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Ucraina: circa 97mila i profughi arrivati in Italia

19 Aprile 2022 -
Roma - Sono 96.989 le persone in fuga dal conflitto in Ucraina arrivate fino a oggi in Italia, delle quali 92.666 alla frontiera e 4.323 controllate dal compartimento Polizia ferroviaria del Friuli Venezia Giulia. Il dato è stato diffuso oggi dal Ministero dell'Interno. Dei circa 97mila persone 50.154 sono donne, 11.579 uomini e 35.256 minori. Le città di destinazione dichiarate all'ingresso in Italia sono tuttora Milano, Roma, Napoli e Bologna. L'incremento, rispetto a ieri, è di 477 ingressi nel territorio nazionale.

Ucraina: attacco a Leopoli, città dei profughi

19 Aprile 2022 -
Roma - Attacco a Leopoli, attacco alla città dei profughi. È don Taras Zheplinskyi, del dipartimento di comunicazione della Chiesa greco-cattolica ucraina, ad aggiornare il Sir su quanto sta accadendo in città. “Secondo le informazioni che stiamo ricevendo – dice – questa mattina (18 aprile, ndr) Leopoli è stata attaccata da cinque missili provocando la morte di 7 persone e 11 feriti”. Il bilancio delle vittime è ovviamente provvisorio ma dalle informazioni di don Taras Zheplinskyi, due feriti si trovano in condizioni molto gravi mentre il bimbo – dato per morto da alcune agenzie – sarebbe ferito. I missili hanno colpito 3 obiettivi di infrastrutture militari, un obiettivo civile, cioè un centro meccanico per auto e la stazione centrale dei treni”. L’attacco per fortuna non ha causato vittime né tra i dipendenti delle ferrovie né tra i passeggeri. Il traffico ferroviario è stato ripristinato, anche se si registrano ritardi.  La stazione è un punto sensibile in questa parte dell’Ucraina: “è qui – spiega il sacerdote – che arriva tutto il flusso dei rifugiati che si muove dal Nord e dall’Est del Paese per riprendere poi la strada versi i diversi paesi d’Europa”. Secondo i dati dell’Unhcr, sfiorano i 5 milioni le persone costrette a lasciare l’Ucraina per sfuggire alla guerra. In pratica quasi il 5 per cento dei 44 milioni di abitanti ha dovuto fuggire all’estero. L’attacco su Leopoli arriva nel primo giorno in cui i cattolici della chiesa di rito bizantino e gli ortodossi cominciano a vivere la Settimana Santa, secondo il calendario giuliano. “Qui a Leopoli – confida il sacerdote – tante persone non avevano ancora sperimentato direttamente gli effetti della guerra.  Ora si ha paura. Non sappiamo cosa aspettarci. Abbiamo cominciato la Settimana Santa in questa incertezza”. Per stabilire gli orari delle celebrazioni pasquali e le visite nelle chiese, si è preso in considerazione gli orari del coprifuoco che differiscono da città a città, a seconda della gravità della situazione militare. Nella Regione di Leopoli, per esempio, il coprifuoco comincia alle 23 e finisce alle 6 di mattina. Sicuramente l’attacco in allerta chiedendo “prudenza e attenzione”. Don Taras Zheplinskyi ricorda l’appello lanciato  da Papa Francesco nel suo messaggio per la benedizione Urbi et Orb. “Si scelga la pace. Si smetta di mostrare i muscoli mentre la gente soffre”, ha detto il Pontefice. “Troppo sangue e violenza, è difficile credere che Cristo sia davvero risorto”. Qualche giorno fa il Consiglio panucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose ha lanciato un appello per una “tregua pasquale” per la sicurezza dei luoghi di culto durante le festività religiose. “Siamo convinti – hanno detto i rappresentanti religiosi – che se c’è un desiderio e una buona volontà, la parte russa insieme ai rappresentanti competenti dell’Ucraina, nel quadro del processo negoziale in corso, potrebbero raggiungere accordi che fornirebbero ai civili dell’Ucraina l’opportunità di incontrarsi e celebrare i prossimi giorni sacri senza bombardamenti e rischi per la vita. Possa l’Altissimo infondere la saggezza e la misericordia a tutti coloro da cui dipende la soluzione di questo problema”.  Ma il sacerdote di Leopoli ha dubbi sulla reale possibilità di una tregua. “Oltre 60 chiese sono state attaccate, alcune completamente distrutte, durante questi 54 giorni di conflitto”, ricorda don Taras, ripercorrendo l’attacco al seminario cattolico di Vorzel, alla Caritas di Mariupol, alla chiesa greco-cattolica di Irpin. “I russi – aggiunge – non si sono fermati di fronte a niente. Lo abbiamo visto nelle città martoriate di Sumy, Chernihiv. E’ difficile quindi oggi credere che possano accogliere questo appello e rispettare una tregua pasquale”. (Foto Ansa-Sir)

Ucraina: ragazzi ucraini presenti ieri all’incontro con papa Francesco

19 Aprile 2022 - Roma - "Purtroppo sono ancora dense le nubi che oscurano il nostro tempo. Oltre alla pandemia, l'Europa sta vivendo una guerra tremenda, mentre continuano in tante regioni della Terra ingiustizie e violenze che distruggono l'uomo e il pianeta. Spesso sono proprio i vostri coetanei a pagare il prezzo più alto: non solo la loro esistenza è compromessa e resa insicura, ma i loro sogni per il futuro sono calpestati". E' quanto ha detto ieri pomeriggio papa Frabcesco nell'incontro, in piazza San Pietro, con gli adolescenti italiani. Erano 80mila.Molti di più di quanti erano attesi in questo incontro promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana e che hanno riempito la piazza ma anche via della Conciliazione, in un tripudio di canti e allegria. Una mini Gmg (Giornata Mondiale della Gioventù), dove si è pregato ma anche ascoltato i cantanti delle nuove generazioni in una piazza che ha visto presenti un nutrito gruppo di ucraini. Le diocesi hanno voluto la loro presenza perché in questo momento di festa non può comunque essere dimenticata la tragedia che si vive a non molti chilometri dalla piazza del Papa. E al Regina Coeli - che nel Tempo di pasqua sostituisce l'Angelus - ha parlato di riconciliazione: "Le liti, le guerre, le contese lascino posto alla comprensione, alla riconciliazione. Sottolineare sempre questa parola: riconciliazione", ha detto il Pontefice invitando a rinunciare "ai nostri piani umani, convertiamoci ai Suoi disegni di pace e di giustizia".

Il perdono per la Resurrezione

14 Aprile 2022 - Ferrara - Descrivere la Pasqua 2022 degli ucraini non è semplice, perché per festeggiarla bisognerebbe vivere il tempo della Quaresima, col digiuno e la preghiera penitenziale. Quest’anno la guerra non ci permette di dedicarci come sempre alla preghiera.
La Chiesa ucraina di Ferrara ha avuto i “segni” della guerra, con i tanti pacchi ricevuti e una raccolta che ancora oggi prosegue. Questo dimostra come la Chiesa ucraina a Ferrara sia cuore dell’intera comunità degli ucraini e non solo dal punto di vista spirituale. La Pasqua di quest’anno ci deve far capire come Gesù Risorto ci dà la Sua forza e speranza. Per poter crescere nella fede, Egli ci incoraggia a capire, con gli occhi della speranza, che ogni croce, come la croce della nostra Patria, se sarà piantata nella fede in Dio, ci porterà alla Resurrezione. Pasqua è sempre stata la festa della gioia. Oggi la penso come un altro gradino di fede che dobbiamo salire. Un gradino di perdono, come Gesù quando dice «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34). Penso che la Pasqua quest’anno ci debba insegnare proprio a essere come Gesù, capaci di perdonare. Questo è il punto fondamentale per poter passare dalla morte alla Resurrezione. Nei giorni della Settimana Santa, facciamo la preghiera non solo a Ferrara ma anche a Bondeno alle ore 11 e a Copparo il Sabato Santo alle 14. Con i nostri nuovi compaesani così pieni di sincerità, amore, coi sorrisi e gli abbracci dei bambini che sono oggi qui da noi. È molto importante in questo periodo riuscire a dare il calore della vicinanza e a creare un ambiente domestico, per curare le loro ferite causate dalla guerra. Se riusciremo a fare ciò, potremo dire di aver festeggiato la Pasqua. Le storie delle mamme fanno tremare il cuore, ma il sorriso dei bambini ti chiede di rispondere con un sorriso. Chiediamo a Dio che ci porti non solo la pace, ma che ci incoraggi per poter essere capaci di perdono, uno dei gradini più importanti che Gesù ci insegna negli ultimi momenti della Sua vita. Buona Pasqua a tutti. (padre Vasyl Verbitskyy)

Ucraina: Mci Germania e Scandinavia, iniziative di solidarietà per i profughi

13 Aprile 2022 - Francoforte -  Nelle comunità italiane in Germania e Scandinavia si sono attivate tante iniziative di solidarietà con l’Ucraina, in proprio o con altri Enti, oltre alle numerose preghiere per la pace: collette di fondi, raccolta di oggetti, accoglienza dei profughi. La Delegazione delle Missioni Cattoliche Italiane ed i mezzi di comunicazioni propri come il Corriere d’Italia stanno ricevendo e pubblicando informazioni su queste iniziative.

Ucraina: l’accoglienza come strada per la pace

13 Aprile 2022 -
Roma - Kiev, dove "segnali di pace" e forza d'animo della popolazione si confrontano con la sofferenza e I timori per i combattimenti nell'est dell'Ucraina, e Roma, che lancia il suo messaggio di pace accogliendo e tutelando I fragili, provando a immaginare percorsi di integrazione anche in ascolto della sua comunità di origine ucraina. Un legame, quello tra Kiev e Roma, tra l'Ucraina e l'Italia, a ormai 48 giorni dall'inizio dell'offensiva militare russa il 24 febbraio, ieri al centro di un dibattito pubblico nella sede dell'agenzia di stampa Dire. I temi sono in evidenza nel titolo, 'Roma Ucraina. Gli aiuti, l'accoglienza, le diaspore: una città per la pace'. A partecipare anche anche due religiosi ucraini, uno di base a Roma, don Marco Yaroslav Semehen, rettore della basilica minore di Santa Sofia degli ucraini greco-cattolici e direttore Migrantes dell'Esarcato Apostolico dei cattolici ucraini, e uno in videocollegamento da Kiev, don Maksim Ryabukha, salesiano. Apre i lavori, sollecitato dal moderatore, il giornalista Vincenzo Giardina, proprio don Ryabukha. "Kiev sta piano piano tornando in una condizione normale, ma è pur sempre la normalità di uno stato di guerra" scandisce il sacerdote anche in riferimento al recente ritiro delle forze armate russe dai sobborghi della capitale. "La consapevolezza che il conflitto imperversa nel sud e nell'est del Paese provoca molta tristezza". Sentimenti forti, quelli che animano gli abitanti di Kiev, che come luci e ombre dialogano con "la presenza di Dio, molto forte in questi giorni qui", e con "i segnali che ci fanno credere alla pace" e che fanno pensare che "non è vero che il conflitto durerà mesi o anni, come dicono in molti". L'orizzonte temporale torna anche nelle riflessioni di don Semehen. Se è vero infatti che in circa un mese e mezzo 4,6 milioni di persone hanno già lasciato l'Ucraina e oltre 83mila sono già giunte in Italia, il sacerdote guarda anche al futuro e riflette sul presente. "Il Comune di Roma e la Regione Lazio, insieme alle comunità ecclesiastiche, stanno facendo uno sforzo immenso per accogliere" dice don Semehen, che però si chiede: "Dove alloggeranno in futuro queste persone? Perché gli alloggi al momento sono temporanei e questo crea vari problemi, per esempio le famiglie ospitate in hotel non possono iscrivere I figli a scuola". Tre le priorità da affrontare per il dopo, secondo il rettore della basilica di Santa Sofia, un riferimento per i circa 15mila cittadini ucraini residenti a Roma già da prima dello scoppio della guerra: "Assistenza psicologica, perché tante persone stanno manifestando disagio e malanni psico-somatici; tutela dei minori; alloggi permanenti". Ad attraversare trasversalmente questi tre aspetti, si intuisce, è la cura e l'assistenza dei più fragili. Di questo aspetto, inteso come "priorità", dice Barbara Funari, assessore alle Politiche sociali di Roma capitale. "Siamo felici di aver potuto fornire un rifugio sicuro a persone in condizioni di vulnerabilità, come persone non vedenti o genitori anziani con figli disabili", sottolinea la dirigente, che pure guarda alla prossima fase, quella della seconda accoglienza anche per molte delle "2mila persone ospitate in strutture alberghiere convenzionate con il Comune che fra poco si troveranno ad affrontare la stagione turistica". Riferisce Funari: "Al momento stiamo lavorando in stretto coordinamento con la Regione Lazio per provare a tutelare le persone più vulnerabili nelle fasi di trasferimento che potrebbero seguire, provando a chiedere che rimangano a Roma qualora abbiano già avviato un percorso di integrazione, iscritto i bambini a scuola o abbiano necessità sotto il profile socio-sanitario". E' una prova di accoglienza, che secondo Mario Giro, esponente della Comunità di Sant'Egidio già viceministro degli Esteri, dimostra una volta di più che "gli europei sono molto più accoglienti di quanto la politica racconti". E a confermarlo, dice Giro rispondendo implicitamente alle polemiche sul presunto "doppio standard" dell'accoglienza dei Paesi europei, anche "quello che abbiamo visto coi tanti siriani fatti arrivare con I corridoi umanitari", organizzati dal 2016 da Sant'Egidio e dale Chiese protestanti in partnership con le istituzioni italiane. "Ora - sottolinea Giro - lo vediamo ancora con i tanti ucraini accolti in Polonia e nei Paesi del continente".

Ucraina: 91 mila i profughi in Italia

12 Aprile 2022 -
Roma - Sono 91.137 a oggi le persone in fuga dal conflitto in Ucraina arrivate in Italia, 87.217 delle quali alla frontiera e 3.920 controllate dal compartimento Polizia ferroviaria del Friuli Venezia Giulia. Ne dà notizia il Viminale precisando che “si tratta di 47.112 donne, 10.229 uomini e 33.796 minori” e che “l’incremento, rispetto a ieri, è di 1.217 ingressi nel territorio nazionale”. Sono confermate come principali città di destinazione Milano, Roma, Napoli e Bologna.

Ucraina: circa 90mila i profughi in Italia

11 Aprile 2022 -
Roma - Sono 89.920 a oggi le persone in fuga dal conflitto in Ucraina arrivate in Italia, 86.048 delle quali alla frontiera e 3.872 controllate dal compartimento Polizia ferroviaria del Friuli Venezia Giulia. Si tratta di 46.491 donne, 9.984 uomini e 33. 445 minori.  Le città di destinazione dichiarate all'ingresso in Italia sono ancora Milano, Roma, Napoli e Bologna.

Ucraina, Bosnia: nel campo profughi di Usivak dove si ‘gioca’ per vivere

11 Aprile 2022 -  Ušivak - Sahim ha 11 anni e viene dal Pakistan, ma dice di non ricordare da quale città. Grandi occhi neri, come i suoi capelli, si aggira in ciabatte, nonostante il freddo e la neve, nel centro di accoglienza temporanea di Ušivak, vicino a Sarajevo, dove vive, da solo, da poco più di otto mesi. Suo padre è riuscito nel “Game” (il gioco), come viene chiamato da queste parti: il tentativo di attraversare i confini dei Paesi balcanici per cercare, a costo della vita, di entrare in territorio Ue, meta finale, percorrendo sentieri impervi, evitando freddo, fili spinati, animali selvatici, barriere, telecamere termiche, campi minati, droni, polizia, manganelli e formazioni paramilitari. Ora si pensa che sia in Germania. Sahim, invece non ce l’ha fatta: il camion dove il padre lo aveva nascosto per passare clandestinamente il confine croato è stato bloccato dalla polizia di frontiera che, scopertolo, lo ha rispedito a Ušivak. Della madre non si sa molto, “forse è in Francia”, “forse è morta”, dicono gli operatori del campo. Ora Sahim attende che il padre chieda il ricongiungimento familiare per portarlo in Germania. Ma i tempi sono lunghi, prima deve trovare un lavoro, costruirsi una nuova vita e solo allora potrà riabbracciare il figlio. Intanto il piccolo tira calci ad un pallone sgonfio e passa il suo tempo con altri bambini migranti nel ‘Social corner’ del centro, coccolato dai 5 caschi bianchi di Caritas Italiana che svolgono qui il loro servizio civile, tra lezioni di scuola, laboratori manuali, giochi e balli. Dono di Papa Francesco. Il social corner, avviato nell’ottobre del 2020, è il frutto di una donazione di Papa Francesco che ha deciso così di sostenere alcuni progetti di accoglienza lungo la Rotta Balcanica, quel percorso che dalla Grecia risale la penisola balcanica fino ad arrivare nei paesi Ue. Unica porta per migliaia di migranti per entrare in Europa. Tra questi progetti spiccano i Social Corner di due campi di accoglienza temporanea della Bosnia-Erzegovina, Ušivak (Sarajevo) e Sedra, nella zona di Bihac, al confine con la Croazia. Si tratta di un prefabbricato dentro il quale è stato arredato uno spazio per laboratori e attività manuali, corsi di lingua e giochi. Un luogo dove ogni giorno i volontari  distribuiscono tè o caffè caldo. "Game is over". Oggi al Social Corner di Ušivak si canta e si balla al ritmo dei tamburi. I volontari di Caritas Bosnia e i caschi bianchi di Caritas Italiana hanno organizzato una festa sia per i più piccoli e le loro famiglie che per i più grandicelli. Poi pizza per tutti. La gradinata in cemento del vecchio teatrino all’aperto, decorata con i colori della pace, si riempie di persone richiamate dalla musica. I tratti dei volti ne rivelano la provenienza, Iran, Afghanistan, Pakistan, Siria, Iraq, Africa e persino da Cuba. “In questo periodo – dice al Sir Gorana Lovric, coordinatrice del Social Corner – ospitiamo circa 200 persone. Il campo di Ušivak è destinato a ricevere famiglie e minori non accompagnati, fino a un totale di 800 persone. Il nostro compito al Social Corner? Accogliere i migranti, aiutarli, rispettando la loro dignità di esseri umani, come ci insegna Papa Francesco. Lo facciamo con gesti semplici, come offrire loro una tazza di tè o di caffè. In questo modo parliamo, condividiamo le loro storie, capiamo ciò di cui hanno bisogno. Siamo orecchi pronti ad ascoltarli e braccia aperte pronte a stringerli. Sono persone con storie di povertà e di disperazione alle spalle che non ti chiedono nulla, solo essere ascoltati”. In questi anni di attività al Social Corner, Gorana ha conosciuto tanti giovani. Tutti hanno provato il Game, ma solo qualcuno ce l’ha fatta come il ragazzo iraniano di soli 15 anni, con alle spalle tutta la Rotta Balcanica: dalla Turchia alla Bosnia, passando per Grecia, Albania, Montenegro e Serbia. “Dopo aver sostato qui al campo per oltre un anno aveva deciso di seguire alcuni suoi amici più grandi. Voleva provare il Game. Di lui nessuna notizia per molto tempo. Un giorno una telefonata: ‘Teacher, game is over’, “Maestra, il gioco è finito!”, era il suo modo per dirmi che ce l’aveva fatta, era arrivato in Inghilterra. Ho pianto di gioia. Sono giovani che hanno diritto a vivere con dignità, a un futuro. Quando vedo questi giovani che provano il Game penso a mio fratello, a mio figlio, e piangi. Piangi perché sai quanto sia importante per loro arrivare in Europa, lasciarsi dietro povertà e guerra".Bosnia, nel 1992. Sono sopravvissuta. Ma il loro presente oggi è più pesante del mio passato. Così ci mettiamo nei loro panni e siamo pronti ad aiutarli a riavere la dignità che hanno tolto loro”. Una vita di inferno. Gorana parla e Sahim continua a tirare calci al pallone mentre si gusta il suo trancio di pizza. È ora di pranzo a Ušivak. Si avvicina un giovane iraniano, Daniel Hozhabri, viene da Teheran. Con i suoi 34 anni è il veterano del centro di Ušivak. Ha voglia di parlare e racconta di essere qui da 4 anni: “sono scappato dal mio Paese senza portare nulla con me, in tasca solo un sogno, la musica. In Iran ci sono tanti problemi che nessuno vuole risolvere. Non c’è libertà, i cittadini vivono sotto dittatura. Da quando poi nel confinante Afghanistan sono tornati i talebani i problemi sono aumentati”. Racconta di aver trascorso 10 anni in diversi Paesi di transito, “muovendomi in gran parte a piedi, con il rischio di essere respinto ogni volta. Una vita di inferno – dice con voce strozzata – ma non siamo animali, siamo esseri umani. Cerchiamo solo pace e futuro, ne abbiamo diritto”. Per questo Daniel ha provato tante volte il Game senza riuscire mai ad arrivare alla meta. “Mi hanno sempre preso. L’ultima volta pochi giorni fa. Le guardie di frontiera in Croazia mi hanno fermato e sequestrato il cellulare e il power bank. Me li hanno fatti a pezzi sotto i mei occhi. Eravamo in undici, con noi c’erano anche delle donne con sei bambini piccoli. Ci hanno rispedito tutti a Bihac in Bosnia. Da Bihac poi sono tornato qui a Ušivak”. “Questo campo non è la migliore soluzione ma ci adattiamo” afferma il giovane iraniano che dall’alto dei suoi 4 anni a Ušivak conosce ogni centimetro del campo: “Questa è l’area riservata ai contagiati dal Covid, mentre più in basso ci sono i laboratori di sartoria e il centro clinico”. Gli alloggi sono tutti allineati uno dietro l’altro, le finestre parzialmente oscurate con delle coperte per non far filtrare la luce solare. Un campo di calcetto pieno di buche con porte improvvisate ricavato da un vecchio parcheggio, poco distante un container adibito a palestra. Incontriamo alcuni giovani ospiti intenti a scrivere al cellulare. Uscire da Ušivak per andare a Sarajevo chiede tempo, pertanto preferiscono restare all'interno della struttura. Problemi di lingua e la mancanza di soldi, fanno il resto. Uno di loro è salito sopra una collinetta “perché lì c'è più segnale”, rivela  Daniel. La visita termina davanti al suo alloggio: un container con tre letti a castello, una finestra malmessa che lascia passare aria. I pochi effetti personali sparsi sul letto. “Adesso ci vivo da solo, e ho spazio, ma fino a qualche mese fa eravamo in sei. Non ci si poteva muovere". "Nonostante tutte le difficoltà continuo a credere nell’umanità e che ci sarà un futuro dignitoso anche per me”. La voce dell'Oim. Negli ultimi anni la pandemia ha rallentato gli arrivi in Bosnia rendendo più gestibile il flusso dei migranti. “Oggi nei 5 centri di accoglienza temporanea in Bosnia sono ospitate circa 2000 persone – spiega Margherita Vismara, coordinatrice dei programmi Oim (International Organization for Migration) –. La loro permanenza nei campi è varia. A Ušivak, per esempio, il 20% dei migranti si trattiene per sei mesi-un anno, il 20% più di un anno, il restante 60% per meno di sei mesi. Le famiglie attendono di ricongiungersi con i parenti che sono già in Europa, ma le procedure possono essere molto lunghe. Per questo motivo sono in molti a provare il Game. Come Oim cerchiamo di evitare che bambini e donne debbano affrontare camminate notturne in foreste, in terreni pericolosi, in mezzo al freddo e alla neve, per entrare nell’Ue. Questa gente arriva a camminare fino a 20 o 30 km. in una notte portandosi dietro i bambini anche in tenera età. Tante volte si sono smarriti e ci hanno rintracciato al telefono per chiedere aiuto. In alcuni casi Protezione civile e Soccorso alpino sono intervenuti con le moto slitte. Non è facile arrivare anche perché la Croazia non è ancora in Schengen e quindi devono raggiungere la Slovenia”. In lotta per un sogno. Ne sa qualcosa Mazar Sharif, che il Game lo ha provato diverse volte. “Sono afgano – racconta il giovane ospite - ho frequentato fino alla sesta classe, la prima media. Sono fuggito che ero ancora un bambino, insieme a mia sorella e a suo marito, perché non vedevo un futuro. Nel mio Paese non c’è libertà, non c’è lavoro solo tanta povertà. Con i talebani la situazione è peggiorata: ti entrano in casa e ti portano via, come si fa a vivere così. Sono fuggito prima in Iran per cercare di aiutare la mia famiglia, poi in Turchia e in Grecia dove mi sono separato da mia sorella. Ho proseguito per il Montenegro, la Serbia, fino a qui, in Bosnia. Dalla Grecia alla Bosnia ho camminato. Sono stati tre lunghi anni durante i quali ho cercato di vivere con piccoli lavori, con qualche aiuto da casa. Vorrei andare in Francia, mi piacerebbe studiare". "Ricordo sempre quello che mi disse un mio amico, che ora vive in Germania: dobbiamo lottare per il nostro futuro e per realizzare i nostri sogni. È ciò che farò ogni giorno fino a quando avrò la forza”. Si è fatta sera, Daniel e Mazar rientrano nei loro prefabbricati. Lo stesso fa Sahim ma non prima di aver ripreso il suo pallone sgonfio finito sotto un'auto di un addetto alla sicurezza del campo. Giusto il tempo di salutare i suoi piccoli amici. La partita la finiranno domani. In attesa del prossimo Game... (Daniele Rocchi - Sir)

Ucraina: Acli, “gli ucraini che hanno lavorato in Italia e che ora sono costretti a rientrare qui continueranno a godere della pensione”

11 Aprile 2022 - Roma - "Gli ucraini che hanno lavorato per un’intera vita in Italia e che ora sono costretti a rientrare nel nostro Paese potranno continuare a godere della pensione". Lo ha stabilito il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, che ha accolto una delle proposte Acli, presentate ufficialmente lo scorso 17 marzo alla Camera dei Deputati. "Un mese fa l’associazione ha chiesto che per l’intera durata dell’emergenza in Ucraina, l’Inps continuasse ad erogare la pensione da espatriati, quella cioè che spetta a chi abbia regolarmente lavorato in Italia e sia poi espatriato in Ucraina, e che si potesse ritirare la pensione presso le Poste Italiane e su altri canali bancari diffusi a livello internazionale", affermano le Acli. In base all’articolo 18 della legge n. 189/2002, la pensione di espatrio viene erogata solo a chi decide di rientrare nel proprio Paese di origine: il venire meno della condizione di rimpatrio definitivo comporta la revoca della prestazione pensionistica. Ma a partire dal 24 febbraio 2022, a causa della guerra, molti cittadini ucraini, titolari di pensione italiana, sono stati costretti a lasciare l’Ucraina per stabilirsi nuovamente in Italia o in altri Stati. Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha comunicato all’Inps che “fino a quando non verranno a crearsi le condizioni per un rientro nel Paese in sicurezza, le pensioni già in essere potranno continuare ad essere erogate anche in Paesi diversi dall’Ucraina e in Italia”.