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Vangelo Migrante: Domenica 27 settembre GMMR (XXVI domenica del Tempo Ordinario, Vangelo (21,28-32)

24 Settembre 2020 - Le tre parabole del vangelo di questa e delle due domeniche successive, riguardano un unico tema: il rifiuto del Regno di Dio e della Sua giustizia da parte di alcuni e la loro sostituzione con altri. Questa domenica Gesù racconta di un padre che invita i suoi due figli ad andare a lavorare nella vigna. Il primo dice ‘no’ ma poi si pente e va; il secondo dice ‘si’ e non ci va! La vigna è molto più che fatica e sudore, essa è il luogo dov’è racchiusa una profezia di gioia, il vino per tutta la casa, la vita per tutta l’umanità; il padre è il custode di questa vita condivisa. Se non hai nel cuore il desiderio di quel vino-vita e tuo padre è un solo padrone al quale sottometterti o ribellarti, comunque da eludere, il formale assenso, resta solo una forma di obbedienza-disobbediente appariscente e arida, immatura e sterile. Allo stesso tempo, nonostante le contraddizioni, gli impulsi e una certa sfrontatezza, esiste una condizione che può cambiare il modo di vedere la vigna e il padre, fino a generare il pentimento e la conversione. Quale? Ce la rivela ancora Gesù quando parla della ‘frequenza’ sulla quale Dio pratica le Sue scelte: “in verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Ufficialmente, secondo certe categorie religiose e criteri morali esteriori, essi hanno detto ‘no’ ma di fatto questi ‘poveri’, proprio perché sono in una condizione non protetta e vulnerabile, permettono a Dio di manifestare la sua misericordia, lo riconoscono e in questa relazione dicono ‘si’. Al contrario di chi invece, trincerato nella propria giustizia o appagato da una presunta autosufficienza, ha detto un ‘si’ nascosto dalle apparenze. Andare a lavorare in quella vigna è fare la volontà del padre. Oggi essa coincide con lo ‘sporcarsi le mani’ per trasformare la paura della sottomissione e il rifiuto del padre in nuove forme di libertà, di amore e di condivisione di quel vino-vita con tutti. Dio non ha deciso, in un dato momento della storia, di rigettare alcuni e adottare altri. È il comportamento nei suoi riguardi che fa perdere posti, anche oggettivamente vantaggiosi. Il rischio da cui Gesù ci mette in guardia è proprio questo: nella misura in cui diciamo ‘si’ solo per apparire e detenere vantaggi, addirittura giustificandoci, rischiamo di dire ‘no’ al Vangelo. Volontà di Dio non è mettere alla prova i due figli e misurare la loro obbedienza. No, la sua volontà è la fioritura piena della vigna che è la vita nel mondo: una casa abitata da figli liberi e non da servi sottomessi. La Giornata del Migrante e del Rifugiato è un’opportunità, resa ancora più concreta dal Messaggio dal Santo Padre, per passare da figli solo credenti a figli anche credibili che continuano a dire ‘si’ al Vangelo dell’accoglienza e della condivisione: ‘conoscono per comprendere, si fanno prossimo per servire, si riconciliano per ascoltare, crescono per condividere, coinvolgono per promuovere e collaborano per costruire’.
  1. Gaetano Saracino
   

Vangelo Migrante: XXV domenica del Tempo Ordinario (Vangelo 20,1-16)

17 Settembre 2020 - Nel clima di esasperato umanesimo in cui viviamo ‘correggi il tuo fratello’ e ‘perdona al tuo fratello’, sembrano contestare le conquiste più alte dell’uomo: la sua intelligenza e il suo senso di giustizia. Il Vangelo di questa domenica, invece, le conferma. Un padrone (Dio) esce in più ore del giorno, dal mattino sino al tardo pomeriggio, a chiamare operai a lavorare in quel giorno, per la sua vigna e con ciascuno concorda la paga: 1 denaro per i primi, quel che è giusto per gli altri. Giunta la sera i primi assunti vengono pagati per ultimi e, giunto il loro turno, contestano al padrone la sua sperequazione: paga uguale per tutti. Un padrone contromano e illogico. Tuttavia, non gli chiedono di aumentare la loro paga ma si lamentano perché agli altri ha dato tanto quanto a loro. La loro mormorazione non è legata ad un bisogno di denaro, in fondo sanno che la loro è una paga congrua e fedele al patto, bensì ad una passione del cuore che, sotto il pretesto della giustizia e della logica, finisce per dare spazio alla mancanza di rispetto e di fraternità. L’irritante “non posso fare delle mie cose ciò che voglio?” del padrone, serve a spezzare le briglie di una intelligenza e di una giustizia grette e insecchite. La riflessione successiva “o siete invidiosi perché io sono buono?”, serve, invece, a mettere a nudo il loro cuore. Una giustizia vera, sconfina sempre nella comprensione e nell’amore: “Perché ve ne state qui oziosi?”, chiede il padrone ad alcuni, nel tardo pomeriggio. “Perché nessuno ci ha presi a giornata”, gli rispondono. Ha a cuore la loro vita, anche prima del loro lavoro. Giustizia davvero umana è quella che non tutela solo chi ha un contratto di lavoro ma è attenta anche alla sofferenza di chi è senza diritti. Non si tratta di stracciare contratti o premiare fannulloni ma si tratta innanzitutto di non giudicare e di mettere tutti in condizione di vivere. Solo una giustizia ed una intelligenza animate dalla stessa solidarietà che usa Dio sono in grado di mettere tutti gli uomini in condizione di vivere una ‘giornata di lavoro’ (tutta la vita) più umana. Ogni diritto, anche quello umano, e ogni applicazione delle scoperte dell’uomo (il tanto sospirato ‘vaccino’, ad esempio) sciolte da questa passione evangelica, finiranno sempre per escludere qualcuno. Le nostre esigenze e le nostre realizzazioni storiche durano solo se attingono al fermento inesauribile dei criteri del Vangelo. Parola di salvezza che è per tutti.

Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: XXIV domenica del Tempo Ordinario (Vangelo 18, 21-35)

10 Settembre 2020 - Il Vangelo non è spostare un po’ più avanti i paletti della morale ma è la bella notizia che l’amore di Dio non ha misura. Pietro sa per esperienza che a certe persone è quasi impossibile cambiare la testa e con la sua domanda tenta di orientare la risposta di Gesù: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette?”. Insomma: va bene essere generosi nel perdonare, ma fino ad un certo punto! E Gesù: “non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”: quello che Pietro ritiene inopportuno, per Gesù è necessario. Dio, il re della parabola del Vangelo, non è campione di diritto ma di compassione. Sente come suo il dolore di un suddito che lo implora dinanzi ad un debito stratosferico e sente che questo conta più dei suoi (del re) diritti. Il dolore di ‘quel tale’ pesa più dell’oro. In questo è davvero regale. E non servile come ‘il tale’ che, nonostante il beneficio ottenuto, ‘appena uscito’, trova uno nella sua stessa condizione e prendendolo per il collo, quasi lo strangola dicendo: “dammi i miei cento denari” (centesimi). Lui che era stato perdonato di miliardi! Eppure ‘il tale’ non esige nulla che non sia un suo diritto: vuole essere pagato. È giusto e spietato. Onesto e crudele, al tempo stesso. Di sicuro dimentico del grande beneficio appena ottenuto. Sull’equilibrio tra dare - avere e dei conti in pareggio, Gesù propone la logica di Dio, quella dell’eccedenza: perdonare ‘settanta volte sette’. Un atteggiamento che non chiude i conti ma aggiunge la contabilità degli altri. Il perdono di Dio non è ‘farla franca’ per assicurarsi una condotta libera e senza punizioni nonostante tutto, ma ha uno scopo: leggere diversamente le mancanze altrui. Chi è stato perdonato, perdona. Chi non perdona è chi non ha assimilato il perdono (prima lettura). Il problema è che è difficile farsi perdonare. Perché? Perché Il perdono è imbarazzante: è un ricevere senza dare nulla in cambio. Nel perdono i conti non tornano. Mai. Di fronte al perdono traboccante di Dio siamo semplicemente poveri …, perché non abbiamo nulla in cambio da dare. E allora reagiamo con l’altezzosità, fino a pensare di meritare, in fondo, quello che Dio ci sta dando; mentre Dio, disarmante, fa per davvero tutto gratuitamente. A dirla tutta, noi non ci meritiamo nemmeno di vivere: siamo vivi perché siamo amati. Tutti, nessuno escluso. Lo possiamo capire solo stando dinanzi a Dio per come Lui è e per come noi siamo: debitori. E vivere da debitori davanti a Dio è vivere con il cuore visitato dalla carezza stessa di Dio che spesso ha la forma della mano di un fratello che chiede di essere tirato su! Questo è la porta della pace!

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: XXIII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo 18,15-20)

3 Settembre 2020 - La fede cristiana non è solo rapporto del singolo con il suo Dio, ma è anche rapporto che coinvolge gli altri, soprattutto i fratelli nella fede. Ognuno è responsabile anche della fede e della testimonianza cristiana degli altri. Nel pretesto del rispetto della coscienza altrui, spesso si nasconde la tentazione di farsi ‘i fatti propri’ senza andare a cercare inutili grane. Al contrario, nel Vangelo di questa domenica Gesù ritiene estremamente importante la correzione fraterna: da non intendersi come pretesa di verità o accusa ma la ‘via’ per un discepolato vissuto in fraternità: “se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà”. Il presunto rispetto ma anche il salvare la faccia, sono quasi sempre indice di indifferenza. La Scrittura è chiara: dinanzi a questo comportamento Dio non resta estraneo (prima lettura): ‘se tu non parli al malvagio, della sua morte domanderò conto a te ’. Il Vangelo va oltre: “se commetterà una colpa contro di te”, al posto di prendere una distanza, fatti ancora più vicino, più prossimo. Attenzione. Il Vangelo non intende solo esortare a fare correzioni ma anche a lasciarsi fare correzioni. Ognuno dovrebbe attendersi, da quanti gli vogliono bene, un aiuto per correggere i suoi difetti e combattere contro i suoi peccati. Chi ci vuole veramente bene, vuole il nostro vero bene e … ce lo sa dire. La disponibilità e il desiderio di camminare insieme esigono che ognuno accetti personalmente di essere ‘sentinella’ dell’altro. Non spie ma custodi, affinchè tutti possiamo seguire il Signore con frutto. L’essenza di questa procedura sta nel fatto che “Dio non vuole che neppure uno di questi piccoli si perda” e per questo invita in tutti i modi a ‘guadagnare’ fratelli …: “se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello”. Il fratello è un guadagno, un tesoro per ognuno e per il mondo. L'unica politica economica che produce vera crescita, è investire in fraternità!

  p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: XXII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 16, 21-27)

27 Agosto 2020 - Nella tendenza innata a resistere a Dio, l’uomo deforma la Sua immagine e si rifiuta di lasciare che Dio sia come vuole essere. Il suo Dio è troppo piccolo, troppo fragile e troppo limitato, mentre il Dio di Gesù Cristo è tutt’altro e Gesù, nel vangelo odierno, si affretta a percorrere la via che porta a Gerusalemme per svelarcelo. Anche per Pietro l’idea di sofferenza e l’idea di Messia sono incompatibili fra loro: “Dio non voglia Signore, questo non ti accadrà mai”, replica all’annuncio di Gesù sulla sua Passione. È lo stesso Pietro che domenica scorsa aveva rivelato chi era Gesù? Si. Da dove provengono allora queste spinte opposte? La vicenda di Geremia nella prima lettura ci aiuta a capire che dentro l’uomo c’è un combattimento: Dio ha donato a Geremia uno spirito profetico straordinario e meraviglioso per annunciare cose ‘scomode’ ma allo stesso tempo affiora in lui anche la voglia di proteggersi, salvaguardarsi, premunirsi, non farsi male. Alla fine prevale la seduzione iniziale, la chiamata di Dio, per la forza che viene da Dio. Anche Pietro ha dentro di sé la voglia di scappare e una spinta ad obbedire. La sintesi tra queste spinte gliela dà Gesù nel “vade retro” che non è un allontanamento ma un ‘rimetterlo in fila’ dietro di Lui per fargli fare il viaggio che spiega quella meta: “se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la propria croce e mi segua”. Il combattimento va superato con altro: dire no a qualcosa per fare posto a qualcos’altro. C’è in me una vita che è la mia ed è piccola. Dio me ne vuole dare un'altra che è più grande: da figlio di Dio. Non più figlio di Giona ma figlio di Dio. Il salto avviene nella vita che nasce dalla Pasqua: l’uomo che si difende lascia il posto ad uno che abbraccia la croce di Cristo e sceglie di perdere la vita per quel Signore che trasforma la morte in vita. Il problema non è ‘perdere’ ma ‘trovare’. La vita passa comunque; si può sprecare e si può investire. La spreco se nel tentativo di tenere tutto per me non lascio spazio all’offerta di me stesso; la investo se metto in me stesso la forza che viene dalla Vita stessa. Quella forgiata nella Pasqua, vera e propria migrazione verso una vita nuova.

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: XXI domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 16, 13-20)

20 Agosto 2020 - Parabole e domande: Gesù, ha scelto queste due forme particolari di linguaggio perché sono generative e coinvolgenti. In questa domenica con le domande “la gente chi dice che sia il Figlio dell’Uomo?” e “ma voi chi dite che io sia?” sembra voler muovere i suoi discepoli a guardare avanti: le risposte appagano e fanno stare fermi, le domande invitano a cercare e a camminare! Dinanzi al Suo operato si era creata non poca confusione: lo circondavano ammirazione e sconcerto: “nessuno può fare i segni che fai tu…; un grande profeta è sorto tra noi…; insegnava loro come uno che ha autorità…”; ma anche “è posseduto da uno spirito immondo; è fuori di sé; questo linguaggio è duro: chi può intenderlo?” Comunque un modo di fare fuori dagli schemi entro i quali si era cristallizzata l’immagine del Messia atteso da Israele. E siccome non si crede per sentito dire, Gesù va dritto al punto: ‘ma chi sono io per voi, per te?’ Un assedio che vuole espugnare il cuore dei discepoli, e il nostro, affinché possa esprimere dal profondo una consapevolezza di una intima e personale relazione con Lui. Non ha bisogno della risposta di Pietro per avere informazioni o conferme ma per sapere se Pietro gli ha aperto il cuore; a Lui interessa quella relazione. E la trova; non tanto nella risposta ma in ciò che di Lui arde nelle parole di Pietro: non sono parole secondo la carne ma di una sapienza che proviene dal Padre. In quel momento avviene una rivoluzione: Gesù destituisce il potere costituito dal sommo sacerdote in carica, Caifa (pietra), e pone il nuovo Cefa (Pietro) a capo della nuova casa, quella a cui Egli stesso, Gesù, si offre come pietra, roccia, su cui edificare, costruire il nuovo popolo di Dio. E gli promette la consegna sulle spalle delle chiavi del palazzo (cfr. prima lettura), il regno dei cieli, perché possa orientare il reale e la storia verso il Regno di Dio: assieme alla comprensione del mistero offrire la compassione della misericordia. Quelle chiavi (sulle spalle) sono il mistero della croce: Caifa metterà in croce Cristo, Pietro porterà la croce di Cristo. E con quelle chiavi la Chiesa cammina!

p. Gaetano Saracino

 

Vangelo Migrante: XX domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 15, 21-28)

13 Agosto 2020 - Gesù, inascoltato nella Sua patria si ritira in una terra straniera: Tiro e Sidone. L’incontro con una donna, una madre, che non si arrende ai silenzi e alle risposte di Gesù, che ricalcano la supponenza farisaica, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i bambini, che siano d'Israele, di Tiro e Sidone, figli di Raqqa o dei barconi, poco importa: la fame è uguale, il dolore è lo stesso, identico l'amore delle madri. Dice la donna a Gesù: ‘tu non sei venuto solo per quelli di Israele, ma anche per me, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo’. Anche i discepoli sono coinvolti nell'assedio tenace della donna: ‘Rispondile, così ci lascia in pace’. Ma la posizione di Gesù è molto netta e brusca: ‘io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, quelli della mia religione e della mia cultura’. La donna però non si arrende: ‘aiuta me e mia figlia!’ Gesù replica con una parola ancora più ruvida: ‘Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani’. I pagani, dai giudei, erano disprezzati come tali. Nella risposta geniale della donna c’è la svolta: “è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo fame e figli da saziare, e figli sono anche quelli che pregano un altro Dio. “Donna, grande è la tua fede!”, conclude Gesù. Lei che non va al tempio, che non conosce la Bibbia, che prega altri dei, per Gesù è donna di grande fede. Lei non conosce la fede dei catechismi, ma possiede quella delle madri che soffrono. Lei conosce Dio dal di dentro: crede che è presso di Lui la mensa della salvezza. C’è chi l’ha rifiutata e chi si fa bastare anche le briciole. “Avvenga per te come desideri”. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: ‘Sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede e il tuo desiderio sono il grembo che partorisce il miracolo’. Nel racconto si realizza l’abbraccio di Dio al mondo, come ricorda la prima lettura: “la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”. La terra è l'unica grande casa, con una tavola ricca di pane, il Suo, e ricca di figli, tutti Suoi. Nessuno escluso. E tutti, tutti gli apparteniamo.

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: XIX domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 14, 22-33)

6 Agosto 2020 - Dio viene incontro all’uomo specialmente nei momenti di necessità, quando questi lo invoca con fede: “Signore salvami!” Egli non è tra l’estensione delle nostre paure e speranze (“è un fantasma!”) o nei fenomeni naturali grandiosi e violenti: vento, terremoto, fuoco; ma nel “sussurro di un vento leggero” (prima lettura), a significare l’intimità della Sua manifestazione all’uomo. Nel Vangelo odierno, nonostante la burrasca, dinanzi al desiderio di Pietro, si conferma accessibile e presente; e dice: “vieni!”. La comunità cristiana, ieri come oggi, vive un’esistenza travagliata dalle ostilità delle forze avverse, che si manifestano nelle persecuzioni e nelle difficoltà esterne ed interne. A queste si aggiunge la mai domata tentazione di farcela con le sue sole forze. Nel mare dell’esistenza, l’esperienza del pellegrinaggio e dell’Esodo è continua. Sono tanti i motivi che costringono a salpare, a lasciare le tranquille sicurezze della terraferma per andare al largo. È qui che la nostra fede, come quella di Pietro, è messa a dura prova ma la mano di Gesù che salva dal baratro non cessa mai di stendersi. Gesù offre la vittoria sulle forze del male e la sicurezza nelle prove ma richiede come condizione essenziale una fiducia senza tentennamenti: “uomo di poca fede, perché hai dubitato?” Quale fede? Quella che prima delle proprie paure ascolta il “sono Io”; quella che non ripone speranze nella sorte o nelle illusioni ma nel “vieni”. E vive di questo, cammina anche su acque inquiete! Se è proprio della fede ‘emigrare’; siamone certi: è proprio di Dio venirci a cercare! La sua barca resta la sua barca, sia che Lui non vi sia sopra, sia che si trovi su di essa e dorma appoggiato a un cuscino (cfr. Mc 4,37; Mt 8,24). La salva sempre, Lui!

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: XVIII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 14, 13-21)

30 Luglio 2020 - Con il racconto della moltiplicazione dei pani, il Vangelo di Matteo apre una sezione in cui Gesù appare come il nuovo Mosè. In questa domenica offre un cibo superiore alla manna del deserto. Tanta gente lo cerca per avere benefici materiali; molti di più, probabilmente senza neanche saper dire il motivo, spinti da un’inquietudine spirituale. Oggi, come allora. Gesù prova sentimenti di compassione per tutti. Allora come oggi. Ad un tratto, la relazione viene spezzata per un bisogno primario: vanno molto bene le Sue parole ma è necessario che vadano a comperarsi da mangiare, dicono i discepoli. Una subdola ma efficace immagine che disegna come vive realmente in fondo al cuore il rapporto tra Dio e l’uomo: Dio c’è e possiamo anche seguirlo ma, alla fine, alcune cose te le devi andare a comperare ‘da solo’. È addirittura necessario! Gesù non è dello stesso parere. Contesta quello che dicono i discepoli e introduce qualcosa che è più importante e viene prima dello stato di necessità. E fa la Sua proposta: “voi stessi date loro da mangiare!” Punta ad una relazione, ad un fare qualcosa ‘insieme’. È questo, in fondo, il senso vero della venuta di Dio in terra. Gli apostoli ribattono: “qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Misurano loro se stessi (il ‘voi stessi’ di Gesù) a partire da una quantità; quel che hanno delimita quel che sono: ‘abbiamo poco e, quindi siamo poco’. La necessità di cui sopra, pertanto, è indotta da questa misura. La proposta del Maestro è di rottura della ‘logica’ umana: noi non siamo solo quel che abbiamo in tasca, noi siamo innanzitutto una relazione con Dio. E quando si è dinanzi a Dio la soluzione passa da Lui: “porta-te-me-li qui”, dice Gesù. Questa è la vera necessità: ‘dai a me quello che hai per poter rispondere a chi ti chiede’. Prima delle nostre logiche che ingabbiano le possibilità di soluzione, esiste un portare a Cristo le realtà; a quel punto Dio lavora con quel che c’è. È così che va avanti la Chiesa: il materiale non lo mette Gesù ma i discepoli, e Dio lavora con quel materiale. Questo vuol dire “non di solo pane vive l’uomo”; questo significa “ascoltatemi e mangerete cose buone!” (prima lettura). Esiste un ascolto che è collegato al mangiare, una strana ma necessaria relazione. Le nostre crisi, anche economiche, avvengono quando l’uomo non si pone in ascolto della Verità: la necessaria relazione con Dio. Ascoltando la verità, si mangia meglio. Posti in rapporto con Dio anche il rapporto con le risorse diventa migliore. Quel rapporto mette saggezza, mette efficacia.

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: XVII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 13,44-52)

23 Luglio 2020 - Non basta guardare e udire, bisogna vedere e ascoltare, cioè comprendere. E le parabole servono proprio a creare l'adeguata disposizione interiore per capire il messaggio. Per questo Gesù insiste: “il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; (…) il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose (…); ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci”. Un contadino e un mercante trovano tesori. Uno per caso, senza averlo programmato; l’altro mentre gira il mondo e insegue il suo sogno da intenditore appassionato e determinato. Due modalità che sembrano contraddirsi; ma il Vangelo è liberante. L'incontro con Dio è per tutti: è possibile trovarlo o essere trovati da Lui, nella vita di ogni giorno o in un incontro folgorante. In ogni caso i protagonisti, pieni di gioia, vanno a vendere quello che hanno per avere quel tesoro. Il primo tesoro … che il tesoro regala è la gioia; è lei il movente che fa camminare, cercare e correre. Vendere tutti gli averi non è rinuncia ma l’inizio di un futuro nuovo, di una gioiosa speranza. E non ci sono predestinati. Come il pescatore non può scegliere il contenuto mentre trascina la rete in mare, così Dio non opera nessuna selezione prima del tempo finale. Il suo desiderio è che la rete sia piena. Non dipende dal capriccio di Dio condannare o salvare, come la cernita del pesce non dipende dai gusti del pescatore. Egli si limita a constatare, raccogliere e separare il buono dal marcio. Marcisce chi si rifiuta d'amare e si chiude alla vita. Credere è un verbo dinamico, occorre muoversi, cercare, proiettarsi, pescare; lavorare il campo, scoprire, camminare e tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche. I figli del Regno non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano … e salpano dagli schemi stantii o prossimi ad ammuffire. È la mentalità nuova introdotta da Gesù.

p. Gaetano Saracino