Tag: Mobilità umana e migrazioni

Non disperdiamo memoria e speranza

14 Gennaio 2021 - Roma - Uno degli aspetti che maggiormente contraddistinguono la comunicazione attuale è l’istantaneità dei messaggi che si susseguono in maniera vorticosa. Questa fagocita la tessitura di quel senso che aiuta a capire i fatti, che emerge in ciò che avviene e che aiuta nella comprensione. Lo stiamo sperimentando, in maniera emblematica, in questo tempo di pandemia. Quanto è difficile alimentare e sostenere la memoria collettiva fuggendo da ogni forma di dispersione! Proprio per contrastare questo rischio è nato il progetto www.memoriadelcovid.it, realizzato da Fisc e Corallo con il coordinamento dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali. L’obiettivo? Non disperdere le tante storie di speranza nate ogni giorno nelle nostre Chiese locali dall’inizio dell’emergenza e contribuire a formare la memoria di come la Chiesa italiana sta vivendo il tempo del Covid-19. (Vincenzo Corrado)

Nuove regole per le ceneri nel tempo del virus

13 Gennaio 2021 - Città del Vaticano - Anche il rito dell’imposizione delle ceneri, all’inizio del tempo di Quaresima, dovrà rispettare alcune regole anti-Covid. La Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha dato indicazione sulla modalità da seguire. «Pronunciata la preghiera di benedizione delle ceneri e dopo averle asperse con l’acqua benedetta, senza nulla dire, il sacerdote, rivolto ai presenti, dice una volta sola per tutti la formula: “Convertitevi e credete al Vangelo” o “Ricordati, uomo, che polvere tu sei e in polvere ritornerai”. Quindi il sacerdote asterge le mani e indossa la mascherina a protezione di naso e bocca, poi impone le ceneri a quanti si avvicinano a lui o egli stesso si avvicina a quanti stanno in piedi al loro posto, lasciando cadere le ceneri sul capo di ciascuno, senza dire nulla».

Annunciare il Vangelo

12 Gennaio 2021 - Nell’ambito dell’apostolato di evangelizzazione proprio dei laici, è impossibile non rilevare l’azione evangelizzatrice della famiglia. Essa ha ben meritato, nei diversi momenti della storia della Chiesa, la bella definizione di “Chiesa domestica”, sancita dal Concilio Vaticano II. Ciò significa che, in ogni famiglia cristiana, dovrebbero riscontrarsi i diversi aspetti della Chiesa intera. Inoltre la famiglia, come la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell’intimo di una famiglia cosciente di questa missione, tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell’ambiente nel quale è inserita.[…]. (Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi, n. 71, 8 dicembre 1975) Papa Paolo VI, nel suo magistero, torna più volte sulla dimensione della famiglia come “chiesa domestica”, la definizione che, già presente nella storia della Chiesa, trova una forte conferma in occasione del Concilio Vaticano II. Un importante intervento in tal senso è nell’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi dove, nel contesto degli “operai dell’evangelizzazione”, il pontefice riserva un posto particolare alla famiglia. Quello che viene delineato all’interno della comunità famigliare è uno spazio circolare “in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia”. Dunque questa, che è una caratteristica propria anche della Chiesa come istituzione, trova una sua concretizzazione specifica nella dimensione famigliare. La chiesa domestica non ha delimitazione di spazi in virtù dei ruoli, in casa non c’è un presbiterio e uno spazio per l’assemblea, ma tutti, genitori e figli, sono coinvolti contemporaneamente in un’attività di annuncio e di ricezione del Vangelo. Tutti “evangelizzano e sono evangelizzati”. I genitori hanno il compito di trasmettere il Vangelo ai figli, ma sono chiamati anche ad esercitare un grande impegno nell’ascolto dei figli stessi che a loro volta sono portatori di Vangelo. Il Vangelo dei genitori in casa non dovrebbe essere proclamato da un qualche pulpito, in modo unilaterale, senza concedere spazio al dialogo e al confronto. Il Vangelo testimoniato dai genitori ha molto più l’aspetto di un esempio, spesso magari silenzioso, di fatto è trasmesso ai figli attraverso la vita concreta di ogni giorno. Da parte dei figli, allo stesso modo, il Vangelo si manifesta in gesti di prossimità spontanei, in testimonianze gratuite di generosità, ma anche sotto forma di domande e perfino di obiezioni. In tal senso è chiaro che bisogna saper riconoscere i germi di Vangelo in tante e diverse dimostrazioni. Ai genitori sono richieste un’attenzione e una pazienza particolari capaci di captare la dimensione di ricerca di verità e di senso sotto la forma dell’interrogativo e perfino dell’obiezione da parte dei figli, che non sempre seguono linearmente il cammino di fede degli adulti. C’è un periodo, di solito coincidente con l’adolescenza, in cui spesso i figli, per esempio, rifiutano un cammino ecclesiale. Anche in questa resistenza va cercata una verità. Attraverso la circolarità di cui parla il Papa abbiamo chiaro come lo spazio della famiglia sia fondamentale per preparare le nuove generazioni alla vita spirituale. Laddove l’incontro con la realtà ecclesiale possa aver registrato delle difficoltà o delle incomprensioni, è proprio fra le mura domestiche che si può recuperare un piano comune di condivisione e confronto anche su quegli elementi della vita di fede che sono risultati ostici. Parallelamente la parrocchia può essere il luogo in cui i ragazzi e i giovani ricevono quella notizia di Vangelo che possono portare nella propria casa dove magari la Parola non risuona più come un tempo o dove mai è stata aperta. Infine il Papa evidenzia come una famiglia che riconosca in se stessa la propria missione evangelizzatrice non può che diventare una cellula capace di illuminare con la parola del Vangelo tante altre famiglie nell’ambiente in cui è inserita. Questo significa che per la famiglia l’evangelizzazione non ha confini, ma si estende a tutti gli ambiti della vita associata. Liberi dalla veste istituzionale tipica delle persone consacrate, genitori e figli, oltre ad evangelizzarsi reciprocamente, propongono, con l’esempio e la parola, “fatti di Vangelo”, a scuola, sul lavoro, nello sport e nelle occasioni di svago. Senza aver bisogno di uno spazio dedicato, né un contesto preparatorio, le famiglie cristiane sono libere di esprimere la loro appartenenza a Cristo attraverso tutto il bagaglio tipico della loro esperienza vissuta. Un campo infinito in cui mettersi a servizio del Signore nella fraternità degli uomini. (Giovanni M. Capetta – Sir)  

Due verbi nel tunnel

12 Gennaio 2021 - I media raccontano che nel tempo della pandemia l’incertezza e l’inquietudine stanno cercando e trovando nella scienza un interlocutore rassicurante. Dicono anche che si ricorre sempre più alla parola “miracolo” per commentare progressi e successi scientifici e tecnologici. Ritorna, con linguaggio giornalistico, il tema del dialogo tra fede e scienza, tra fede e ragione. Lo svilupparsi di un reciproco interrogarsi richiama anche sulle pagine di giornale un’insopprimibile ricerca di senso. Ci si chiede se la scienza, dono e responsabilità dell’intelligenza umana, non sia il segno di una grandezza che va oltre le misure dell’uomo. Sono temi, questi, che hanno una storia ben nota e per stare a quella più recente sono nell’eredità di scienziati come Antonino Zichichi ed Enrico Medi. Sono temi che rimandano all’inscindibile binomio “sapere e pensare”. “Sapere – scriveva Pierangelo Sequeri commentando un discorso alla città dell’arcivescovo di Milano – è condizione necessaria ma non sufficiente per vivere da uomini. Pensare è indispensabile per essere umani. Si può anche diventare portatori ottusi del sapere, come le macchine degli algoritmi, se nessuno ti ha insegnato a pensare. Pensare è lo stile umano – inconfondibile – nell’interiorità che annuncia un essere umano. Il sapere da solo non è capace di tutto questo”. In ben diverso contesto, quello dei vaccini anti Covid19, l’intrecciarsi del sapere con il pensare è un percorso che conduce al significato di una conquista scientifica e nello stesso tempo mette al riparo da un delirio di onnipotenza. Nei centri della ricerca scientifica, nei luoghi della sua applicazione questo intreccio è percettibile e rimanda ad altro, rimanda a una Presenza che non chiede riflettori per esistere e per manifestarsi. Ha però bisogno dell’uomo, del suo pensiero, della sua voce, delle sue mani, del suo volto. Ha bisogno dell’uomo che ama pensare perché sente di essere il frutto di un pensiero. Anche l’esperienza dolorosa e non conclusa della pandemia può portare su questi sentieri intrecciati che arrivano ai bordi del limite e si spingono a quelli dell’infinito. In realtà ciò sta avvenendo negli ospedali e in altri luoghi dove un “magistero laicale” prende la parola con la competenza professionale e con la tenerezza degli sguardi e dei gesti. La “luce in fondo al tunnel” di cui parla questo “magistero” è il vaccino ma non è solo il vaccino. Nella sofferenza e nella paura l’intrecciarsi del sapere con il pensare indica una luce che non è solo quella annunciata in fondo a uno dei molti tunnel che l’umanità sta attraversando. (Paolo Bustaffa)

La carezza di Dio

11 Gennaio 2021 - Città del Vaticano - Abbiamo da poco celebrato il Natale e l’Epifania, il mistero di un Dio che si china sull’uomo fino al punto di nascere in povertà, per essere uomo in mezzo a tutti gli uomini. Un bambino è l’essere più indifeso, più bisognoso di affetto e di attenzioni. Il Creatore ha voluto assumere in Gesù, le dimensioni di un bambino per farsi vedere e toccare. Ma è proprio in questo farsi piccolo la sua grandezza. Nel giorno in cui la chiesa fa memoria del battesimo di Gesù – domenica che conclude il tempo natalizio e apre a quello ordinario – ci troviamo a ammirare un adulto alla sua prima manifestazione pubblica. La liturgia ci fa fare un salto di quasi trenta anni; gli anni di “vita nascosta” dice il Papa, “vivendo la vita di tutti i giorni, senza apparire”. È un “bel messaggio per noi: ci svela la grandezza del quotidiano, l’importanza agli occhi di Dio di ogni gesto e momento della vita, anche il più semplice, anche il più nascosto”. Il Vangelo questa domenica ci porta nuovamente sulle rive del Giordano. Marco ci narra di Giovanni Battista che battezza con l’acqua, annunciando che arriverà chi battezzerà in Spirito Santo, colui al quale lui non è degno di slegare i lacci dei sandali. È una immagine che deve farci riflettere, in questo tempo di confusione, di manipolazione, di abuso e offesa del nome di Dio. Anche i manifestanti che hanno preso d’assalto il Congresso, a Washington, avevano cartelli con la scritta “Jesus save”. Si dice scosso dall’assedio a Capitol Hill Papa Francesco, e prega per le vittime di “quei drammatici momenti”. La violenza è “sempre autodistruttiva” afferma all’Angelus, non si “guadagna nulla con la violenza, e tanto si perde”. Chiede responsabilità alle autorità e alla popolazione “al fine di rasserenare gli animi, promuovere la riconciliazione nazionale e tutelare i valori democratici radicati nella società americana”. Con padre David Maria Turoldo potremmo dire che la violenza è come un terribile vulcano in eruzione, “esplosi da oscurità insondabili nel cuore della follia”. Ma torniamo al Vangelo. Gesù è lì in fila con gli altri peccatori, pur non avendo peccato. Non sgomita per passare avanti, non dice ‘lei non sa chi sono io’; non vuole privilegi, corsie preferenziali. È lì, si mescola alla folla, si confonde con i più poveri, gli emarginati, i peccatori; è dalla loro parte, solidarizza con questa umanità e attende il suo turno. Il battesimo, rito penitenziale, era segno della volontà di convertirsi, di essere migliori, chiedendo perdono dei propri peccati. Gesù non ne aveva certo bisogno. Giovanni Battista cerca di opporsi, ma Gesù insiste, “perché vuole stare con i peccatori: per questo si mette in coda con loro e compie il loro stesso gesto. Lo fa con l’atteggiamento del popolo”. Si avvicina, dice Francesco con le parole di un inno liturgico, “‘nuda l’anima e nudi i piedi’. L’anima nuda, cioè senza coprire niente, così, peccatore. Questo è il gesto che fa Gesù, e scende nel fiume per immergersi nella nostra stessa condizione” È il suo “manifesto programmatico”, afferma il Papa; ci dice che lui “non ci salva dall’alto, con una decisione sovrana o un atto di forza, un decreto, no: lui ci salva venendoci incontro e prendendo su di sé i nostri peccati”. Così vince il male: “abbassandosi, facendosene carico. È anche il modo in cui noi possiamo risollevare gli altri: non giudicando, non intimando che cosa fare, ma facendoci vicini, con-patendo, condividendo l’amore di Dio. La vicinanza è lo stile di Dio nei nostri confronti”. Dopo il battesimo “i cieli si aprono e si svela finalmente la Trinità. Lo Spirito Santo scende in forma di colomba, e il Padre dice a Gesù: tu sei il figlio mio, l’amato”. Dio si manifesta, ricorda Francesco, “quando appare la misericordia: quello è il suo volto. Gesù si fa servo dei peccatori e viene proclamato figlio”. Vale anche per noi: “in ogni gesto di servizio, in ogni opera di misericordia che compiamo Dio si manifesta”. Il battesimo è un affidare ogni nuova vita a colui che è più potente dei poteri oscuri del male. Anche coloro che non sono battezzati “ricevono la misericordia di Dio” perché la nostra vita è “segnata dalla misericordia” e Dio “ci carezza con la sua misericordia”. (Fabio Zavattaro)  

La mia parrocchia: famiglia di famiglie senza frontiere

26 Dicembre 2020 - Messina - Per questo tempo liturgico, Tempo di Natale, viene proposta una riflessione che ci inviti a guardare con occhi diversi e più vigili alla famiglia migrante, nucleo di uomini e donne costretti costantemente ad armonizzare il proprio mondo con quello del Paese che li ospita e li accoglie. Si tratta di una realtà in continua costruzione che, inevitabilmente, aiuta anche la nostra a non restare uguale a se stessa. Otto spunti da leggere, rileggere e meditare, per una narrazione altra, a tratti scomoda, che ci invita a guardare all’altro in maniera complessa e, per ciò stesso, mai banale. Il peso della responsabilità verso la famiglia di origine. Le persone che decidono di emigrare sono sempre portatrici di un progetto famigliare. Sentono su di sé la responsabilità di rispondere ai bisogni che hanno determinato la decisione di partire e alle attese che la loro partenza ha generato. Si sentono responsabili di un investimento affettivo e anche economico che la famiglia ha fatto su di loro, spesso indebitandosi fortemente. Attualmente, l’impossibilità di ottenere un visto sul passaporto e quindi di poter prendere un normale volo aereo, obbliga ad affrontare viaggi rischiosissimi, di cui spesso al paese di partenza non si è abbastanza consapevoli. Le prove che le persone migranti oggi devono affrontare operano una selezione già alla partenza: partono le persone meglio attrezzate per affrontarle e queste persone sentono sulle proprie spalle tutto il peso della responsabilità di cui sono caricate. Il migrante è un uomo di confine, in tensione fra due mondi.  La frontiera oltrepassata segna profondamente la sua vita: rimane come una ferita di demarcazione fra il “suo” mondo, ormai non più suo, ed il nuovo mondo, il mondo dell’“altro”, che non potrà mai essere veramente suo. Le persone migranti non partono perdenti: investono anzi molta energia nel proprio progetto di riuscita. Esse hanno da affrontare il difficile passaggio dello sradicamento.   Nonostante le pesanti penalizzazioni (dovute spesso alla nostra paura di far posto a un commensale non invitato) di solito realizzano un loro progetto.  A volte anzi accumulano conoscenze ed esperienze umane che portano ad un notevole allargamento degli orizzonti e delle capacità critiche. Nessuno parte per sempre, solitamente si pensa che nel giro di qualche anno si tornerà per migliorare la situazione a casa. E invece per nove persone su dieci il progetto deve cambiare e si deve adattare a una situazione economica e sociale molto diversa da quella sperata. Di qui la necessità di pensare a crearsi una famiglia qui o farsi raggiungere da coniuge e figli che sono rimasti al paese. Le dinamiche della famiglia immigrata sono particolari e aggiungono complessità alla comune vita delle famiglie. È normalmente all’interno delle mura domestiche che l’immigrato coltiva la sua identità di origine, ed è qui che misura la “distanza culturale” che lo separa dal mondo circostante. La famiglia è soprattutto il luogo della trasmissione dei saperi sociali, che vengono attinti molto spesso dalla religione e si basano sul rispetto dei genitori (e degli adulti in genere) e sul senso della comunità. Al paese questa funzione era supportata dall’intero contesto sociale.  Dentro casa il padre faceva rispettare certe regole, fuori casa i figli erano sorvegliati dal gruppo adulto e presi in carico dalla comunità. In emigrazione i genitori sono soli a portare il peso della tradizione e il ruolo della trasmissione della cultura viene spesso compresso fra le mura domestiche.  I modelli esterni incombono come una minaccia per la missione di cui i genitori si sentono investiti.  Come minimo essi tendono ad imporre ai figli la conoscenza e l’uso della lingua domestica, mentre questi la vivono con fastidio.  Il loro più grande smarrimento è costatare che i figli aspirano a essere come i loro coetanei del mondo di fuori.  Nello sforzo di “salvare i figli”, spesso è il richiamo religioso a diventare il simbolo della resistenza “Nell’incontro fra culture, infatti, la religione è l’ultimo baluardo ad arrendersi” (R. Bastide).  È così che molti immigrati, con l’arrivo dei figli, ricuperano un profondo attaccamento alla pratica religiosa prima trascurata. Paradossalmente il problema fondamentale per la famiglia immigrata è la “comunicazione”.  Il suo isolamento, conseguente ai processi di emarginazione, oltre che abitativo è psicologico. Quel che è valorizzato e desiderabile per i genitori è svalorizzato e disprezzato dai figli e viceversa.  Ciò implica non solo conflitto con i genitori, ma anche rottura con il loro sistema di valori. I traguardi divergono.  La scelta dei genitori è innescata su una educazione che li aveva resi adulti partecipi di una società locale, mentre i figli puntano all’affermazione psicologica di sé. I genitori, infatti, anche se emigrando hanno scelto la realizzazione personale, fanno sempre riferimento alla società dove sono stati educati come membri di un gruppo. Inoltre, questa contrapposizione viene aggravata dalla negatività dell’immagine dei genitori rimandata dal contesto locale. E i genitori reagiscono a questo deprezzamento cercando ancor più di tener fermi alcuni punti, per loro fondamentali, della propria cultura. Seduti tra due sedie. I giovani immigrati, soprattutto nella fase scolastica, vivono in due ambiti principali di socializzazione, che sono la scuola e la famiglia.  Sono di conseguenza contesi fra due appartenenze: quella dei genitori (e del gruppo etnico) e quella della scuola (e della società locale): Essi vivono perciò una tensione identitaria che li costringe a dibattersi in una ambivalenza difficilmente risolvibile, per la difficoltà di coniugare le due appartenenze senza disporre di uno spazio “neutro” o di contesti di sostegno per una elaborazione emotivamente più serena. La ricerca di identità corrisponde al bisogno di punti di riferimento stabili per sentirsi sicuri e provare benessere.  Infatti, il cercare di aumentare la propria stima di sé e la stima che si riceve dagli altri è una delle motivazioni fondamentali della vita psicologica e sociale di ciascuno. Sebbene ogni giovane straniero abbia un nome, un ruolo sociale, una precisa origine etnica o una famiglia attraverso cui possiamo identificarlo, viene visto solo come “immigrato”, cioè tramite un filtro stigmatizzante che evoca marginalità ed estraneità.  Mentre vorrebbe sentirsi qui come a casa sua, noi lo etichettiamo a vita come “straniero”: diverso e inferiore. Il vedere in lui anzitutto un immigrato, è un modo per sancirne l’esclusione.  Una tale identità egli non se la sente: la subisce come un ruolo che gli viene imposto.  Insomma, omologando gli stranieri fra loro, li segreghiamo. E noi? A volte sappiamo così poco di loro, che proviamo inquietudine nei loro confronti: una realtà confusa e poco conosciuta mette naturalmente apprensione.  Ma di solito simili pregiudizi cadono quando si instaurano dei rapporti individuali. Occorre dunque anzitutto far emergere dal fondale inquietante indistinto volti che diventino delle persone precise, da cui levare tutte le etichette ingombranti.  E poi scommettere su tutte quelle loro potenzialità che il pregiudizio ci impediva di vedere. Non si tratta di crogiolarsi in ingenui ottimismi o in paternalismi condiscendenti e deresponsabilizzanti.  La vita che i giovani immigrati hanno davanti è dura: non hanno perciò bisogno di alibi o di sentirsi solo ripetere quello che non possono fare, quel che non possono avere, quel che non possono essere.  Hanno bisogno che qualcuno gli dia l’opportunità di fare e di avere qualcosa, di essere finalmente qualcuno.   … alcune domande per lasciarci interpellare
  • La mia parrocchia conosce e trova il modo di avvicinare le persone straniere di fede cristiana che sono sul suo territorio?
  • Le famiglie straniere trovano momenti di vicinanza e accoglienza nella comunità parrocchiale, almeno per i momenti più importanti della nascita di un figlio o del dolore di una perdita?
  • Quando organizziamo eventi della comunità parrocchiale, pensiamo a invitare esplicitamente anche le persone e le famiglie straniere?
  • Le comunità di stranieri possono trovare spazi di incontro nei locali della mia parrocchia?

(Germano Gartatto, coordinatore del progetto educativo "Il viaggio della vita" promosso a Lampedusa dalla Fondazione Migrantes)

  La scheda completa per il Tempo di Natale,  con consigli per la riflessione e la preghiera, curato dall'Ufficio Migrantes di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela è pubblicata sul numero di Gennaio del mensile "MigrantiPress".  

Buon Natale!

24 Dicembre 2020 - Siamo ormai arrivati alle “porte” del Santo Natale. Viviamo oggi il culmine del tempo dell’attesa che ci fa dirigere verso il luogo dove Gesù è voluto nascere “perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Luca 2, 7): una grotta, fredda ma “ricca di calore”, quello dell’amore di Maria e Giuseppe per il Bambino e quello portato dai pastori, pronti ad accogliere Colui che nasce per noi e ad annunciarlo al mondo. Nessuno deve restare escluso da questo annuncio. Questo monito rimane valido anche oggi, soprattutto in questo tempo di pandemia in cui poveri ed indifesi rischiano più del solito di rimanere ai margini. Per questo papa Francesco ha fatto sentire in maniera forte la sua voce, invitandoci a non rimanere indifferenti verso le angosce e le sofferenze di tanti uomini, donne e bambini che vivono la loro vita nella difficile condizione di migranti. Il Papa ci esorta ad essere attenti agli ultimi senza farci troppe domande, e ad opporci con decisione a quella “cultura dello scarto” che spesso prevale nel nostro mondo. “La pandemia sembra aver sospeso ogni ambito della vita, ma il Salvatore continua a nascere per noi e in noi: Dio non ci lascia da soli”, scrive oggi il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, aggiungendo che la Natività “c’interpella profondamente. Ci rimanda all’essenzialità dell’esistenza, a ciò che dà senso alla quotidianità, alla bellezza della vita familiare, alla qualità delle relazioni, alla capacità di accogliere Cristo nel nostro cuore”. Nel corso del 2020 molte persone sono “state visitate da sorella morte, altre sono rimaste sole, altre ancora hanno perso il lavoro e vivono in una condizione di grande precarietà. Questa sofferenza innocente c’interroga e ci aiuta a meditare sul dono della vita”. Un dono da salvaguardare sempre. Allora, continuiamo a guardare con premura alle vicende complicate e dolorose che ogni giorno vivono tante persone giunte in Italia da ogni angolo della terra, ed insieme ad esse, a quelle dei nostri connazionali che vivono all’estero, anche loro lontani dalle loro famiglie. E continuiamo a guardare anche al mondo dei Rom e dei Sinti, e alle famiglie dello Spettacolo viaggiante, che in questo tempo sono prive di reddito, poiché l’emergenza sanitaria ha tolto loro ogni possibilità di lavoro e di guadagno. In questi giorni così speciali, cerchiamo ancor di più che ci sia un po’ di  posto per loro nell’ “albergo” del  nostro cuore. (Raffaele Iaria)

Migrantes Marche: il Natale si fa invito alla frontiera

23 Dicembre 2020 -
Loreto - Natale. È tempo che sa di intimità e del suo calore. Parla di prossimità. Festa dall’aspetto ovattato, magico, si snoda in un clima di musica, di canto e di poesia. Ma all’origine non era così. Anzi, il contrario. Aveva il gusto amaro della frontiera e delle sue sfide. Un Natale alla frontiera dell’accoglienza che si faceva rifiuto. Della lontananza dalla propria terra che diventava esilio. Alla frontiera degli uomini e del loro mondo, per farsi sosta tra pecore e animali. E ancora da un ambiente di casa trovare rifugio unicamente in una grotta. Contesto originale, per presentarsi agli uomini, da parte di Dio! Atteso dai secoli, da interminabili generazioni, da infiniti sospiri di profeti ecco il volto di un Salvatore. Nel cuore della notte, a Betlemme, è nato ancora un agnello. L’Agnello di Dio. Per questo il Natale si fa invito alla frontiera. Ad andare al di là dei nostri ritmi e abitudini. Ad incontrare Dio attraverso le due categorie che preferisce: il novum, cioè la novità. E l’alterità, l’altro, lo straniero. E sono i tratti di chi viene da altrove e da lontano. Con la memoria ciò mi fa andare al Natale di anni fa, tra italiani emigranti, a Bedford, in terra inglese. Alla messa di mezzanotte, il miracolo si compiva subito. All’arrivo di Antony, un fagottino di appena quattro settimane, che viene posto subito tra la paglia, sotto l’altare. Il gruppo di bambini della parrocchia canta imperturbabile  “Astro del ciel” , mentre lui strilla a contrappunto con tutte le sue energie. Una corale inedita. Per prendere, infine, sonno, dolcemente. Un’assemblea fittissima di vecchi emigrati italiani, specialmente dal Sud, guarda, ammira e pensa forse a quanto ha pianto essa stessa per poter rinascere qui in terra straniera. Ricostruire la propria vita tra mille e una difficoltà. Anche se qui, nel mondo inglese, a differenza che da noi, freedom, la libertà di fare, di intraprendere, di lanciarsi è senz’altro impareggiabile, anzi unica. Senso di un popolo di mare, dall’intraprendenza e dagli orizzonti aperti. “Sono venuti moltissimi da un ambiente mafioso e povero” mi soffiava Padre Mario, il parroco, un giovanile ottantenne, parlando dei nostri “ma qui hanno dovuto rimboccarsi le maniche, credere in stessi, camminare da soli. Sono stati ammirevoli!” Accanto al presepio, l’albero di Natale si illumina grandioso, come in tutte le chiese inglesi. Ma avverti, altrettanto grandioso, un forte senso di comunità, di radici comuni e di italianità. Un popolo che camminava nelle tenebre e che veniva da lontano, si era messo un duro giorno in viaggio… Come Maria e Giuseppe. È il loro, forse, il Natale più vero, autentico. Al posto di chi non si è mai mosso dalla sua terra. Non potrà mai capire questo bambino nato lontano da casa. Da una famiglia in cammino, sprovvista di tutto e sperduta. Una nascita che sconvolge le frontiere, dall’Oriente dei re magi alla fuga forzata in Egitto. Come sempre, Dio lo si incontra, solo quando ci si mette in cammino. E lo sento, in fondo, come un invito potente per tutti – specie per chi è rimasto ancorato alla propria terra – a costruire comunità. Ad accogliere novità e alterità. Ad uscire dal nostro piccolo mondo antico. A formare un popolo unico con coloro che camminano. A inseguire insieme la luminosità di una stella, cioè valori grandi e comuni come dignità, fratellanza, compassione, empatia. In una calligrafia da bambino, qui sotto l’albero di Natale di una chiesa inglese, una frase di Susanna Tamaro: “Dobbiamo camminare per costruire un mondo non più fondato sul giudizio e il pregiudizio, ma l’umiltà e la comprensione”. Buon Natale! (p.Renato Zilio - Direttore Migrantes Marche)

Vicini e vigilanti: un progetto Migrante a Palermo

22 Dicembre 2020 -

Palermo - Avvicinandoci al termine di questo anno molto particolare ci fermiamo un attimo a riflettere sull’esperienza fatta con il Progetto “Una Sola Famiglia Umana”, con cui la Fondazione Migrantes ci ha consentito di attivare uno sportello di ascolto legale, sanitario e di ricerca lavoro presso la Parrocchia San Nicolò da Tolentino di Palermo in stretta collaborazione con il parroco Padre Adriano Titone.

Abbiamo svolto con fatica le attività di ascolto e rallentati dalle tante restrizioni ministeriali legate all’ancora attuale emergenza sanitaria dovuta al Covid 19, ma questo non ci ha visto arrendevoli anzi sempre più determinati a dare ascolto a chi ha manifestato in vari modi le tante difficoltà legate sia alla parte amministrativa e burocratica relativa ai documenti necessari per ottenere i tanti bonus previsti dal governo - con maggiori difficoltà per le persone straniere - sia alla ricerca di lavoro per chi lo ha perso durante la pandemia e si è ritrovato in serio disagio economico e sociale.

Abbiamo collaborato in stretta sinergia con l’associazione APICOLF, soprattutto nell’attività di ricerca ed offerta di lavoro, cercando di dare risposte concrete a quelle famiglie in cerca di sostegno in termini di assistenza familiare e mediando le condizioni di regolarizzazione dei rapporti di lavoro che si sono attivati.

Con lo spirito che contraddistingue il nostro servizio, seguendo le orme di chi come Padre Adriano Titone e Padre Sergio Natoli che ci hanno sempre sostenuto ed hanno sostenuto le tante esigenze di molte famiglie che si sono rivolte a noi, abbiamo affrontato delle difficoltà con momenti di crescita e di sperimentazione ingegnosa di modalità alternative di essere operativi. Ciascuno ha cercato in vari modi di non fermarsi e di restare attento anche al solo e semplice ascolto in quei momenti di lockdown in cui potevamo solo rispondere al telefono, ma per molti utenti del nostro sportello ha significato davvero tanto, essere ascoltati e supportati nelle piccole operazioni amministrative e burocratiche da compiersi solo a distanza.

Si è lavorato inoltre in rete con altre associazioni locali per dare risposte agli innumerevoli bisogni emersi a causa della pandemia. Si pensi dalla distribuzione di generi di prima necessità distribuiti dalla Parrocchia e persino consegnati a domicilio laddove è stato necessario; alle innumerevoli segnalazioni alle Unità di Strada Notturne per portare un pasto caldo ai senza dimora, con annessa segnalazione ai Servizi Sociali territoriali competenti e potremmo raccontare anche di persone che poi hanno riscattato la loro condizione avviando percorsi di autonomia abitativa e lavorativa. Abbiamo messo in campo la voglia di esserci, utilizzando varie competenze professionali (legali, mediche, sociali, spirituali, etc.) al completo servizio di chi si è rivolto a noi, cercando di fare quanto possibile per dare risposte concrete e di confidare anche nella costante preghiera di chi ci ha accompagnati nel percorso, non sempre facile.

In preparazione a questo Santo Natale abbiamo cercato di tradurre in operatività le parole del nostro amato Papa Francesco, facendo nostri i termini "Vicinanza" e "Vigilanza". La preghiera permette a Dio di starci vicini, libera dalla solitudine e dà speranza, ma la vigilanza, l’attenzione ai bisogni dell’altro ci permette di ridestarci dal sonno dell’indifferenza.

Ecco il nostro servizio è un’ottima palestra per la nostra anima e quest’anno tanto difficile che speriamo porti via tante difficoltà, ci ha proprio insegnato che non possiamo cadere nel sonno dell’indifferenza, non possiamo anestetizzarci al solito “ho fatto il mio dovere, non posso fare altro..”, no! Dobbiamo reinventarci cercando di non lasciare nulla di intentato, perché spesso il nostro semplice ed umile ascolto è un conforto per quelle persone che vivono momenti di grande scoraggiamento, soprattutto in un momento in cui ci sentiamo tanto distanti e spesso soli. Siamo certi che neppure il famigerato Virus Covid-19, potrà toglierci l’amore per il prossimo e la speranza di esserci sempre per chi ha bisogno, riscoprendo il vero senso del Natale nella sua pura essenza.

Che questo tempo natalizio ed il nuovo anno siano un tempo prosperoso e fecondo e, perché no, pieno di sana positività!

Rosa De Luca

 

Rosario per l’Italia: domani la preghiera da Siena presieduta dal card. Lojudice

22 Dicembre 2020 - Siena - Sarà il card.  Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino a presiedere il Rosario per l'Italia dalla cattedrale di Santa Maria Assunta. Il Rosario sarà trasmesso domani sera alle 21 e Rosario potrà essere seguito su Tv2000 (Canale 28 – 157 Sky – Pagina Facebook TV2000) e InBlu Radio e sui canali social e Youtube della CEI.