3 Marzo 2022 - Dal deserto al giardino del sepolcro. Con il Mercoledì delle Ceneri ha avuto inizio il tempo di Quaresima. Non un percorso verso la morte ma verso vita. Il poco più di niente delle ceneri, è il segno della ripartenza della creazione e della fecondità, il preludio di una vita che diventa germoglio, poi arbusto e, quindi, pianta che produce vita a sua volta. Deserto e giardino accompagnano la storia del popolo di Israele e contengono la Storia della Salvezza rivolta a tutto il creato e all’uomo, chiamato a prendersene cura. Nel Vangelo di questa I domenica di Quaresima, le tentazioni di Gesù sono la prova cui è sottoposto il progetto che Dio ha sul mondo e sull’uomo, sul Messia inviato per salvare l’uomo e su Dio stesso. Con gli strumenti del desiderio, del possesso e della falsa gloria, il male vuole impedire che questo si manifesti. “Dì a questa pietra che diventi pane (…); se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo (…); se tu sei il Figlio di Dio, gettati giù di qui”. Trasformare le cose che Dio ha creato desiderandole per quelle che non sono, è il profilo di un essere umano che a suo piacimento abusa di tutto ciò che esiste fino a distruggerlo. L’uomo prostrato dinanzi al possesso e al potere, fa di essi il paradigma e la misura per la riuscita di una missione e per la verità di una profezia. La falsa immagine di un Dio che smonta e rimonta la natura e le sue leggi a piacimento, riduce Dio stesso ad un giocattolo, da usare quando serve, e l’uomo a burattino. La libertà dalle cose fa posto a Dio. Il libero riconoscimento di Dio spalanca le porte alla sovranità della dignità di ogni uomo. Nell’obbedienza alla vera immagine di Dio l’uomo ritrova la vera libertà che consiste innanzitutto nel rifiuto di essere trattato in modo diverso da quello che è. Dio rende possibile questa relazione con il miracolo umile e tenace della Sua Parola: lampada per i nostri passi, pane per la nostra fame, mutazione delle radici del cuore, cose che danno alla vita che germoglia, il sapore di relazioni nuove, con noi stessi, con il creato, con gli altri e con Dio. I passi incerti della guerra in corso, contengono tutti i segni delle contraddizioni subite da Gesù, fino all’ultima violenza della morte. L’umanità con cui le ha vissute è completa solidarietà con l’uomo e le sue risposte al diavolo aprono la via per nuovi cammini: di verità, di dignità, di libertà. (p. Gaetanpo Saracino)
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Vangelo Migrante: VIII Domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Lc 6, 39-45)
24 Febbraio 2022 - Nella prima lettura odierna, il libro del Siracide ricorda che la verità dell’uomo si rivela nel suo modo di ragionare: “il banco di prova per un uomo”; e quello che ha nel cuore si mostra da quel che dice: “non lodare nessuno prima che abbia parlato”. Sulla scorta di questa saggezza, Gesù pone in indissolubile relazione l’esterno e l’interno dell’uomo. E lo fa con delle immagini: “Può un cieco condurre un altro cieco? (…) Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? (…) Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono”. E conclude: “la bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”. Ma è soprattutto in relazione al prossimo che le due estremità rivelano la loro unione o la loro discrepanza. Quando si presume di avere qualcosa che non si possiede, si finisce per fare disastri: un cieco che guida un altro cieco; allo stesso modo, quando si trascura una ostruzione tanto pericolosa quanto dannosa, si finisce per allontanare chi si vorrebbe addirittura aiutare: la trave e la pagliuzza. Per Gesù la verità e l’amore coincidono e ogni discrepanza è un varco per la menzogna e per quelle forze distruttive che producono il contrario di quello che si presume di compiere. L’unione di verità e di amore è quello che Lui ha fatto con noi. Per questo dinanzi al prossimo non ci si può porre senza prima chiedersi: “sarei disposto a dare la vita per questo fratello?” E, facendo i conti con se stessi, non chiedersi ancora: “ma il prossimo che si avvicina a me, cosa trova dalle mie parti? Rovi e spine o frutti abbondanti? Respingimenti e ogni sorta di acidità e burocrazia o accoglienza, disponibilità … perdono? Dove arriva, allora, questo vangelo? Al discepolato. Nessuno può presumere di essere in grado da se stesso di rivelarsi, di raccontarsi e di relazionarsi con amore e libertà verso il prossimo ma solo dopo aver ricevuto e accolto la verità di quello che è e compie in parole e opere. E non è umiliante quanto dice Gesù: “un discepolo non è più grande del proprio maestro...” Perché nessuno può dare quello che non ha. E perché da quel Maestro si riceve proprio quello che serve. /p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: VII Domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Lc 6, 27-38)
17 Febbraio 2022 - Alla molteplicità dispersiva dei moralisti del tempo, Gesù oppone un altro ideale di vita: “amate i vostri nemici”. Una novità assoluta sia rispetto all’etica ebraica (l’amore è per i compatrioti) che alla morale filosofica greco-romana (basata sul principio di reciprocità).
Paradossale, iperbolico, esagerato?
Per comprenderlo, nel Vangelo odierno ci offre una chiave: “come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”. L’amore di cui parla Gesù, se da una parte sembra strano, dall’altra è proprio quello che desideriamo di più: che quando sbagliamo non ci sia uno che ce la faccia pagare … Noi speriamo sempre di trovare qualcuno che abbia pazienza con noi, che non ci giudichi, che ci comprenda, che ci dia un’altra possibilità, che non reagisca al nostro male con il male. Si tratta di quel padre che si spera di avere, quel coniuge che si spera di aver sposato, quell’amico che si spera di incontrare; che sia comprensiva quella persona con cui lavoro e generosa quella a cui chiedo aiuto. Tutte persone che abbiano questo cuore perché questo è proprio quello che il nostro cuore desidera: essere amati. Perché lo desidera? Perché è necessario per vivere!
Se Gesù, al contrario, avesse detto: “odiate i vostri nemici, vendicatevi, percuotete per difendervi, auspicate il male …”, avrebbe fatto torto non alla sua figura ma alla vita stessa.
Per portare avanti il nostro sistema di vita, che noi stessi definiamo evoluto e progredito, abbiamo elevato a rango di inderogabili un sistema di norme, spacciandole come necessarie anche solo per sopravvivere. Non se può fare a meno. Ma la domanda resta: si può passare tutta una vita in una continua difesa di se stessi e dei propri spazi; in una sfiancante rivendicazione di diritti e dignità; in un perpetuo calcolo tra il dare e l’avere? Il tutto, facendo finta di ignorare come una vita del genere ci abbia rinchiuso in recinti di intangibilità e solitudini, precari e per nulla realistici. Tanto è vero che servono sempre nuove ‘regole’.
Se la vita è tutta qui, come può crescere un bambino senza essere mai perdonato? Come possono amarsi due coniugi senza comprendersi 'oltre il dovuto’? Come può tenersi in piedi un’alleanza o un’amicizia, senza un’intesa fatta anche di amore e di perdono?
L’ “amate, perdonate, fate del bene, pregate per chi vi tratta male” di cui parla Gesù è l’unica dimensione vera e reale nella relazione fra le persone. È essenziale perché nella vita tutti abbiamo bisogno di riceverlo.
Fare della sola giustizia e del senso del dovuto la colonna portante della vita, vuol dire avere un’idea di noi stessi che non corrisponde alla realtà. Illudersi è fuorviante. La vera iperbole non è l’amore, ma una giustizia ricercata con accanimento. Già i romani, maestri del diritto, se ne erano accorti: spesso la nostra giustizia può diventare la più grande ingiustizia “summum ius, summa iniuria”.
È necessaria la giustizia ma l'amore è per definizione 'oltre il dovuto'. 'Amare' è quello che Gesù ha fatto e ci ha dato: non rispondendo simmetricamente al male ricevuto ma amando al di là di tutto e oltre tutto.
E tutto parte proprio da quell’amore e da quella pazienza nei nostri confronti.
Lasciarsi illuminare da quella luce oggi significa essere accolti e trovare qualcuno da accogliere. (p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: VI Domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Lc 6, 17. 20-26)
10 Febbraio 2022 - Ce ne saremo accorti: Gesù non è un professore di etica o uno che sviluppa trattati di morale. La sua predicazione è una denuncia profetica, seppur desunta da situazioni di vita correnti, con parole semplici, frasi corte e forti contrasti. Come nelle Beatitudini. È noto che tutto quello che Gesù ha detto, non lo ha detto solo una volta e in un solo contesto. Come per le Beatitudini. Questo spiega, ad esempio, perché si differenziano quelle del Vangelo di Luca e di Matteo. In Matteo sono otto e sono proclamate in montagna, solo ai discepoli; in Luca sono quattro e sono proclamate in un luogo pianeggiante, all’ingresso di Cafarnao, in mezzo ‘ad una gran moltitudine di gente’, dice il Vangelo di questa domenica. Beati i poveri, quelli che ora hanno fame, quelli ora che piangono e quelli che vivono nell’ esclusione e nel disprezzo; ma guai a coloro che sono ricchi, a quelli che ora sono sazi, ora ridono e sono appagati. Il dato toponomastico, ma soprattutto quello temporale, “ora”, spiegano la prospettiva che l’evangelista coglie nelle parole di Gesù, proclamate in quella circostanza: chi dà retta a Gesù e alle sue parole? chi è povero, chi ha fame, chi sta piangendo… Chi ha tutto il resto, non lo sta a sentire: la felicità di Cristo non è disponibile per i ricchi, chi ha la pancia piena, i divertiti e gli appagati. Lo dice anche il Salmo: “l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (salmo 48). Gesù non ce l’ha con le ricchezze, le cose che saziano o che divertono, e non invoca le persecuzioni; Gesù condanna quello che queste cose producono: vanità (false sicurezze), orgoglio, divinizzazione (delle cose e delle persone), chiusure (non accoglienza e mancanza di solidarietà), oppressioni (magari in nome di Dio). Gesù ci sveglia e ci rimanda alla parte povera e incompleta della nostra esistenza perché quella miseria è la porta di ingresso del Salvatore, lo squarcio attraverso il quale il Signore può entrare. Le nostre miserie sono lo spazio di Dio nella nostra vita. Quando ci si illude di poterne fare a meno o di rimediare diversamente non siamo nella verità perché la forza di cui noi siamo capaci è ‘a tempo’ ed è ‘per le piccole cose’. È una battaglia (persa?) parlare alle persone ‘vincenti’ e convinte della propria forza. Il libro dei Proverbi ricorda che prima della rovina viene l’orgoglio e prima della caduta l’arroganza. Al contrario: prima della salvezza c’è l’umiltà, le nostre lacrime e il nostro senso di povertà. Benvenuta la salvezza, se le facciamo posto! (p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: V Domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Lc 5,1-11)
3 Febbraio 2022 - A Nazareth i concittadini di Gesù chiedono miracoli per credere. Sul lago di Gennèsaret Gesù chiede a dei pescatori di credergli e avvengono miracoli. Per poter predicare lontano dalla ressa, Gesù si rivolge a Simone e “lo pregò di scostarsi un poco da terra”. Finita la predicazione chiede ancora: “prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Simone, balbetta un ‘rigor di logica’ e, anche per non essere deriso dagli altri, sottintende un minimo di competenze sulle rotte dei pesci in quel lembo di lago tra Betsaida e Cafarnao; ma si fida della Sua Parola: non un suono o un carattere inciso da qualche parte, ma una forza, come l’Amore, capace di muovere le volontà e anche “… il sole e le altre stelle”, aggiungerebbe Dante! Ed esclama: “ma sulla tua Parola getterò le reti”. La pesca è abbondante. La reazione di Simone determinante: “allontanati da me perché sono un peccatore”. Nulla di inesatto nel dichiararsi peccatore; inesatta, invece, è la convinzione che per questo motivo Gesù non possa avere a che fare con lui: “non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. È tutto il contrario: d’ora Simone e Gesù staranno sempre insieme. Come quelle reti apparentemente inutili, risultarono decisive per una pesca in quelle circostanze, così Simone, per aver preso coscienza della sua condizione di peccatore, ora è abile e collaboratore di Gesù; sì, proprio lui che si riteneva inutile e inadatto a causa del peccato. Per Gesù il peccato non è il punto terminale di una lontananza da Dio conclamata, ma il punto di partenza per l’opera di Dio in noi e il miglior preludio per l’abbandono a Dio: a monte c’è la forza di una Parola che, se appresa, fa mettere in atto comportamenti che smascherano l’inconsistenza della vita da peccatore. E la cambiano. Ora che le barche sono piene avrebbe più senso restare… e, invece, no. Gesù ha detto a Pietro chi è e che si può fare. Per questo lui e i suoi sodali lasciano tutto e vanno nell’unica direzione che conduce al cuore della vita: quel Dio che riempie le reti e la vita, moltiplica la libertà e il coraggio, non chiede niente e dona tutto. Per questo si chiama ‘Signore!’ (p. Gaetano Saracini)
IV Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 4,21-30)
27 Gennaio 2022 - La meraviglia e l’ammirazione per Gesù si trasformano repentinamente in sdegnosa ostilità nel momento in cui la gente di Nazareth comincia a dire: “non è costui il figlio di Giuseppe?” Una domanda retorica che non esprime la presunzione di conoscere già tutto di Lui ma l’insinuazione e la pretesa di avere diritti speciali, un trattamento di assoluto favore rispetto a tutti gli altri. Quasi la condizione per poter credere in Lui e a quello che sta dicendo. Ma non è con il pane e i miracoli che si liberano le persone; quello, piuttosto, è il modo per impossessarsi di loro. Dio, invece, non si impossessa e non invade. Dio vuole servire l’uomo e cambiargli il cuore. Gesù smaschera il loro pensiero e lo argomenta. Lui è un profeta ma non uno di quelli che accomoda le coscienze ma uno che le scortica. E il Suo Dio non è un taumaturgo a disposizione tra i vicoli del paese ma uno che sconfina. Materialmente e spiritualmente. Nella scia della più grande profezia biblica racconta come attraverso il profeta Elia, Dio protegge una vedova forestiera a Zarepta di Sidone e attraverso Eliseo guarisce il generale Naaman il Siro, nemico d’Israele, lebbroso. Persone che non hanno chiesto miracoli per credere ma hanno creduto e, credendo, hanno ottenuto miracoli. Quei profeti trovarono la fede autentica fuori da Israele. Tutta la storia biblica mostra che la persecuzione è la prova dell’autenticità del profeta: “nessuno è profeta in patria!”. E Gesù è quel profeta che rivela un Dio di sconfinamenti, la cui patria è il mondo intero, la cui casa è il dolore e il bisogno di ogni uomo. “Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare. Perché poi ti sbagli su tutto, sulla storia e sul mondo, sul bene e sul male, sulla vita e sulla morte” (D.M. Turoldo). Il rischio di comportarsi come gli abitanti di Nazareth è tutt’altro che remoto e, oggi, assume diverse forme. L’insistenza con cui papa Francesco invita ad uscire verso le periferie del mondo, esprime la sua ferma volontà di opporsi a questo rischio. È in atto una profezia: come Gesù, essa non fugge e non si nasconde ma passa in mezzo, aprendosi un solco come di seminatore, mostrando che la si può ostacolare ma non bloccare. Parafrasando un bravo cantautore: “non puoi fermare il vento, gli fai solo perdere tempo” (F. De Andrè).
p. Gaetano Saracino
Vangelo Migrante: III Domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Lc 1,1-4; 4,14-21)
20 Gennaio 2022 - Con la Lettera apostolica ‘Aperuit illis’ (2019), Papa Francesco stabilisce che la III Domenica del Tempo ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio. La Parola di Dio è ordinariamente al centro della vita della comunità. Dall’ascolto nasce l’appartenenza a Dio; ma a volte si ha l’impressione che la Bibbia sia solo materia per esperti… In continuità con i ‘nuovi sguardi’ che papa Francesco sta offrendo nel suo magistero sull’evangelizzazione e sulla liturgia, anche sulla Bibbia egli accende una dimensione ‘popolare’ perchè tutti si riapproprino della sacra Scrittura, come Parola personale e comunitaria che Dio vuole offrire al suo popolo. Il brano del Vangelo che proclameremo in questa domenica, ci situa bene in questa dimensione. Si tratta dell’incipit della vita pubblica di Gesù, subito dopo i vangeli dell’infanzia, preceduto dal ‘prologo’ del Vangelo di Luca. L’evangelista si presenta come uno che ha fatto ricerche accurate (akribòs) perché vuole che i cristiani si rendano conto “della solidità degli insegnamenti” ricevuti e prendano atto di come la vita di Gesù abbia un’importanza decisiva per la storia di tutti gli uomini. Quindi riporta il ‘manifesto’ di Gesù, che si intesta le parole del profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me…”. Nella Sinagoga a Nazareth, dove era cresciuto, quel sabato, Gesù proclama che Lui opera con la potenza di Dio. La Sua non sarà un’opera umana, meno che mai politica, ma la rivelazione del progetto di Dio che “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. Il tempo nuovo non ha più per protagonista l’uomo, ma ‘Dio fatto uomo’. A Nazareth ci rivelato come a salvare l’umanità non saranno gli ordinamenti umani, i sistemi di governo o i compromessi ma lo Spirito del Signore. Non è una nota di pessimismo sulle capacità umane, purtroppo fin troppo documentate dalla storia; ma è la speranza certa che ci assicura che lo Spirito è su Gesù e, quindi, su tutti quelli che fanno comunione con Lui. Tutto questo riguarda l’oggi: “oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. L’oggi storico di Gesù diventa, per la forza dello Spirito, l’oggi liturgico della Chiesa, il nostro di ogni Messa. La predica di Nazareth diventa, oggi, storia nostra. Se ascoltiamo! (p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: II Domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Gv 2,1-11)
13 Gennaio 2022 - Il Vangelo di Cana coglie Gesù nelle trame festose di un pranzo nuziale, in mezzo alla gente. Canta, ride, balla, mangia e beve, lontano da un presunto ascetismo. Dio non è il concorrente della gioia delle sue creature, del vitale e semplice piacere di esistere e di amare: Cana è il suo atto di fede nell’amore umano. È il creatore dell’amore. Lo benedice e lo sostiene al punto di farne il caposaldo, il luogo originario e privilegiato della sua evangelizzazione: “questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù”. Anche Maria partecipa alla festa e ‘guarda’ ciò che accade attorno a lei. Il suo osservare attento e discreto le permette di vedere ciò che nessuno vede e cioè che il vino è terminato: “Non hanno più vino”. Punto di svolta del racconto. Non è il pane che viene a mancare, alimento necessario alla vita, ma il vino, alimento di complemento e non indispensabile, … ma non nel bel mezzo di una festa! “Non è ancora giunta la mia ora”, dice Gesù. Maria non chiede uno ‘spreco di potenza’ ma chiede a Dio che suo Figlio anticipi ‘l’ora’ che il Padre gli ha consegnato nel tempo della sua venuta in mezzo agli uomini. ‘Quell’ora’, è il momento cruciale del Calvario, anzitutto; la cruna dell’ago attraverso la quale deve passare per rivoltare tutta quanta la storia, di tutti gli uomini e di tutti i tempi. L’umanissimo miracolo di Cana è un miracolo della fede di Maria che apre gli estremi di ‘quell’ora’ estendendola da quel banchetto fino alla croce. Un’estensione che abbraccia tutti gli uomini, in ogni istante della vita: nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Cana inaugura il tempo della missione pubblica di Gesù e, nei segni e nei miracoli, si rivelerà come ‘l’ora della gloria di Dio e della Salvezza per gli uomini’. Non una serie di episodi e circostanze ireniche e moralmente edificanti ma appuntamenti puntuali e risolutivi. Proprio come a Cana, dove “egli manifestò la Sua gloria e i discepoli credettero in Lui”. (p. Gaetano Saracino)
- Gaetano SARACINO
Vangelo Migrante: Battesimo del Signore (Vangelo Lc 3,15-16; 21-22)
5 Gennaio 2022 - Il Battesimo di Gesù, così come riferito dall’evangelista Luca, sembra un fatto che riguarda solo Lui. Una sua esperienza personale. Non si descrive nessun episodio ma si dice solo che “quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera (…) vi fu una voce dal cielo: tu sei il mio figlio l’amato, in te ho posto il mio compiacimento”. Quel fatto, in verità, non è un resoconto privato tra Padre e Figlio ma riguarda tutti. L’evangelista, poco prima, aveva detto che c’era un popolo in attesa tanto da chiedersi se Giovanni il Battista non fosse proprio lui il Messia, l’atteso. In fondo uno come lui, quadrava con gli schemi umani: persona seria, esigente, che sa richiamare le coscienze. Giovanni chiarisce che lui è solo acqua ma il cuore umano deve essere introdotto in un qualcosa che è più di un’aspettativa. Cos’è questo di più? La relazione filiale tra Dio e quel Figlio e, attraverso di Lui, con tutti gli uomini: “tu sei l’amato (…) il mio compiacimento”. Dio non ha una gioia astratta ma è un Padre felice di essere Padre. Ha una gioia destinata al cuore umano. Il cuore dell’uomo che si aspetta un rimprovero è superato dalla rivelazione della paternità di Dio. Il tema del battesimo di Gesù è il nostro battesimo. In esso siamo introdotti nella dimensione filiale e lo Spirito Santo viene su di noi come vera e propria certificazione interiore che Dio è nostro Padre. Dubitare della paternità di Dio è ciò che di più grave può capitare all’uomo. Ritrovarsi figli di Dio è l’uscita da quello stato di distruzione. Essere amati è il fondamento della nostra capacità di amare. Trovarci accolti ci rende aperti all’accoglienza. Il cuore dell’annuncio del Vangelo è proprio questo: passare dalla convinzione di un Dio estraneo, e a volte ostile, alla scoperta che Dio è Padre e ‘a priori’ sta al nostro fianco. “In te ho posto il mio compiacimento” è una parola per noi. Ci dice la nostra verità più autentica. Accogliere questa rivelazione fa sì che quello che sappiamo di noi, figli amati, possiamo saperlo anche del nostro prossimo. (p. Gaetano Saracino)
Vangelo Migrante: II domenica dopo Natale (Vangelo Gv 1, 1-18)
30 Dicembre 2021 - Un brano di Vangelo che toglie il fiato, impedisce piccoli pensieri e spalanca le porte dell’infinito e dell’eterno. Così inizia il Vangelo di Giovanni: non il racconto di un episodio ma un volo che proietta Gesù di Nazareth verso i confini dello spazio e del tempo. “In principio era il Verbo... e il Verbo era Dio”. Quel ‘principio’ non coincide solo con la prima parola della Bibbia. Quel ‘principio’ è l’origine di ogni cosa, il suo senso profondo, la sua anima. Tutto quello che esiste in noi e attorno a noi, è stato fatto per mezzo di Lui e niente si è fatto da sé. “In lui era la vita”. Il Verbo di Dio non è venuto a portare un sistema di pensiero o una nuova teoria religiosa, ma ci ha comunicato vita ed ha acceso in noi il desiderio di una vita più grande: “Sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). “E la vita era la luce degli uomini”. La vita è una grande parabola imbevuta della luce di Dio. Una parabola che ci insegna come perfino nelle pozzanghere dell’esistenza possiamo scorgere il riflesso del cielo di Dio e nei germogli o nelle piccole cose intuire le cose ultime. “E il Verbo di fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. ‘In principio’, ‘tutto’, ‘nulla’, ‘Dio’, sono parole assolute, senza limiti ma non astratte. Ci mettono in rapporto con la totalità e con l’eternità, con Dio e con tutte le creature del cosmo. Ma è accogliendo Gesù venuto in terra e riconoscendolo Figlio di Dio che, da semplici creature, si diventa addirittura Figli a nostra volta. Mai inadeguati, mai sbagliati: preziosi ai suoi occhi! Se tutta la vita è imbevuta della luce di Dio, in Gesù l’umanità è abitata stabilmente da Dio. Attentare all’umanità significa volersi disfare di Dio; presumere di cancellare Dio, significa distruggere ogni forma di vita. Per questo il primo compito di ogni uomo è accogliere l’umanità, proteggerla, promuoverla e integrarla. Ovunque. “Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. (P. Gaetano Saracino)

