: pace agli uomini di buona volontà”: un invito a non essere rigidi e soprattutto a non essere schiavi del nostro immaginario provinciale, a causa del quale vediamo qualsiasi diversità come un pericolo e non come una possibile ricchezza interiore.
Come dimenticare quello che ormai è un classico del teatro di Eduardo De Filippo, “Natale in casa Cupiello”? Nonostante età, acciacchi e problemi familiari, Luca, il capofamiglia, nei giorni immediatamente a ridosso del Natale, non ha che uno scopo: realizzare il presepe e sottoporlo all’approvazione degli altri, soprattutto del figlio Tommasino, il quale sadicamente gli risponde sempre che no, non gli piace “o’ presepio”. Solo quando Luca è sul letto di morte, e sta per raggiungere finalmente il grande “presepe dei cieli”, allora il figlio gli concederà il desiderato sì: il presepe, cui il papà ha dedicato tutta la sua attenzione sotto Natale, finalmente gli piace.
Come si vede da questi pochi esempi, il presepe ha attirato l’attenzione di tanti, e non solo credenti, perché è divenuto il simbolo stesso di una festa che non ha perso di vista le origini povere e umili della nostra fede, ricordando a tutti noi l’essenza stessa della vita cristiana. (Marco Testi )
Il mirabile segno che è in ogni casa
15 Dicembre 2020 - Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. […] È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero. […] Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. (Papa Francesco, Lettera Apostolica Admirabile Signum, sul significato e il valore del presepe, 1° dicembre 2019) C’è qualcosa che nessun lockdown può impedire, proprio come ai tempi di Gesù nulla poté impedire la sua nascita quando fu il tempo stabilito. È la tradizione del presepe, quella che dobbiamo a Francesco d’Assisi e a cui papa Francesco ha voluto dedicare, l’anno scorso, una breve quanto accorata lettera apostolica. Riunirsi in famiglia quest’anno sarà più difficile o addirittura impossibile, ma in ogni casa c’è un “mirabile segno” che può farci sentire tutti uniti in contemplazione del Natale e del Signore che viene. Quali statuine metteremo quest’anno nel nostro presepe? C’è Maria grazie al cui "sì" tutto è stato possibile, c’è Giuseppe, padre dell’ascolto e della protezione, con il suo bastone o la lanterna in mano. C’è un paesaggio notturno che ben simboleggia come anche la natura fosse in trepidazione per l’evento dell’incarnazione; e poi ci sono i pastori con le loro greggi, fino ad arrivare ai Re Magi, coloro che hanno seguito la luce della stella e ora saranno pronti per portare la buona notizia di Gesù al mondo. A seconda degli usi e delle abitudini famigliari, in ogni presepe poi entrano personaggi che si rifanno solo alla tradizione e che anche se non menzionati dal Vangelo hanno diritto di cittadinanza nella rappresentazione. Sono personaggi umili, intenti al loro lavoro, dai campi o dalle botteghe, sono personaggi che ci fanno ancor più immedesimare, uniti a noi nel desiderio di essere presenti e a loro volta essere visitati, lì dove sono, nelle loro occupazioni quotidiane, da una nascita tanto straordinaria quanto propiziata nella più grande e semplice povertà. Quest’anno attorno al presepe molti di noi non potranno essere insieme e forse si potrà intravvedere le reciproche costruzioni fra nonni e nipoti solo con qualche fotografia o qualche collegamento in rete… Eppure proprio il segno del presepe ci insegna ad avere uno sguardo che sa andare oltre le distanze. Nella contemplazione di questo manufatto, come scrive il Papa, si crea un legame per cui siamo “senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero”. Il presepe del Natale 2020 potrà essere ricordato per la sua pregnanza e simbolicità, idealmente attorno alla grotta, davanti a quella mangiatoia vuota, prima che sia deposto il Bambino Gesù, potremo mettere tutte le persone che dovranno trascorrere le feste in ospedale, tutte le persone sole, senza ricongiungimento; ma poi anche tutti i medici e gli infermieri, tutte le persone che non possono smettere di lavorare e quelle che il lavoro non ce l’hanno o l’hanno perso. C’è la nostra umanità stupita e ammirata nel presepio, c’è fra le statuine che si è andati a prendere in soffitta o in cantina, c’è il desiderio di dire al mondo che ancora una volta Gesù nasce per noi, scegliendo la via di un’umanità nuda e disarmata proprio come la nostra. Come si scuote la polvere dalla capanna stipata in qualche ripostiglio per tutto il resto dell’anno, così rispolveriamo la tradizione del presepe come un’eccezionale occasione per raccontare ai fratelli che l’amore di Dio non teme blocchi, o quarantene, ma anche quest’anno viene copioso ovunque ci sia un uomo che lo accoglie. (Giovanni M. Capetta - Sir)
Mons. Marangoni ai bellunesi nel mondo: farsi strumenti di Vangelo
10 Dicembre 2020 - “Gran parte di tutto quello che eravamo abituati a fare è saltato o pesantemente stravolto; gli stessi rapporti di vicinanza umana - forse più in questi mesi che durante il primo lockdown - stanno vivendo un senso di diffidenza e di paura che, credo, avranno pesanti conseguenze per il futuro; ancora, la crisi economica che si è generata fa guardare all’immediato domani e oltre con sguardo preoccupato. Eppure, dentro tutto questo, possiamo scorgere qualche luce di speranza o, meglio, di novità che può dare rinnovato slancio alle nostre vite a quelle delle nostre comunità cristiane”. È quanto scrive il vescovo di Belluno-Feltre, mons. Renato Marangoni, in una lettera agli emigrati della sua diocesi attraverso la rivista dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. “Con le sue indubbie difficoltà, inimmaginabili solo un anno fa, e con il dolore e l’apprensione che ha generato e continua a portare questa situazione di pandemia, una forte tentazione direbbe semplicemente che il 2020 è un anno da dimenticare! E forse – scrive - in effetti, può essere anche vero: l’impossibilità di fare tanto ci ha, diremo, costretti a fare bene quel poco… che tuttavia è essenziale! La difficoltà a non poter più interagire liberamente fra di noi ci ha aiutati a capire che è la cura delle relazioni ciò che vale e che va accompagnata, nella semplicità di ogni aiuto vicendevole. La dolorosa impossibilità di celebrare per tanto tempo nelle nostre chiese parrocchiali ha aiutato a scoprire la famiglia come ‘chiesa domestica’ e luogo di preghiera”. Il 2020 sta passando “come passerà anche il Covid-19” – ma quante “sfide ci sono poste davanti! Non solo sanitarie, non solo economiche, non solo sociali ma innanzitutto umane! E, forse per la prima volta nella storia, questa situazione pandemica ha coinvolto simultaneamente i governi di tutto il mondo. Allora, seppur distanti e “sparsi” nel mondo, vogliamo – conclude il vescovo rivolgendosi agli emigrati bellunesi - sentirci stretti non solo dalla comune provenienza geografica, dalla condivisione di cultura e di valori, dall’importanza del lavoro, ma anche come portatori di speranza per il 2021 che ci sta davanti”. L’ augurio è quello di portare sempre una “buona notizia”, di farsi “strumenti di vangelo!”
Uniti nella speranza, diamo vita al digitale
10 Dicembre 2020 - Roma - Che cosa caratterizza un ambiente digitale? La domanda può sembrare azzardata se ci si sofferma in superficie. La risposta, d’altronde, è ovvia: l’immaterialità. A differenza di altri luoghi quello digitale, infatti, non presenta contorni definiti e delimitanti. Andando, però, in profondità si assume la consapevolezza che siamo noi stessi ad abitarlo e, quindi, l’immaterialità prende forma con ciò che noi siamo, con i nostri sentimenti, le nostre emozioni, la nostra vita. Mai come oggi anche questo contesto ha bisogno di speranza, di quella luce che illumina l’esistenza. Nasce con questo obiettivo www.unitinellasperanza.it, sito che raccoglie e rilancia le buone prassi proposte dalle diocesi, offre contributi di riflessione e approfondimento, condivide notizie e materiale pastorale. È la nostra vita che dà la sostanza all’ambiente digitale. (Vincenzo Corrado)
Migrantes: in distribuzione il nuovo numero di Servizio Migranti
4 Dicembre 2020 -
Roma – Il flusso di persone immigrate nel nostro paese si è negli ultimi anni quasi del tutto interrotto, o meglio il flusso di persone in ingresso si equivale a quello in uscita. È quanto scrive il Direttore generale della Fondazione Migrantes, don Giovanni De Robertis nell’editoriale del nuovo numero di Servizio Migranti, il trimestrale di formazione dell’organismo pastorale della CEI. Nel numero uno speciale sulla Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si è celebrata lo scorso 27 settembre e poi uno speciale sull’attività Migrantes dello scorso anno per ogni settore della mobilità.
Sentinelle del bene
2 Dicembre 2020 - Roma - Capita alle volte che una chiacchierata mattutina con un amico generi pensieri che disegnano percorsi altri rispetto alla routine quotidiana. E, così, questa mattina la condivisione di una strofa dell’inno della preghiera della Comunità di Bose diventa motivo di riflessione rispetto anche al proprio ambito d’impegno. “La sentinella nella veglia invoca il giorno dalla notte; volgiamo gli occhi al Dio con noi; il suo splendore ci pervade”. Come operatori della comunicazione possiamo “invocare il giorno dalla notte”, ovvero possiamo “squarciare” la notte di questo tempo con la luce della speranza? E in che modo? La risposta viene da Papa Francesco nell’Evangelii gaudium: “Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa. Per questo, chi desidera vivere con dignità e pienezza non ha altra strada che riconoscere l’altro e cercare il suo bene” (n.9). Comunicare il bene può sostenere l’attesa non in maniera passiva, ma collaborando attivamente a narrare il volto bello della società. (Vincenzo Corrado)
La Chiesa e il virus della missionarietà
2 Dicembre 2020 - Loreto - Mi sentivo quasi in imbarazzo. Vestito, ormai, per la santa Messa, attendevo in un angolo della sacrestia. Era quest’estate, un martedì qualsiasi. La voce del sacrestano un po’ concitata al telefono ricorda al parroco che il cappellano non si è presentato all’eucarestia del mattino. E mancavano, ormai, pochi istanti… Eroicamente, dopo una manciata di minuti, ecco il parroco stesso per celebrare. Qualche tempo prima, situazione simile. Da una decina di minuti fuori tempo, ecco arrivare un sacerdote, tutto rosso e trafelato. Lo aiuto fraternamente ad abbigliarsi, mentre squilla ansiosa la campanella… Sembra, pertanto, che il missionario in questo paese del Veneto, sia una presenza invisibile. O, forse, inutile. E mi ripeto dentro di me : "Come sarebbe bello essere contagiati dal virus salutare della missionarietà". Cioè, della preziosità di chi viene da fuori e da lontano. Come un missionario, l’immagine stessa della "Chiesa in uscita" per le tante frontiere affrontate: la propria terra, la propria gente, le proprie usanze, la propria lingua e la propria storia… Passare dalla "logica dell’identità e dell’identitario", del "siamo tra di noi" che troppo ci appassiona, alla "logica dell’alterità", dell’ospite. "Lo straniero è come un fratello, che non hai mai incontrato" recita un proverbio africano. È un volto diverso, una parola nuova, un messaggio differente, una testimonianza viva da altrove. Sì, sono queste le vere sorprese di Dio. Lo si vive giustamente in Africa o nell’Oriente, quando si parla di ospitalità. Missionario all’estero per quasi quarant’anni, accompagnando comunità di emigranti italiani e non solo, ricordo sempre volentieri l’esperienza vissuta nella "più piccola delle grandi capitali", come la città ama definirsi : Ginevra. Specchiata attorno ad un lago superbo, è un porto di arrivo (e lo fu perfino di asilo politico) per migliaia di italiani emigrati, a ondate differenti, a partire dai primi ‘900, alla frontiera tra Svizzera e Francia. Molti, poi, vi lavorano attualmente nei 200 Organismi internazionali, come ONU, Croce Rossa… o al CERN, eccellenza della fisica europea. Ricordo che a volte si presentavano alla nostra chiesa italiana, a pochi passi dal lago, dei sacerdoti provenienti dall’Italia, ospiti di qualche parente. Si presentavano di domenica, anche all’ultimo momento, prima della Messa. "Padre, posso concelebrare con lei? mi sussurravano. "Senz’altro, ma presiedi la celebrazione!" era spesso la risposta, togliendomi allo stesso tempo la casula del presidente d’assemblea. Alle delicate rimostranze per troppo onore, c’era sempre… uno stratagemma; li faceva subito crollare. "Guardi, è qualche anno che sono qui, ormai sono stanchi della solita voce…". E la celebrazione, così, era sempre un momento di grazia ! Non solo per la testimonianza di come si vive il Vangelo in Italia, nella loro parrocchia, ma anche per l’accoglienza di un ospite. Ciò prendeva i colori della gratuità. E, in fondo, della fraternità. E tutto questo faceva crescere una comunità, la nostra, e le dava un respiro nuovo. Come quando, a Messa, intravvedo uno straniero, un nigeriano o un siriano nell’assemblea, gli chiedo discretamente un aiuto… È al momento del "Padre nostro". Quando tutta l’assemblea termina, con la cadenza di una cavalcata, la bella preghiera, leggermente lo straniero si avvicina al microfono, per recitare subito, il "suo" Padre nostro. Con l’emozione che lo prende, senti scorrere in arabo "Abana lazi fissamauet…" tra il silenzio pietrificato dell’assemblea. Una vera sorpresa. Un altro figlio di Dio! In fondo, questo tempo di pandemia ci aiuta ad uscire da una Chiesa programmata, ben organizzata, fatta di incontri, di funzioni e di programmi prestabiliti. Senza sorprese, come una macchina ben oliata. Ci insegna, forse, ad essere più attenti allo Spirito e al suo soffio, che viene e va dove vuole. Più vigilanti sul senso della missionarietà, sul valore dell’ospitalità di chi è differente. A trovare, responsabilmente, tempi e luoghi alternativi per incontrare Dio. Non esclusivamente lo spazio di una chiesa. Forse, anche la nostra casa. Senz’altro, il cuore dell’uomo: primo luogo dell’incontro. Lo si era, forse, dimenticato. Per cui qualsiasi omelia che non parli al cuore, non cambierà le cose, tanto meno le persone. Perchè è là dove Dio si presenta. Portandovi il virus benefico dell’imprevisto e della sorpresa. Dell’apertura all’altro. Della missionarietà. Sì, il senso dell’ospite come, pure, il gusto della fraternità. Ma soprattutto, la gratuità. Insieme alla misericordia, è proprio questa, la gratuità, il vestito più bello, con cui Dio si adorna. Per incontrare gli esseri umani, che siamo noi. (Renato Zilio - Direttore Migrantes Marche)

