11 Giugno 2019 - Roma - “Poiché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto’ Costituzione, città, migrazioni”. Questo il tema di un incontro che si svolgerà domani sera presso la Chiesa di San Francesco del Caravita all’interno degli eventi della mostra Exodus esposta nella Chiesa. A partire dal libro "La Costituzione: un manuale di convivenza", edito da Paoline dialogheranno Mons. Guerino Di Tora vescovo ausiliare di Roma e presidente della CEMi e della Fondazione Migrantes; Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale e autore del volume, Alberto Quadrio Curzio, presidente emerito dell'Accademia Nazionale dei Lincei e Rocco Buttiglione, già parlamentare e docente universitario. Modererà l’incontro Angelo Zema, Direttore del settimanale “RomaSette”
Tag: Mobilità umana e migrazioni
Axel ce l’ha fatta: ora è in Usa, studia e cammina di nuovo
10 Giugno 2019 - Milano - Posa con l’abito del diploma della Hogg Middle School appena ottenuto, a fianco alla bandiera del suo Nicaragua. Axel Palacio Molina sorride fiero. Non solo per il successo scolastico conseguito. Finalmente, dopo oltre dieci mesi di calvario, il 15enne ha abbandonato stampelle e sedia a rotelle. Nello scatto appare ben ritto sulle sue gambe. “Guarda come me le hanno aggiustate bene!”, dice il ragazzino. A rimetterlo in piedi sono stati i medici dell’ospedale pediatrico di Houston che hanno effettuato un delicato intervento, finanziato dalla chiesa protestante Ecclesia, per estrarre il proiettile conficcato nell’anca destra.
“Lo sapevo che se fossi arrivato negli Usa, avrei potuto correre di nuovo”, afferma raggiante. E’ stata questa convinzione granitica a dare la forza a lui e al resto della famiglia di camminare – nel senso letterale del termine – per oltre 4mila chilometri. In buona parte insieme alla Carovana che, lo scorso autunno, ha raccolto migliaia di disperati del Centroamerica. Uomini, donne, bimbi e adolescenti in fuga dalla violenza delle bande criminali che tengono in ostaggio interi pezzi della regione, dalla corruzione che divora l’economia, dal cambiamento climatico che secca i raccolti.
Axel e la sua famiglia scappavano dalla feroce repressione di Daniel Ortega. Erano stati i suoi sgherri a soffocare nel sangue la protesta civica a Diriamba, città a una quarantina di chilometri da Managua, l’8 luglio scorso. Una rivolta pacifica, portata avanti in gran parte da giovani e giovanissimi, come Axel e il suo amico Josué. “Noi lo chiamavamo ‘Fetito’, perché era piccolo e magro. Era il mio migliore amico. La polizia di Ortega è arrivata all’alba, armata fino a denti. Hanno sparato ad altezza d’uomo. ‘Fetito’ era stato colpito ed era caduto a terra. Si sono avvicinati e l’hanno finito con un proiettile di Kalashnikov al torace. Ho cercato di fargli scudo con il mio corpo e sono stato ferito”, racconta Axel che si è salvato per un soffio.
Altri manifestanti l’hanno portato via in braccio e l’hanno tenuto nascosto. “Non ci hanno messo molto a venire a casa ha cercarlo. Hanno fatto tre irruzioni. Ogni volta dicevano: ‘Tuo figlio è un terrorista. Dove sono le armi?’. Ovviamente non c’era nessun arma. Ero una maestra, al limite potevano trovare qualche quaderno.. Mio figlio non aveva ancora compiuto 15 anni, come poteva essere un terrorista? – aggiunge la madre, Idania Molina -. La terza volta, si sono scagliati su mia figlia di 17 anni. ‘Ora la facciamo parlare’, dicevano. Sapevo che cosa significava, non potevo permetterlo. Allora li ho supplicati: ‘Fate quello che volete a me, ma lei lasciatela stare…’ Allora si sono accaniti su di me”.
A quel punto, la vita dei Palacio Molina era segnata. Restare significava la morte. Per questo, attivisti per i diritti umani e sacerdoti hanno aiutato Idania a raggiungere Managua con l’altra figlia, Chely, di 12 anni, per denunciare. “Là siamo rimaste nascoste in attesa di ricongiungerci con Axel e il marito di Idania, Lester, e lasciare il Paese, ovviamente di nascosto. La cosa peggiore è stata dover lasciare la mia figlia maggiore. Era troppo sorvegliata ed è dovuta rimanere con mia madre. Non sa quanto mi manca..”. Per seminare la polizia orteguista, la famiglia ha cambiato cinque “case sicure”, come vengono chiamati i luoghi in cui si nascondono i dissidenti. Poi, alla fine di agosto, una volta riunita la famiglia, l’esilio.
Prima l’Honduras, poi il Guatemala quindi il Messico, dove ha incontrato la Carovana. “I fratelli centroamericani sono stati molto solidali. Sono rimasti commossi dalla nostra storia. Dato che non riuscivo a camminare mi hanno portato a spalle per lunghi tratti. Poi, insieme alle autorità del Chiapas, hanno fatto una colletta per comprare una sedia a rotelle. Mi dicevano: “Almeno tu devi farcela”. E’ anche grazie a loro se sono qui. Grazie a loro e ai giornali che hanno scritto di me”, afferma Axel.
Già perché la storia del piccolo nicaraguense che marciava verso gli Usa in sedia a rotelle ha conquistato i media internazionali, tra cui Avvenire, tra i primi a raccontarla e a cercare di aiutare a distanza i Palacio Molina. “Quando, finalmente, abbiamo raggiunto il confine tra Matamoros e Brownsville, gli agenti avevano sentito parlare di noi. Così ci hanno fatto restare ‘solo’ un giorno accampati sul ponte in attesa di poter presentare domanda di asilo”, sottolinea Idania. Da quando, dalla primavera 2018, Donald Trump ha imposto una stretta sulle istanze di rifugio, le richieste vengono accettate con il contagocce. Le persone attendono mesi alla frontiera prima di poterla sottoscrivere e, in genere, vengono rispediti ad aspettare la risposta in Messico.
Per i Palacio Molina, però, alcune guardia coraggiose hanno fatto un’eccezione. Quel 7 gennaio, in bilico tra Messico e Usa, Idania lo ricorda perfettamente. Il terrore di essere divisi o respinti. Il freddo pungente della notte. I passi marziali dell’uomo di guardia. E, alla fine, quelle parole di salvezza pronunciate in un misto di inglese e spagnolo: “E’ il ragazzino della sedia a rotelle. Loro devono passare”.
Certo, si tratta solo di un primo passo. Non poco, però, nell’epoca di muri a oltranza, fisici e legali, per fermare il flusso dei rifugiati. I Palacio Molina hanno presentato istanza e sono stati ascoltati in una prima udienza. Ne occorrono, però, almeno altre due per sapere se potranno restare sul suolo statunitense. Nel frattempo, però, grazie a Ecclesia, hanno trovato una prima sistemazione a Houston. Idania fa le pulizie ad ore, Lester qualche lavoretto di tanto in tanto, Chely frequenta la scuola. Come Axel che, allo studio, abbina continui esercizi di riabilitazione.
“Sono stati mesi duri, durissimi. Ma ne è valsa la pena. Ormai cammino senza troppo sforzo, sto imparando l’inglese e ho terminato la terza media. A scuola, professori e compagni hanno cercato di darmi una mano per inserirmi, così sono riuscito a prendere dei buoni voti. Quando mi chiedono che cosa vorrei fare da grande, rispondo il Marine. Per ripagare questo Paese che mi ha accolto. E con i risparmi, vorrei fare dei regali a quanti mi hanno aiutato quando non avevo niente. Ci vorrà tempo lo so. Ma la Carovana mi ha insegnato la pazienza. Si avanza così: un passo alla volta”. (Lucia Capuzzi – Avvenire)
Mons. Nosiglia: “far superare barriere di estraneità e di indifferenza”
7 Giugno 2019 - Torino - “Una comunità che non vive nella ricerca continua dell’unità, nella cura e nell’attenzione verso tutti e in particolare verso i suoi membri più sofferenti e bisognosi, non può illudersi di celebrare degnamente l’Eucaristia e riconoscere il corpo del Signore”. Lo ha detto l’arcivescovo di Torino, Mons. Cesare Nosiglia, nell’omelia della messa del Corpus Domini, che ha celebrato ieri in cattedrale, ricordando il miracolo eucaristico che si verificò in città, il 6 giugno 1453. L’ostia trafugata rimase sospesa in aria per lungo tempo e venne portata dal vescovo nel duomo. “L’Eucaristia è, come ci ricorda Papa Francesco, la fonte prima e la spinta costante che conduce la Chiesa fuori di se stessa, sulle vie della missione”, ha affermato il presule. Nelle sue parole il timore che ne sia stato fatto “un rito talmente chiuso in se stesso da stemperarne la carica di amore e di cambiamento che offre”. Soffermandosi sulle capacità dell’Eucaristia, Mons. Nosiglia ha spiegato che “inquieta le coscienze e allarga il cuore facendo superare barriere di estraneità e di indifferenza o di rifiuto che sono tutt’ora presenti nella società e anche nelle nostre comunità, verso fratelli e sorelle in condizioni di difficoltà morale o materiale”. Quindi, la convinzione dell’arcivescovo è che “se la nostra Chiesa privilegerà gli ultimi e se con coraggio profetico non si sottrarrà alle nuove sfide di tante miserie morali e materiali proprie del nostro tempo, la fede non verrà meno, l’Eucaristia che celebriamo si tradurrà in pane spezzato nell’amore, il Vangelo sarà sempre più credibile via di cambiamento anche sociale”. Infine, il presule ha indicato l’Eucaristia come “l’atto missionario più fecondo che la Chiesa immette nella storia dell’umanità”. “Le nostre comunità superino l’autoreferenzialità e si immergano con coraggio nel fiume della missione”. (Sir)
Vescovi Lazio : “nelle nostre comunità non abbia alcun diritto la cultura dello scarto e del rifiuto”
7 Giugno 2019 - Roma - “Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un "prima" o di un "dopo" sulla base dell'appartenenza nazionale. E’ quanto scrivono i vescovi del Lazio in una lettera che sarà letta domenica in occasione della solennità di Pentecoste per offrire alcune riflessioni sul tema migratorio. “Purtroppo – scrivono i presuli - nei mesi trascorsi le tensioni sociali all'interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà: giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi. Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c'è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. È proprio a costoro che va l'attenzione del cuore dei credenti e – vogliate crederlo – dell'opzione di fondo delle nostre preoccupazioni pastorali”. Da “certe affermazioni che appaiono essere ‘di moda’ – proseguono - potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro ‘noi’: l'altro è un dono. È questa la bellezza del Vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza”. Da qui l’invito a proseguire “il nostro cammino di comunità credenti, sia con la preghiera che con atteggiamenti di servizio nella testimonianza di una virtù che ha sempre caratterizzato il nostro Paese: l'accoglienza verso l'altro, soprattutto quando si trovi nel bisogno. Proviamo a vivere così la sfida dell'integrazione che l'ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una ‘paura che fa impazzire’ come ha detto Papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere”. Le diocesi laziali quotidianamente danno “il proprio contributo per alleviare le situazioni dei poveri che bussano alla nostra porta, accogliendo il loro disagio. Tanto è stato fatto e tanto ancora desideriamo fare, affinché l'accoglienza sia davvero la risposta ad una situazione complessa e non una soluzione di comodo (o peggio interessata). Desideriamo che tutte le nostre comunità – con spirito di discernimento – possano promuovere una cultura dell'accoglienza e dell'integrazione, respingendo accenti e toni che negano i diritti fondamentali dell'uomo, riconosciuti dagli accordi internazionali e – soprattutto – originati dalla Parola evangelica. Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell'accoglienza dei migranti, così come sappiamo di alcune istituzioni che pensavamo si occupassero di accoglienza, e che invece non hanno dato la testimonianza che ci si poteva aspettare. Desideriamo, tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell'aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale”. I vescovi laziali concludono con un appello affinché “nelle nostre comunità non abbia alcun diritto la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura ‘nuova’ fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà”. (Raffaele Iaria)
Palermo: incontro sull’accoglienza tra Mons. Bedford – Strohm e Mons. Lorefice
5 Giugno 2019 - Palermo - “Per me la visita di Mons. Heinrich Bedford - Strohm è motivo di grande comunione oltre che di opportunità di incontro e di reciprocità. E soprattutto perché la presenza a Palermo del Presidente della Chiesa Evangelica di Germania è dettata da qualcosa che ci sta veramente a cuore”. Ad affermarlo l’arcivescovo di Palermo, Mons. Corrado Lorefice, che ha ricevuto in episcopio il Presidente della Chiesa Evangelica Tedesca, in Sicilia per una serie di incontri con realtà ecclesiali, laiche e del volontariato legati ai temi dell’accoglienza, dei diritti dei migranti e delle politiche europee in materia di migrazione. “Siamo a Palermo al cuore del Mediterraneo – ha proseguito Mons. Lorefice – ed è da qui che deve ripartire per tutta l'Europa l'opportunità per riconfermare i principi più veri della nostra Europa: la persona al centro”. Nel corso dell’incontro i due presuli si sono confrontati sull’impegno di tutte le Chiese a favore dei migranti e dei rifugiati. “Oggi viviamo questo dramma di chi fugge dalla guerra e dalla fame – ha detto ancora l’arcivescovo di Palermo – attraversa il Mediterraneo che non può che rimanere un luogo di incontro. Il mare Mediterraneo deve continuare a permettere alle persone di realizzare la loro piena dignità. Per questo condivido con il vescovo Enrico, i motivi che ci fanno pensare ad una Europa che ci fanno esprimere il segno più vero dell’accoglienza. Mi piace sottolineare come concretamente abbiamo insieme sostenuto anche questa drammatica situazione che si viene a verificare nel nostro mare. A causa forse dell'indurimento del cuore e direi anche della mente, si rischia di fare morire uomini, donne e bambini nel nostro mare e sono ben contento che invece c’è qualcuno che riesce oggi a mettersi in gioco, a fare si che quanti attraversano questo nostro mare possano avere un luogo di approdo. Da questo punto di vista mi piacerebbe ripensare anche la posizione di Palermo al cuore del Mediterraneo perché possa essere per tutta l’Europa anche il porto a cui tutti possano fare riferimento. Questo valore simbolico di questa città che ha conosciuto la contaminazione feconda di culture, questa città possa essere anche oggi per l’Europa un punto di partenza perché possiamo continuare a scegliere la persona e metterla al centro. A maggior ragione se nel volto di questi nostri fratelli che vengono dall'Africa e dal Medio oriente noi troviamo i segni di una oppressione che è causata dalla durezza del cuore di altri uomini. E quindi saluto con grande commozione questa presenza perché nel nome della comunione di Chiese possiamo ritrovare situazioni e realtà umane che ci possano permettere di testimoniare un Vangelo che segna ancora la coscienza di questa nostra Europa perché se per ogni uomo, e deve essere chiaro che l'altro uomo è soggetto di diritto che deve essere riconosciuto nella sua dignità, a maggior ragione lo è per quanti hanno conosciuto il Cristo perché ciò che avete fatto a questi nostri fratelli l’avete fatto a me”. In una nota congiunta con il sindaco della città Leoluca Orlando il vescovo Heinrich afferma: “I flussi migratori sono un fenomeno storico che ha origine nel diritto umano inalienabile alla mobilità, in cerca di migliori condizioni di vita, in fuga da guerre, povertà e devastazioni climatiche. In vista del prevedibile aumento dei flussi durante l’estate, è necessario per l’Unione Europea riaffermare i propri valori fondamentali e per i singoli Stati individuare soluzioni che evitino nuove morti nel Mediterraneo, favoriscano la creazione di canali umanitari e supportino la ricerca dei naufraghi e il salvataggio di vite umane. Manca un meccanismo di redistribuzione europea per l’accoglienza dei migranti salvati”. Heinrich Bedford-Strohm ha partecipato anche all’avvio della preghiera interreligiosa alla Missione di Speranza e Carità, per Paul Yaw Aning, l’idraulico ghanese della missione, raggiunto da un decreto di espulsione perché il suo permesso di soggiorno era scaduto.
Ancora accoglienza (e sbarchi)
4 Giugno 2019 - Roma - Il loro viaggio della speranza è finito. Genova, Taranto, Cagliari, Cosenza, Lampedusa. Località che nelle ultime ore hanno accolto i migranti che scappano dalle coste libiche o da quelle della Turchia. Lo sbarco del pattugliatore Cigala Fulgiosi, che aveva recuperato in mare a 90 miglia da Tripoli cento profughi, tra cui 23 bambini e 17 donne, si è concluso nel migliore dei modi grazie alla disponibilità all’accoglienza della Conferenza episcopale italiana e di sei Paesi dell’Ue. È stato infatti formalizzato ieri pomeriggio il protocollo d’intesa tra il Viminale e la Cei con cui si procede, attraverso la rete di Caritas italiana, a dare la migliore accoglienza a buona parte delle persone sbarcate domenica sulla banchina di Calata Bettolo, ora accolte in strutture del Lazio. Undici minori non accompagnati e le sei donne incinte sono invece rimaste a Genova per le cure necessarie, mentre gli altri presto varcheranno il confine italiano per essere redistribuiti nei sei Paesi che finora hanno accolto l’appello dell’Italia alla solidarietà. Il Portogallo, ad esempio, è pronto ad ospitare dieci dei migranti sbarcati, l’Irlanda e la Romania cinque ciascuno; altri migranti verranno accolti anche da Francia, Germania e Lussemburgo con cui sono ancora in corso trattative.
Ma ieri, complice il ritorno del mare calmo, sulle nostre coste ci sono stati altri quattro sbarchi in cui sono arrivate circa 140 persone. Il trend degli arrivi nel 2019 in realtà indica un netto calo (dell’87%) rispetto allo stesso periodo del 2018: 1.764 contro 13.775. Ma la bella stagione spinge i disperati a mettersi in mare su gommoni e barchini di fortuna per raggiungere l’Italia. In Sardegna, nel Sulcis, su due diverse imbarcazioni sono infatti arrivati ieri 21 algerini. Il primo approdo, a Porto Pino nel territorio di Sant’Anna Arresi, con 16 persone che i carabinieri hanno fermato mentre si stavano allontanando dalla spiaggia. Dopo le visite mediche e le operazioni di identificazione sono stati trasferiti nel centro d’accoglienza dell’isola. Così come anche gli altri cinque algerini soccorsi in mattinata, a bordo di un’imbarcazione di fortuna, da una motovedetta dei carabinieri nell’area di Sant’Antioco.
È scattata invece la corsa alla solidarietà di cittadini e volontari per accogliere i 73 uomini di nazionalità pachistana, tra cui 19 minori, che sono approdati la sera di domenica sulla spiaggia di Torre Colimena, località marittima di Avetrana, nel Tarantino. Non appena saputo dello sbarco, il Comune ha aperto lo stadio come luogo di primo ricovero, mentre cittadini e associazioni hanno offerto cibo, acqua, indumenti e scarpe. I migranti hanno raccontato ai soccorritori che il loro viaggio è cominciato a Bodrum, in Turchia, nove giorni prima a bordo di un natante a vela di 14 metri, condotto da due scafisti di 38 e 48 anni, che le forze dell’ordine sono riuscite ad arrestare non lontano dalla zona dell’approdo. Un viaggio della disperazione, quello dei 73 pachistani, ammassati in una stiva che poteva contenere al massimo dieci persone per cui hanno pagato 5.600 euro a testa. Per tutti loro adesso si sono aperte le porte dei centri di prima accoglienza della regione.
Di più difficile quantificazione, invece, lo sbarco avvenuto ieri sulla spiaggia di Calopezzati, Comune calabrese della fascia ionica cosentina. Non c’è infatti un dato ufficiale sul numero delle persone che si trovavano a bordo della barca a vela quando si è arenata nello specchio d’acqua antistante la spiaggia del centro costiero. Finora sono state rintracciate 41 persone tra cui donne e bambini, tutti iraniani e iracheni, che dal porto di Corigliano-Rossano dove hanno avuto le prime cure sono stati trasferiti nel centro d’accoglienza. Ma dalle prime informazioni raccolte ci sarebbero ancora alcune persone che avrebbero fatto perdere le proprie tracce, tuttora ricercate dalle forze dell’ordine. E ieri sera, ancora, un altro sbarco di 19 persone a Lampedusa. (Alessia Guerrieri – Avvenire)
L’immigrazione raccontata a scuola che smonta la propaganda della paura
3 Giugno 2019 - Roma - Pregiudizi, paure, luoghi comuni. Poi l'incontro, tra i banchi e la lavagna, con chi ha raccontato spesso in prima persona cosa è davvero il fenomeno dell'immigrazione. E la visione di centinaia di cittadini di domani è cambiata dal giorno alla notte. Sono gli oltre 700 ragazzi di 17 istituti romani, tra i 13 e i 18 anni, che hanno partecipato alla giornata conclusiva della quarta edizione del progetto educativo “Oltre i confini”, promosso e organizzato dalla cooperativa Sophia. Ad ospitare l'evento l'Auditorium della Tecnica messo a disposizione da Confindustria. Diversi i ragazzi che hanno raccontato i propri cambiamenti personali nella percezione del fenomeno dell’immigrazione, grazie al percorso formativo. “Dell'immigrazione ho sempre avuto una visione distorta e lacunosa - ha raccontato una studentessa al quarto anni di liceo - perché se ne parla solo alla radio e in televisione, dove da una parte si inveisce contro lo straniero parlando di disoccupazione e terrorismo, dall'altra si mettono in vetrina i cadaveri sulla spiaggia. Nessuno mi ha mai raccontato di uomini onesti e istruiti che cercano di integrarsi nella nostra società e ora posso guardare tutto da un altro punto di vista”.
“Questo percorso mi ha cambiato - ha detto un ragazzo di terza media - e forse ha contribuito a farmi vedere l'immigrazione in modo diverso, in senso positivo per chi accoglie oltre che per chi arriva. Stanno tutti scappando da qualcosa, che sia la guerra o la politica o la povertà, e noi come paese dovremmo accoglierli e cercare di fargli avere una vita normale come quella di tutti noi”.
“Notiamo una partecipazione sempre più attiva dei ragazzi che, attraverso l’incontro, riescono a superare le pericolose associazioni tra immigrazione e minaccia, immigrazione e invasione, immigrazione ed emergenza”, osserva Marco Ruopoli della Cooperativa Sophia.
Confini è un percorso formativo arrivato ormai al quarto anno che ha lo scopo di favorire, in un pubblico di ragazzi, la riflessione sul tema dell’immigrazione. La cooperativa Sophia ha presentato, attraverso lezioni frontali e momenti di condivisione, uno spaccato aggiornato sul quadro internazionale, europeo e italiano del fenomeno migratorio. Inoltre ha facilitato nelle classi il dialogo tra gli studenti e i migranti. Il progetto è finanziato da Fondazione Migrantes.
Migranti: tre sbarchi in poche ore a Lampedusa
30 Maggio 2019 - Lampedusa - Settanta migranti sono sbarcati a Lampedusa tra ieri e oggi, in 3 differenti momenti. L'ultimo riguarda un gruppetto di 7 persone, approdato con una piccola imbarcazione direttamente in porto. Poco prima erano arrivati i 20 tratti in salvo da una motovedetta della Guardia di finanza. Quarantatré, in serata, erano invece giunti direttamente sulla terraferma a Cala Galera. Fra loro tre donne incinte e cinque bambini.
Gommone alla deriva: la Marina salva 100 persone
30 Maggio 2019 - Milano - Si è conclusa, a fine mattinata, l'operazione di salvataggio dei migranti alla deriva su un gommone in avaria in acque internazionali al largo della Libia. Dopo gli allarmi lanciati ieri dall'ong Sea Watch e stamani da Alarm Phone (che parlava di una bambina di 5 anni morta), è intervenuta l'unita della Marina militare italiana che i migranti vedevano da lontano. Il pattugliatore d'altura della Marina militare Cigala Fulgosi, scrive Avvenire.it, ha raggiunto il gommone in avaria, a circa 90 miglia a sud di Lampedusa. L'unità, fa sapere la Marina, «constatate le condizioni del natante con 100 persone a bordo, di cui solo una decina provvisti di salvagente individuale, motore spento, precarie condizioni di galleggiamento e considerate le condizioni meteorologiche in peggioramento, è intervenuta in soccorso delle persone che erano in imminente pericolo di vita».Al termine del soccorso sono state recuperate le 100 persone, di cui 17 donne e 23 minori, per i quali è attualmente in atto la verifica delle condizioni di salute. Non risulta alcuna persona deceduta a bordo.
Famiglie Accoglienti: “Pronte a ospitare i profughi”
30 Maggio 2019 - Torino - Non hanno ancora avuto risposta, ma l’offerta resta valida e con essa il messaggio che compare nelle prime righe: “L’Italia non è un Paese impaurito, rancoroso, ostile verso gli stranieri e
i ‘diversi’». Sono 27 famiglie, di cui 17 torinesi, che hanno scritto al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte per esprime la disponibilità concreta, “realizzabile subito”, ad accogliere il gruppo
di migranti provenienti dalla Libia, sbarcati lo scorso 10 maggio a Lampedusa dopo essere stati soccorsi dalla “Mare Jonio”, l’imbarcazione della ong Mediterranea Saving Humans. In concomitanza con lo sbarco, la neocostituita Associazione Famiglie accoglienti Aps di Bologna aveva scritto una prima missiva a Conte affermando la disponibilità all’accoglienza dei profughi e contemporaneamente aveva diramato un appello coinvolgendo anche il Gruppo famiglie accoglienti di Torino con i quali da mesi è in contatto avendo ispirato la sua nascita. In pochi giorni si è definita
la disponibilità concreta di spazi, case, famiglie oltre che nel bolognese anche nel torinese e in Veneto e 27 famiglie il 22 maggio hanno scritto una seconda lettera aggiungendovi i propri nominativi a testimonianza di una accoglienza reale fatta di persone pronte ad aprire le porte delle
proprie abitazioni per dare un tetto, amicizia e supporto a quel gruppo di trenta naufraghi, tra cui due donne incinte, una bambina di un anno e altri quattro minori non accompagnati.
Una disponibilità aggiunta ad un richiamo che è ciò che caratterizza lo spirito dell’Associazione e del Gruppo torinese: la manifestazione della propria volontà di non appartenere ad un paese nemico
degli stranieri e che possa essere identificato come tale: “Non è il Paese dei respingimenti in mare”,
hanno scritto, “dell’indifferenza verso le sofferenze e le morti di donne e bambini, della chiusura di
fronte a culture e religioni diverse. La paura e la fretta sono sempre cattive consigliere: ci spingono a rinchiuderci in fortini, ad alzare muri e a ignorare i diritti umani”. “L’Italia, Paese di emigranti fi n
dal 1861, sa quanto sia doloroso lasciare la propria terra e quanto sia importante trovare accoglienza
e speranza in paesi lontani. Noi vogliamo creare nuove relazioni con chi fugge dalla propria patria,
offrire non soltanto ospitalità ma speranza, come prescritto dal troppo spesso dimenticato articolo 10 della Costituzione: ‘Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica’. Per questo torniamo sulla nostra offerta di due settimane fa di accogliere, per tutto il tempo necessario, il gruppo di migranti sbarcati dalla Mare Jonio”. Una offerta che potrebbe essere accolta “nel quadro delle procedure di accoglienza vigenti e con la collaborazione delle istituzioni ma senza alcun onere per lo Stato” e non improvvisata dal momento che molte delle famiglie disponibili, tra cui quelle torinesi, hanno già aperto in passato le proprie abitazioni a migranti in difficoltà e sono quindi già consapevoli delle fatiche, “ma soprattutto della fattibilità dell’accoglienza e dell’arricchimento che rappresenta”. (Federica Bello – La Voce e il Tempo – Torino)

