5 Marzo 2021 - Città del Vaticano - “Noi stiamo pregando tanto per questo viaggio perché la nostra terra sta sanguinando ed ha bisogno di pace”. E’ quanto hanno detto i ragazzi iracheni a Papa Francesco questa mattina incontrandolo a Casa Santa Marta prima del viaggio in Iraq che il papa compirà fino a lunedì 8 marzo. Il Pontefice si è intrattenuto per alcuni momenti con circa 12 persone accolte dalla Comunità di Sant’ Egidio e dalla Cooperativa Auxilium, rifugiatesi in anni recenti in Italia dall’Iraq. A raccontarlo al Sir come è andato l’incontro è Angelo Chiorazzo, presidente della Cooperativa Auxilium che li ha accompagnati insieme a Daniela Pompei della Comunità di sant’Egidio e all’Elemosiniere, il card. Konrad Krajewski. “Il papa – racconta Chiorazzo – aveva il volto contento. Era evidente che stava partendo con una grande serenità nel cuore. È sceso dalle scale con la borsa in mano, si è soffermato a parlare tanto con loro. Un ragazzo si è voluto fare un selfie dicendo che avrebbe inviato la foto ai suoi genitori a Baghdad. È commovente vedere attraverso questi ragazzi con quanta attesa l’Iraq sta aspettando il Papa perché vedono in lui il segno di una speranza, l’attesa che presto anche nella loro terra, le armi cessino di fare morti e la pace possa finalmente germogliare”. Ognuno dei ragazzi presenti, tutti di fede musulmana, ha una storia di sofferenza forte alle spalle e con ciascuno il Papa si è soffermato a parlare. Con Ali Ahmad Taha, 27 anni, curdo iracheno della città di Sulaymaniyya, ospite di Mondo Migliore dal dicembre 2019, il Papa ha avuto parole di conforto. Alì infatti è fuggito dall’Iraq dopo essersi rifiutato di arruolarsi e aver visto il fratello assassinato dall’ISIS. Ha attraversato Turchia e Grecia sul fondo di un camion, ma proprio alla fine del suo travagliato viaggio verso l’Italia, sul Raccordo Anulare di Roma, è scivolato ed è stato travolto. Gli è stata amputata la gamba destra al Policlinico Gemelli, che lo sta ancora seguendo per alcune terapie. Ahmed, Ghaleb e Rami Taha sono invece tre fratelli di 30-32-37 anni. Arrivati con i genitori in Italia nel 2010, oggi sono dipendenti della Cooperativa Auxilium. Youssif Ibrahim Al Tameemi, 24 anni, iracheno nato a Bagdad, di professione barbiere, è ospite di Mondo Migliore dove è arrivato nel dicembre del 2020. Quando ha saputo che avrebbe incontrato il Papa si è commosso e ha detto: “Il mio Paese sanguina da troppi anni, e spero con tutto il cuore che questo viaggio porti la pace. Ringrazio Papa Francesco perché con coraggio non è rassegnato alla guerra e va nel mio Paese chiedendo di essere tutti fratelli”. E poi ci sono Mohamed Hakel Abdulrahman, 30 anni, nato a Duhok nel Kurdistan iracheno e Shwan Lukman Kader, 28 anni di Bagdad, curdo iracheno. È a Mondo Migliore dal 2018. Ha detto: “Era tanto tempo che desideravo incontrare il Papa e non ci volevo credere quando mi hanno detto che ci voleva salutare prima di partire. Ero emozionatissimo e sono riuscito solo a dire che il cuore di tutti noi è con lui”.
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Papa Francesco: prima del viaggio per l’Irak incontro con 12 rifugiati
5 Marzo 2021 - Roma - Papa Francesco è in viaggio per l'Irak. Prima della partenza, nel lasciare Casa Santa Marta poco prima delle 07:00 in direzione dell’Aeroporto di Fiumicino, si è intrattenuto per alcuni momenti con circa 12 persone accolte dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Cooperativa Auxilium e rifugiatesi in anni recenti in Italia dall’Iraq, dove il Papa si sta recando per il suo 33° Viaggio Apostolico. Il gruppo era accompagnato dall’Elemosiniere, il card. Konrad Krajewski. Ieri pomeriggio, alla vigilia della sua partenza per l’Iraq, il pontefice si è recato nella Basilica di Santa Maria Maggiore e si è fermato in preghiera davanti all’icona della Vergine Salus Populi Romani affidando il viaggio apostolico alla sua protezione, come fa sapere la Sala Stampa della Santa Sede. (R.Iaria)
Saliamo sul monte
1 Marzo 2021 - Città del Vaticano - La seconda domenica di Quaresima, che si è celebrata ieri, ci propone due monti di Dio: il Moira e il Tabor, tradizionalmente indicato come il monte della trasfigurazione di Gesù. Antico e Nuovo Testamento che narrano una storia fatta di ascolto, obbedienza. Nel primo, la tradizione vuole che sia il luogo del Tempio di Gerusalemme, troviamo il padre Abramo che, per fedeltà al Signore, compie un viaggio di tre giorni per raggiungere il luogo dove offrire in olocausto il figlio Isacco, il figlio unigenito, amato. L’amore paterno, la cui fede è messa alla prova; e l’amore del figlio che si fida ciecamente del padre e obbedisce. L’altro monte, il Tabor, è il luogo dove il Padre mostra il figlio “l’amato”, colui che sarà l’agnello da sacrificare, il Salvatore. È un parallelo che non può sfuggirci: Abramo è il padre dell’Antico testamento che obbedisce a Dio; Gesù si mostra a Pietro, Giovanni e Giacomo nella sua gloria, Mosè e Elia che conversano con lui. Avvolti dalla nube, i discepoli ascoltano le parole del Padre: “questi è il figlio mio, l’amato”. In tutte le religioni i monti sono i luoghi del dialogo privilegiato con Dio. Sul monte Moira Dio si rivela a Abramo come potenza; sul Sinai, Dio si rivela a Mosè come legge. Sul monte Hira Maometto riceve la scrittura, Dio si rivela come parola. Sul Calvario Dio si rivela, nel figlio, nella sua umanità: è il Dio della croce, dell’amore, del perdono. La Quaresima è, dunque, un ritrovare la specificità del cristiano, una originalità rispetto alle cose del mondo, che richiama il silenzio del deserto, il luogo della prova e dell’ascolto della parola. È anche il tempo della preghiera, perché “pregare non è mai evadere dalle fatiche della vita; la luce della fede non serve per una bella emozione spirituale”, né ad evadere dalla realtà, perché la missione del cristiano è “essere piccole lampade di Vangelo”. Parole che Papa Francesco pronuncia prima della recita dell’Angelus, in una piazza san Pietro dove sono presenti un migliaio di persone. Preghiera, ma anche un digiuno molto particolare, è il “consiglio” di Francesco, “che non vi darà fame: digiunare dai pettegolezzi e dalle maldicenze. È un modo speciale. In questa Quaresima non sparlerò degli altri, non farò chiacchiere... E questo possiamo farlo tutti, tutti. È un bel digiuno”. Domenica nella quale Marco narra la trasfigurazione di Gesù davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni. Un evento che avviene dopo le parole del Signore con l’annuncio di quanto sarebbe accaduto a Gerusalemme nella Pasqua. “Possiamo immaginare – dice Francesco – cosa dev’essere successo allora nel cuore dei suoi amici più intimi: l’immagine di un Messia forte e trionfante viene messa in crisi, i loro sogni vengono infranti, e li assale l’angoscia al pensiero che il Maestro in cui avevano creduto sarebbe stato ucciso come il peggiore dei malfattori”. Sul monte Gesù si trasfigura, le sue vesti diventano “splendenti, bianchissime”, leggiamo in Marco, “anticipano la sua immagine da risorto – afferma il Papa – offrono a quegli uomini impauriti la luce della speranza per attraversare le tenebre: la morte non sarà la fine di tutto, perché si aprirà alla gloria della risurrezione”. Quella luce è “invito a ricordarci, specialmente quando attraversiamo una prova difficile, che il Signore è Risorto e non permette al buio di avere l’ultima parola. A volte capita di attraversare momenti di oscurità nella vita personale, familiare o sociale, e di temere che non ci sia una via d’uscita. Ci sentiamo spauriti di fronte ai grandi enigmi come la malattia, il dolore innocente o il mistero della morte. Nello stesso cammino di fede, spesso inciampiamo incontrando lo scandalo della croce e le esigenze del Vangelo, che ci chiede di spendere la vita nel servizio e di perderla nell’amore, invece di conservarla per noi stessi e difenderla”. C’è bisogno di una luce che “illumini in profondità il mistero della vita e ci aiuti ad andare oltre i nostri schemi e i criteri di questo mondo”. Anche noi siamo chiamati a salire sul monte, dice il Papa, perché “è bello per noi essere qui”, ma non deve diventare “una pigrizia spirituale. Non possiamo restare sul monte e godere da soli la beatitudine di questo incontro”. Gesù ci chiede di scendere a valle, tra i nostri fratelli e nella vita quotidiana. “Salire sul monte non è dimenticare la realtà”. (Fabio Zavattaro - Sir)
«Verso un “noi” sempre più grande»: questo il tema della prossima GMMR
27 Febbraio 2021 - Città del Vaticano - «Verso un “noi” sempre più grande». Questo il titolo scelto da Papa Francesco per la 107ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il prossimo 26 settembre 2021. Questo "noi" universale - sottolinea oggi la sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale nel bollettino della Sala stampa della Santa Sede - «deve diventare realtà innanzitutto all’interno della Chiesa, la quale è chiamata a fare comunione nella diversità». Il Papa, nella scelta del titolo, ispirandosi al suo appello a far sì che «alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi», come scrive nell'Enciclica "Fratelli tutti". E questo “noi” universale «deve diventare realtà innanzitutto all’interno della Chiesa, la quale è chiamata a fare comunione nella diversità», si legge nella nota. Il messaggio, suddiviso in sei sottotemi, riserverà un’attenzione particolare alla cura della famiglia comune, la quale, assieme alla cura della casa comune, ha come obiettivo quel “noi” che «può e deve diventare sempre più ampio e accogliente». Per favorire un’adeguata preparazione alla celebrazione di questa giornata, anche quest’anno la Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha
allestito una campagna di comunicazione attraverso la quale verranno elaborati i sei sottotemi proposti dal Messaggio. A cadenza mensile, saranno proposti sussidi multimediali, materiale
informativo e riflessioni di teologi ed esperti che aiuteranno ad approfondire tema e sottotemi scelti dal papa. In Italia la regione ecclesiastica scelta dalla Commissione Cei per le Migrazioni, per le iniziative della giornata è quella delle Marche. Raffaele Iaria
Papa Francesco: la carità è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza
12 Febbraio 2021 - Città del Vaticano - La carità, vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno, è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza. Lo sottolinea Papa Francesco nel messaggio per la Quaresima diffuso oggi e presentato in una conferenza stampa. Per il Papa la carità «si rallegra nel veder crescere l’altro. Ecco perché soffre quando l’altro si trova nell’angoscia: solo, malato, senzatetto, disprezzato, nel bisogno... La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione». La carità – ha scritto ancora il pontefice - è «dono che dà senso alla nostra vita e grazie al quale consideriamo chi versa nella privazione quale membro della nostra stessa famiglia, amico, fratello. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità. Così avvenne per la farina e l’olio della vedova di Sarepta, che offre la focaccia al profeta Elia (cfr 1 Re 17,7-16); e per i pani che Gesù benedice, spezza e dà ai discepoli da distribuire alla folla (cfr Mc 6,30-44). Così avviene per la nostra elemosina, piccola o grande che sia, offerta con gioia e semplicità». Vivere una Quaresima di carità vuol dire, quindi, «prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid-19. Nel contesto di grande incertezza sul domani» offriamo «con la nostra carità una parola di fiducia, e facciamo sentire all’altro che Dio lo ama come un figlio». Ogni tappa della vita è «un tempo per credere, sperare e amare. Questo appello a vivere la Quaresima come percorso di conversione, preghiera e condivisione dei nostri beni, ci aiuti a rivisitare, nella nostra memoria comunitaria e personale, la fede che viene da Cristo vivo, la speranza animata dal soffio dello Spirito e l’amore la cui fonte inesauribile è il cuore misericordioso del Padre», conclude il pontefice. (Raffaele Iaria)
Irak: il programma della visita di papa Francesco
12 Febbraio 2021 - Città del Vaticano – Papa Francesco compirà una visita in Irak dal 5 al 7 marzo. Nei quattro giorni del viaggio sono previsti sette discorsi del papa. La parteza è prevista per venerdì 5 marzo per Baghdad, dove il Papa arriverà nel pomeriggio all'Aeroporto internazionale. Qui si svolgerà l'accoglienza ufficiale. Nella Sala Vip dello scalo aereo, l'incontro con il Primo Ministro Mustafa Al-Kadhimi. La cerimonia ufficiale di benvenuto si svolgerà invece presso il Palazzo Presidenziale a Baghdad, con la visita di cortesia al presidente della Repubblica Barham Salih e l'incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico nel salone del Palazzo Presidenziale. Seguirà l'incontro con i vescovi, sacerdoti, religiosi/e, seminaristi e catechisti nella Cattedrale Siro-Cattolica di "Nostra Signora della Salvezza" a Baghdad. Il giorno dopo Papa Francesco si trasferirà prima a Najaf, la città santa dei mussulmani sciiti, per l'incontro con il grande ayatollah Sayyid Ali Al-Husaymi Al-Sistani. Quindi volerà a Nassiriya, per l'incontro interreligioso presso la Piana di Ur. Nel pomeriggio il rientro a Baghdad, dove il Papa celebrerà la messa nella Cattedrale Caldea di "San Giuseppe". Domenica 7 marzo, la mattina il Pontefice partirà in aereo per Erbil, dove all'aeroporto sarà accolto dalle autorità religiose e civili della regione autonoma del Kurdistan iracheno. Quindi in elicottero a Mosul, per la preghiera di suffragio per le vittime della guerra presso Hosh al-Bieaa (piazza della Chiesa). Il Papa partirà quindi in elicottero per Qaraqosh, per la visita alla comunità cristiana locale e la recita dell'Angelus. Nel pomeriggio ancora trasferimento a Erbil, dove il Pontefice celebrerà la messa nello Stadio "Franso Hariri", prima di rientrare a Baghdad. Lunedì 8 marzo, infine, dopo la cerimonia di congedo all'aeroporto di Baghdad, il volo di ritorno per Roma-Ciampino. “Siete tutti Fratelli”; è questo il motto - tratto dal Vangelo di Matteo - della visita di Francesco in Iraq il cui logo raffigura il Papa nel gesto di salutare il Paese, rappresentato in mappa e dai suoi simboli, la palma e i fiumi Tigri ed Eufrate. Il logo mostra anche una colomba bianca, nel becco un ramoscello di ulivo, simbolo di pace, volare sulle bandiere della Santa Sede e della Repubblica dell’Iraq. A sovrastare l'immagine, il motto della visita riportato in arabo, curdo e caldeo.
Papa Francesco: “Dio ci ama nelle nostre fragilità, apriamogli il cuore”
4 Gennaio 2021 - Città del Vaticano - “Il fatto che Gesù sia fin dal principio la Parola significa che dall’inizio Dio vuole comunicare con noi, vuole parlarci”. Lo ha detto Papa Francesco, prima della preghiera dell’Angelus, ieri, dalla biblioteca del Palazzo apostolico, citando il prologo del Vangelo di Giovanni, in cui si legge che “Colui che abbiamo contemplato nel suo Natale, come bambino, Gesù, esisteva prima: prima dell’inizio delle cose, prima dell’universo, prima di tutto. Egli è prima dello spazio e del tempo”. Soffermandosi poi sul fatto che “la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, il Pontefice ha osservato che san Giovanni usa l’espressione “carne” perché “essa indica la nostra condizione umana in tutta la sua debolezza, in tutta la sua fragilità”. “Ci dice che Dio si è fatto fragilità per toccare da vicino le nostre fragilità. Dunque, dal momento che il Signore si è fatto carne, niente della nostra vita gli è estraneo. Non c’è nulla che Egli disdegni, tutto possiamo condividere con Lui, tutto”.
“Dio si è fatto carne per dirci – ha detto Papa Francesco - per dirti che ti ama proprio lì, che ci ama proprio lì, nelle nostre fragilità, nelle tue fragilità; proprio lì, dove noi ci vergogniamo di più, dove tu ti vergogni di più”. Nelle sue parole la consapevolezza che “è audace questo, è audace la decisione di Dio”: “Si fece carne proprio lì dove noi tante volte ci vergogniamo; entra nella nostra vergogna, per farsi fratello nostro, per condividere la strada della vita. Si è unito per sempre alla nostra umanità, potremmo dire che l’ha ‘sposata’”. “Condividiamo con Lui gioie e dolori, desideri e paure, speranze e tristezze, persone e situazioni. Facciamolo, con fiducia: apriamogli il cuore, raccontiamogli tutto. Fermiamoci – ha concluso - in silenzio davanti al presepe a gustare la tenerezza di Dio fattosi vicino, fattosi carne. E senza timore invitiamolo da noi, a casa nostra, nella nostra famiglia. E anche – ognuno lo sa bene – invitiamolo nelle nostre fragilità. Invitiamolo, che Lui veda le nostre piaghe. Verrà e la vita cambierà”.
Papa Francesco indice Anno Famiglia Amoris Laetitia
28 Dicembre 2020 - Città del Vaticano - Dal 19 marzo al 26 giugno 2022 papa Fracesco promuove un anno di riflessione sull’Amoris laetitia. “Queste riflessioni – ha detto ieri durante l’Angelus - saranno messe a disposizione delle comunità ecclesiali e delle famiglie, per accompagnarle nel loro cammino”. Le iniziative saranno coordinate e promosse dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita” a 5 anni dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica “Amoris Laetitia” sulla bellezza e la gioia dell’amore familiare. “L’esperienza della pandemia ha messo maggiormente in luce il ruolo centrale della famiglia come Chiesa domestica – sottolinea il Dicastero in una nota - e ha evidenziato l’importanza dei legami tra famiglie, che rendono la Chiesa una ‘famiglia di famiglie’ (AL 87)”. Attraverso le iniziative spirituali, pastorali e culturali programmate nell’Anno “Famiglia Amoris Laetitia” Papa Francesco intende rivolgersi a tutte le comunità ecclesiali nel mondo esortando ogni persona a essere testimone dell’amore familiare. Nelle parrocchie, nelle diocesi, nelle università, nell’ambito dei movimenti ecclesiali e delle associazioni familiari saranno diffusi strumenti di spiritualità familiare, di formazione e azione pastorale sulla preparazione al matrimonio, l’educazione all’affettività dei giovani, sulla santità degli sposi e delle famiglie che vivono la grazia del sacramento nella loro vita quotidiana. Verranno inoltre organizzati simposi accademici internazionali per approfondire i contenuti e le implicazioni dell’esortazione apostolica in relazione a tematiche di grande attualità che interessano le famiglie di tutto il mondo. L’anno si concluderà il 26 giugno 2022 in occasione del X Incontro mondiale delle famiglie a Roma con il Papa. (R.Iaria)
Una grande scommessa
23 Dicembre 2020 - Il messaggio di papa Francesco per la 54a Giornata mondiale della pace scorre sullo sfondo di una pandemia inarrestabile e di un’umanità disorientata.
“La cultura della cura come percorso di pace”, tema del messaggio, scava nella coscienza, pone interrogativi, indica e apre percorsi. La voce di Francesco si leva in un mondo in cui la desertificazione etica e spirituale avanza.
C’è, tra gli altri, un soggetto fragile a cui Francesco si rivolge, anche se non lo cita espressamente: la politica. Indebolita da una febbre alta si presente del tutto priva di forza culturale.
Non ci si aspettava di assistere, in giorni di grande trepidazione, a spettacoli di dubbia dignità, non ci si aspettava una contrapposizione fuori dalle righe proprio mentre si rafforzava l’appello all’unità nella lotta a un male senza confini.
Avere cura della politica sembrerebbe dunque una battaglia persa e sarebbe davvero persa se non si trovassero i motivi per reagire al pessimismo e alla rassegnazione, se non si avesse il coraggio di aprire nuovi percorsi del pensare e dell’agire per il bene comune.
Costruire “la cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro oggi spesso prevalente”: questa è la strada maestra a cui si è chiamati per ricostruire la politica, per passare dalla lamentela alla scelta responsabile. Per fare della politica uno strumento di pace e di giustizia.
Parole al vento? Si può credere ancora in questa strada?
Certo è che questa avventura non inizierà se i media e l’opinione pubblica continueranno a girare attorno a chi, anche nelle alte sedi istituzionali, è più incline allo scontro che al dialogo, agli slogan che ai ragionamenti, al frammento che all’insieme, all’effimero che all’essenziale. Proprio per sfuggire a questa deriva urge aprire un percorso di ribellione.
Le difficoltà sono più che evidenti e spesso la tentazione è di prendere le distanze ma, si legge nel messaggio di Francesco per la pace: “non abituiamoci a voltare lo sguardo”, Non abituiamoci a voltare la sguardo neppure di fronte a una politica malata.
Si può tuttavia dire che in questa grande sfida per il futuro molti segni anche recenti consentono di cogliere il filo che corre tra il magistero di un Papa di 84 anni, il pensiero di un Presidente della Repubblica di 79 anni e “il sogno” di migliaia di giovani e giovanissimi. Un filo che regge un’alleanza dalla quale potrà nascere la cultura della cura anche per la politica, un filo che indica una grande scommessa. (Paolo Bustaffa)
Il senso del Natale
21 Dicembre 2020 - Città del Vaticano - In questo tempo segnato dalla pandemia, celebrare il Natale ha un sapore diverso. Le nostre strade portano già i segni della festa, forse ancora più evidenti di altri anni, quasi un modo per esorcizzare preoccupazioni e sofferenze. Ci sono tutte le apparenze della festa, il Natale è già alle porte, ma c’è un’euforia diversa, un modo altro di vivere queste giornate di attesa. Siamo chiamati a compiere azioni che contrastano con il clima natalizio, con quel desiderio di feste, cenoni e riunioni di parenti, che ha sempre accompagnato questi giorni, forse facendoci dimenticare chi è il festeggiato. Come a Betlemme, rischiamo di lasciare fuori dalla porta delle nostre case l’unico ospite necessario, colui che ha scelto di nascere povero tra i poveri, in una mangiatoia.
Questo Natale, chiede Papa Francesco all’Angelus, sia per ognuno occasione di rinnovamento interiore, di preghiera, di conversione, di passi avanti nella fede e di fraternità tra noi. “Guardiamoci intorno, guardiamo soprattutto a quanti sono nell’indigenza: il fratello che soffre, dovunque si trovi, il fratello che soffre ci appartiene. È Gesù nella mangiatoia: chi soffre è Gesù”. Il Natale, afferma il Papa, sia una vicinanza a Gesù in questo fratello e in questa sorella. È “il presepe al quale dobbiamo recarci con solidarietà”, dove “incontreremo davvero il Redentore nelle persone che hanno bisogno”.
Il senso del Natale, “di questa festa che è soprattutto dono”, ci dice Francesco, è Dio che “dimora con l’uomo e ogni uomo può trovare in lui, in Cristo, la sua casa”. Ancora è “gratuità in Dio che sceglie di farsi uomo in uno sconosciuto villaggio della Galilea, in un contesto familiare fatto di gioie e di povertà. In Cristo appare al mondo come qualcosa di inatteso, capace però di capovolgere i criteri umani”.
In questa ultima domenica di Avvento Luca, nel suo Vangelo, ci consegna l’immagine di Maria e del suo “sì”; come già nel giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre, ascoltiamo l’annuncio dell’angelo alla ragazza di Nazareth, una donna di una povera regione ai margini della Terra Santa, alla periferia, si potrebbe dire, dell’Impero romano. Luca ci presenta prima Elisabetta “sterile e avanti negli anni”, e il marito Zaccaria cui l’angelo annuncia che sua moglie darà alla luce un figlio e si chiamerà Giovanni, perché “nulla è impossibile a Dio”. Poi ecco Maria cui l’angelo annuncia che “il Signore è con te”, lei che è “piena di grazia”. Dice il Papa: “sembra un annuncio di pura gioia, destinato a fare felice la Vergine: chi tra le donne del tempo non sognava di diventare la madre del Messia? Ma, insieme alla gioia, quelle parole preannunciano a Maria una grande prova”. Era promessa sposa a Giuseppe – padre della tenerezza, dell’obbedienza, dell’accoglienza; padre nell’ombra, nelle definizioni di Papa Francesco nella Lettera apostolica Patris corde – e per la Legge di Mosè non poteva avere altri rapporti, pena la condanna alla lapidazione. Per Maria una “scelta cruciale”: dire “sì” a Dio rischiando tutto, compresa la vita, oppure declinare l’invito e andare avanti con il suo cammino ordinario”.
Lei risponde: “avvenga per me secondo la tua parola”. Ecco il sì, il “fiat”, spiega il Papa che “indica un desiderio forte, indica la volontà che qualcosa si realizzi”. Non dice “se deve avvenire, avvenga”, oppure “se non si può fare altrimenti”. Non è rassegnazione, non è “accettazione debole e remissiva […], non è passiva, è attiva. Non subisce Dio, aderisce a Dio. È un’innamorata disposta a servire in tutto e subito il suo Signore”.
Non perde tempo a riflettere, non chiede spiegazioni, non cerca risposte per essere certa di non incorrere nella legge mosaica. “Non fa aspettare Dio, non rinvia”. Non dice domani: “quante volte la nostra vita è fatta di rinvii”. È un sì pronto, coraggioso.
In questo tempo difficile di pandemia, anziché lamentarci “facciamo qualcosa per chi ha di meno: non l’ennesimo regalo per noi e per i nostri amici, ma per un bisognoso cui nessuno pensa”. L’altro consiglio è andare a pregare; dice Francesco: “non lasciamoci ‘portare avanti’ dal consumismo”, che ci ha sequestrato il Natale. “Il consumismo non è nella mangiatoia di Betlemme: lì c’è la realtà, la povertà, l’amore”. (Fabio Zavattaro - Sir)

