22 Novembre 2021 - Città del Vaticano - È la domenica che conclude l’anno liturgico e la nostra riflessione si concentra sulla figura di Gesù come re dell’universo. Il quarto Vangelo ci offre una descrizione di una delle scene del processo romano nella narrazione di Giovanni: il primo colloquio tra Pilato e Gesù. Il racconto inizia con le parole: “rientrò nel pretorio e fece chiamare Gesù”. Cosa stava accadendo? Pilato entra e esce dalla scena, nel racconto giovanneo, per parlare con Gesù e per ascoltare, fuori, ciò che i giudei hanno da dirgli. C’è come una separazione netta tra Gesù e il popolo che lo ha seguito, lo ha accolto, acclamato, e ora lo condanna. Pilato, dunque, torna dentro il pretorio e pone subito la domanda chiave della narrazione: sei tu il re dei giudei? Sembra quasi incredulo, come a dire: ma vi sembra questo un re. Ecco la diversità che appare subito, perché Gesù è un re certamente singolare: possiede sì un regno ma è molto diverso dai regni di questo mondo; non ha il potere mondano, non cerca la gloria terrena, l’applauso della gente. Esercita la sua regalità in modo diverso; è trattato come uno schiavo, è torturato, flagellato. Nella sua nudità ha una corona fatta di spine e il suo trono è la croce. Ma è proprio in quella debolezza, fragilità, e nell’obbedienza al Padre che si manifesta la sua forza. “Egli non viene per dominare, ma per servire”, dice papa Francesco all’Angelus. “Non arriva con i segni del potere, ma con il potere dei segni. Non è rivestito di insegne preziose, ma sta spoglio sulla croce. Ed è proprio nell’iscrizione posta sulla croce che Gesù viene definito ‘re’. La sua regalità è davvero al di là dei parametri umani! Potremmo dire che non è re come gli altri, ma è re per gli altri”. Quando la folla lo acclamava re si nascondeva, ora “dice di essere re nel momento in cui la folla è contro di lui” afferma ancora il vescovo di Roma. “Gesù si dimostra, cioè, sovranamente libero dal desiderio della fama e della gloria terrena”. Così Francesco domanda: “sappiamo imitarlo in questo? Sappiamo governare la nostra tendenza a essere continuamente cercati e approvati, oppure facciamo tutto per essere stimati da parte degli altri? In quello che facciamo, in particolare nel nostro impegno cristiano, mi domando: cosa conta? Contano gli applausi o conta il servizio”. Una libertà, quella di Gesù, che viene dalla verità, ci dice il Papa; “è lui stesso che fa la verità dentro di noi, ci libera dalle finzioni, dalle falsità che abbiamo dentro, dal doppio linguaggio. Stando con Gesù, diventiamo veri. La vita del cristiano non è una recita dove si può indossare la maschera che più conviene”. È un re che libera il cuore “dall’ipocrisia, lo libera dai sotterfugi, dalle doppiezze. La miglior prova che Cristo è il nostro re è il distacco da ciò che inquina la vita, rendendola ambigua, opaca, triste”. Con Gesù “non si diventa corrotti, non si diventa falsi, inclini a coprire la verità. Non si fa doppia vita”. Domenica inizio del cammino verso la Giornata della gioventù del 2023 a Lisbona. Nell’omelia in san Pietro, si sofferma sulle letture, Daniele e l’Apocalisse, e sulle parole “viene con le nubi”, per dire che “il Signore che viene dall’alto e non tramonta mai, è colui che resiste a ciò che passa, è la nostra eterna incrollabile fiducia. È il Signore. Questa profezia di speranza illumina le nostre notti”. Così invita i giovani a “alzare lo sguardo da terra, verso l’alto, non per fuggire, ma per vincere la tentazione di rimanere stesi sui pavimenti delle nostre paure. Non rimanere rinchiusi nei nostri pensieri a piangerci addosso”. Compito affascinante “stare in piedi mentre tutto sembra andare a rotoli; essere sentinelle che sanno vedere la luce nelle visioni notturne; essere costruttori in mezzo alle macerie; essere capaci di sognare”. Francesco li ringrazia perché sono “capaci di portare avanti i sogni con coraggio, per quando non smettete di credere nella luce anche dentro le notti della vita, per quando vi impegnate con passione per rendere più bello e umano il nostro mondo”. Dice loro ancora grazie “per quando coltivate il sogno della fraternità, per quando avete a cuore le ferite del creato, lottate per la dignità dei più deboli e diffondete lo spirito della solidarietà e della condivisione”. Sognate e “guardate al futuro con coraggio”. (Fabio Zavattaro – SIR)
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Papa Francesco al Centro Astalli: “governi incapaci di gestire la mobilità umana, no a muri e ritorno in luoghi non sicuri”
16 Novembre 2021 - Roma - “La storia in questi ultimi decenni ha dato segni di un ritorno al passato: i conflitti si riaccendono in diverse parti del mondo, nazionalismi e populismi si riaffacciano a diverse latitudini, la costruzione di muri e il ritorno dei migranti in luoghi non sicuri appaiono come l’unica soluzione di cui i governi siano capaci per gestire la mobilità umana”. Lo scrive Papa Francesco nel saluto introduttivo alla mostra fotografica “Volti al futuro” organizzata dal Centro Astalli nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale a Roma, in occasione del 40° anniversario della nascita dello stesso Servizio fondato da P. Pedro Arrupe. La mostra, inaugurata oggi fino al 28 novembre, rappresenta venti ritratti di rifugiati accolti al Centro Astalli e realizzati da Francesco Malavolta. Il Papa si rivolge nella lettera direttamente ai rifugiati che in questi ultimi 40 anni sono arrivati in Italia, ricordando che il numero 40 “nella Bibbia, è un numero significativo che ha molti rimandi” come “il popolo di Israele che per 40 anni cammina nel deserto, prima di entrare nella terra della promessa”. E anche gli ultimi 40 anni “della storia dell’umanità non sono stati un progredire lineare: il numero delle persone costrette a fuggire dalla propria terra è in continua crescita”. “Molti di voi – dice il Papa – sono dovuti scappare da condizioni di vita assimilabili a quelle della schiavitù, dove alla base c’è una concezione della persona umana deprivata della propria dignità e trattata come un oggetto. Conoscete quanto può essere terribile e spregevole la guerra, sapete cosa significhi vivere senza libertà e diritti, assistete inermi mentre la vostra terra inaridisce, la vostra terra inaridisce, la vostra acqua si inquina e non avete altra possibilità se non quella di mettervi in cammino verso un luogo sicuro in cui realizzare sogni, aspirazioni, in cui mettere a frutto talenti e capacità”. Eppure allo stesso tempo, prosegue, “voi cari rifugiati siete segno e volto di speranza. C’è in voi l’anelito a una vita piena e felice che vi sostiene nell’affrontare con coraggio circostanze concrete e difficoltà che a molti possono sembrare insormontabili”. Una speranza che “ci fa guardare con fiducia al futuro sognando di poter vivere insieme come popolo libero perché solidale, che sa riscoprire la dimensione comunitaria della libertà, come popolo unito, non uniforme, variegato nella ricchezza delle differenti culture”.
La Domenica del Papa: dare e fidarsi
8 Novembre 2021 - Città del Vaticano - Ci sono due verbi che vanno messi in primo piano nelle letture di questa domenica: dare, dare tutto, e fidarsi. Ecco allora l’immagine della vedova narrata da Marco che fa la sua offerta. Ricordiamo: siamo nel tempio di Gerusalemme, il cammino verso la città santa, così come lo abbiamo vissuto in questo tempo liturgico, si è concluso. La donna, la vedova, diventa simbolo di uno stile che non bada alle apparenze ma che vive della sostanza dei gesti, anzi della forza dei gesti. Cosa accade, dunque nel tempio. Da un lato ci sono gli scribi che amano avere i primi posti nelle sinagoghe e nei banchetti: “divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”, leggiamo nel Vangelo. Poi ecco arrivare la donna che lascia cadere, nel cesto delle offerte, “due monetine che fanno un soldo”. Un gesto che ci pone di fronte a un evento che diventa icona per la vita della chiesa, e ci chiede di guardare nella mano, non per contare l’obolo, ma per capirne la natura. Ecco così il primo verbo: dare. Quella donna ha lasciato in offerta non una parte ma tutto il suo avere; avrebbe potuto tenersi una delle due monete e invece se ne priva. Ecco il secondo verbo: fidarsi. Come la donna, la vedova, del brano della prima lettura tratta dal Libro dei Re che si fida della parole del profeta Elia. Il gesto della vedova, dice Papa Francesco all’Angelus, è un invito a “liberare il sacro dai legami con il denaro”; la donna non teme di donare tutto ciò che ha “perché ha fiducia nel tanto di Dio”. Il gesto della vedova è icona per la chiesa, ma, se vogliamo, anche sintesi, in un certo senso, della terza enciclica di papa Benedetto XVI, che, nella Caritas in veritate, scrive: “solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che da senso e valore alla carità […] Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto da riempire arbitrariamente”. Il brano di Marco ci mette di fronte a due figure diverse: il discepolo giusto, lo stile di vita corretto agli occhi di Gesù; e l’altro, lo scriba, che ostenta la sua religiosità, forse non crede nemmeno a ciò che compio, ma lo fa solamente per avere un riconoscimento dagli altri, per essere indicato come colui che è in prima fila. Questi danno il superfluo, la vedova tutto il poco che ha. Gesù in questo modo mette in guardia dal peccato di “vivere la fede con doppiezza”, e invita a “guardarsi dagli ipocriti, cioè stare attenti a non basare la vita sul culto dell’apparenza, dell’esteriorità, sulla cura esagerata della propria immagine e, soprattutto, a non piegare la fede ai nostri interessi”. Quegli scribi, afferma ancora il vescovo di Roma, “usavano la religione per curare i loro affari, abusando della loro autorità e sfruttando i poveri”. Atteggiamento brutto, dice il Papa, che vediamo in tanti posti e luoghi: “il clericalismo”, il male di essere “ sopra gli umili, sfruttarli, bastonarli, sentirsi perfetti”. Un monito per tutti, chiesa e società: “mai approfittare del proprio ruolo per schiacciare gli altri, mai guadagnare sulla pelle dei più deboli”. A questi, ecco che si contrappone l’immagine della vedova con le sue due monetine. Nella società ebraica dell’epoca, insieme agli orfani, le vedove erano tra le categorie più sfortunate: non solo dovevano sopportare il dolore di una perdita, ma non potevano nemmeno trovare sostegno materiale nell’eredità del consorte. La vedova narrata da Marco, dunque, in silenzio, senza clamore e senza ostentazione, non dà il superfluo, ma “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. In questo modo diventa maestra, e con quel gesto insegna il dono totale, l’affidarsi nelle mani di Dio senza trattenere nulla per se”. Non è, allora, ciò che gli uomini notano, non è l’apparenza che Dio guarda, ma il cuore. L’immagine della vedova e del suo obolo, sono messaggio contro l’ipocrisia, medicina, dice Francesco, per guarire da questa malattia, la doppiezza. Il denaro, infine, è “un padrone che non dobbiamo servire”. La vedova non frequenta il tempio “per mettersi la coscienza a posto, non prega per farsi vedere, non ostenta la fede, ma dona con il cuore”. Le due monetine “esprimono una vita dedita a Dio con sincerità, una fede che non vive di apparenze ma di fiducia incondizionata”; una fede “interiormente sincera” fatta “di amore umile per Dio e per i fratelli”. (Fabio Zavattaro - SIR)
Papa Francesco visiterà l’isola di Lesbo
5 Novembre 2021 - Città del Vaticano - "Come annunciato, Papa Francesco si recherà a Cipro dal 2 al 4 dicembre prossimi, visitando la città di Nicosia, e in Grecia dal 4 al 6 dicembre, visitando Atene e l’isola di Lesvos". La conferma, questa mattina, del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni. Il Papa si recherà nei Paesi su "invito delle Autorità civili ed ecclesiastiche locali", spiega Bruni.
Cei: la sicurezza e la dignità della vita umana reclamano rispetto sempre e per tutti
25 Ottobre 2021 -
Roma - La Presidenza della CEI fa proprie le parole pronunciate da Papa Francesco ieri, 24 ottobre, dopo la preghiera dell’Angelus, e rivolge al Paese e all’Unione europea un appello affinché siano posti in atto interventi efficaci, capaci di garantire il rispetto dei diritti umani e la tutela della persona.
Accogliere, proteggere, promuovere e integrare – verbi indicati dal Papa – restano la bussola da seguire per affrontare la questione migratoria e trovare soluzioni adeguate a un dramma che continua a mietere vittime e infliggere sofferenze. Si tratta di una situazione che non può essere più ignorata. Per questo, la Presidenza, assicurando che la Chiesa italiana, alla luce dell'enciclica “Fratelli tutti”, proseguirà nella sua intensa opera in favore degli ultimi, auspica che anche la Comunità internazionale si faccia carico dei bisogni dei migranti e dei profughi, perché nessuno sia più costretto a fuggire dalla propria terra e a morire nei viaggi verso un futuro migliore. Solo ascoltando il grido degli ultimi si potrà costruire un mondo più solidale e giusto per tutti.
Il Mediterraneo deve tornare ad essere culla di civiltà e di dialogo, nello spirito della fratellanza già incoraggiato nel secolo scorso da Giorgio La Pira, nel cui ricordo i Vescovi dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum si ritroveranno – per iniziativa della CEI - a Firenze, dal 23 al 27 febbraio 2022, per riflettere sul tema della cittadinanza. In Libia, ha ricordato il Papa ieri, “ci sono dei veri e propri lager”. La sicurezza e la dignità della vita umana reclamano rispetto sempre e per tutti. La Presidenza CEI chiede di non volgere più lo sguardo altrove e invita tutte le comunità cristiane a unirsi alla preghiera di Papa Francesco.
Presidenza della Cei
GMMR: il tweet del Papa
26 Settembre 2021 - Città del Vaticano - "A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso". Lo ha scritto questa mattina papa Francesco in un tweet sull’account Pontifex in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.
Papa Francesco: non chiudiamo le porte ai migranti e alle loro speranze
26 Settembre 2021 - Città del Vaticano - Nel dopo Angelus di questa mattina Papa Francesco ha ricordato che oggi la Chiesa celebra la Giornata mondiale del
migrante e del rifugiato. "E’ necessario camminare insieme, senza pregiudizi, senza paure, ponendosi accanto a chi è più vulnerabile, migranti, rifugiati, sfollati, vittime della tratta e abbandonati", ha etto il Pontefice aggiungendo che "siamo chiamati a costruire un mondo sempre più inclusivo che non escluda nessuno". Papa Francesco ha quindi salutato "quanti nelle varie parti del mondo stanno celebrando questa giornata", i fedeli riuniti a Loreto per l’iniziativa nazionale promossa dalla Commissione Cei per le Migrazioni e dalla Fondazione Migrantes. E ancora un saluto ed un ringraziamento alle diverse comunità etniche presenti in piazza con le loro bandiere". E poi un saluto ai rappresentanti del progetto ’Apri’ di Caritas Italiana, alla Migrantes della diocesi di Roma e al Centro Astalli: "Grazie a tutti per il vostro impegno generoso". E poi, a conclusione, l'invito ai fedeli presenti in piazza a recarsi presso il monumento, all’interno del colonnato del Bernini, dedicato ai migranti e inaugurato dal Papa qualche anno fa. "Prima di lasciare la piazza - ha detto papa Francesco - vi invito a avvicinarsi a quel monumento" e a soffermarsi alla barca con i migranti e "sullo sguardo di quelle persone" e "cogliere in quello sguardo la speranza che oggi ha ogni migrante di ricominciare a vivere. Andate a vedere quel monumento. Non chiudiamo le porte alla loro speranza".
La domenica del Papa: la logica dell’amore umile
13 Settembre 2021 - Città del Vaticano - C’è la storia d’Ungheria nella piazza dove Papa Francesco celebra la conclusione del 52mo Congresso eucaristico internazionale, prima di raggiungere la Slovacchia, trentaquattresimo viaggio internazionale. Il monumento ricorda, nelle statue lungo il colonnato, i sette capi tribù che hanno dato vita alla nazione ungherese, i cinque membri della dinastia degli Asburgo; su quella piazza nel giugno del 1989 si è svolta una cerimonia per commemorare Imre Nagy, ucciso nel 1958 dalla repressione sovietica. Sempre su questa piazza Giovanni Paolo II, al termine della celebrazione per la festa di Santo Stefano patrono d’Ungheria, rivolse un appello per la liberazione del segretario generale del Pcus, Michail Gorbaciov, recluso in una località segreta dopo un tentativo di colpo di stato. Il Papa chiedeva di non fermare il processo iniziato da Gorbaciov. Su questa piazza papa Francesco parla all’Europa, in un tempo difficile, per il vecchio continente. Parla della croce e, citando l’inno del Congresso eucaristico, si rivolge così agli ungheresi: “per mille anni la croce fu colonna della tua salvezza, anche ora il segno di Cristo sia per te la promessa di un futuro migliore”. La croce come “ponte tra il passato e il futuro”; invito a “radicarci bene”; croce che “innalza ed estende le sue braccia verso tutti: esorta a mantenere salde le radici, ma senza arroccamenti; a attingere alle sorgenti, aprendoci agli assetati del nostro tempo. L’augurio di Francesco: “che siate così: fondati e aperti, radicati e rispettosi”. Parole che esprimono accoglienza, attenzione all’altro, nella nazione che ha come primo ministro Viktor Orbàn capofila del sovranismo, fautore di politiche, soprattutto in materia di accoglienza, certo non in sintonia con le idee del Papa, oltre che dell’Europa comunitaria. Ancora, incontrando i rappresentanti del Consiglio ecumenico delle Chiese – c’è anche il patriarca ortodosso Bartolomeo – delle comunità ebraiche, decimate dall’odio nazista, Francesco evoca “la minaccia dell’antisemitismo, che ancora serpeggia in Europa e altrove. È una miccia che va spenta. Ma il miglior modo per disinnescarla è lavorare in positivo insieme, è promuovere la fraternità”. Angelus davanti a centomila persone, invito a seguire “la logica di Dio” che non è ricerca del successo personale, ma servizio agli altri, è lasciare che Gesù “risani le nostre chiusure e ci apra alla condivisione, ci guarisca dalle rigidità e dal ripiegamento su noi stessi”, è seguire la croce che “estende le sue braccia verso tutti”. Cristo “pane spezzato” che “si lascia spezzare, distribuire, mangiare”. Per salvarci “si fa servo; per darci vita, muore”. Angelus nella domenica in cui il Vangelo ci descrive l’inizio del cammino di Gesù da Cesarea di Filippo, nell’estremo nord del territorio della Palestina, verso Gerusalemme, il luogo del compimento delle scritture; un pellegrinaggio che, per la prima volta, annuncia segnato da sofferenze, morte, rifiuto, il venerdì seguito dalla domenica di resurrezione. Marco ci racconta la reazione di Pietro, tipicamente umana: quando si profila la croce, la prospettiva del dolore, l’uomo si ribella. E Pietro, dopo aver confessato la messianicità di Gesù, si scandalizza delle parole del Maestro e tenta di dissuaderlo dal procedere sulla sua via. La croce non è mai di moda, ma “guarisce dentro”. È davanti al Crocifisso che sperimentiamo una benefica lotta interiore, l’aspro conflitto tra il “pensare secondo Dio” e il “pensare secondo gli uomini”. Da un lato, c’è la logica di Dio, che è quella dell’amore umile. La via di Dio rifugge da ogni imposizione, ostentazione, da ogni trionfalismo, è sempre protesa al bene altrui, fino al sacrificio di sé. Dall’altro lato c’è il “pensare secondo gli uomini”: è la logica del mondo, della mondanità, attaccata all’onore e ai privilegi, rivolta al prestigio e al successo. La differenza, per Francesco, “non è tra chi è religioso e chi no”, ma “tra il vero Dio e il dio del nostro io. Quanto è distante colui che regna in silenzio sulla croce dal falso dio che vorremmo regnasse con la forza e riducesse al silenzio i nostri nemici! Quanto è diverso Cristo, che si propone solo con amore, dai messia potenti e vincenti adulati dal mondo!”. Gesù scuote le “nostre chiusure”, ci apre “alla condivisione”, guarisce le nostre rigidità. (Fabio Zavattaro - Sir)
Papa Francesco incontra un gruppo di rifugiati
7 Settembre 2021 - Città del Vaticano - Papa Francesco incontra un gruppo di rifugiati. L'incontro è avvenuto iera sera nell'Aula paolo VI. "Terminata la proiezione del film-documentario “Francesco”, organizzata dal regista e dalla Fondazione Laudato si', il Santo Padre ha raggiunto l’Atrio dell’Aula Paolo VI e si è intrattenuto con le circa 100 persone, senzatetto e rifugiati, invitate a vedere il film", ha detto il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni. Tra di loro erano presenti una ventina di persone giunte dall’Afghanistan nelle ultime settimane, a cui il Papa "ha rivolto parole di affetto e di conforto". Al termine gli organizzatori dell'evento hanno "distribuito a tutti un pacco alimentare".
La domenica del Papa: la guarigione del cuore comincia dall’ascolto
6 Settembre 2021 - Città del Vaticano - Effatà, apriti. Gesù ha lasciato Tiro e si trova a Sidone, territorio della Decàpoli, “verso il mare di Galilea”, luogo abitato da pagani. Il Vangelo di questa domenica si apre con questa breve introduzione di carattere geografico; in questo modo Marco ci dice che siamo ancora in un territorio di non credenti, e anche l’uomo, un sordomuto, che viene portato al Papa per chiederne la guarigione, è, con molta probabilità, un pagano. Un uomo gravemente colpito nella sua dimensione comunicativa, incapace, cioè, di ascoltare e di parlare. Menomazione fisica, che ha anche una “particolare valenza simbolica”, immagine, forse, del non credente incapace di ascoltare la Parola e nell’impossibilità di portarla agli altri. Commentando il brano del Vangelo, papa Francesco, affacciandosi in piazza San Pietro, per il consueto appuntamento domenicale della preghiera mariana, ricorda che c’è una “sordità interiore”, la “sordità del cuore”, che è ancora più grave di quella fisica, che, dice il Papa, “oggi possiamo chiedere a Gesù di toccare e risanare”.
Benedetto XVI utilizzava l’immagine del deserto, e diceva che il deserto più profondo “è il cuore umano, quando perde la capacità di ascoltare, di parlare, di comunicare con Dio e con gli altri. Si diventa allora ciechi perché incapaci di vedere la realtà; si chiudono gli orecchi per non ascoltare il grido di chi implora aiuto; si indurisce il cuore nell’indifferenza e nell’egoismo”. Ecco la parola straordinaria che cambia la storia: effatà, cioè apriti.
“Tutti abbiamo gli orecchi, ma tante volte non riusciamo ad ascoltare. Perché?”, si chiede il Papa. È “quella sordità interiore”, cioè “la sordità del cuore”. Siamo presi “dalla fretta, da mille cose da dire e da fare, non troviamo il tempo per fermarci ad ascoltare chi ci parla. Rischiamo di diventare impermeabili a tutto e di non dare spazio a chi ha bisogno di ascolto: penso ai figli, ai giovani, agli anziani, a molti che non hanno tanto bisogno di parole e di prediche, ma di ascolto”. Per questo, afferma ancora Francesco, Gesù ha sì toccato la lingua del sordomuto, ma prima ha toccato gli orecchi.
Di qui la domanda che rivolge ai presenti, domanda “per tutti noi, ma in modo speciale per i preti, per i sacerdoti: “come va il mio ascolto? Mi lascio toccare dalla vita della gente, so dedicare tempo a chi mi sta vicino per ascoltare?”. Prima “ascoltare, poi rispondere”, cioè praticare l’apostolato dell’orecchio, come ha affermato più volte Francesco. Quindi rivolgendosi ai preti il Papa dice: “il sacerdote deve ascoltare la gente, non andare di fretta, ascoltare, e vedere come può aiutare, ma dopo avere sentito”.
Poi guarda alla vita in famiglia, e dice: “quante volte si parla senza prima ascoltare, ripetendo i propri ritornelli sempre uguali! Incapaci di ascolto, diciamo sempre le solite cose, o non lasciamo che l’altro finisca di parlare, di esprimersi, e noi lo interrompiamo. La rinascita di un dialogo, spesso, passa non dalle parole, ma dal silenzio, dal non impuntarsi, dal ricominciare con pazienza ad ascoltare l’altro, ascoltare le sue fatiche, quello che porta dentro. La guarigione del cuore comincia dall’ascolto. Ascoltare”.
Così il Signore: “facciamo bene a inondarlo di richieste, ma faremmo meglio a porci anzitutto in suo ascolto”, dice Francesco. D’altra parte, è lo stesso Gesù che mette in primo piano l’ascolto, e quando “gli domandano qual è il primo comandamento risponde: ascolta, Israele”. Poi aggiunge: “amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore […] e il prossimo come te stesso”. Ma prima c’è l’ascolto. Così Francesco dice: “ci ricordiamo di metterci in ascolto del Signore? Siamo cristiani ma magari, tra le migliaia di parole che sentiamo ogni giorno, non troviamo qualche secondo per far risuonare in noi poche parole del Vangelo. Gesù è la Parola: se non ci fermiamo ad ascoltarlo, passa oltre”.
Angelus nel quale il Papa rivolge il suo pensiero all’Afghanistan, prega per i più vulnerabili, per gli sfollati “abbiano l’assistenza e la processione necessarie”, e chiede per tutti gli afghani dignità, pace e fraternità con i vicini. Poi ricorda il viaggio, domenica prossima, in Ungheria e dice: possa “l'Europa a testimoniare non solo con le parole ma con i fatti e opere d'accoglienza il buon annuncio del Signore che ci ama e ci salva”. (Fabio Zavattaro - Sir)

