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Vangelo Migrante: Natale del Signore (Vangeli Mt 1,1-25; Lc 2,1-14; Lc 2,15-20; Gv 1,1-18)

21 Dicembre 2021 -   Per la celebrazione liturgica del mistero del Natale del Signore, vengono offerti quattro brani di Vangelo: per la messa vespertina nella Vigilia, che fa già parte pienamente della festa, per la Notte Santa, l’Aurora e il Giorno. Ciascuno di essi introduce alla meditazione di un aspetto particolare del mistero che celebriamo, quasi una progressione di rivelazione da parte di Dio e di comprensione da parte dell’uomo: il Verbo che si cala nella storia dell’umanità; la rivelazione che “oggi è nato il Salvatore”; l’adorazione dei pastori al sorgere del sole, e anche la nostra, di quel bambino accolto nell’intimità di una famiglia; l’annuncio che quel bambino è la “luce vera che illumina ogni uomo”, come solennemente riportato nel prologo del Vangelo di Giovanni! Una rivelazione che rischia di essere oscurata dalle tante nubi addensate sopra questa umanità. Ma nulla è impossibile a Dio. Anche per noi vale quel segno indicato dagli angeli ai pastori: “troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato …” Per noi, un segno per nulla distante ma, sempre più spesso, un fatto drammaticamente vero e visibile a tutti. Dio che si fa uomo è lì. È carne viva nel bambino Gesù. Dubitare o tergiversare su quel che si vede non è solo fare un torto alla verità ma è farsi vincere dalla paura e, per paura, perdersi anche i significati di quel segno: l’amore e la gioia. Un amore che accoglie, una gioia che condivide. Cose volute, create, pensate, progettate da Dio stesso, che danno significato ad ogni cosa e rendono perfettamente funzionante ed efficace tutto il movimento della vita in ogni dimensione dell’esistente. Per noi sono incarnate in Gesù. Non c’è posto per paure e astrazioni. Questo spiega l’invocazione incessante della Chiesa: Ma-ra-na-thà! Vieni Signore! (p. Gaetano Saracino)

Vangelo Migrante: IV domenica di Avvento (Vangelo (Lc 1, 39-45)

16 Dicembre 2021 - Laddove si riesce ancora a guardare il mondo con occhio intriso di umanità, ci si accorge che non c’è immagine più evocativa di quella di una donna in attesa. In lei ciò che è pesante è alleggerito da una vita nuova che arriva e ciò che è impalpabile, ancorato ad una creatura fatta carne.  Il Vangelo di questa domenica ne mette di fronte due: Maria ed Elisabetta, sua cugina. Dio viene mediato dal loro incontro, convocato dai loro abbracci e dai loro affetti, come un familiare. Non esiste infinito quaggiù, lontano dalle relazioni umane. Dio arriva così. L’unica scena del Vangelo in cui sono protagoniste solo donne, èanche l’icona dei passi di Dio in mezzo agli uomini. Il primo passo è riflesso in Maria che entra nella casa e saluta Elisabetta. Entrare, varcare soglie, fare dei passi per andare incontro ad una persona. Non restare al di fuori, ad aspettare che qualcosa accada ma diventare protagonistiavvicinarsi, bussare, ricucire strappi e allontanamenti; presentarsi con un saluto, facendo viaggiare parole di pace: premessa essenziale perché un incontro ed una relazione siano fruttuose. Maria ripete ciò che l’angelo di Dio ha fatto con Lei. Il secondo passo è in Elisabetta che esclamaBenedetta tu fra le donneDire a qualcuno “sei benedetto” significa portare il cielonella sua vita, salutare Dio in lui, vederlo allopera, vedere il bene, la luce, con uno sguardo di stupore, senza rivalità, senza invidia. La felicità passa dal ‘dire bene’. Nel bene è l’immagine di quel Dio che “ha fatto bene ogni cosa!” Il terzo passo diventa un canto: lanima mia magnifica il Signore!”Maria ringrazia. È grata perché è amata. Segno che l’amore, quando accade, ha sempre il senso del miracolo: ha sentito Dio venire come un fremito nel grembo, come un abbraccio con l’anziana cugina, come la danza di gioia di un bimbo di sei mesi, e canta. La certezza della presenza di Dio è la gioia, la prova: il “mormorio di un vento leggero”. Il tempo sta per compiersi. Dio è vicino! Si fa uomo in Gesù. Batterà ancora le strade della relazione, quelle della premura ma anche quelle dell’accoglienza; illuminerà le Opere del Padre perché noi possiamo riconoscerle e ‘dire bene’; spalancherà gli orizzonti della gioia e della gratitudine proprie di un cuore già visitato e amato!

p. Gaetano SARACINO

Vangelo Migrante: III domenica di Avvento (Vangelo Lc 3, 10-18)

9 Dicembre 2021 - Le parole del profeta Sofonia nella prima lettura e un certo successo della predicazione di Giovanni Battista, introducono il tema di questa terza domenica di Avvento detta della gioia: ‘gaudete!’ Di che gioia si tratta? Il popolo avverte che è in arrivo un cambiamento ed ha la forma della “revoca di una condanna”, come annunciato dal profeta: “rallegrati figlia di Sion (…) il Signore ha revocato la tua condanna”; il cambiamento è, addirittura, una persona: “viene colui che è più grande di me a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali”, predica Giovanni. Un’aspettativa dinanzi alla quale molti chiedono al Battista: io che cosa posso fare? Lo chiedono le folle, i pubblicani e, persino, i soldati. La pagina di Vangelo si sofferma sulle risposte di Giovanni il Battista a ciascun gruppo e sull’annuncio delle qualità del Messia. Giovanni non dà risposte definitive: il suo è sempre un preparare, predisporre la strada a Colui che ha la risposta definitiva. Per questo, esorta le folle a praticare una giustizia distributiva: “chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Ai pubblicani raccomanda: “non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”; e ai soldati: “non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”. Questa è la missione di Giovanni … e anche la nostra: annunciare e praticare una giustizia.  Non sono queste le cose che salvano (lo vediamo tutti i giorni) ma di sicuro sono queste le cose che preparano la Salvezza. E sono necessarie perché il Compimento di Dio possa realizzarsi. Giovanni porge il primo livello della conversione: interrompere il male. È decisivo, perché è da lì si costruisce il nuovo. Se pensiamo che per accogliere Dio occorre fare cose fantasmagoriche, ci sbagliamo. Quello che serve, invece, è interromperne alcune. E, spesso sono queste le cose che ci fanno soffrire di più perché all’apertura al nuovo, anche a quel che desideriamo, si oppone quello che temiamo di perdere. Il titolare della salvezza, arriverà e porterà pienezza di vita nuova, dice Giovanni, ma c’è un puntino che spetta a noi ed è l’inizio di quella venuta. Il movimento possibile, quello che io posso fare, lo devo fare. È su quello che vedremo fiorire l’impossibile che spetta a Dio. (p. Gaetano Saracino)  

Vangelo Migrante: II domenica di Avvento (Vangelo Lc 3, 1-6)

2 Dicembre 2021 - Un’introduzione solenne dà inizio al racconto dell’attività pubblica di Gesù. Un lungo elenco di re e sacerdoti traccia la mappa del potere politico e religioso dell’epoca; ma poi, improvvisamente, c’è una svolta. La Parola di Dio vola via dal tempio e dalle stanze del potere e raggiunge un giovane: Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Non è lui che porta l’annuncio ma è la Parola di Dio che lo raggiunge, lo incalza e lo sospinge: “egli percorse tutta la regione del Giordano”. La Parola di Dio è sempre in volo in cerca di uomini e donne, semplici e veri, per creare inizi e processi nuovi. Parla di raddrizzare, appianare, colmare paesaggi aspri e difficili che sono senz’altro i tratti duri e violenti della storia: ogni violenza, ogni esclusione e ingiustizia sono un burrone da colmare; ma sono anche la nostra geografia interiore: una mappa di ferite mai guarite, di abbandoni patiti o inflitti, paure, solitudini, forme di anaffettività dilaganti... Anche se i potenti del mondo alzano barriere, cortine di bugie, muri ai confini, Dio trova la strada per raggiungere ognuno e posare la Sua mano sulla spalla ciascuno. Niente lo ferma. E allora: chi conta davvero nella storia? Erode, noto solo perché ha tentato di uccidere quel bambino? Pilato, passato alla storia perché l’ha condannato? No. Conta solo chi si lascia abitare dal sogno di Dio e dalla Sua Parola. L’ultimo appello della predicazione odierna di Giovanni è il vertice dell’Annuncio: “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”. Ogni uomo? Sì, proprio così. Dio vuole che tutti siano salvi, e non si fermerà davanti a burroni o montagne, neppure davanti alle tortuosità del nostro passato, ai cocci della nostra vita, tantomeno dinanzi alle diversità culturali e di provenienza degli uomini. Una delle frasi più impressionanti del Concilio Vaticano II, afferma: “ogni uomo che fa esperienza dell’amore, viene in contatto con il mistero di Cristo in un modo che noi non conosciamo” (Gaudium et spes 22). Cristo raggiunge tutti gli uomini, e l’amore è la sua strada. E nulla esiste di veramente umano che non raggiunga, a sua volta, il cuore di Dio. Buona cammino di Avvento, ancora! (p. Gaetano Saracino)

Vangelo Migrante: I domenica di Avvento (Vangelo Lc 21,25-28 e 34-36)

25 Novembre 2021 -  Con la prima domenica di Avvento ha inizio il nuovo anno liturgico. Il motivo dominante dell’Avvento non è il ricordo della nascita di Gesù ma l’invito ad accogliere la sua venuta nella nostra vita, oggi; e, quindi, a passare dal clima facile ed emotivo del Natale al coraggio di interrogarci sullo scopo ultimo della nostra vita: l’incontro con Lui. Incoraggiati da questa prospettiva ci dirigiamo sul Vangelo: “vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia”, esordisce Gesù con un linguaggio apocalittico. Ci consola quello che segue: “vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.  “Alzate il capo”, è la chiave. Quando sta accadendo qualcosa di difficile, è proprio quello il momento della liberazione perché può segnare un punto di rottura, può coincidere con un tornante che apre un nuovo orizzonte dove affiora la speranza. E tutto cambia. Gesù non ci lascia in balia degli eventi ma li pone in un cammino che è orientato verso un fine, uno scopo, una meta e che proviene da una promessa di bene, quella con cui tutti nasciamo. Si guardi ai bambini: hanno un bagaglio di positività e di apertura al bello e al buono che sono straordinari. Eppure molto del nostro tempo lo trascorriamo in bilico tra il sublime e il tragico, tra il meraviglioso e il deturpato. È un attimo: gli stessi fatti possono portare una persona alla crescita e un’altra all’implosione; una a vivere, l’altra morire. Gesù parla di postura. I fatti difficili esistono e sono lo spartitraffico; dalla postura dinanzi ad essi, dipende il nostro futuro: “state attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. Gli appesantimenti sono le zavorre che uccidono la vita perché rubano noi a noi stessi e ci rubano il reale alienandolo. Sicchè, quando arriva la tempesta questa ci abbatte. La vita è una chiamata a cose grandi e, come tutte le cose grandi, anche a sfide difficili. “Alzate il capo”: chi si apre alla sapienza di Dio comprende che è giunto il momento di crescere, assume una posizione tra la terra e il cielo e affronta la vita. Non è forza di volontà ma postura necessaria per vedere chi sta arrivando, per ascoltare qualcuno che sta parlando con noi, anche in quelle situazioni; proprio come accade in un momento di grazia, di gioia e di consolazione. Per fare Natale, occorre essere nel reale: lì arriva Dio e lì ci parla la Sua Provvidenza! Buon cammino di Avvento! (p. Gaetano Saracino)    

Vangelo Migrante: Solennità di Cristo Re dell’Universo (Vangelo Gv 18, 33-37)

18 Novembre 2021 - Il dialogo tra Pilato e Gesù introduce la Solennità di Cristo Re e conclude l’anno liturgico. In un contesto che non è quello della Settimana Santa è una pagina di vangelo che ci dice chi è Gesù e dove si fonda tutto il suo messaggio: “io sono re ma il mio regno non è di questo mondo”. Chi è Gesù? Agli occhi di Pilato è un possibile concorrente, un potere alternativo al potere dei romani. Agli occhi delle folle è il liberatore atteso ma, a quanto pare, non è capace di difendere nemmeno se stesso. Che razza di re è mai questo? Gesù lo chiarisce. Dinanzi a Pilato che gli chiede: “Sei tu il re dei Giudei?” Gesù cambia terreno e alza il tiro: “dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”. Come a dire: “mi fai una domanda per la quale non ti interessa la vera-risposata-vera ma solo quello che potrebbe costare al tuo potere”. E alla domanda: “che hai fatto?” Prosegue dicendo: “il mio regno non è di questo mondo; (…) io sono re”. Non sono affermazioni enigmatiche. Vediamoci chiaro: nella storia dell’umanità non esiste un uomo che abbia lasciato il segno più di quel Nazareno poco più che trentenne. Al di là della fede in Lui, pertanto, non si può escludere in assoluto che uno che dice di essere re di un regno che non è di questo mondo, possa avere a che fare con questo mondo. Probabilmente inquieta il fatto che nel confronto con Pilato, Gesù destabilizza il potere umano e ne rivela le contraddizioni. Il potere di questo mondo presume di essere difesa, benessere, giustificazione dei sudditi; nei fatti è difeso dai sudditi, mantenuto con le risorse dei sudditi, acconsentito dai sudditi. Libertà o dominio? Le dichiarazioni di Gesù sono domande necessarie: Chi è veramente libero? Chi possiede tutto (ed è posseduto da tutto) o chi non possiede nulla? Chi fa fare agli altri quello che dice lui o chi sa amare tutti, anche chi gli ha procurato del male? Verità distanti anni luce dalla prassi terrena eppure esigenze, aneliti ineludibili che, prima o poi, fanno gridare: basta compromessi, basta agire per consolidare qualcosa, per convenzioni che non hanno più fondamenti, per far contento qualcuno! In quel Regno, Gesù e il suo messaggio coincidono: Gesù è libertà, in se stesso e per chiunque lo accoglie. Allora, quel Regno, per il solo fatto che esiste, interpella: l’amore di quell’uomo crocifisso, interroga sempre! (p. Gaetano Saracino)    

Vangelo Migrante: XXXIII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mc 13, 24-32)

11 Novembre 2021 - L’universo è fragile nella sua grande bellezza: “il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”, dice Gesù nel suo discorso sulle ultime cose. Parole finali. Sconvolgenti. Eppure non è questa l’ultima verità: se ogni giorno c’è un mondo che muore, ogni giorno c’è anche un mondo che nasce, un germoglio che spunta, gemme che annunciano l’estate. Quante volte si è spento il sole, le stelle sono cadute a grappoli dal nostro cielo, lasciandoci vuoti, poveri, senza sogni: una disgrazia, una delusione, la morte di una persona cara, una sconfitta nell’amore, ingiustizie perpetrate su di noi e sui fratelli. Situazioni per cui è stato necessario ripartire, ricominciare e, con un’infinita pazienza, guardare, oltre l’inverno, ad una estate che inizia con il quasi niente. Appunto: come una gemma su un ramo. Gesù non ama la paura. La sua umanissima pedagogia è semplice: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura. Vuole raccontare non la fine ma il fine della storia: Dio è vicino, è qui, come la primavera nel cosmo. E ci porta alla scuola delle piante perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della creazione coincidono: da una gemma di fico possiamo imparare che il futuro del mondo “non è compiuto così com’è, ma è qualcosa che deve svilupparsi ancora oltre, e che deve essere inteso più in profondità. Il mondo è una realtà germinante” (R. Guardini), incamminata verso una pienezza profumata di frutti. Non siamo in balia della paura e degli eventi che sembrano sopraffarci: il Regno di Dio è vicino! Sta alla porta, e bussa. Viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio; non portando un’accusa ma un germogliare di vita. Non resta che farsi trovare e accoglierlo! (p. Gaetano SARACINO)  

Vangelo Migrante: XXXII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mc 12, 38-44)

4 Novembre 2021 - Il Vangelo ci mostra due figure contrapposte: gli scribi ed una vedova. I primi prendono la vita dal giudizio degli altri. Per timore di non avere una propria vita, fanno derivare quello che sono dalle apparenze: “amano passeggiare il lunghe vesti, ricevere i saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti”. Si tratta di vite miserabili fondate sulla vanagloria e su un’ansia da riconoscimento che derivano dalla paura di svanire nel nulla, di non essere importanti e di non essere proprio. Per cui la vita prende energia dalla paura dell’oblio. È la nostra realtà più vera: noi non abbiamo sostanza per noi stessi; non a caso il Vangelo prosegue descrivendo che per sussistere, essi “divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”. Il palco va sostenuto anche dai soprusi. A questi, Gesù contrappone il comportamento di una vedova che nel tesoro del tempio versa tutto quello che ha: due monetine. Anche lei dipende. Non si tratta di una persona poco abbiente; quella donna, dice il Vangelo, è proprio una mendicante: la sua vita dipende da tutto quello che gli arriva. Questa condizione, tuttavia, non le toglie il desiderio di donare a Dio tutto quello che ha. La sua vita è totalmente votata alla dipendenza ultima che è da Dio. E viene vista da Gesù. È questa l’immagine con cui l’evangelista conclude il racconto della vita pubblica di Gesù, una sorta di ultima chiamata per rientrare realmente in rapporto con Dio. Dio non chiede molto o poco: chiede tutto. Ciò che ci fa vivere veramente è la sua provvidenza. Questa pagina ci fa capire che o la nostra anima riposa in Dio o l’alternativa è lo scriba: vivere delle nostre opere e dello sguardo altrui. Finchè non mettiamo a disposizione di Dio tutto quello che abbiamo dipenderemo da quelle cose che esibiamo e difendiamo, ma non da Dio. Non c’è una terra di mezzo. Una vita cristiana a metà, è grottesca. Chi sceglie Dio, avrà sia Dio che il mondo perché vivrà in questo mondo libero e secondo figliolanza. Chi sceglie il mondo, avrà solo il mondo con le sue paure e le sue ansie. Che, ahinoi, si vedono tutte! (p. Gaetano Saracino)  

Vangelo Migrante: XXXI domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mc 12,28-34)

28 Ottobre 2021 - Al tempo di Gesù si discuteva animatamente sulla gerarchia dei comandamenti. “Qual è, il primo di tutti i comandamenti?” chiede uno scriba. Sebbene fosse diffusa una certa priorità per il terzo, quello che prescrive di santificare il sabato, perché anche Dio lo aveva osservato, la risposta di Gesù, come al solito, spiazza e va oltre: non cita nessuna delle dieci parole, ma colloca al cuore del Vangelo la stessa cosa che sta nel cuore della vita: ‘tu amerai’. Un verbo al futuro, come per un viaggio mai finito. “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non aggiunge nulla di nuovo: le due parole sono già scritte nel Libro. La prima è uno dei testi più cari, quotidiani e amati della pietà ebraica con cui si esprime la fede amorosa di Israele per il suo Dio. La seconda è tratta dal levitico e non si limita a chiedere di non fare del male al prossimo, ma chiede in positivo di fare il suo bene. La novità sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola: “amerai”. L’origine dei nostri mali, dei fondamentalismi, di tutte le arroganze, del triste individualismo sta nell’averle separate. L’amore per il prossimo è un’esigenza irrinunciabile della nostra fede, perché fa parte delle intenzioni di Dio. Vivere il comandamento dell’amore del prossimo significa salvare l’amore di Dio dalle sue facili illusioni: è il segno verificabile e convincente dell’amore per Dio. Quando uno ama sa che cosa deve fare e non ha bisogno del pungolo di alcuna legge. (p. Gaetano SARACINO)  

Vangelo Migrante: XXX domenica del Tempo Ordinario – b (Vangelo Mc 10,46-52)

21 Ottobre 2021 - Un mendicante cieco, l’ultimo della fila, un naufrago della vita, al passaggio di Gesù comincia a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” Non proprio una richiesta di perdono ma la celebrazione del dono di un dialogo con Dio, sempre possibile, anche nella disperazione o in uno ‘stato di fermo’ come in questo caso. “Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Il suo è un grido fuori programma che disturba. Disturba il disturba i riti e le aspettative; disturba chi pensa male di Dio e professa la fede nel ‘fai da te’, disturba chi gode nel confondere il peccato con il peccatore. Ma la vita è un fuori programma continuo e il Figlio di Dio lo sa. Esistono nell’uomo gemiti di cui abbiamo perso l’alfabeto e grida su cui non siamo più capaci di sintonizzarci. Gesù, il Rabbi, ascolta e risponde. La sua attenzione libera tutta l’energia della vita: il cieco, non parla, grida; non si toglie il mantello, lo getta; non si alza da terra, ma balza in piedi. La fede porta con sé un balzo in avanti, porte che si spalancano, un ‘di più’ illogico e bello. Credere è acquisire la bellezza del vivere, purificare i desideri, abbandonare il superfluo: “che cosa vuoi che io faccia per te?”, chiede Gesù! Fidandosi di Gesù e perseverando anche dinanzi ai rimproveri circostanti, Bartimeo guarisce come uomo, prima che come cieco. Il Figlio di Davide si è accorto di lui, lo ha toccato e lo ha tirato fuori dal suo naufragio umano. Il vero ‘miracolo’ è che è sempre possibile la fiducia e speranza in Dio, in ogni circostanza della vita si può dialogare con Lui e, quando serve, gli va fatto spazio. È questa la cura che guarisce la nostra umanità persa, ferita, abbandonata o dimenticata. Ci rimette al mondo e ci rende anche discepoli, … con occhi nuovi. (p. Gaetano Saracino)