6 Ottobre 2020 - Tornando a casa troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza. (Saluto del Santo Padre Giovanni XXIII ai fedeli partecipanti alla fiaccolata in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II, giovedì 11 ottobre 1962) Il 15 maggio del 1961 è pubblicata l’enciclica Mater et Magistra ed in essa papa Giovanni dedica un passaggio al rispetto delle leggi della vita e alla responsabilità della maternità e paternità. È come un ponte fra il dettato magisteriale di Pio XI ( si pensi all’enciclica Casti Connubii) e di Pio XII e quello che a breve produrrà in abbondanza il suo successore Paolo VI (in particolare con l’enciclica Humanae Vitae). Non ci soffermiamo su questo testo e invece andiamo al cuore del pontificato di Papa Roncalli, ovvero il Concilio Vaticano II. Quel giovedì 11 ottobre 1962, la Chiesa cattolica ha vissuto “uno spettacolo che neppure la basilica di San Pietro, che ha quattro secoli di storia, ha mai potuto contemplare”. I padri conciliari sono sfilati in processione e sono andati ad occupare i loro posti nelle tribune allestite nella navata centrale. È una grande occasione di pace, di fratellanza, di spiritualità condivisa, il Papa ne è consapevole e ne ricorda la solennità, pur volendo sottrarre la sua persona dal ruolo di protagonista che, invece, ha di fatto avuto nell’intuizione della convocazione dell’assise. La sera molte persone su iniziativa dell’Azione Cattolica sono confluite in una fiaccolata in piazza San Pietro e via della Conciliazione. Si tratta di una folla che lascia trapelare un forte afflato, un senso ecclesiale spiccato, la consapevolezza che il Concilio riguarda i singoli fedeli, il popolo di Dio, non è solo un affare delle gerarchie. Di fronte alla sfilata dei partecipanti alla fiaccolata si dice che il Papa non avesse intenzione di intervenire, ma poi vedendo la folla mostratagli dalla finestra dal suo segretario monsignor Capovilla, si commosse e prese la parola che amplificata raggiunse tutti i fedeli in piazza San Pietro. A questi il Papa rivolse le parole che sono passate alla storia come “il discorso alla luna”. La tenerezza di quell’invito a portare la carezza del Papa ai bambini nelle case ha un sapore inedito, una novità nel linguaggio papale, Giovanni XXIII si sbilancia, si rivolge ai partecipanti come un affettuoso parroco che conosce i suoi fedeli uno a uno. La folla non è abituata a sentirsi interpellata così sinceramente negli affetti personali. Ha il sapore di una profezia questo linguaggio colloquiale, anticipa quello che sarà l’atteggiamento di successori molto distanti nel tempo. È come se il Papa affidasse all’amore all’interno delle famiglie di custodire il mistero dell’amore di Dio per il suo popolo e di conseguenza quello del pontefice per i suoi fedeli. Portare una scintilla di speranza, portare un barlume della luce di quelle fiaccole accese nelle singole case, essere capaci di asciugare una lacrima, di consolare un dolore o un’amarezza. Le famiglie italiane, le famiglie del mondo sono le destinatarie principali di quello che si sta vivendo in Vaticano, non c’è soluzione di continuità fra la Chiesa dei vescovi e dei cardinali e la Chiesa composta dai laici che compongono il tessuto del popolo di Dio. Per questo motivo il Concilio dovrà essere al servizio del popolo e il lavoro dei padri conciliari non dovrà fermarsi all’elaborazione di nuove dottrine ma inserirsi come linfa viva nella storia della Chiesa. Il Papa dimostra di conoscere e di riconoscere il bene che sgorga ordinariamente nella vita delle famiglie, ne valorizza la preziosità quotidiana. Nell’atteggiamento di confidenza manifestato spontaneamente da Giovanni XXIII possiamo leggere in germe quella che sarà la nuova interpretazione che il Concilio saprà dare della famiglia nel contesto del discorso sulla Chiesa. Un discorso che ancora oggi, a distanza di tanti anni, necessita di essere assimilato sia dai pastori sia dall’assemblea e che potremo rivisitare prossimamente anche noi. (Giovanni M. Capetta)
Tag: Mobilità umana e migrazioni
Lo svantaggio dei giovani migranti
5 Ottobre 2020 - Roma - Il livello di istruzione raggiunto e la qualità della formazione non garantiscono una sicurezza e una stabilità, ma sono il fondamento essenziale per costruire il proprio futuro, sono un’opportunità che apre alla possibilità di scegliere i propri obiettivi e inseguire sogni e desideri. Purtroppo i ragazzi e le ragazze con “background” migratorio, partono svantaggiati e non sfruttano le loro potenzialità. La loro carriera scolastica non segue le stesse dinamiche di quella degli alunni proveniente da famiglia italiana. Appare questo risultato dal Rapporto Ismu “Alunni con background migratorio in Italia” che confronta le scelte scolastiche degli studenti al termine del primo ciclo di istruzione. Oltre la metà degli alunni di origine italiana (51,8%) si iscrive a un liceo, mentre è solo il 34,9% degli alunni stranieri di seconda generazione e appena il 24,4% degli studenti di prima generazione. Questa scelta è importante per il prosieguo degli studi indirizza verso l’Università e offre una preparazione più ampia, a differenza di altri percorsi più professionalizzanti e specialistici che poi tenderanno a circoscrivere le scelte biografiche nel futuro. Una differenza così ampia merita una spiegazione. Dal Rapporto dell’Ismu, curato dalle sociologhe Mariagrazia Santagati ed Erica Colussi, emerge che la distanza non è dovuta soltanto a una diversa qualità dell’apprendimento, ma anche da altri fattori. Infatti anche quando vengono considerati gli studenti con risultati eccellenti (sono state confrontate le scelte tra gli alunni che hanno ottenuto i migliori risultati del test Invalsi in matematica) la differenza rimane: il tasso di iscrizione al liceo è sopra il 70% per gli italiani, mentre meno del 40% tra gli alunni di prima generazione. Simile risultato si ottiene osservando il voto finale della licenza media. Intorno a questi ragazzi, anche quando raggiungono ottimi risultati, c’è una sfiducia che si tramuta in svantaggio. Lo si nota quando nell’analisi emerge la tendenza degli insegnanti, nel loro consiglio orientativo per la scelta della scuola, a raccomandare molto più spesso a studenti italiani il percorso liceale l’iscrizione a un liceo a parità di risultati raggiunti. Ma anche quando viene suggerito un percorso liceale gli studenti stranieri seguono meno il consiglio (sono il 73% in confronto all’89% degli italiani). La provenienza degli studenti diventa uno svantaggio, in parte dovuto alle difficoltà di integrazione specialmente per i figli di genitori appena migrati, in parte dovuto a uno stereotipo che vede per gli stranieri opportunità limitate, in parte – ancora – da attribuirsi alla maggiore vulnerabilità sociale che chiede ai figli di famiglie migranti di limitare il percorso di studi per iniziare a lavorare prima in modo da contribuire alle spese. Una cosa la impariamo, però: in un contesto di sfiducia, l’incoraggiamento degli insegnanti aumenta la probabilità di vedere studenti stranieri in un liceo. (Andrea Casavecchia – Sir)
Favorire cultura e integrazione per i giovani migranti attraverso l’arte: da Catania il progetto europeo MYgrant Metamorphosis perl’educazione e l’inclusione sociale
2 Ottobre 2020 - Catania - Supportare l’inclusione sociale dei giovani migranti e rafforzare il loro ruolo di cittadini attivi, attraverso un approccio educativo votato al multiculturalismo, utilizzando l’arte come motore educativo e strumento didattico. Questo l’obiettivo del progetto MYgrant METAMORPHOSIS Professionalisation of Youth Workers finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Erasmus Plus. Il fine è quello di offrire gratuitamente una serie di metodi e strumenti a supporto degli operatori giovanili per le loro attività professionali, facendo così fronte alle barriere linguistiche e culturali che impediscono processi di reale inclusione sociale. L’intento principale del progetto MYgrant METAMORPHOSIS è fornire strumenti utili per educatori e operatori impegnati nei processi di inclusione sociale dei giovani migranti in modo da rafforzare il loro ruolo di cittadini europei. MYgrant METAMORPHOSIS mette a disposizione gratuita, grazie all’apposita piattaforma web, specifiche risorse: un manuale per operatori giovanili contenente una serie di workshop multimediali e artistici per sviluppare l’inclusione sociale tramite la poesia, la cucina e la scrittura; un gioco da tavolo con lo scopo di instaurare un’interazione e utilizzare l’attività ludica per conoscere le altre culture e le differenti lingue correlate, incentivando la cooperazione e spaziando dalla geografia alle tipicità; una piattaforma webcontenente, oltre a storie di successo di integrazione, anche risorse multimediali a integrazione del manuale; una guida per la realizzazione di eventi artistici a basso costo dedicata sia agli educatori che ai giovani migranti. Il progetto europeo prevede la realizzazione finale di un evento in ogni nazione coinvolta dalla partnership internazionale. Nel consorzio europeo, oltre a partner tedeschi, greci e polacchi, è protagonista l’Italia grazie alla presenza di VITECO, società specializzata in soluzioni e-learning del cluster catanese di aziende JO Group. Il lavoro di operatori, docenti ed educatori impegnati nello sfidante settore dell’educazione e dell’integrazione, potrà così giovarsi gratuitamente di nuovi preziosi strumenti di ultima generazione.
Vangelo Migrante: XXVII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo 21,33-43)
1 Ottobre 2020 - Ancora una vigna. Gesù doveva conoscerle molto bene e deve averci anche lavorato. Le osservava con occhi d'amore e nascevano parabole. Oggi racconta di una vigna con una vendemmia di sangue e tradimento. La parabola è trasparente. Un uomo pianta una vigna, la affida a dei contadini e se ne va. A suo tempo, a più riprese, manda i servi a ritirare il raccolto e i contadini li maltrattano, li bastonano e li uccidono. Da ultimo manda suo figlio. Ma anche questi viene ucciso. La vigna è Israele, siamo noi, sono io: tutti insieme speranza e delusione di Dio, fino alle ultime parole dei vignaioli, insensate e brutali: “Costui è l'erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l'eredità!”. Il movente è avere, possedere, prendere, accumulare. Questa ubriacatura per il potere e il denaro è l'origine delle vendemmie di sangue della terra, “radice di tutti i mali”, dice la Scrittura (1Tm 6,10). Eppure è confortante vedere che Dio non si arrende, non è mai a corto di meraviglie e ricomincia dopo ogni tradimento ad assediare di nuovo il cuore, con altri profeti, con nuovi servitori, con il figlio e, infine, anche con le pietre scartate. Conclude la parabola: “Che cosa farà il Padrone della vigna dopo l'uccisione del Figlio?”. La soluzione proposta dai giudei è logica, una vendetta esemplare e poi nuovi contadini, che paghino il dovuto al padrone. Gesù non è d'accordo. Dio non spreca la sua eternità in vendette. La storia perenne dell'amore e del tradimento tra uomo e Dio non si conclude con un fallimento ma con una vigna nuova: “il Regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. È questa la novità propria del Vangelo. C’è grande conforto in queste parole. I miei dubbi, i miei peccati, il mio campo sterile non bastano a interrompere la storia di Dio. Il suo progetto, che è un vino di festa per il mondo, è più forte dei miei tradimenti e avanza nonostante tutte le forze e i venti contrari. La vigna fiorirà. Ciò che Dio si aspetta non è il tributo finalmente pagato o la pena scontata, ma una vigna che non maturi più grappoli rossi di sangue e amari di tristezza bensì grappoli caldi e dolci; una storia che non sia guerra di possessi, chiusure e battaglie di potere, ma produca una vendemmia di bontà, un frutto di giustizia, grappoli di onestà e, forse, perfino gocce di Dio tra noi.
- Gaetano Saracino
Osservatore Romano si rinnova e riprende le pubblicazioni cartacee
30 Settembre 2020 - Città del Vaticano - L’Osservatore Romano, diretto da Andrea Monda, si rinnova nella grafica e nei contenuti e si integra nel sistema dei media vaticani per offrire più approfondimenti. Da domenica 4 ottobre ogni giorno otto pagine sull'attualità vaticana, religiosa, politica e culturale integrate da un inserto tematico: il martedì pomeriggio “Quattropagine”, il settimanale culturale; il mercoledì pomeriggio “Religio”, dedicato alla Chiesa ospedale da campo in cammino sulle vie del mondo; il giovedì pomeriggio “La settimana di Papa Francesco”, per fissare parole e gesti del Pontefice; il venerdì pomeriggio “Atlante”, le “cronache di un mondo globalizzato”. Un modo nuovo di fare informazione per raccontare il bene che silenziosamente si fa strada, la speranza che fiorisce anche nelle situazioni più drammatiche, il grido e le attese degli ultimi e degli scartati che spesso faticano a trovare spazio nel flusso delle notizie quotidiane. “In un tempo frenetico, quanto più siamo sommersi di informazioni, tanto più abbiamo bisogno – si legge in una nota - di fermarci a riflettere per vedere al di là e per capire, permettendo alla realtà di sorprenderci, metterci in discussione, commuoverci”. Il cambio di grafica e la nuova promozione sul digitale coincide con la piena integrazione del quotidiano vaticano nel sistema dei media della Santa Sede: con Radio Vaticana che, oltre a curare in diverse lingue la tele-radiocronaca del Papa, trasmette radiogiornali, programmi informativi e di approfondimento, reportage, musica e podcast in 40 lingue ed è ascoltabile in tutto il mondo grazie al satellite, internet e alle onde corte. Con il portale Vatican News (https://vaticannews.va/it.html) che pubblica quotidianamente notizie, interviste e video in 35 lingue, trasmette le dirette degli avvenimenti papali e informa, anche attraverso i social media, sull’attività del Papa, del Vaticano e della Chiesa nel mondo.
Rosario per l’Italia: oggi Rosario dal santuario di Collevalenza con Mons. Sigismondi
30 Settembre 2020 - Roma – Sarà il vescovo di Orvieto-Todi, Mons. Gualtiero Sigismondi, a presiedere il Rosario per l’Italia che andrà in onda stasera, alle 21, dal Santuario dell'Amore Misericordioso di Collevalenza, frazione del Comune di Todi. La trasmissione andrà in onda su Tv2000 e radio in Blu.
La pazienza di Dio
28 Settembre 2020 - Città del Vaticano - Una doppia domanda è presente nella parabola contenuta nel brano di Matteo letto ieri; Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme a insegnare ed è attaccato dai capi religiosi che gli chiedono con quale autorità fa quelle affermazioni. La sua risposta – la parabola dei due figli invitati dal padre a lavorare nella vigna – chiama sacerdoti e anziani del popolo a prendere posizione, a dare un giudizio. Conosciamo le risposte dei figli: “non ne ho voglia” il primo, ma poi andrà; “si signore”, e invece eviterà di entrare nella vigna, il secondo. E conosciamo anche la risposta che sacerdoti e anziani danno alla domanda di Gesù: chi ha compiuto la volontà del padre? Il primo. È un modo per sottolineare l’obbedienza al Padre, dunque a Dio, che si esprime nella disponibilità ad aprire i nostri cuori, perché nel nostro rapporto con il Signore, diceva Benedetto XVI, “non contano le parole, ma l’agire, le azioni di conversione e di fede”. No dunque a una fede tiepida, a una religiosità di routine, che non inquieta più l’uomo. L’obbedienza, afferma Papa Francesco all’Angelus, “non consiste nel dire ‘sì’ o ‘no’, ma nell’agire, nel coltivare la vigna, nel realizzare il Regno di Dio. Con questo semplice esempio, Gesù vuole superare una religione intesa solo come pratica esteriore e abitudinaria, che non incide sulla vita e sugli atteggiamenti delle persone. Una religiosità superficiale, soltanto rituale, nel brutto senso della parola. Gli esponenti di questa religiosità “di facciata”, che Gesù disapprova, erano in quel tempo i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo”. Le parole che troviamo nel brano di Matteo vanno lette con discernimento, e non devono “indurre a pensare che fanno bene quanti non seguono i comandamenti di Dio e la morale, e dicono: tanto, quelli che vanno in Chiesa sono peggio di noi. Gesù non addita i pubblicani e le prostitute come modelli di vita, ma come ‘privilegiati della Grazia’, che Dio offre a chiunque si apre e si converte a lui. Infatti, queste persone, ascoltando la sua predicazione, si sono pentite e hanno cambiato vita. Pensiamo a Matteo, ad esempio, San Matteo, che era un pubblicano, un traditore alla sua patria”. Matteo, nel suo Vangelo, utilizza due verbi per indicare il cambiamento avvenuto nel primo figlio: pentire e andare, “si pentì e vi andò”. È l’immagine della chiesa secondo Francesco dove peccato e conversione hanno cittadinanza. Come il figlio che, pentendosi della prima risposta, vede diversamente le cose: non è più il padrone che chiama a lavorare, ma il padre che invita a collaborare per portare frutti. Così nella parabola la figura migliore la fa il primo fratello, afferma ancora Papa Francesco nelle parole che precedono la preghiera mariana: non perché ha detto no a suo padre, ma perché dopo il no si è convertito al sì”. Il Signore “anche se siamo uomini di poca fede e peccatori, ci salverà”. È l’immagine della barca di Pietro sballottata dalle onde, della zizzania nel campo del Signore, dei pesci cattivi nella rete di Pietro. Peccatori, dunque. Ma chi sa di essere un peccatore, sa anche che Dio lo ama comunque. Ricordate: il Signore non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. La pazienza di Dio che non si stanca, “non desiste dopo il nostro no; ci lascia liberi anche di allontanarci da lui e di sbagliare”. È meraviglioso pensare alla pazienza di Dio, dice Francesco: il Signore ci aspetta sempre; sempre accanto a noi per aiutarci; ma rispetta la nostra libertà. E attende trepidante il nostro “sì”, per accoglierci nuovamente tra le sue braccia paterne e colmarci della sua misericordia senza limiti. La fede in Dio chiede di rinnovare ogni giorno la scelta del bene rispetto al male, la scelta della verità rispetto alla menzogna, la scelta dell’amore del prossimo rispetto all’egoismo”. La conversione, cambiare il cuore, ha affermato ancora Francesco, “è un processo di purificazione dalle incrostazioni morali; per questo non è mai indolore. Il cammino della conversione passa sempre attraverso la croce”. E il Vangelo di oggi “chiama in causa il modo di vivere la vita cristiana, che non è fatta di sogni o di belle aspirazioni, ma di impegni concreti, per aprirci sempre più alla volontà di Dio e all’amore verso i fratelli”. (Fabio Zavattaro)
La Chiesa del XX secolo attenta alla mobilità umana.
25 Settembre 2020 - La condizione dei “migranti” - cioè delle persone che, per tutta la vita o per una parte di essa, non hanno una dimora stabile - è ben presente nella Sacra Scrittura ed anzi ha rappresentato, se così si può dire, la “normalità” in diverse fasi della storia del popolo ebraico. Nell’Antico Testamento questa condizione può essere considerata come una condanna ma anche avere il valore di una missione o di un incarico. Nel Nuovo Testamento la vita pubblica del Signore e l’invio dei discepoli per l’Annuncio ci vengono descritti come la scelta di una condizione mobile. Tuttavia, è solo in tempi recenti che la Chiesa ha iniziato ad avere un’attenzione pastorale specifica per le persone che si trovano in questa particolare condizione. Per secoli l’atteggiamento nei loro confronti è consistito da un lato in una generica attività caritativa – e in una certa misura anche pastorale – verso chi non aveva un domicilio fisso a causa di circostanze sfortunate e indipendenti dalla sua volontà, e dall’altro lato in una diffidenza profonda e radicata verso chi era sospettato di aver scelto volontariamente uno stile di vita ritenuto pericoloso dal punto di vista morale. Una vera e propria cura pastorale specifica e meditata nei confronti di famiglie e persone “in movimento” si è sviluppata solo dopo gli sconvolgimenti della seconda metà dell’800, quando l’Europa cristiana subì un’emorragia di milioni di lavoratori diretti verso le Americhe in cerca di fortuna, e più ancora dopo quelli della prima metà del ‘900, quando due conflitti bellici con dimensioni e caratteristiche del tutto nuove crearono masse di profughi e sfollati mai viste prima. Il primo documento magisteriale sulla cura pastorale degli emigranti – ma oggi useremmo probabilmente il termine “migranti” – risale solo al 1952: si tratta della Costituzione apostolica Exsul familia, emanata il 1° agosto di quell’anno da papa Pio XII. Il titolo del documento fa riferimento alla fuga della Sacra famiglia in Egitto, che è diventata l’emblema della Fondazione Migrantes, ma è anche un invito a non considerare le persone mobili come soggetti isolati, che hanno perso tutti i loro legami, come purtroppo accadeva spesso ai profughi ed anche agli emigranti. La Chiesa ha sempre voluto sottolineare come la sollecitudine verso queste persone debba essere estesa ai loro legami familiari, visti anch’essi come un bene prezioso da tutelare, sia nel caso di famiglie che si muovono assieme, sia in quello dove la mobilità forzata o volontaria di alcuni componenti ne causa la separazione fisica dal resto del nucleo. Questo è stato anche un impegno primario per luminose figure di pastori come il beato Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, che hanno dovuto affrontare il problema delle grandi migrazioni transoceaniche partite dall’Italia nei decenni successivi all’Unità. Si tratta di eventi che hanno toccato in particolare le nostre terre del Nord-Est italiano (Veneto, Friuli e Trentino), causando gravi sofferenze a tante persone. L’emigrazione, la condizione mobile e lo “spaesamento” da essa causato fanno quindi parte della nostra storia. Anche per questo motivo oggi non possiamo distogliere la nostra attenzione dai nuovi “emigranti” o “migranti” che hanno raggiunto la nostra terra, divenuta meta di flussi di immigrazione. Questo è un dovere ancora maggiore nei mesi che stiamo vivendo, segnati da un’altra forma di “spaesamento”, dovuta al radicale cambiamento di abitudini e stili di vita in seguito all’epidemia causata dal Covid-19. Tante persone attorno a noi, provenienti da paesi diversi e lontani, ci domandano di essere considerati nostri fratelli nella comune condizione umana e, se condividono la nostra fede, nostri fratelli in Gesù Cristo. Giornate come quella di domenica 27 settembre ci devono servire per imparare a conoscerli meglio e per riflettere su come corrispondere a questa loro legittima richiesta. Don Mirko Dalla Torre (Collaboratore dell’Ufficio diocesano Migrantes Vittorio Veneto)
Il sogno di fratel Luciano: aiutare i rom
22 Settembre 2020 - Roma - Vedere ogni mattina uscire dal quartiere tutti i bambini con lo zaino sulle spalle, tenendosi per mano, per andare a scuola ed imparare ad essere uomini responsabili e liberi: questo è stato il sogno di fratel Luciano Levri, che per vent’anni ha coordinato la missione marianista a Lezha (Alessio), in Albania, per il riscatto della popolazione rom. Un sogno per realizzare il quale il missionario marianista ha lavorato instancabilmente, giorno dopo giorno, dialogando, tessendo relazioni e smantellando pregiudizi.
Quest’anno, i bambini rom di Lezha che si sono messi lo zainetto in spalla per andare alla scuola statale sono stati 190. Dai più piccoli, che frequentano la prima ai ragazzi che affrontano la nona classe. Domenica 13 settembre, a poche ore dal tanto atteso suono della campanella, quando le cartelle erano già pronte vicino alla porta di casa, anche fratel Luciano, del tutto inaspettatamente, ha preparato il suo zaino. Da alcuni mesi si trovava a Roma per una cura cardiaca. L’ultimo improvviso attacco, domenica scorsa, gli è stato fatale. Nato nell’ottobre 1944 a Lomaso, in provincia di Trento, Luciano si diploma al liceo classico e diventa laico marianista, abbracciando la vocazione propria di quest’ordine, il missionarismo culturale. Si laurea in filosofia alla Cattolica di Milano nel 1973 e per qualche tempo insegna a Campobasso e nel collegio marianista di Pallanza, finché nel 1974 è chiamato in Calabria, a Condofuri, a guidare la missione marianista. Sono anni molto intensi, durante i quali fratel Luciano fonda un centro giovanile attraverso il quale promuove la difesa dei diritti delle persone. Il suo parlare semplice e schietto, senza paura, e il coraggio di denunciare apertamente ciò che non va non piacciono. La risposta dei cosiddetti “poteri forti” non si lascia attendere. Nel 1991 una bomba viene fatta esplodere davanti al centro giovanile gestito dai marinisti. Fratel Luciano lascia nel 1995 la Calabria. “Ero come uno straccio che non asciuga più - raccontava in un documentario realizzato nel 2016 dal Centro missionario di Trento –. I miei superiori mi hanno rimandato a insegnare in un collegio. E qui c’è stato l’incontro con don Simone Jubali (1927-2011), prete albanese che ha fatto 27 anni di carcere duro, rinchiuso nelle prigioni più pesanti perché si rifiutava di obbedire al regime comunista”. Don Jumali propone ai marinisti di andare a Lezhe, per fondare una comunità in Albania. Fratel Luciano prepara ancora una volta la sua valigia e parte. La nuova comunità di Lezha viene fondata nel 2000. “Era una realtà che aveva bisogno di essere accompagnata a crescere – raccontava -. Abbiamo dato vita a una tipografia per favorire la diffusione della cultura e al centro giovanile S. Maria, per essere accanto alle giovani generazioni. All’inizio non è stato facile c’è stato il periodo della diffidenza e delle minacce, ma poi, col tempo, si è instaurato un rispetto reciproco, mai sfociato, però, nell’amicizia. È molto difficile che un rom e un bianco facciano qualcosa insieme: rimane questo retaggio di emarginazione e frustrazione per quello che generazioni di rom hanno subito da parte dei bianchi”. Nel 2004, a causa di una grande alluvione, il quartiere di Skenderberg, abitato principalmente da rom ed ashkali (o “evgjit”, come vengono chiamati in Albania) viene sommerso dall’acqua. La Caritas locale chiede ai marinisti di preparare i pasti per le famiglie rom che abitavano nelle baracche allagate e che erano attendate in misere tendopoli, montante su cumuli di immondizia. Tra un panino e un piatto di minestra calda, fratel Luciano conosce così quella che sarebbe diventata la sua nuova famiglia. E inizia a coltivare un sogno. “Prima abbiamo iniziato con corsi per insegnare ai ragazzi di 13-16 anni, a leggere e scrivere. Poi ci siamo chiesti: perché non iniziare quando l’età è giusta? Di lì a pochi mesi 24 bambini rom, tutti con un fiore di plastica in mano, sulla piazza della scuola, stretti l’uno all’altro perché avevano paura, hanno iniziato a frequentare la scuola pubblica”. “È possibile cambiare – spiegava fratel Luciano – ma a due condizioni: se noi diamo loro un sogno e se non li lasciamo soli. In tutto questo è importante la relazione, il conoscersi, il fatto che loro sappiano qualcosa di te, non solo che tu sappia qualcosa di loro. Perché Dio non ama il gruppo, la razza, i rom; Dio ama Maria, Keli, Jilir e per ognuno ha una carezza, una lacrima. Occorre arrivare al volto delle persone. Questo significa conoscerne il nome, la situazione, la famiglia, ma anche farsi conoscere. La misericordia se non è l’incontro di due volti, diventa sempre un dare senza ricevere niente. Credo che anche la carità, se non è riempita dalla relazione, è un togliersi di dosso la persona, è un dare senza coinvolgersi, senza farsi cambiare la vita. È lì che la carità porta frutto, quando mi cambia la vita e mi trasforma in una persona col cuore grande che si apre agli altri. La solidarietà è una relazione fatta dal dono. Donare è un’azione eversiva, rivoluzionaria, perché non aspetta il contraccambio. Il dono è affidare nelle mani dell’altro un bene per il quale io non voglio essere ricambiato. La solidarietà è fatta di relazione e di dono”. Il cordoglio per la morte di fratel Luciano ha superato in questi giorni le frontiere nazionali, unendo nel suo ricordo tante persone dal Trentino alla Calabria e all’Albania, fino ad arrivare a Roma. Gente di ogni estrazione culturale e religiosa, cristiani e musulmani, “gage” (bianchi) e rom. Tra i tanti i messaggi postati in questi giorni sulla pagina Facebook di fratel Luciano, anche quello di Fabio Colagrande, giornalista di Radio Vaticana: “Ci ha lasciato uno dei migliori uomini di Chiesa che ho conosciuto nella mia vita: fratel Luciano Levri, marianista e missionario in Albania, a Lezhe, dove in questi anni ha realizzato, fra le altre cose, un progetto senza precedenti per l’integrazione dei bambini rom. Se esiste davvero il paradiso, lui c’è andato come un razzo. Un vero santo. Ciao Luciano, grazie di tutto e proteggici da lassù”. (Irene Argentiero)
I sacrifici nascosti
22 Settembre 2020 - Conosciamo quali difficoltà incontrano le famiglie, specie le più numerose, i cui sacrifici sono spesso nascosti e talora anche non stimati. Sappiamo come lo spirito del mondo, avvalendosi di sempre nuovi allettamenti, cerchi di insinuarsi nel santo istituto familiare, voluto da Dio a custodia e salvaguardia della dignità dell’uomo, dal primo sbocciare della vita alla giovinezza tumultuosa; e dall’età matura alla più alta anzianità. (Dal Messaggio del Santo Padre Giovanni XXIII alle famiglie cristiane, in occasione della festività della Sacra Famiglia, domenica 10 gennaio 1960). In occasione della festa della Sacra Famiglia, che Giovanni XXIII ha posto a ridosso dell’Epifania e quindi all’inizio dell’anno civile, il Papa invoca su tutte le famiglie l’assistenza di Gesù, Maria e Giuseppe. Dalle sue parole si evince che il richiamo alla famiglia di Nazareth ha un peso sostanziale, non è affidato ad una semplice devozione. È nel nascondimento dei numerosi anni presso i suoi genitori che Gesù “ha consacrato con virtù ineffabili la vita domestica”, virtù come dolcezza, modestia, mansuetudine con le quali esercitare le quattro caratteristiche del matrimonio cristiano: fedeltà, castità, mutuo amore e timor di Dio. La benedizione del Papa è un accompagnamento fervente, consapevole della complessità in cui le famiglie sono chiamate a vivere. Il riferimento è alle famiglie numerose, verso le quali Giovanni XXIII ha già mostrato un’attenzione particolare, forse dovuta anche alla sua diretta esperienza. Il Papa si sofferma sui sacrifici che non vengono sufficientemente considerati, che restano nascosti. È importante questa valorizzazione delle fatiche quotidiane, di quel surplus di gratuità che in famiglia si consuma spesso senza un riconoscimento, appunto, ma con quella costanza che edifica una porzione di Regno già in questa vita. Da queste parole traggono incoraggiamento tutti quei genitori che hanno lasciato aperta la porta all’abbondanza della vita, quelle coppie – negli anni sessanta sempre meno numerose – che hanno dato alla luce quattro o più figli e che si trovano a fronteggiare problemi spesso molto onerosi. Giovanni XXIII infonde coraggio ed esplicita la solidarietà che sia la Chiesa, sia la società sono tenute ad offrire a coloro che hanno scommesso sulla vita e la vita in abbondanza, ma non possono essere lasciati soli. L’istituto famigliare – dice il Papa – è custodia e salvaguardia della dignità dell’uomo ma è “tentato” di cedere agli allettamenti dello spirito del mondo. Pare di vedere in controluce le lusinghe dell’egoismo e del consumismo che inizia a fare breccia nel tessuto delle società occidentali – di certo in quella italiana. Parole semplici per esprimere concetti che saranno poi ripresi ampiamente dai suoi successori, fino alla denuncia reiterata da Papa Francesco rispetto alla “cultura dello scarto”. Un altro tassello nell’accudimento papale delle famiglie cristiane. Un’altra tappa di avvicinamento verso quella che sarà la rivoluzionaria svolta del Concilio Vaticano II. Fortemente voluta da Papa Roncalli, l’assise conciliare segnerà anche in modo determinante la visione della famiglia nel contesto di un più organico discorso sulla Chiesa (Giovanni M. Capetta – Sir)

