27 Maggio 2021 - Cosa c’è nel mistero di Dio? C’è dentro qualcuno? C’è dietro qualcosa? Per capirlo l’uomo, dotato di istinto religioso, nel tempo ha usato la forma a lui più congeniale: la ragione e le deduzioni derivanti da essa. Finendo quasi sempre per ciondolare tra due estremi: Dio come un’invenzione, una proiezione delle proprie paure o esigenze; Dio come il totalmente altro ed elevato lassù nei cieli: prendere o lasciare. Nella prima lettura un indizio, può aiutarci a dipanare la questione: nel Deuteronomio Mosè attesta che l’esperienza di Israele non è quella di aver capito, cercato, sentito Dio ma quella di essere stato cercato da Dio: “si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?” Israele è la testimonianza vivente che una vita vissuta come qualcuno che è stato cercato è diversa da quella di chi prende iniziativa su tutto! Nel Vangelo, Gesù lo conferma. Egli appare ai discepoli e afferma che Lui è Dio: “a me è stato dato ogni potere, in cielo e sulla terra”. E non prosegue dicendo, come ci si aspetterebbe: ‘io sono qua: venite! Chi è qua si salva, chi non c’è, si arrangia!’ No! Ma dice: ‘io sono Dio: andate!’ Dio ci viene a cercare. E quando l’uomo riceve e accoglie l’incontro con Dio, egli diventa la mano, la voce, il corpo stesso di Dio che va a cercare ogni uomo. È dall’inizio del Vangelo che Gesù dice questo: “il Regno di Dio è vicino!” Dio non viene a spiegarci delle cose ma a donarci la sua vita, il suo modo di esistere che vuol dire la vita concreta reale, quella che vivono tutti … ma da figli, uniti al Padre celeste. E in Lui, uniti a tutti gli uomini. In questa unione, quello che celebriamo nella S. Trinità non è un teorema, qualcosa da capire ma qualcosa che ci è stato rivelato, insegnato e ci è stato donato di fare nostro per poterlo dire. Quel ‘babbo’ ci ha visitato nel Figlio e ci abbraccia nello Spirito. L’accoglienza e l’ospitalità sono la casa dove dimora stabilmente in mezzo a noi! Questo è il suo progetto: “ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo!” (p. Gaetano SARACINO)
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Vangelo Migrante: Solennità di Pentecoste (Vangelo Gv 15,26-27; 16,12-15)
20 Maggio 2021 - La Pentecoste è il compimento della Pasqua. Lo scopo della Resurrezione di Gesù non è la sua resurrezione ma la nostra resurrezione, ovverosia la grazia di vivere una vita nuova secondo il Cielo. Pertanto essa non è la fine del tempo pasquale ma il fine, lo scopo della Pasqua! Nel Vangelo Gesù, durante i discorsi dell’ultima cena, promette l’invio dello Spirito Santo per poter comprendere il suo vangelo: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da sé stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. La luce dello Spirito è indispensabile per conoscere la verità di Gesù. Lo Spirito non rivela cose nuove, ma è la luce nuova che consente di comprendere il senso profondo di tutte le cose. Il Vangelo questa volta illumina la pagina degli Atti degli Apostoli che racconta come mentre gli apostoli sono radunati tutti insieme in uno stesso posto, un grande rumore precede il dono dello Spirito che discende dall’alto e si posa sul capo di ciascuno dei presenti. L’esperienza spirituale dell’effusione dello Spirito viene descritta come un vento che non si vede eppure arriva dappertutto e come un fuoco che si divide in tante fiammelle per illuminare la mente di tutti e riscaldare il cuore di tutti. Immediatamente gli apostoli cominciano a parlare in altre lingue. Dopo aver udito quel fragore, intorno agli apostoli si raduna molta gente che sente parlare la propria lingua. Il senso dello strano miracolo che avvenne il giorno di Pentecoste è molto evidente: la ‘lingua’ dello Spirito Santo unisce e crea comunione. Quella che Babele aveva spezzato. L’alterità non viene superata dalla omologazione ma dalla comunicazione! Ciò che lega gli uomini non sono le stesse abitudini, lo tesso linguaggio o gli tessi pensieri ma l’opera di Dio che abbraccia tutti gli uomini. E la sua manifestazione è proprio lo Spirito donato a tutti. Come un vento e come un fuoco soffia, illumina e riscalda ogni uomo. I discepoli ne fanno esperienza chiedendosi: quale ‘lingua’ parla la mia vita? La lingua della solidarietà e della comunione o quella della divisione e dell’egoismo? Nel volto dell’altro vedo un fratello da amare o un rivale da superare? Se la verità di Dio è l’amore anche la nostra verità è l’amore. E lo Spirito ci insegna il linguaggio della verità e quello dell’amore: un linguaggio che ci consente di comprendere la verità del Vangelo e di conseguenza la verità su ogni cosa. Veni Sancte Spiritus! (p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: Ascensione del Signore (Vangelo Mc 16,15-20)
13 Maggio 2021 - Dopo la Resurrezione di Gesù ha inizio il tempo delle apparizioni che dura quaranta giorni e termina con la sua Ascensione al Cielo: “il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”. Proprio nell’Ascensione i discepoli comprendono meglio il senso della Resurrezione: il Signore Gesù, assunto in cielo, è l’unico Signore del cielo e della terra. In ciò che ha detto e nel suo modo di aver vissuto, noi troviamo la strada verso il ‘cielo’, verso la casa del Padre. Essa non è la vittoria di un corpo sulla legge di gravità ma, come dice papa Benedetto: “è la navigazione del cuore che ti conduce dalla chiusura in te, all’amore che abbraccia l’universo”. A questa navigazione del cuore Gesù chiama un gruppetto di uomini impauriti e confusi, un nucleo di donne coraggiose e fedeli, e affida loro il mondo: “allora essi partirono e predicarono dappertutto”. Li spinge a pensare in grande e a guardare lontano: il mondo è vostro! E lo fa perché crede in loro, nonostante abbiano capito poco, nonostante abbiano tradito e rinnegato, e molti dubitino ancora. Egli ha fiducia in loro più di quanto loro ne abbiano in sé stessi e non li abbandona: “il Signore agiva insieme con loro”. La fiducia e la sinergia sono l’espressione dell’unica forza, dell’unica linfa, dell’unica vita che scorre tra Lui e loro e raggiunge ogni angolo della terra in ogni gesto di bontà, in ogni parola viva. Nelle mani del discepolo sono le Sue mani, nell’amore del discepolo il Suo amore, nella terra che il discepolo percorre le Sue radici, nelle sue azioni tutta la potenza del Padre: il cielo di Dio in terra. Non è un modo di dire. Gesù indica i segni concreti che accompagnano quelli che credono: nel Suo nome ci si smarca dalla presa della menzogna, si parla un linguaggio nuovo capace di toccare il cuore, si prende in mano la realtà anche più dura senza paure, non ci si intossica dinanzi alle leggi del mondo e si ama: “imporranno le mani sopra i malati e questi guariranno”. Come accadde a Francesco di Assisi con il lebbroso: nella relazione lo fece sentire uomo, nell’abbraccio quell’uomo iniziò a guarire. Nell’Ascensione, Gesù unisce la terra al cielo di Dio; l’abbraccio tra la terra e il cielo sono le opere compiute da persone amate, che sanno amare. (p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: VI domenica di Pasqua (Vangelo Gv 15,9-17)
6 Maggio 2021 - “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi, rimanete nel mio amore” è l’essenza del cristianesimo, una dichiarazione di Gesù che custodisce le cose determinanti della fede. È la pagina del Vangelo di questa domenica: un canto ritmato sul vocabolario degli amanti: amare, amore, gioia, pienezza. È così che si sta dinanzi a Dio: non da servi ma da amanti. Non per perderci in qualcosa fuori dal tempo e dalla storia ma in gesti concreti che hanno un principio ed un fine. Il primo atto dell’amore è farsi raggiungere dall’amore di Dio. Contrariamente a quanto si pensa, l’amore non è una cosa ‘da fare’ ma da ‘lasciar fare’. Perché l’amore è di Dio ed è da Dio: tutto il resto è a Sua immagine. È una sfida, per nulla facile, perché rischiamo di proiettare anche in Dio le paure, le delusioni, i tradimenti dell’amore umano. Per questo Gesù si avvicina alla nostra umanità e ci dice: voi nell’amore già ci siete: “rimanete nel mio amore”; l’amore non è statico ma dinamico: “amatevi gli uni gli altri”; io sono la misura del vostro amore: “amatevi come io vi ho amato”. In cambio è prevista la Sua gioia che, quando raggiunge noi, diventa ‘gioia piena’. La pienezza è un canale di scambio che bagna contemporaneamente tutti i margini che raggiunge. Non c’è un di qua e un di là ma una presenza contemporanea dell’unico amore che tocca e raggiunge tutti. Nessuno escluso. Bagnati da quell’amore abbiamo il dovere di darlo e riceverlo. L’unità di Gesù con i suoi discepoli suggellata nelle immagini del pastore con le pecore e della vite con i tralci, questa domenica viene sigillata dall’amore. In esso viviamo, ci muoviamo, esistiamo. (p. Gaetano Saracino)
- Gaetano SARACINO
Vangelo Migrante: V domenica di Pasqua (Vangelo Gv 15,1-8)
29 Aprile 2021 - Nella Resurrezione, Gesù è vivo e vivifica i suoi discepoli, vive dove vivono loro come il pastore con le pecore. Si, ma come passa la sua vita ai discepoli? Lo spiega il Vangelo di questa domenica con l’immagine della vite e dei tralci. Lui è la vite e i discepoli i tralci. Dio è l’agricoltore. Lui e i discepoli sono la stessa cosa, la stessa pianta, la stessa vita, un’unica radice, una sola linfa. Come tralci, i discepoli sono della stessa materia, come scintille di un braciere, come gocce dell’oceano, come il respiro nell’aria. Gesù-vite spinge incessantemente la linfa verso l’ultima gemma; la vita non dipende dal discepolo, dipende da Lui. Il discepolo-tralcio può fare solo una cosa: portare frutto. Nemmeno una stilla di quella linfa può essere sprecata. Per questo, l’agricoltore taglia e mette da parte il tralcio sterile e, sorprendentemente, direbbe un profano, taglia anche quello fecondo. Si, subito dopo la gemma lo pota perché porti più frutto. È un Dio che non impugna lo scettro ma la zappa, non siede su un trono ma sul muretto della vigna. Cura il suo Regno e ha a cuore solo una cosa: che porti frutto. “Ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto”. Potare non significa amputare, bensì togliere il superfluo e dare forza; potare vuol dire eliminare il vecchio e far nascere il nuovo. Ogni taglio fa male ma non è un male. In esso c’è già il frutto più grande e coincide con quel: “chiedetemi quello che volete e sarà fatto!” Questo accade “se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi”. La relazione con Dio non è una installazione. Essa è un viaggio diretto ad una meta. Va eliminato ciò che lo rallenta e lo appesantisce. Immagine a cui non possiamo sottrarci: disperdere linfa impedendo la meta e i frutti, è opporsi a Dio. Quando ci si opponea Dio, sappiamo come va a finire! Come il tralcio sterile: l’agricoltore lo taglia e lo mette da parte, quindi secca poi altri “lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”. Quante ‘storie’ sono finite così? Quante scuse portiamo per difendere le nostre sterilità? Quante lacrime forse stiamo versando perché qualcosa di prezioso sembra sfuggirci di mano? Può essereDio che, anche in mezzo a qualche lacrima, continua a lavorare perché possiamo avere Vita in abbondanza. (P. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: IV domenica di Pasqua (Vangelo Gv 10, 11-18)
22 Aprile 2021 - La Resurrezione può sembrare un teorema di difficile soluzione. Le riflessioni delle scorse domeniche ci hanno fatto apprendere con le parole stesse di Gesù che Lui è vivo e vivifica i suoi discepoli: “sono proprio io, toccatemi; (…) guardate; ascoltate; datemi testimonianza”. Sapere chi è e che esiste è tanto ma all’uomo serve anche vedere dov’è, che fa! Ce lo dice il Vangelo di questa domenica: “io sono il buon pastore”, letteralmente il “bel pastore”. Immagine disarmata e disarmante ma anche affascinante. Non è estetica ma attrazione che viene dal suo coraggio e dalla sua generosità: “io offro la vita per le mie pecore”. Lo ripete sei volte. Non solo difende ma offre la vita. E non solo nel Venerdì Santo ma come una madre, ogni giorno, come la linfa che fa crescere i tralci, ogni attimo. Non è interesse è simbiotica necessità. Ed è necessità anche quella di occuparsi delle pecore che “non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare”. È vita e dà la vita. Per tutti. Ovunque. Non lo decide il gregge, lo decide Lui. E non lo obbliga nessuno. Lui la vita la dà da sé stesso perché l’amore di Dio è fatto così. La differenza con il mercenario non è morale ma costitutiva: il mercenario non le sente sue. Per il buon pastore sono sue per costituzione. Entrambi escono al pascolo ma uno per un interesse, l’Altro perché possano vivere e basta. Dinanzi al pericolo uno fugge, l’Altro si immola. In questa appartenenza si fonda l’unità di quel gregge e prende senso ogni briciolo di esistenza che chiamiamo Vita: Lui è dove la Vita comincia, dove la Vita si fa e nel pericolo, non scappa. Lui c’è. E con Lui c’è Vita per tutti. Nessuno escluso! (p. Gaetano Saracino) Facebook: IV domenica di Pasqua | Vangelo 😇
Vangelo Migrante: III domenica di Pasqua (Vangelo Lc 24,35-48)
15 Aprile 2021 - Per non fraintendere o ridurre la Resurrezione solo ad un aspetto morale, occorre sostare sulle parole e sui gesti del Risorto. I Vangeli, ce ne saremo accorti, non percorrono la via della dimostrazione della Resurrezione ma quella della fede. Che non è meno documentata delle ‘prove’ empiriche. I discepoli non ‘cercano’ attorno al sepolcro e credono alle parole dell’angelo: “non è qui!”. ‘L’altrove’ non tarda a manifestarsi in incontri non richiesti né cercati ma che avvengono e li illuminano: nel Cenacolo, con e senza Tommaso, ad Emmaus, sul lago di Tiberiade o come quello di questa domenica, così come lo descrive l’evangelista Luca. Pur nella diversità delle esperienze, questi racconti non si contraddicono mai; anzi, essi concordano sempre in tre cose: c’è un turbamento dei discepoli, l’iniziativa del Maestro e una prova ‘sensibile’. Il Vangelo questa domenica racconta di Gesù che raggiunge i discepoli, impauriti e turbati e dice: “toccatemi!”. E aggiunge: “avete qualche cosa da mangiare?” La Resurrezione attiva una nuova esperienza: la percezione. Percepire è oltre il capire. Capire è un’esperienza che si ferma a ciò che si vede. Percepire è un’esperienza che abbraccia tutto ciò che si vede ma anche ciò che è nelle disponibilità o nelle possibilità di un’esperienza, anche grazie all’intuizione. Non è vedere ‘fantasmi’ ma cose e fatti nella loro interezza, completezza, profondità. Dinanzi alla Resurrezione, la percezione dei discepoli non è uno sforzo umano ma la disponibilità a muoversi su questo piano in risposta ai ‘segni’ dell’incontro e dell’offerta, proposti da Gesù! Ecco: la Resurrezione è la comprensione di ciò che di bello e di buono c’è ed esiste; la Resurrezione è ciò che libera nell’uomo forze ed energie, che nemmeno immagina di avere, e lo fa vivere! Che l’uomo viva, è la prima di tutte le leggi. E tutto ciò che va in questa direzione ci dice che siamo figli della Resurrezione. Non ne possiamo fare a meno! (p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: II domenica di Pasqua o della Divina Misericordia (Vangelo Gv 20, 19-31)
8 Aprile 2021 - Ogni domenica è detta ‘Pasqua della Settimana’, perché celebra il mistero della Resurrezione di Gesù con la stessa Solennità e la stessa intensità del giorno di Pasqua. Domenica prossima è la domenica ‘in Albis’ perché tradizionalmente quanti venivano battezzati la notte di Pasqua in questo giorno dismettevano le proprie vesti bianche. Giovanni Paolo II le accostò anche il titolo di ‘domenica della misericordia’, riprendendo dal Vangelo quanto Gesù dice ai suoi discepoli: “ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati …”. Il Vangelo ci racconta anche l’esperienza dell’apostolo Tommaso: quando Gesù viene in mezzo ai suoi discepoli la sera dello stesso giorno, quello della Resurrezione, Tommaso non c’è; Gesù torna otto giorni dopo e Tommaso è presente. Al racconto dei fatti, Tommaso non crede. La sua vicenda vive nell’immaginario come emblema del rapporto tra fede e ragione. A ben vedere, la sua storia ci rivela cos’è la fede e qual è il ruolo della ragione in relazione ad essa: non è logica e non si basa su deduzioni di tipo causa-effetto. L’assenza e la presenza nel luogo dove Gesù ‘sta in mezzo a loro’ non è marginale: per incontrare il Signore è necessaria la presenza nel Cenacolo. La fede non parte da Tommaso ma da Gesù che gli porge la mano: “metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; allunga la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo ma credente”. Essa è un’offerta di Gesù e allo stesso tempo richiede una condizione umana: la presenza nel Cenacolo, complementare alla sua proposta. L’atto del credere resta sempre un atto libero, consapevole … e onesto, a condizione che si riconosca ragionevolmente quando la verità precede le proprie convinzioni. L’effetto è visibile a tutti: la gioia! “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”, conclude Gesù. Il Signore si fa sempre trovare … da chi lo cerca e, per primo, tende la mano!
p. Gaetano Saracino
Vangelo Migrante: Domenica di Pasqua (Vangelo Gv 20,1-9)
1 Aprile 2021 - Diversi racconti che proclameremo nella veglia, nel giorno e alla sera di Pasqua, ci prestano gli occhi sullo stesso evento. Il mattino del primo giorno della settimana, gli occhi di Maria di Màgdala e l’altra Maria, quasi escono dalle orbite dallo stupore, dalla sorpresa, ma sono tutti sulla pietra tolta dal sepolcro, ma non vanno oltre: non arrivano ancora a Gesù risorto e vivo. Gli occhi di Pietro non possiedono nemmeno lo stupore emotivo dello sguardo delle donne, sono occhi delusi, indagatori, occhi che osservano, che rimangono fissi su ciò che è morto e non può essere diversamente. Lo sguardo di Pietro è lo sguardo di colui che processa la realtà, non la capisce, non riesce a concepirla insieme a tutto il resto. Pietro ha ancora gli occhi sulla croce, sul sangue, sui chiodi. È lo sguardo di colui che ha l’anima e la mente su ciò che è stato tolto e non su ciò che è stato donato. Pietro vede un sepolcro vuoto, depredato del corpo del Maestro. Gli occhi di Giovanni guardano e vedono, vedono e conoscono, riconoscono e credono, credono e amano. Lo sguardo di Giovanni nel sepolcro vuoto vede la morte, la morte depredata del suo trofeo più illustre: un corpo! E crede. È Risorto! Lo sguardo di Giovanni non vede ciò che manca ma ciò che è dato. Lui e tutta la Chiesa possono finalmente sperimentare per la prima volta cosa significhi credere veramente in Gesù. Non una fede mentale, religiosa, associativa che non entra nelle vene della vita, dei pensieri, delle emozioni e delle scelte, figlia di un momento che stabilisce le cose anche con una certa logica: assurda ma logica. La fede vera ed efficace non è scoprire che Gesù è Risorto, ma credere sempre in Gesù Risorto, fidarsi di lui. Fidarsi di lui e della sua Parola sempre e comunque al di sopra di tutto e di tutti. Se credere in Gesù non corrisponde a fidarsi e affidarsi completamente e sempre a Lui, questo credere non è fede. Per questo la Resurrezione è un dono continuo per tutti. E cambia la vita di tutti! Buona Pasqua! (p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: Venerdì Santo – Passione del Signore (Vangelo Gv 18, 1-19,42)
1 Aprile 2021 - Il Vangelo che viene proposto nell’unica liturgia ammessa in questo giorno, la celebrazione della Passione del Signore e l’Adorazione della Croce, è il racconto della Passione di Gesù secondo Giovanni. L’ultima parola di Gesù, prima di consegnare lo spirito. è: “è compiuto!” Non è un grido disperato ma è una cascata che raccoglie in sé la somma di tutti i beni e di ogni ricchezza di luce e di amore, che finalmente può riversarsi sull’umanità che desidera immergersi nella pace di Dio. Al tempo stesso, è il sigillo inviolabile di Gesù su tutte le cose che sono state, che sono e che saranno. Solo il Signore, non il servo, può dire tutto è compiuto, può dire ora è fatto, ora è tutto nuovo, è tutto in Dio. L’abbandono di Gesù al Padre è totale. È il vertice della fede da cui tutto ha inizio. Drammatico, come si può immaginare, ma necessario. Attraverso il cuore aperto del Signore crocifisso passa tutto il nostro dolore e da quel cuore ci viene donato ogni brandello della nostra luminosa umanità: “da quelle piaghe siamo stati guariti!” (p. Gaetano Saracino)

