5 Agosto 2021 - I giudei mormorano contro Gesù: ‘ma come pretendi di essere il pane piovuto dal cielo? Sei venuto come tutti da tua madre e da tuo padre. Tu vuoi cambiarci la vita? No, il Dio onnipotente dovrebbe fare ben altro: miracoli potenti, definitivi, evidenti, solari’. Ma le cose di Dio non passano per i nostri schemi, secondo quello che già conosciamo; né fanno spettacolo. La conseguenza della presunzione è solo la mormorazione. Essa non porta ad altro. E Gesù: ‘non mormorate tra voi, non sprecate parole a discutere di Dio, potete fare di meglio: tuffarvi nel suo mistero, in quel pane che discende dal cielo’. E discende per mille strade, in cento modi: anche da una frontiera! Possiamo scegliere di non accoglierlo ma Lui continuerà a venire, instancabilmente, e l’uomo avrà sempre fame, inevitabilmente: “nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”. ‘Non mormorate, potete fare di meglio: mangiate! È un gesto semplice e quotidiano, eppure così vitale e potente, e Gesù lo ha scelto come simbolo dell’incontro con Dio. In quel pane e nella convivialità risiede la frontiera avanzata del Regno dei cieli. Il Pane che discende dal cielo è l’autopresentazione di Dio: “se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Il pane che mangiamo ci fa vivere, e allora viviamo di Dio e mangiamo la sua vita, sogniamo i suoi sogni, preferiamo quelli che lui preferiva. Bocconi di cielo. Sorge una domanda: di cosa nutriamo anima e pensieri? Stiamo mangiando generosità, bellezza, profondità? Oppure ci nutriamo di egoismo, intolleranza, miopia dello spirito, insensatezza del vivere, paure? Se accogliamo pensieri degradati, questi ci fanno come loro. Se accogliamo pensieri di Vangelo e di bellezza, questi ci trasformeranno in custodi della bellezza e della tenerezza: questo fa il pane che dà la vita al mondo.
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Vangelo Migrante: XVIII domenica del Tempo Ordinario – B (Gv 6,24-35)
29 Luglio 2021 - Dopo il segno della distribuzione di cibo in abbondanza, Gesù si era ritirato in un luogo solitario per fuggire dalla folla che voleva farlo re. Appena lo ritrovano a Cafarnao, Egli spiega il motivo della sua fuga denunciando il fraintendimento del segno e più in generale dei suoi segni: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Come a dire: voi volete farmi re non perché siete disponibili a credere alla mia persona e alle mie parole, ma perché cercate dei vantaggi immediati. Le folle e, forse anche i discepoli, si sono fermati alla superficie del segno senza scorgerne l’autentico significato. Gesù li esorta a cercare un altro pane, a non guardare solo e prima di tutto ai bisogni materiali: “datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”. Ma i giudei fanno enorme fatica ad accogliere Gesù. Vogliono nuovi segni! Eppure, solo il giorno prima avevano mangiato a sazietà! Non gli è bastato! Il cibo è uno dei temi ricorrenti della Scrittura. Dio lo dà sempre in abbondanza. Che poi l’uomo sappia distribuirlo, questa è un’altra faccenda. Fin dalla creazione propone all’uomo una dieta che prevede la coesistenza del nutrimento per vivere e di un albero, quell’albero, da non toccare: non un limite ma una protezione per l’uomo. Quella pianta è il segno che la Vita della Creatura in relazione con Dio è eterna, anche quando l’esistenza nutrita dal cibo materiale finirà. Gesù risveglia questa fame e, in modo perentorio, si presenta come QUEL segno: “io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”. Lui non è il pane che sfama per un giorno soltanto, sfama per sempre, addirittura conduce alla vita eterna. Accogliere il suo messaggio e la sua persona, non rende più facile la vita, ma la salva. Abbiamo questa fame, ci interessa questo cibo?
- Gaetano SARACINO
Vangelo Migrante: XVII domenica del Tempo Ordinario – B (Vangelo Gv 6,1-15)
23 Luglio 2021 - Per cinque domeniche si interrompe la lettura del Vangelo di Marco ed inizia un’ampia pagina del Vangelo di Giovanni: il racconto della moltiplicazione dei pani a cui segue un lungo discorso di Gesù a Cafarnao. L’episodio è comune agli altri Vangeli ma quello di Giovanni ha due peculiarità: è un racconto pasquale e, dinanzi al bisogno della folla, Gesù prende l’iniziativa. L’evangelista dice esplicitamente che “era vicina la Pasqua” e che Gesù ha appena attraversato il mare di Galilea, dati ‘pasquali’ che non possono essere marginalizzati. Negli altri racconti i discepoli espongono a Gesù la preoccupazione per la situazione: “congeda la folla perché vada nei villaggi vicini a comprarsi da mangiare (Mt 14,15)”. Nel Vangelo di Giovanni tutto parte da Gesù: “egli, infatti, sapeva quello che stava per compiere”. Interroga il discepolo Filippo: “dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” e questi con realismo fa cenno alla pochezza dei mezzi a disposizione: “duecento denari non sono sufficienti”; nel mentre, arriva Andrea che dapprima incalza: “c’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci”; poi ammette: “ma che cos’è questo per tanta gente?”. È qui che Gesù vuole portare i suoi discepoli: a farli misurare con quello che li supera. Come per i discepoli, anche per noi la realtà ha dei margini che spesso sovrastano i nostri limiti, non dà vie di uscita; la sperimentiamo continuamente nella nostra finitudine. In essa echeggiano i nostri fallimenti, ci accerchiano dinamiche insoddisfacenti. E presto arriva la resa, quella che i latini giustificavano con il detto: ‘ad impossibilia nemo tenetur’ (nessuno è tenuto a fare l’impossibile). Proprio questo è il punto: avere a che fare con Gesù è qualcosa che supera l’ordinario; non è innanzitutto mettere in ordine una serie di norme, precetti morali, alti e saggi insegnamenti. Avere a che fare con Gesù vuol dire avere la consapevolezza che Lui stesso non è un evento ordinario ma straordinario: lo è l’Incarnazione e lo è la Sua Resurrezione. Per questo, la Chiesa, che ha come primo compito l’annuncio della Resurrezione, non può essere il luogo del possibile e dell’ordinario ma il luogo dello straordinario di Dio. Il discepolo fonda la loro vita su di Lui. Il racconto parla di quello che dalle mani di un ragazzo passa nelle mani di Cristo … Quando le ‘cose’ sono nelle nostre mani, sono poche e piccole quanto noi, e sono deludenti; quando le passiamo nelle mani di Dio, attraverso le mani Gesù: compaiono soluzioni, si vede come il poco diventa molto e come la scarsezza diventa abbondanza. Non è magia. È l’Opera di Dio. Ce n’è per tutti e ne avanza! (p. Gaetano SARACINO)
Vangelo Migrante: XVI domenica del Tempo Ordinario – B (Vangelo Mc 6,30-34)
15 Luglio 2021 - Lo sguardo di Gesù coglie la stanchezza dei suoi: “venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Non si ferma a misurare i risultati ottenuti nella missione appena conclusa. Per lui prima di tutto viene la persona, la salute profonda del cuore, la radice del vero benessere. Più di ciò che fanno, a lui interessa ciò che sono: come prima cosa non chiede ai dodici di pregare, di preparare nuove missioni o affinarne il metodo, ma li conduce a prendersi un po’ di tempo tutto per loro, del tempo per vivere. È il gesto di uno che vuole loro bene e li vuole felici. Il Vangelo prosegue dicendo che “sceso dalla barca vide una grande folla, ebbe compassione di loro perché erano come pecore che non hanno pastore”. Gesù si coinvolge anche con loro e, per questo, è preso fra due compassioni in apparente in conflitto: la stanchezza degli amici e lo smarrimento della folla. Gesù cambia i suoi programmi, ma non quelli dei suoi amici: “si mise a insegnare loro molte cose”. Rinuncia al suo riposo, non al loro. Dio non fa altro che considerare, eternamente, ogni suo figlio più importante di sé stesso. Stare con Gesù e guardarlo agire ci offre il primo insegnamento: come guardare, prima ancora di come agire. Prima ancora delle parole insegna uno sguardo che abbraccia; le parole che seguono, saranno appropriate e sapranno di salvezza solo se saranno mosse da uno sguardo di compassione e tenerezza. Se ancora c’è sulla terra chi ha l’arte divina della compassione, chi si commuove per l’ultimo uomo, allora questa terra avrà un futuro. Quello sguardo è la forma della speranza di restare umani, dell’arresto di una sorta di emorragia di umanità e del dominio sulle passioni tristi. (p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: XV domenica del Tempo Ordinario – B (Vangelo Mc 6,7-13)
8 Luglio 2021 - Gesù chiama i discepoli e li invia “a due a due”. La pagina di Vangelo di questa domenica sembra fermarsi più sulle forme che non sui contenuti dell’annuncio. E, a proposito di forme, l’occhio cade sulle istruzioni che Gesù dà ai suoi discepoli: andare a due a due, prendere solo un bastone, calzare dei sandali e non portare due tuniche. Non prendere pane, né sacca, né denaro. Due riflessioni. La prima è che noi saremmo tentati subito di identificarci con quei discepoli; tuttavia il Vangelo ci dice che non è innanzitutto quella la parte dove siamo chiamati a stare ma quella dei destinatari della Parola. Nessuno è in grado di portare quello che non ha ricevuto a sua volta. In quelle istruzioni ci dice come viaggia la Parola di Dio e, quindi, come va accolta: viaggia con l’essenziale e anche meno (nemmeno un tozzo di pane); ma si muove con l’aiuto di Dio e con la mano del fratello; invita a partire chiunque l’accoglie; ad uscire dalle aspettative, quelle appaganti della staticità, del pane, di una bisaccia e di qualche denaro. Essa ha una sola faccia e non due, così come si indossa una tunica, l’abbigliamento che tutti vedono. La seconda è che nella forma c’è il contenuto: il primo annuncio che i Dodici portano è senza parole ed è l’andare insieme, l’uno al fianco dell’altro, unendo le forze. Per l’essenzialità dei mezzi e per la forza che la Parola emana, nessuno può pensare di non essere capace. La parola si annuncia strada facendo e non facendo strada. Quella Parola non ci appagherà secondo i desideri umani ma ci salverà. La nostra partecipazione la rende credibile attraverso la nostra libertà e la rende efficace quando la lasciamo passare fino a tutti. Conclude il Vangelo: “ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con l’olio molti infermi e li guarivano”. Il compito del testimone non è quello di convincere ma quello di permettere alla verità di Dio di giungere a destinazione. E quegli apostoli non hanno sbagliato strada né si sono persi per strada. Con Dio, comunque, è sempre una questione di partenze e di arrivi!
p. Gaetano Saracino
Vangelo Migrante: XIV domenica del Tempo Ordinario – B (Vangelo Mc 6,1-6)
1 Luglio 2021 - Dapprima la gente rimaneva ad ascoltare Gesù stupita. Poi lo stupore si tramuta in scandalo. Perché? Probabilmente perché Gesù è un inedito: è uno che è venuto a portare un ‘insegnamento nuovo’, a mettere la persona prima della legge, a capovolgere la logica del sacrificio, sacrificando sé stesso. Chi è omologato alla vecchia religione evidentemente non si riconosce nel profeta perché non riconosce quel Dio che viene annunciato: un Dio che fa grazia a tutti, nessuno escluso, che sparge misericordia senza condizioni e fa nuove tutte le cose. La gente di casa, del villaggio, della patria, forse, è un po' come noi che amiamo andare in cerca di conferme a ciò che già pensiamo e ci nutriamo di ripetizioni e schemi, incapaci di pensare in altra luce. Gesù non parla come uno dei maestri d’Israele, con il loro linguaggio alto, ‘religioso’, ma adopera parole e immagini di tutti i giorni, quelle che tutti possono capire: un germoglio, un grano di senape, un fico a primavera diventano personaggi di una rivelazione. E allora, dov’è il sublime? Dov’è la grandezza e la gloria dell’Altissimo? Ci scandalizzano, forse, l’umanità di Dio e la sua prossimità? La buona notizia del Vangelo è proprio questa: Dio si incarna, entra dentro l’ordinarietà di ogni vita, abbraccia l’imperfezione del mondo, che per noi non è sempre comprensibile, ma per Dio è sempre abbracciabile. “Nemo propheta in patria!”, esclama Gesù. Evidentemente non è facile accettare che un figlio di carpentiere, pretenda di parlare da profeta, così come sembra inammissibile che uno che sbarca dalla riva del Mediterraneo opposta alla nostra, sia egli stesso una profezia. Ma è proprio questa l’incarnazione perenne di uno Spirito ‘che non sai da dove viene e dove va’ ma riempie le vecchie forme e passa oltre. (p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: XIII domenica del Tempo Ordinario – B (Vangelo Mc 5,21-43)
24 Giugno 2021 - Due donne. Una all’inizio della vita, una alla fine. Una di 12 anni, in fin di vita, l’altra malata da 12 anni. Né l’una né l’altra possono più essere salvate dagli uomini. Ma sia l’una che l’altra sono salvate dall’azione congiunta della forza che emana da Gesù e dalla fede: per la bambina la fede di suo padre, per la donna la propria fede. La bambina di 12 anni non riesce a diventare donna. Suo Padre, capo della sinagoga ha tutte le prerogative per imporre le mani e benedirla ma si accorge che il suo è un gesto sterile. C’è bisogno di una logica nuova: “vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”. Solo Gesù può ridonare vita. L’adulta non riesce a vivere la sua femminilità. Ha avuto a che fare con i medici che le hanno preso tanti beni ma non hanno risolto nulla. Anzi. La sapienza degli uomini l’ha dilapidata e a questa donna non resta che toccare la vita di Cristo: “se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata!”. Le ‘perdite di vita’ sono esperienze comuni a tutti gli uomini. Come le affrontiamo? Forse cercando segni improbabili, tipo miracoli promessi dai santoni di turno o risposte analitiche che indagano, spiegano ma non esauriscono il mistero che si nasconde dentro un dolore. Facciamo come i giudei che chiedono miracoli o i greci che cercano sapienza … ma il problema resta: “e mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani (1Cor 1, 22-23)“. La logica di Gesù è altra. Cristo porta la vita di Dio: un padre deve accettare che il Padre sia Dio e una donna toccandolo, ammette che prima di capire serve un contatto con Lui. Il problema è incrociare quella vita. È la Sua vita che guarisce la vita. Per questo Dio ce lo ha mandato. Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi, dice la prima lettura. Ha creato le cose perché vivano. La prima chiamata che Dio ci fa è vivere. E noi siamo nati per esistere veramente. Capire le cose non vuol dire salvarle. Le cose le salva l’unico salvatore.
p. Gaetano Saracino
Vangelo Migrante: XII domenica del Tempo Ordinario – B (Vangelo Mc 4,35-41)
17 Giugno 2021 - Una notte di tempesta e di paura sul lago, e Gesù dorme. È l’immagine della vita, quella dove nessuna esistenza sfugge all’assurdo e alla sofferenza, e Dio sembra non parlare, rimane muto. E nella notte nascono le grandi domande: ‘Non ti importa niente di noi? Perché dormi? Destati! Vieni in aiuto!’ E Gesù: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” Dio non è altrove e non dorme. È qui. È presente, non secondo le nostre aspettative ma per come è Lui veramente. “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”, si chiederanno, alla fine, i discepoli. Vorremmo tanto che il Signore gridasse subito all’uragano: ‘taci’; e alle onde: ‘calmatevi’; e alla nostra angoscia ripetesse: ‘è finita’. Il risorto invece è Colui che vuole salvarci e lo fa chiedendoci di mettere in campo tutte le nostre capacità, tutta la forza del cuore e dell’intelligenza. Non interviene al posto nostro, ma insieme a noi; non ci esenta dalla traversata, ma ci accompagna nell’oscurità. Non ci custodisce dalla paura, ma nella paura. “Non ti importa che moriamo?”, urlano i discepoli. La risposta di Gesù, senza parole, è raccontata dai gesti: ‘mi importa di te, mi importa la tua vita, tu sei importante. E sono qui. A farmi argine e confine alla tua paura. Sono qui nel riflesso più profondo delle tue lacrime, come mano forte sulla tua, inizio d’approdo sicuro’. L’intera nostra esistenza può essere descritta come una traversata pericolosa, un passare all’altra riva. Una traversata è anche iniziare a sperare; andare incontro al futuro che si apre davanti; è vincere paure, ma è anche accogliere, fare posto a poveri e stranieri ... C’è tanta paura lungo la traversata, anche legittima. Ma le barche non sono state costruite per restare ormeggiate al sicuro nei porti. Il Signore non è un maestro che dà istruzioni né un ospite illustro della barca. Il viaggio deve iniziare da Lui, prima ancora che ci sorprenda la tempesta: chi parte da sé stesso arriva a sé stesso; chi parte con Dio arriva a Dio! (p. Gaetano SARACINO)
Vangelo Migrante: XI domenica del Tempo Ordinario – B (Vangelo Mc 4,26-34)
10 Giugno 2021 - Il Regno di Dio seminato nel cuore dell’uomo è al tempo stesso evidente e misterioso come la crescita di un essere vivente, come la forza esplosiva di un seme. Miracoli ai quali si assiste e se ne è coinvolti ma che non dipendono dalle sole forze umane. E accade che per la mancanza di risultati sensibili, forme di successo o prestigio, dopo una prima ondata di entusiasmo, possa subentrare un raffreddamento che diventa opposizione, quindi rifiuto. Il Vangelo di Marco questa domenica risponde con due immagini-parabole alla crisi derivante dal ‘nascondimento’ del Regno: come i discepoli, anche i credenti di oggi sono sempre più un ‘piccolo gregge’ e si chiedono: perché così pochi credono e si convertono? Perché la parola di Dio non attrae? Perché non cambia il mondo? Perché il Signore ci ha lasciato un messaggio così difficile e così diverso da quello delle culture emergenti? “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno il seme cresce. Come, egli stesso non lo sa”. La fede del discepolo è fondata sulla fiducia in Dio, non nei segni esterni che le danno un peso, un ruolo, una dignità. Gesù ci educa a non aggrapparci a ciò che sembra realtà perché si vede, ma ad aprire gli occhi su ciò che veramente è, sulla realtà misteriosa del regno, che sta fruttificando silenziosamente, che offre i suoi benefici, i suoi orientamenti agli uomini, anche se noi non ce ne accorgiamo. Allo stesso modo: “il Regno di Dio è come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto …”. Il regno è opera di Dio, non dell’uomo, non del suo attivismo sfrenato, della sua organizzazione, del suo potere politico o economico, del suo prestigio culturale. Nasce dalla forza intrinseca che la Parola di Dio (il seme) porta in sé. Non si tratta di ‘parabole del disimpegno’. Al contrario: c’è innanzitutto l’impegno del gettare il seme, cioè dell’annuncio, della testimonianza e del dialogo. Non è poco. Per di più la parabola richiede il massimo dell’impegno: quello di preoccuparci dell’autenticità evangelica delle cose che annunciamo o testimoniamo con il nostro agire. Se il seme è buono, se il nostro parlare e il nostro agire sono davvero fedeli al Vangelo, se siamo capaci di giustizia vera, di amore non occasionale, emotivo o interessato, certamente porteranno frutto. Viene bene quanto diceva S. Ignazio di Loyola: “agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio!” (p. Gaetano SARACINO)
Vangelo Migrante: Solennità del Corpus Domini (Vangelo Mc 14, 12-16. 22-26)
3 Giugno 2021 - Dio non è venuto nel mondo con il semplice obiettivo di perdonare i nostri peccati. Sarebbe una visione riduttiva, sia di Dio che dell’uomo. Dio è venuto a portare sé stesso: molto più del perdono dei peccati. Egli ci fa dono non solo dell’amore che crea la vita ma anche del nutrimento che la sostiene. “Prendete, questo è il mio corpo”, dirà oggi Gesù nella solennità del Corpus Domini. C’è un’esperienza che risuona nella prima lettura e nel Vangelo odierno che spiegano meglio questa unione: l’Alleanza. Quella di Israele ai piedi dell’Oreb e quella che Gesù rinnova nell’ultima cena. Israele comprende che quel Dio che lo ha cercato è lo stesso che ora vuole rimanere con lui attraverso un patto: l’Alleanza, a partire dalle dieci parole. Israele si impegna in modo solenne a rispettarla e Dio promette di essere il Dio fedele. Ma, nonostante tutti gli sforzi, le infedeltà si moltiplicano e quell’Alleanza fa acqua da tutte le parti. Arriva Gesù e attraverso il suo proprio sangue versato, l’umanità, non per sforzo ma per grazia, non per coerenza ma per dono di Dio, rientra in Alleanza con Dio. Gesù è colui che Dio stesso ha mandato a prendere la parte dell’uomo (la controparte dinanzi a Dio) per essere suo alleato fedele e per sempre. Attraverso Gesù non servono più coerenze e sforzi interiori. No. Gesù stesso è santificazione, redenzione e purificazione e chi partecipa al Suo corpo e al Suo sangue, il sangue della nuova Alleanza, viene trasformato in quello che riceve. Nel diventare un corpo solo con Lui, Lui in noi diventa l’alleato fedele: “prendete, questo è il mio corpo (…) e questo è il mio sangue dell’alleanza”. Non serve più essere all’altezza di qualcosa. Nel Corpus Domini, noi celebriamo l’Alleanza con Dio in Cristo. In Lui siamo proprio quello che Dio voleva per noi. Non si tratta di essere forti. Si tratta di allearsi con il forte!
p. Gaetano Saracino

