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Vangelo Migrante ( Vangelo Gv 1, 6-8. 19-28)

10 Dicembre 2020 - In questa domenica irrompe la figura di Giovanni il battezzatore, figlio di un sacerdote. Egli ha lasciato il tempio e il ruolo, è tornato al Giordano e al deserto, là dove tutto ha avuto inizio, e il popolo lo segue alla ricerca di un nuovo inizio, di una identità perduta. Ed è proprio su questo che i sacerdoti e i leviti di Gerusalemme lo interrogano, incalzandolo per ben sei volte: Chi sei? Chi sei? Sei Elia? Sei il profeta? Chi sei? Cosa dici di te stesso? Le risposte di Giovanni sono sapienti e straordinarie allo stesso tempo. Noi, per dire chi siamo e per definirci siamo soliti aggiungere, elencare informazioni, titoli di studio, notizie, realizzazioni. Giovanni il Battista fa esattamente il contrario; si definisce per sottrazione, e per tre volte risponde: io non sono il Cristo, non sono Elia, io non sono... Giovanni lascia cadere, ad una ad una, quelle identità, prestigiose ma fittizie, per ritornare a ciò che arde per davvero nella sua vita. E lo ritrova per sottrazione, per spoliazione: “io sono voce che grida”. Lui è solo voce, la Parola è un Altro. Il suo segreto è oltre se stesso. Lui è uno che ha Dio nella voce, è un figlio di Adamo che ha Dio nel respiro. Lo specifico della sua identità, quello che qualifica la sua persona, è quella parte di divino che sempre compone l’umano. Quel “tu, chi sei?”, oggi è rivolto anche a noi, come domanda decisiva. La risposta consiste nello sfrondare la nostra identità da apparenze e illusioni, da maschere e paure. Nel meno c’è il più. Poco importa quello che abbiamo accumulato, conta quello che abbiamo lasciato cadere per tornare all’essenziale, ad essere un tutt’uno-con-Dio. Una unità che crede in un Dio dal cuore di luce, che crede nel sole che sorge e non nella notte che perdura sul mondo. Crede che una goccia di luce è nascosta nel cuore vivo di tutte le cose. Fare un passo indietro non significa scomparire ma servire perché quella luce raggiunga i cuori e il reale.  (p. Gaetano Saracino)  

Vangelo Migrante: II domenica di Avvento (Vangelo Mc 1, 1-8)

3 Dicembre 2020 - Abbiamo bisogno di buone notizie che aprano il cuore alla speranza, in un mondo che sembra capace solo di offrire notizie preoccupanti. In questa domenica sentiremo proclamare nella prima lettura: “sali su un alto monte, alza la voce tu che rechi buone notizie alla gente”; gli farà eco il Vangelo: “inizio della buona notizia di Gesù, Figlio di Dio”. La buona notizia è nella Parola di Dio, il Vangelo stesso è ‘buona notizia’, anche letteralmente. Eppure sembrano annunci che non ci entusiasmano, a volte ci sembrano troppo evanescenti, non scuotono la vita e non riescono a cambiarla. Viene da chiedersi: dov’è la potenza del Signore? dove l’efficacia della sua Parola? Ecco, dinanzi a questo possibile turbamento, c’è da riflettere su quali sono le notizie che attendiamo e quale concretezza cerchiamo. La sicurezza nella vita sociale, il benessere assicurato, la difesa dei propri diritti acquisiti, il successo negli affari, un avanzamento di categoria, l’andamento della borsa? Ma anche, su quali sono le speranze che ci abitano. L’illusione di fortunati arricchimenti o, in forma più nobile, un limite alla litigiosità e alla degenerazione della politica, la fine della corruzione nell’epoca del denaro facile, regole più umane, la fine del razzismo, dell’intolleranza, della violenza, della criminalità? Molte speranze, anche legittime, non sono ‘compito’ diretto di Dio ma dell’uomo, allo stesso modo le attese a misura d’uomo non porteranno mai ad effetto la ‘buona notizia’ di «Gesù, Cristo, Figlio di Dio». Questa domenica si inaugura la lettura del Vangelo di Marco, che ci accompagnerà in tutto l’anno liturgico. Esso ci porrà continuamente l’unica domanda davvero essenziale: Chi è per te Gesù Cristo? Credi davvero che sia il Figlio di Dio? La questione della fede è essenziale, ineludibile, primaria rispetto a tutto il resto. Solo se si riconosce che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, le sue parole, i suoi gesti, la sua vita diventano Vangelo, ‘buona notizia’ che cambia la vita. Se accoglieremo Colui che viene qual è veramente, e cioè Figlio di Dio, comprenderemo che, prima di “mettere a posto le cose”, il nostro è un Dio che viene ad offrirsi all’abbraccio dell’uomo. Quando i fatti si incontrano con quella Parola fatta carne e di quella Parola fanno esperienza, solo allora nasce la novità di Dio nella storia. Solo allora è possibile uscire da una vita dominata da ciò che ci affligge. Solo quella ‘buona notizia’ ci può salvare dal pessimismo e dal disimpegno, e liberarci dalle nostre paure paralizzanti. È Lui la vera ‘buona notizia’. E viene per tutti. (p. Gaetano Saracino)  

Vangelo Migrante: I domenica di Avvento (Vangelo Mc 13, 33-37)

26 Novembre 2020 - Prima domenica di avvento: ricomincia il ciclo dell’anno liturgico. Il senso di questa rotazione è mettere un bagliore di futuro, una scossa dentro il giro lento di giorni apparentemente uguali. Come a ricordarci che la realtà non è solo quello che si vede, ma che il segreto della nostra vita è oltre noi. Il tempo che inizia ci insegna cosa spetta a noi fare: andare incontro. Il Vangelo ci mostra come farlo: fate attenzione e vegliate. Nel Vangelo si parla di un padrone che se ne va e lascia tutto in mano ai suoi servi, a ciascuno il suo compito. Gesù parla spesso di un Dio che mette il mondo nelle nostre mani, che affida tutte le sue creature all’intelligenza fedele e alla tenerezza combattiva dell'uomo. Dio in un certo senso si fa da parte, si fida di noi, ci affida il mondo. L’uomo, da parte sua, è investito di un’enorme responsabilità. Non possiamo più delegare a Dio niente, perché Dio ha delegato tutto a noi. “Fate attenzione”. L’attenzione è il primo atteggiamento indispensabile per una vita non superficiale; significa porsi in modo ‘sveglio’, consapevole e al tempo stesso ‘sognante’ di fronte alla realtà. Capita, purtroppo, che spesso calpestiamo tesori e non ce ne accorgiamo, camminiamo su gioielli e non ce ne rendiamo conto. “Vegliate, con gli occhi bene aperti”. Il vegliare è come un guardare avanti, uno scrutare la notte, uno spiare il lento sorgere dell’alba, perché il presente non basta a nessuno. Il Vangelo ci consegna una vocazione al risveglio, continua, permanente. È questo il senso di tutta la vita: la preparazione fin d’ora all’incontro finale con Dio, attraverso le ‘svolte’ della Sua presenza! Che non giunga l’Atteso e ci trovi addormentati! La Sua venuta non è una minaccia ma una necessità che ci fa implorare: “se tu squarciassi i cieli e scendessi” (prima lettura). Le deleghe non sono separazione tra padrone e servi ma un legame, che non si interrompe. Mai. Nella storia, la separazione ha visto i servi tronfi della loro autonomia, cadere nell’orrore delle brutture umane. Non è per finta che il servo diventa custode dei beni e dei poteri ricevuti; così, non è molesta la riapparizione del padrone per compiere quello che solo Lui può fare. Il rischio di una vita dormiente è che non ci si accorga dell’esistenza stessa, come accade ad una madre quando non sa di essere in attesa. Quando se ne accorge, cambia tutto! Tutto quello che fa è carico di luce e di futuro, oltre che di attenzione. Non c’è tempo per la noia e per le distrazioni. L’attesa è viva, ravvivante e ravvivata!

p. Gaetano Saracino

 

Vangelo Migrante: XXXIII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 25, 14-30)

12 Novembre 2020 - La parabola dei talenti è tra le più note del Vangelo. Due servi investono quanto ricevuto da un padrone in partenza per un viaggio. Un altro, invece, va a sotterrare il suo talento. Il padrone è Gesù stesso. I talenti sono le diverse attitudini e capacità affidate ad ognuno da impiegare a servizio del vangelo. Il ritorno del padrone, il giorno del giudizio. Per chi ha investito c’è un’ampia ricompensa: “sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto”; per chi non ha investito, una sorte inquietante: “toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti”. Un giudizio severo e apparentemente immeritato. In fondo il talento ricevuto era stato nascosto e restituito al suo legittimo proprietario. Il protagonista della parabola è proprio lui: quel servo pigro e pauroso, che aveva un’idea meschina e falsa di Dio. Lo immaginava come un padrone avaro, prepotente e dispotico. A suo parere rischiare un investimento avrebbe prodotto solo dei danni: la perdita del talento e la rovina della sua vita. La tentazione di quel servo non è lontana da alcuni nostri atteggiamenti, a volte nascosti da un velo di falsa umiltà: ‘dispongo di un solo talento; non posso far altro che occuparmi dei fatti miei; cerco solo di non dar fastidio agli altri!’. Questo è il punto: con questo atteggiamento si ritiene che l’efficacia del vangelo dipenda solo dalle nostre capacità e queste ci sembrano sproporzionate rispetto al compito da realizzare. Dio non ci apparirà mai buono ma duro e crudele. Non è vero che non sbaglia solo chi non fa niente. Al contrario, lo sbaglio più grande è proprio quello di non fare niente con l’illusione e la presunzione di non sbagliare. Una tentazione di questo genere si vince soltanto fidandosi di Dio e rischiando la propria vita in nome del vangelo. La stessa tentazione è un atteggiamento che riguarda anche tutto corpo ecclesiale. Si pensi nella storia alla difficoltà di rischiare l’inculturazione del vangelo in altre lingue e culture o al confronto inquieto con la scienza per la paura di sconvolgere l’interpretazione della Scrittura. O, in tempi più recenti, alla fatica di accettare la democrazia e il pluralismo politico dei cattolici, di ripensare parzialmente la dottrina nell’ambito della morale cristiana o alla fatica e alla difficoltà di provare nuove strade e nuove vie per l’annuncio del vangelo in un mondo secolarizzato, preferendo continuare a fare quello che si è sempre fatto, anche se ormai scarsamente efficace. In tutti questi casi, il ‘non rischiare’ ha sotterrato e continua a sotterrare la capacità della Chiesa di essere luce per tutti i popoli e tutti gli uomini. Non c'è una cifra ideale da raggiungere: c'è da camminare con fedeltà a se stessi, a ciò che abbiamo ricevuto, a ciò che sappiamo fare, là dove Dio ci ha posti, fedeli alla nostra verità, senza maschere e paure. Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. (P. Gaetano Saracino)  

Vangelo Migrante: XXXII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 25,1-13)

5 Novembre 2020 - È il Vangelo della parabola delle dieci vergini che attendono il corteo dello sposo. Di esse cinque sono dette stolte e cinque sagge. Le sagge, a differenza delle altre, si procurarono l’olio di riserva per alimentare le lampadeNella lunga attesa dello sposo, tutte si addormentano. Quando arriva lo sposo, le vergini stolte si accorgono di non avere più olio per alimentare le loro lampade. La loro disperata ricerca risulta vana. Quando giungono presso la sala del banchetto, la porta è ormai chiusa. Lo sposo non apre e, pertanto, restano irrimediabilmente escluse dal banchetto. Lo sposo rappresenta Cristo, il banchetto di nozze la salvezza eterna, le vergini sagge, coloro che sanno prepararsi all’incontro con Cristo; le vergini stolte, coloro che non si preparano all’incontro con Cristo e per questo risultano esclusi dal suo regno. Il perno attorno cui ruota la parabola è il sonno delle vergini e il grido nel mezzo della notte: “ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Il tempo dell’attesa indica l’intero arco dell’esistenza, il tempo della vita che rischia di apparire come un lungo sonno dove tutte le differenze vengono annullate. Ma come al risveglio le differenze tra le persone, impercettibili nel sonno, si percepiscono bene, così a quella Voce, ovverosia al momento dell’incontro con Cristo, appare la differenza tra ciò che serve e ciò che è inutile, tra il giusto e l’ingiusto, tra il buono e il cattivo, tra il saggio e lo stolto. È inevitabile che non accumuli olio chi pensa che la vita sia soltanto un limitato numero di giorni dove confezionare qualche gradevole passatempo per rendere meno amara l’attesa dell’ultimo giorno. Al contrario, il saggio ha fatto un patto con lo sposo e di conseguenza attende dal tempo, che certo verrà, la ricompensa per il presente. Accumula olio chi ha l’attesa nel cuore. Non deve stupire il rifiuto delle vergini sagge di dare un pò del loro olio alle stolte: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi”. L’olio rappresenta insieme le opere buone e il cuore saggio, costruito anche attraverso le opere stesse. Anche se lo volesse, nessuno può dare il proprio cuore ad un altro. La testimonianza delle persone buone è esempio che aiuta a fare altrettanto, ma non si sostituisce certo alla libertà e alla responsabilità di ciascuno. Noi non siamo la forza della nostra volontà, non siamo la nostra resistenza al sonno; noi abbiamo tanta forza quanta ne ha quella Voce che, anche se tarda, di certo verrà. Solo quella Voce ridesta la vita da tutti gli sconfortici consola dicendo che lo sposo non è stanco di noi e che la festa avrà luogo. A noi basterà avere un cuore vigile, saggio, pronto e ravvivarlo, come fosse una lampada, per uscire incontro a chi ci porta il suo abbraccio e ci invita alla festa. (P. Gaetano Saracino)      

Vangelo Migrante: Tutti i Santi (Vangelo Mt 5, 1-12)

29 Ottobre 2020 - Quando pensiamo ai Santi è istintivo vederli come figure eroiche ed eccezionali, con la conseguenza che si tratti di figure rare e inusuali. Oggi, nella prima lettura (Ap 7,2-4.9-14) si dice che il sigillo impresso sulla fronte dei servi del nostro Dio produce un numero che equivale a “centoquarantaquattromila segnati provenienti da ogni tribù dei figli di Israele”. Nonostante questa cifra enorme, si afferma che a questa folla va aggiunta “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”, il che permette di allargare l’orizzonte di questo popolo a dimensioni sbalorditive. Anche la santità ci dice che l’umanità non ha confini. Il criterio per rintracciarli sono le Beatitudini, la pagina del Vangelo della liturgia odierna. Esse riassumono la bella notizia, l’annuncio di gioiosa speranza che Dio regala vita a chi produce amore e che se uno si fa carico della vita ‘tribolata’, il Padre si fa carico della sua. Abbiamo ancora fresca la memoria di tre figure che sono in certo senso la riprova di questa verità: il giovane Willy Monteiro Duarte, ucciso con violenza brutale per aver cercato di difendere un suo amico da un’aggressione; don Roberto Malgesini, ucciso da uno che aveva beneficato: due figure del tutto sconosciute prima dell’incidente; e, infine, l’adolescente Carlo Acutis, morto a causa di una leucemia fulminante e da poco beatificato, del quale tutti coloro che lo hanno conosciuto e gli scritti che ne parlano ripetono costantemente che era un ragazzo ‘normale’. Di tutti loro si è scoperto dopo la morte quanto fosse virtuosa la loro vita e quanto fosse evangelico l’ideale per il quale hanno vissuto. Ma basterebbe anche solo ricordare il grandioso slancio di generosità che la reazione alla pandemia o le emergenze umanitarie in atto hanno scatenato in operatori sanitari, religiosi volontari, uomini e donne prima sconosciuti: ancora una volta è la tribolazione che rivela i santi, anche ‘anonimi’! I santi ci sono necessari, la loro presenza nella nostra vita è cruciale. Perché i santi sono la prova concreta che il vangelo è vero, il vangelo è praticabile. Come è stato detto da qualcuno: “se il vangelo è una splendida partitura, la musica la fanno i santi!” P. Gaetano Saracino, CS  

Vangelo Migrante: XXX domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 22, 34-40)

22 Ottobre 2020 - Colpiti, ma non convertiti, dalla Parola che sta rivelando al mondo una nuova immagine di Dio, i farisei cercano una nuova occasione di conflitto per mettere in difficoltà Gesù e farlo cadere in fallo cercando di “prenderlo al laccio con una parola”. Uno di loro, un dottore della legge, lo interroga: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Il ‘grande precetto’ era un problema molto discusso nell’ambito dell’ebraismo farisaico che disputava su una possibile gerarchia dei precetti o sull’individuazione di un principio unitario che li racchiudesse tutti. La risposta di Gesù è molto concisa, chiara e subito persuasiva. Egli raccoglie tutta la Legge e i profeti attorno ai comandamenti dell’amore per Dio e per il prossimo: “Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti”.  Gli avevano chiesto il comandamento grande e lui ne elenca due. Non si tratta di contenuti inediti ma di parole a loro ben note dall’AT (nel Levitico e nel Deuteronomio); la vera novità consiste nel fatto che le due parole insieme, Dio e prossimo, fanno una sola parola, un unico comandamento. Dice infatti: “il secondo è simile al primo”, speculare. Amerai il prossimo è simile ad ‘amerai Dio’. Il prossimo è speculare a Dio, il prossimo, ogni uomo, ha volto e voce e cuore specchio di Dio. Il suo grido è da ascoltare come fosse parola di Dio, il suo volto è come una pagina del libro sacro. È proprio questa specularità a colpire i farisei che si trovano radunati lì per porre una questione su Dio, ma nel contempo contro il loro prossimo, Gesù-uomo, di cui cercano la rovina. Il loro atteggiamento mostra in sé tutta l’incongruenza di una fede in Dio che si professa solo a parole, per dogmi e precetti. Trascurano quanto sapevano: per raggiungere Dio bisogna passare attraverso la cura del forestiero (‘non farlo soffrire, perché Dio si è reso solidale con gli ebrei oppressi in Egitto e sta dalla parte di chi vive in quelle condizioni’), della vedova e dell’orfano, del povero e dell’indigente (prima lettura). L’amore per il prossimo, afferma Gesù, è specchio del nostro amore per Dio e tutta la Torah e i profeti sono ‘appesi’ a questi due precetti. Il primato di Dio è il grande orizzonte della vocazione del credente e, per non svuotarlo, il criterio è ‘amerai’, un’azione al futuro, che non finisce mai. Non equivale ad un codice etico, cui sottostare, ma a lasciarsi coinvolgere in un’esperienza di vita: l’incontro con l’altro che porta i segni di Dio. P. Gaetano Saracino, CS    

Vangelo Migrante: XXIX domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 22, 15-21)

15 Ottobre 2020 - Le parabole di Gesù dirette a sommi sacerdoti e farisei, hanno suscitato un crescendo di ostilità al punto che questi gruppi, accordandosi addirittura con una fazione opposta, nemica giurata, gli erodiani, “cercano di impadronirsi di Lui” probabilmente per metterlo definitivamente a tacere. E lo fanno a modo loro. Con una trappola ben congegnata. Gli chiedono: “è lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Come a dire: “stai con gli invasori o con la tua gente?”. Con qualsiasi risposta, Gesù avrebbe rischiato la vita: o per la spada dei Romani, come istigatore alla rivolta, o per il pugnale degli Zeloti, come sostenitore degli occupanti. L’opportunismo e la malafede degli ipocriti di ogni tempo hanno caratterizzato con frequenza la storia del rapporto tra fede e politica. Molto spesso, purtroppo, pregiudizi e interessi inconfessabili ma facilmente intuibili hanno reso e rendono il dibattito su questi temi superficiale, improduttivo e fastidioso. Gesù, come sempre, non si lascia ingannare. Dalla domanda tira fuori un problema che interessa tutti. Non è in gioco il suo agire ma un comportamento che riguarda ogni uomo. Per questo resta ‘sul pezzo’ e chiede ai suoi interlocutori di fargli vedere la moneta che serve per pagare il tributo. I farisei gli mostrano una moneta romana, dimostrando nei fatti di usare il denaro coniato da Cesare e di riconoscerne di conseguenza il potere politico. Il tutto avviene nell'area sacra del tempio, dove era proibito introdurre qualsiasi figura umana, anche se coniata sulle monete. A questo punto le sue parole non possono più essere strumentalizzate. Sono loro, gli osservanti, a violare la norma, mostrando di seguire la legge del denaro e non quella di Mosè. La sua risposta è nota e giustamente famosa: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Il detto significa che il potere sovrano e assoluto è uno solo, quello di Dio a cui loro, ipocritamente, dicono di credere e dinanzi al quale ogni persona si impegna a prendere le sue decisioni. Tuttavia a Dio si obbedisce anche pagando il tributo a Cesare, perché il potere politico è parte di un ordinamento indispensabile per cercare di realizzare una giusta e pacifica convivenza. Ma nell’uomo c’è sempre qualcosa di più grande (di trascendente), di cui nessuno può disporre all’infuori di Dio. A tutti dice: “Date dunque a Cesare ciò che è suo, ma non dategli l’anima. Non consegnatevi alla logica del potere. Perché voi non appartenete a nessun potere, restate liberi da tutti, ribelli ad ogni tentazione di lasciarvi asservire”. A Cesare le cose, a Dio le persone. A Cesare oro e argento, a Dio l'uomo. Ogni uomo.

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: XXVIII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo 22, 1-14)

8 Ottobre 2020 - In città c’è una grande festa: si sposa il figlio del re, l'erede al trono, eppure nell’affannata città degli uomini nessuno sembra interessato. Gli invitati non accettano l’invito forse perché presi dai loro affari, dalla liturgia del lavoro e del guadagno, dalle cose importanti da fare; non hanno tempo. Hanno troppo da fare per vivere davvero. Il regno dei cieli è simile a una festa. Un velo di tristezza, invece, aleggia tra le cose umane e, sovente, anche tra quelle ‘religiose’: sono pochi i cristiani che sentono Dio come un vino di gioia; sono così pochi pure quelli per cui credere è una festa e le celebrazioni liturgiche una gioia festiva, non solo di nome. Ma il re non si arrende e dice ai suoi servi: ‘andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze’. Se i cuori e le case si chiudono, il Signore, che non è mai a corto di sorprese, apre incontri altrove. L'ordine del re è illogico e favoloso. Fa chiamare tutti, senza badare a meriti, razza, moralità. L'invito potrebbe sembrare casuale e, invece, esprime la precisa volontà di raggiungere tutti, nessuno escluso. È bello questo Dio che, quando è rifiutato, anziché abbassare le attese, le alza. Non si arrende alle prime difficoltà e non permette, non accetta che ci arrendiamo, con Lui c'è sempre un ‘dopo’. Un re che apre, allarga, rilancia e va più lontano; e dai ‘molti invitati’ passa al ‘tutti invitati’: cattivi e buoni. Addirittura prima i cattivi. Non perché fanno qualcosa per lui, ma perché lo lasciano essere Dio! E va oltre l’invito. C’è anche un regalo all’ingresso: una tunica per la festa. Gratuità assoluta e munifica quella del re che, tuttavia, trova un commensale che, schiavo delle forme, delle abitudini, della circostanza e per paura di non essere all’altezza, non indossa quell’abito. Si, la gratuita generosità di Dio è anche imbarazzante. E noi senza dover corrispondere qualcosa per forza alle attese altrui, non sappiamo stare. Ma Dio chiede solo di lasciargli fare il ‘Suo proprio’. Il ‘Suo’ è solo amore non è pretesa. Purtroppo la preoccupazione della propria giustizia, impedisce di cedere all’amore! Si tratta di fare spazio!  
  1. Gaetano Saracino
 

Vangelo Migrante: XXVII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo 21,33-43)

1 Ottobre 2020 - Ancora una vigna. Gesù doveva conoscerle molto bene e deve averci anche lavorato. Le osservava con occhi d'amore e nascevano parabole. Oggi racconta di una vigna con una vendemmia di sangue e tradimento. La parabola è trasparente. Un uomo pianta una vigna, la affida a dei contadini e se ne va. A suo tempo, a più riprese, manda i servi a ritirare il raccolto e i contadini li maltrattano, li bastonano e li uccidono. Da ultimo manda suo figlio. Ma anche questi viene ucciso. La vigna è Israele, siamo noi, sono io: tutti insieme speranza e delusione di Dio, fino alle ultime parole dei vignaioli, insensate e brutali: “Costui è l'erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l'eredità!”. Il movente è avere, possedere, prendere, accumulare. Questa ubriacatura per il potere e il denaro è l'origine delle vendemmie di sangue della terra, “radice di tutti i mali”, dice la Scrittura (1Tm 6,10). Eppure è confortante vedere che Dio non si arrende, non è mai a corto di meraviglie e ricomincia dopo ogni tradimento ad assediare di nuovo il cuore, con altri profeti, con nuovi servitori, con il figlio e, infine, anche con le pietre scartate. Conclude la parabola: “Che cosa farà il Padrone della vigna dopo l'uccisione del Figlio?”. La soluzione proposta dai giudei è logica, una vendetta esemplare e poi nuovi contadini, che paghino il dovuto al padrone. Gesù non è d'accordo. Dio non spreca la sua eternità in vendette. La storia perenne dell'amore e del tradimento tra uomo e Dio non si conclude con un fallimento ma con una vigna nuova: “il Regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. È questa la novità propria del Vangelo. C’è grande conforto in queste parole. I miei dubbi, i miei peccati, il mio campo sterile non bastano a interrompere la storia di Dio. Il suo progetto, che è un vino di festa per il mondo, è più forte dei miei tradimenti e avanza nonostante tutte le forze e i venti contrari. La vigna fiorirà. Ciò che Dio si aspetta non è il tributo finalmente pagato o la pena scontata, ma una vigna che non maturi più grappoli rossi di sangue e amari di tristezza bensì grappoli caldi e dolci; una storia che non sia guerra di possessi, chiusure e battaglie di potere, ma produca una vendemmia di bontà, un frutto di giustizia, grappoli di onestà e, forse, perfino gocce di Dio tra noi.
  1. Gaetano Saracino