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Papa Francesco ricorda don Roberto Malgesini, ucciso ieri a Como

16 Settembre 2020 - Città del vaticano – “Desidero ricordare in questo momento don Roberto Malgesini, il sacerdote della diocesi di Como che ieri mattina è stato ucciso da una persona bisognosa che lui stesso aiutava, una persona malata di testa”. Lo ha detto questa mattina papa Francesco al termine dell’Udienza generale ricordando al figura del sacerdote ucciso ieri mentre si apprestava a portare la colazione ai più bisognosi della città. “Mi unisco al dolore e alla preghiera dei suoi familiari e della comunità comasca e – ha aggiunto il papa - come ha detto il suo Vescovo, rendo lode a Dio per la testimonianza, cioè per il martirio, di questo testimone della carità verso i più poveri”. E poi l’invito ad un momento di preghiera “in silenzio” per don Roberto Malgesini e per “tutti i preti, suore, laici, laiche che lavorano con le persone bisognose e scartate dalla società”.  

Settanta volte sette

14 Settembre 2020 - Città del Vaticano - La parola chiave di ieri (domenica ndr) , vigilia della festa dell’esaltazione della croce – “un patibolo di condanna che Cristo ha trasformato nella condanna del patibolo”, scriveva il cardinale Angelo Comastri – è perdono. La stessa parola che Gesù pronuncia inchiodato a quel legno di sofferenza, tortura e morte. Davvero il modo di agire di Dio è eccessivo, tutto è dono oltre ogni misura – per-dono – oltre ogni attesa e speranza. L’uomo, insomma noi, siamo lì a misurare le cose, come fa Pietro, lo racconta Matteo, che non mette in dubbio il perdono, non ne esclude la possibilità, ma, appunto, chiede fino a quante volte perdonare. La parabola che ci viene proposta è quella dei due servi debitori. Papa Francesco, all’Angelus, mette in evidenza anzitutto la sproporzione fra il servo che “deve al suo padrone diecimila talenti, una somma enorme, milioni e milioni di euro” e l’altro servo che deve, al primo, un debito ”piccolissimo, forse come lo stipendio di una settimana”. Risposte differenti: il re, cioè Dio, perdona tanto, mentre l’uomo, il servo, fa imprigionare il debitore. “Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia. C’è bisogno di quell’amore misericordioso”. Dio è insieme giustizia e misericordia. Quanto è difficile saper perdonare, mettere da parte ira, vendetta, offesa e avere la capacità di dire: ti ho perdonato. Le cronache dei nostri tempi ci portano atteggiamenti e parole molto distanti dall’idea del perdono: voglio che patisca la stessa sorte. Quante volte la ferita di un distacco non ha permesso che si pronunciasse la parola perdono. Il brano del Vangelo di Matteo di ieri indica a tutti noi una strada diversa. Pietro si rivolge a Gesù e gli chiede: Signore quante volte dovrò perdonare il fratello che commette colpe contro di me? E la risposta – settanta volte sette – non può non lasciarci senza parole. Non ci sono limiti al perdono ci dice Gesù con quella risposta a Pietro. C’è da dire che ci portiamo dietro un’idea sbagliata di perdono, quasi fosse una spugna che cancella le colpe, la memoria di un gesto, dell’offesa ricevuta. L’urgenza del perdono è sottolineata dal Papa all’Angelus: “è necessario applicare l’amore misericordioso in tutte le relazioni umane: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, all’interno delle nostre comunità, nella Chiesa e anche nella società e nella politica”. Se perdono e misericordia fossero “lo stile della nostra vita”, afferma il Papa, “quanta sofferenza, quante lacerazioni, quante guerre potrebbero essere evitate […] Quante famiglie disunite che non sanno perdonarsi! Quanti fratelli che hanno questo rancore dentro! È necessario applicare l’amore misericordioso in tutte le relazioni umane: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, all’interno delle nostre comunità, nella Chiesa e anche nella società e nella politica”. Ricorda poi le parole della lettura del Siracide – “ricorda la fine e smetti di odiare” – e dice: “pensiamo a questa frase tanto toccante. E non è facile perdonare. Nei momenti tranquilli diciamo: questo me ne ha fatto di tutti i colori! Ma anche ne ho fatte tante. Ma poi il rancore torna come una mosca fastidiosa d’estate. Occorre perdonare sempre, non in un solo momento”. E ricorda la preghiera del Padre nostro, quel “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Parole che contengono “una verità decisiva”, cioè “non possiamo pretendere per noi il perdono di Dio”, se non lo concediamo a nostra volta, “se non ci sforziamo di perdonare e di amare, nemmeno noi verremo perdonati e amati”. Nel dopo Angelus, il pensiero del Papa va a quanto accaduto nel campo di Moira, isola di Lesbo – Francesco aveva visitato quel campo 16 aprile 2016 – e chiede che sia assicurata “un’accoglienza umana e dignitosa a donne e uomini migranti, ai profughi, a chi cerca asilo in Europa”. E lancia, infine, un duplice appello: ai partecipanti alle manifestazioni popolari di protesta perché non cedano “alla tentazione dell’aggressività e della violenza”; ai politici e governanti perché ascoltino “la voce dei loro concittadini”, vadano incontro “alle giuste aspirazioni”, nel “pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà civili”. Fabio Zavattaro

Papa Francesco: solidarietà e vicinanza a profughi Lesbo

13 Settembre 2020 - Lesbo - La grave situazione del campo profughi di Moria è stata ricordata oggi da Papa Francesco con l’appello ad una accoglienza umana e dignitosa ai profughi. “Nei giorni scorsi – ha detto dopo la preghiera mariana dell’Angelus - una serie di incendi ha devastato il campo profughi di Moria nell’isola Lesbo lasciando  migliaia di persone senza rifugio”. Il papa ha ricordato il suo viaggio, nel 2016, a Lesbo: “è sempre vivo in me il ricordo  della visita compiuta là e l’appello lanciato con il patriarca  ecumenico e l’arcivescovo ad assicurare accoglienza umana e  dignitosa a donne e uomini migranti, ai profughi e a chi cerca  asilo in Europa”. Papa Francesco ha quindi espresso “solidarietà e vicinanza a tutte le  vittime di queste drammatiche vicende”, ha detto.

Raffaele Iaria

Papa Francesco: cambiare il modo di vedere e raccontare la migrazione

10 Settembre 2020 - Città del Vaticano – “E’ fondamentale cambiare il modo di vedere e raccontare la migrazione: si tratta di mettere al centro le persone, i volti, le storie. Ecco allora l’importanza di progetti, come quello da voi promosso, che cercano di proporre approcci diversi, ispirati dalla cultura dell’incontro, che costituisce il cammino verso un nuovo umanesimo. E quando dico ‘nuovo umanesimo’ non lo intendo solo come filosofia di vita, ma anche come una spiritualità e uno stile di comportamento”. Lo ha detto questa mattina Papa Francesco ricevendo i partecipanti al progetto europeo “Snapshots from the Borders” (Voci ed esperienze dai confini), guidati dal sindaco di Lampedusa e Linosa, Salvatore Martello. Il papa ha rivolto un appello affinchè non si rimanga “indifferenti alle tragedie umane che continuano a consumarsi in diverse regioni del mondo. Tra queste ci interpellano spesso quelle che hanno come teatro il Mediterraneo, un mare di confine, ma anche di incontro di culture”. “Il vostro è un progetto lungimirante”, ha sottolineato il Papa in quanto “si propone di promuovere una comprensione più profonda della migrazione, che permetta alle società europee di dare una risposta più umana e coordinata alle sfide delle migrazioni contemporanee”. Lo scenario migratorio attuale è “complesso” e spesso presenta “risvolti drammatici. Le interdipendenze globali che determinano i flussi migratori sono da studiare e capire meglio. Le sfide sono molteplici e interpellano tutti”, ha quindi aggiunto il pontefice che ha anche rocordato l’Incontro con i Vescovi del Mediterraneo, che si è svolto a Bari nel febbraio scorso. E di fronte a queste sfide “appare evidente come sono indispensabili la solidarietà concreta e la responsabilità condivisa, a livello sia nazionale che internazionale”. L’attuale pandemia ha evidenziato “la nostra interdipendenza: siamo tutti legati, gli uni agli altri, sia nel male che nel bene”, aveva detto il papa lo scorso 2 settembre durante l’Udienza generale. Per Papa Francesco le frontiere, da sempre considerate come “barriere di divisione”, possono invece diventare “finestre”, spazi di “mutua conoscenza, di arricchimento reciproco, di comunione nella diversità; luoghi in cui si sperimentano modelli per superare le difficoltà che i nuovi arrivi comportano per le comunità autoctone”. Da qui l’incoraggiamento a “lavorare insieme per la cultura dell’incontro e della solidarietà”.

R.Iaria

 

Papa Francesco: pregare per gli studenti che “vengono privati così gravemente del diritto all’educazione, a causa di guerre e terrorismo”

9 Settembre 2020 - Città del Vaticano - Oggi si celebra la prima Giornata internazionale della tutela dell’educazione dagli attacchi, nell’ambito dei conflitti armati. Al termine dell'Udienza generale di questa mattina papa Francesca ha ricorsato la Giornata ed ha invitato a pregare per gli studenti che "vengono privati così gravemente del diritto all’educazione, a causa di guerre e terrorismo" ed esortato la Comunità internazionale ad "adoperarsi affinché vengano rispettati gli edifici che dovrebbero proteggere i giovani studenti. Non venga meno - ha concluso - lo sforzo per garantire ad essi ambienti sicuri per la formazione, soprattutto in situazioni di emergenza umanitaria".

Correzione fraterna

7 Settembre 2020 - Città del Vaticano - “Il chiacchiericcio è una malattia più brutta del covid”. Non ha dubbi, Papa Francesco, nel condannare l’abitudine di parlar male delle persone. Il chiacchiericcio, il pettegolezzo sono come le bombe del terrorismo aveva detto nel marzo di tre anni fa. E incontrando la Curia romana, Natale 2014, aveva parlato delle chiacchiere come malattia grave “che inizia semplicemente, magari solo per fare due chiacchiere, e si impadronisce della persona facendola diventare ‘seminatrice di zizzania’ (come satana), e in tanti casi ‘omicida a sangue freddo’ della fama dei propri colleghi e confratelli. È la malattia delle persone vigliacche, che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle”. Proprio non vanno giù, a papa Francesco, chiacchiere e pettegolezzi, perché una parola chiave nella vita del credente è proprio comunione. Diceva Sant’Agostino: dimentica l’offesa ricevuta, non la ferita di un tuo fratello. Accostare le chiacchiere al covid ci porta anche a riflettere su un termine che ormai è entrato nel parlare comune: distanziamento sociale. Cioè invito a essere asociali, prendere le distanze dall’altro, quasi rifiutarlo. Non sarebbe stato meglio parlare di distanza fisica, distanza fra persone. Ma tant’è. Ma torniamo al Vangelo di domenica. Facile amare una persona cara, che ci vuole bene, con la quale condividiamo pensieri e gesti; meno facile quando l’altro è distante da noi per parole, gesti; difficilissimo quando da questa persona riceviamo un’offesa. Papa Benedetto XVI, all’angelus di settembre del 2011, ricordava che “tutta la legge di Dio trova la sua pienezza nell’amore, così che, nei nostri rapporti con gli altri, i dieci comandamenti e ogni altro precetto si riassumono in questo: amerai il tuo prossimo come te stesso”. Il comandamento dell’amore non conosce distanze: non c’è un prossimo da amare e un altro da tenere distante, da non amare. Questa è la grande sfida cui il cristiano è chiamato, e in questo amore reciproco il cristiano scopre il potere della misericordia divina; scopre che il fratello non può essere abbandonato. In questo amore che supera il rifiuto, che si apre all’altro, si sgretolano tutti i muri e crollano le barriere che noi stessi abbiamo eretto. Nelle parole prima della preghiera dell’Angelus, papa Francesco commenta il brano di Matteo, che contiene il cosiddetto discorso ecclesiale, comunitario, che mette in evidenza alcune difficoltà che già si presentavano nelle prime comunità cristiane. È il brano della correzione fraterna, dice papa Francesco, della “duplice dimensione dell’esistenza cristiana: quella comunitaria, che esige la tutela della comunione, cioè dell’unità della Chiesa, e quella personale, che impone attenzione e rispetto per ogni coscienza individuale”. Così Gesù suggerisce una “pedagogia del recupero”, per correggere il fratello che ha sbagliato, che si articola in tre momenti: vi è innanzitutto l’incontro personale, cioè “non mettere in piazza il suo peccato”, ma “andare dal fratello con discrezione, non per giudicarlo ma per aiutarlo a rendersi conto di quello che ha fatto”. Se questo non basta, mai dire “si arrangi, me ne lavo le mani. No, questo non è cristiano”. Il secondo passo è presentarsi a lui con una o due persone: “i due testimoni – precisa il Papa – sono richiesti non per accusare e giudicare, ma per aiutare”. Se anche questo non basta ecco il terzo passo: dirlo alla comunità. “Gesù aggiunge”, ricorda Francesco: “se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano”. Una frase, ha spiegato, “in apparenza così sprezzante, in realtà invita a rimettere il fratello nelle mani di Dio: solo il Padre potrà mostrare un amore più grande di quello di tutti i fratelli messi insieme”. Andare incontro all’altro, dunque, non chiacchierare alle sue spalle, non raccontarlo agli altri. Dice il Papa: “quando noi vediamo uno sbaglio, un difetto, una scivolata, in quel fratello o quella sorella, di solito la prima cosa che facciamo è andare a raccontarlo agli altri, a chiacchierare. E le chiacchiere chiudono il cuore alla comunità, chiudono l’unità della Chiesa. Il grande chiacchierone è il diavolo, che sempre va dicendo le cose brutte degli altri, perché lui è il bugiardo che cerca di disunire la Chiesa, di allontanare i fratelli e non fare comunità”.

Fabio Zavattaro

Fratelli tutti: la nuova enciclica di papa Francesco

5 Settembre 2020 - Fratelli tutti” è il titolo della nuova Enciclica, la terza, di papa Francesco. Il testo sulla fraternità e l’amicizia sociale sarà firmata dal pontefice ad Assisi sabato 3 ottobre prossimo. Lo annuncia questa mattina la Sala Stampa della Santa Sede con una dichiarazione del direttore, Matteo Bruni. Il pontefice, come informa la Prefettura della Casa Pontificia arriverà al Sacro Convento di Assisi dove celebrerà la Santa Messa presso la Tomba di San Francesco, e al termine firmerà l’Enciclica. “A motivo della situazione sanitaria, è desiderio del Santo Padre che la visita si svolga in forma privata, senza alcuna partecipazione dei fedeli. Appena terminata la celebrazione, il Santo Padre farà rientro in Vaticano”, dice Bruni. Il documento papale anticipa nei tempi di poco oltre un mese il grande convegno convocato ad Assisi per la fine di novembre, dedicato all’Economia di Francesco. L’annuncio della visita è stata data anche dal portavoce del Convento di Assisi, p. Enzo Fortunato. “È con grande gioia e nella preghiera - ha affermato il Custode del Sacro Convento, p. Mauro Gambetti - che accogliamo e attendiamo la visita privata di papa Francesco. Una tappa che evidenzierà l'importanza e la necessità della fraternità”. “A nome di tutta questa Chiesa che al Poverello diede i natali di luce e di fede – ha detto il vescovo di Assisi, mons. Domenico Sorrentino  - e lo vide contrassegnare di sé tutti gli angoli di questa Città benedetta, ringrazio papa Francesco per questo gesto che ci riempie di commozione e di gratitudine”. “Fratelli tutti” è la terza enciclica di Papa Francesco, dopo Lumen Fidei – la cui stesura era stata iniziata da Papa Benedetto XVI – e Laudato sì. Papa Francesco aveva firmato un un altro documento magisteriale  fuori dalle mura vaticane. Nel marzo 2019, infatti, a Loreto, firmò l’esortazione apostolica postsinodale “Christus vivit”.  

Raffaele Iaria

   

Oggi preghiera per il Libano, l’adesione della Chiesa italiana

4 Settembre 2020 -
Roma – Mercoledì Papa Francesco, al termine dell’Udienza generale, ha invitato tutti a vivere, oggi 4 settembre, “ una giornata universale di preghiera e digiuno per il Libano”. Il pontefice ha inviato nel Paese il Segretario di Stato, il card. Pietro Parolin” per esprimere la mia vicinanza e solidarietà”, ha detto. “Offriamo – ha aggiunto il papa - la nostra preghiera per tutto il Libano e per Beirut. Siamo vicini anche con l’impegno concreto della carità, come in altre occasioni simili. Invito anche i fratelli e le sorelle di altre confessioni e tradizioni religiose ad associarsi a questa iniziativa nelle modalità che riterranno più opportune, ma tutti insieme”. All’invito di papa Francesco aderisce anche la Chiesa italiana. I vescovi, “in comunione con la Chiesa universale, vogliono esprimere la vicinanza dell'Italia a una popolazione stremata e chiedono ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e a tutto il popolo dei credenti di raccogliersi domani in un momento di preghiera che abbia a cuore il Paese dei cedri", si legge sul sito della Cei: sottolineando come "in un tempo in cui ovunque si fanno sempre più forti venti di intolleranza e di chiusura, pregare per il Libano è un modo per ripensare a quanto ci sia bisogno di rispetto autentico e di costruzione di comunità in ogni luogo. Facciamoci dunque costruttori di pace, perché 'per il bene stesso del Paese, ma anche del mondo, non possiamo permettere che questo patrimonio vada disperso'”.

Papa Francesco: no alla “sindrome di Babele”

2 Settembre 2020 - Città del Vaticano - “Vogliamo essere padroni della Terra, ma roviniamo la biodiversità e l’equilibrio ecologico”. Così il Papa, nella prima udienza generale in presenza dopo l’insorgere della pandemia di Covid-19, svoltasi nel Cortile di San Damaso, ha sintetizzato la “sindrome di Babele”, che avviene “quando non c’è solidarietà”. Il racconto della Torre di Babele, infatti, per Francesco “descrive ciò che accade quando cerchiamo di arrivare al cielo – cioè la nostra meta – ignorando il legame con l’umano, con il creato e con il Creatore”. “E’ un modo di dire, questo accade ogni volta che l’uomo vuole salire, salire, salire senza tener conto degli altri”, ha spiegato a braccio: “Pensiamo alla torre: costruiamo torri e grattacieli, ma distruggiamo la comunità. Unifichiamo edifici e lingue, ma mortifichiamo la ricchezza culturale. Vogliamo essere padroni della Terra, ma roviniamo la biodiversità e l’equilibrio ecologico”. “Vi ho raccontato in qualche altra udienza di quei pescatori di San Benedetto del Tronto che sono venuti quest’anno”, ha proseguito il Papa ancora fuori testo: “Mi hanno detto: ‘Abbiamo tolto dal mare 24 tonnellate di rifiuti’, dei quali la metà erano plastica. Questi hanno la mistica di prendere pesci, ma anche rifiuti e portarli fuori per pulire il mare. Questo è rovinare la terra, non avere solidarietà con la terra, che è un dono, ed equilibrio ecologico”. Poi Francesco ha citato un racconto medievale che descrive questa “sindrome di Babele”, che avviene “quando non c’è solidarietà”: “Dice che, durante la costruzione della torre, quando un uomo cadeva e moriva nessuno diceva nulla. Al massimo: ‘Poveretto, ha sbagliato ed è caduto’. Invece, se cadeva un mattone, tutti si lamentavano e se qualcuno era colpevole era punito. Perché? Perché un mattone era costoso. C’era bisogno di tempo e di lavoro per fabbricare mattoni. Un mattone valeva di più della vita umana”. “Ognuno di noi pensi cosa succede oggi”, l’invito a braccio: “Purtroppo anche oggi può succedere una cosa del genere. Cade qualche quota del mercato finanziario – l’abbiamo visto sui giornali in questi giorni – e la notizia è in tutte le agenzie. Cadono migliaia di persone a causa della fame, della miseria e nessuno ne parla”.  

Lo scandalo della croce

31 Agosto 2020 - Città del Vaticano - Un profeta, un grande profeta come Elia, che era atteso, oppure il Battista, ucciso da Erode, o ancora Geremia, che profetizzava contro il tempio di Gerusalemme. Questa era l’opinione comune che accompagnava la presenza di Gesù. Matteo ci porta nei territori di Cesarea, la città fondata da Filippo, figlio di Erode, e dedicata a Cesare, venerato come divino. È qui che Gesù dialoga con Pietro e i discepoli; chiede, è il Vangelo di domenica scorsa: “ma voi, chi dite che io sia”. Pietro, che diventa Cefa, cioè pietra, risponde con quella frase che è segno di conversione: “tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. Questa domenica Pietro, la roccia, colui che è chiamato a edificare la chiesa, diventa scandalo, pietra d’inciampo nel cammino della fede; Gesù lo rimprovera chiamandolo satana. I Vangeli di queste due domeniche, come sottolinea papa Francesco all’Angelus, sono tra loro collegati, nell’obbedienza alla parola di Dio. E quando Gesù spiega ai suoi discepoli il suo andare a Gerusalemme, patire e soffrire a causa della cecità e dell’arroganza di anziani, capi dei sacerdoti e degli scribi; ancora, il venire ucciso e il risorgere il terzo giorno, ecco che Pietro si ribella, è una strada che non accetta, perché il suo Signore non può soffrire e patire fino alla morte: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”. I discepoli non comprendono le parole di Gesù, perché “hanno una fede ancora immatura e troppo legata alla mentalità di questo mondo. Loro pensano a una vittoria troppo terrena, e per questo non capiscono il linguaggio della croce”. Pietro ha fede, dice Francesco, “lo vuole seguire, ma non accetta che la sua gloria passi attraverso la passione. Per Pietro e gli altri discepoli – ma anche per noi – la croce è una cosa scomoda, la croce è uno ‘scandalo’, mentre Gesù considera ‘scandalo’ il fuggire dalla croce, che vorrebbe dire sottrarsi alla volontà del Padre, alla missione che Lui gli ha affidato per la nostra salvezza”. Netta la divergenza tra l’amore del Padre, che giunge fino al dono del figlio unigenito, e i desideri, le attese dei discepoli. Succede, afferma il vescovo di Roma nel commentare le parole di Pietro, che nei momenti di “devozione, di fervore, di buona volontà di vicinanza al prossimo, guardiamo Gesù e andiamo avanti; ma nei momenti in cui viene incontro la croce, fuggiamo. Il diavolo, Satana – come dice Gesù a Pietro – ci tenta”. Seguirlo è prendere la croce, ricorda il Papa all’Angelus, “sopportare con pazienza le tribolazioni quotidiane”, ma anche “portare con fede e responsabilità quella parte di fatica e di sofferenza che la lotta contro il male comporta”. Questo perché la vita del cristiano è sempre una lotta; “la Bibbia dice che la vita dei cristiani è una milizia. Lottare contro il cattivo spirito, lottare contro il Male”. E il male esiste anche ai nostri giorni. Che cosa sono gli orrori della guerra, le violenze sugli innocenti, la miseria e l’ingiustizia che colpiscono i più deboli? Francesco chiede che la croce “appesa alla parete di casa, o quella piccola che portiamo al collo, sia segno del nostro desiderio di unirci a Cristo nel servire con amore i fratelli, specialmente i più piccoli e fragili”, e “non va ridotta a oggetto scaramantico, oppure a monile ornamentale”: è segno dell’amore di Dio, e del sacrificio di Gesù. Nelle parole che pronuncia dopo la preghiera mariana dell’Angelus, il Papa ricorda la giornata di preghiera per la salvaguardia del creato, il primo settembre. Fino al 4 ottobre “celebreremo con i nostri fratelli cristiani di varie Chiese e tradizioni il ‘Giubileo della Terra’, per ricordare l’istituzione, 50 anni fa, della Giornata della Terra”. Si tratta di impegnarsi adottando stili di vita sobri e responsabili, soprattutto verso i poveri e le future generazioni. Non devono essere le popolazioni più povere a pagare il maggior prezzo dei mutamenti climatici. “La Chiesa ha una responsabilità per il creato”, diceva Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana il 22 dicembre 2009; “deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti [...] Qui si tratta di fatto della fede nel Creatore e dell’ascolto del linguaggio della creazione, il cui disprezzo sarebbe un’autodistruzione dell’uomo e quindi una distruzione dell’opera stessa di Dio”.

Fabio Zavattaro