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Migrantes Reggio Emilia-Guastalla: le preghiere e gli aiuti dagli “amici” cinesi

3 Aprile 2020 - Reggio Emilia - Un legame profondo ci unisce ai fratelli della Cina e particolarmente ai cristiani cinesi, un legame reso più intenso dalla loro presenza qui tra noi. La fede e la carità del popolo cristiano della Cina si stanno ancor più manifestando in tutta la loro ampiezza e profondità in questi giorni, in cui siamo tutti provati a causa della epidemia. Dopo avere pregato per tutto il popolo cinese e in particolare per gli ammalati e per i più bisognosi e dopo avere donato con grande generosità per offrire loro aiuto e sollievo, il cuore dei cristiani cinesi si rivolge ora con preoccupazione, carità e speranza a tutti i popoli colpiti. In questi giorni numerosi fedeli, associazioni e diocesi cinesi, in comunione con i loro connazionali residenti in Italia, pregano per le nostre comunità colpite, per gli ammalati, per i più poveri, per chi piange la morte di un amico o di un parente. Con l’aiuto e il coordinamento del nostro cappellano cinese don Pietro Sun e di altri fedeli e religiosi cinesi presenti in Italia, le comunità cinesi stanno manifestando la loro amicizia – veramente fedeli all’insegnamento di padre Matteo Ricci – inviando in dono grandi quantità di materiale sanitario, come mascherine e camici, alla nostra diocesi – e anche a molte altre –, particolarmente per l’aiuto dei più poveri tra noi. In particolare, desideriamo ricordare Qinzhen Chen, mamma della nostra cara amica Giovanna Jiang, che da Fuzhou ci dona 700 mascherine. La Associazione Cinese di Reggio Emilia, dona 500 mascherine. Caihui Huang, da Guangdong Cina, dona 500 mascherine. La comunità sant’Egidio in Cina, dona 1600 mascherine. La chiesa cattolica di Wenzhou in Cina, dona numerose mascherine e altri indumenti protettivi. La Signora Debora Zhang e i suoi genitori, da Shanghai, dona 50.000 mascherine e altri indumenti protettivi. E molti altri. La Signora Debora Zhang ha desiderato inviarci una lettera per accompagnare con le parole il gesto del donare. Ricordiamo nella preghiera i nostri fratelli cinesi, in questo momento e sempre. (Francesco Braghiroli – Migrantes Reggio Emilia-Guastalla)

Coronavirus: in Argentina pochi casi, ma l’isolamento è partito subito guardando all’Italian

3 Aprile 2020 - Buenos Aires – Il messaggio girava in tutto il Sud America, su whatsapp, nei giorni immediatamente precedenti tra i tanti discendenti di emigrati italiani: “Martedì 31 marzo in tutta Italia ci saranno le bandiere a mezz’asta in segno di lutto nazionale per le vittime del coronavirus. Anche noi nello stesso giorno collochiamo le bandiere italiane dalle nostre finestre e dai balconi delle nostre case”. E così è avvenuto anche nella città di Cordoba in Argentina. Elena Tori (82 anni) vive con il marito, Hector Hugo Rubiano (79 anni), a trenta minuti dal centro della città. Il figlio più grande abita vicino casa ma, per la situazione legata al coronavirus, si sentono solo per telefono. L’altro figlio vive in Brasile. Le chiediamo di raccontarci come stanno vivendo l’emergenza sanitaria che è arrivata anche da loro: “Ci sono ancora pochi casi. Ma abbiamo iniziato subito a prendere provvedimenti, grazie a Dio!, per decisione del Presidente Alberto Fernández. Ogni giorno c’è una restrizione in più. Hanno chiuso anche le frontiere. Tutto pensando proprio a quello che avviene in Italia. Io e mio marito, come tutti, dal 19 marzo siamo in isolamento a casa e non usciamo. Abbiamo trovato dei negozi che ci portano le verdure, la frutta, il latte, il pane... tutto quello di cui c’è bisogno. I supermercati aprono dalle 8 alle 9 per i pensionati, poi dalle 9 alle 19 per tutti e chi va, nelle code, deve lasciare almeno un metro di distanza dagli altri. Nel nostro quartiere questo è rispettato, ma so che in altri quartieri no e la gente esce, è un peccato!”. Poi aggiunge: “Davanti casa abbiamo un viale che ha uno spazio verde con alberi nel mezzo. Ora quel viale è vuoto, fermano le macchine. Chi esce di casa deve avere un permesso, un foglio di autocertificazione”. In Tv cosa dicono della situazione? “Qui parlano di tutto il mondo. Ma ogni ora l’Italia è presente nei nostri notiziari. Poi io e mio marito guardiamo anche la Rai e quindi sappiamo tutto. Sono tantissimi gli italiani in Argentina e siamo tristissimi. Ci viene da piangere. Poi io sono collegata anche con i parenti che ho in Italia: Brescia, Boario Terme, Montecarlo, Tonfano, Firenze, Lucca”. (Toscana Oggi – In Cammino – Lucca)  

Sud Sudan: le preoccupazioni per il coronavirus

2 Aprile 2020 - Roma - Il Sud Sudan è risultato finora fortunatamente immune al Covid-19, ma è anche vero “che qui i tamponi non sono disponibili”. Inoltre l’eventuale diffusione del virus preoccupa medici e infermieri poichè “questo virus è più pericoloso della Sars e dell’Ebola”. A spiegarcelo, al telefono dal Sud Sudan, è Nicolò Binello, medico del Cuamm, Medici con l’Africa,la ong diretta da don Dante Carraro. La differenza con Ebola è che “in quel caso la percentuale di mortalità era elevatissima, addirittura del 50%, ma il tasso di contagiosità risulta di molto inferiore a quello del Covid-19”. “Questo virus è estremamente contagioso, più della Sars e dell’Ebola – dice il medico – Possiede un’alta carica virale, soprattutto nelle persone con la malattia conclamata in corso. Inoltre, il problema è che gli asintomatici possono trasmettere il Covid-19, a differenza di quanto avviene con l’Ebola, dove chi non porta i segni della malattia non è ammalato”. Inoltre è come se il Covid-19 fosse un ‘miglioramento’ delle versioni precedenti di Coronavirus, “ma adesso – e questa è la nota positiva – si spera che si diffondano anche le varianti più benigne dello stesso virus”. “Io mi trovo a Lui, un piccolo villaggio capoluogo della Contea di Mundri East, dove l’ospedale è collegato con la capitale dello Stato regionale da un strada di terra battuta – racconta Binello - Qui attorno tutte le persone hanno un livello di povertà elevatissimo”. “Non un solo caso di coronavirus è stato registrato finora qui da noi -  conferma Binello -, ma per un motivo semplice: l’Oms ci ha notificato che per adesso non sono disponibili i tamponi. Nel momento in cui dovessimo disporne, e dunque diagnosticare la malattia, sarà inevitabile constatare diversi problemi nel contenimento di pazienti affetti e nel trattamento del virus”. In Sudan invece i casi arrivano ad oggi a sette, con due persone decedute. “Il Sud sudan è un Paese in cui il sistema sanitario è già al collasso, a seguito di anni di guerra civile – spiega il medico – Io lavoro in una zona rurale e qui si ha la sensazione della fragilità del sistema sanitario in tutte le sue sfaccettature”. Misure come il lavaggio delle mani o la protezione della bocca, nei Paesi africani, sono raccomandazioni su cui gli operatori sanitari “possono intervenire per sensibilizzare la popolazione, ma la sfida è gigantesca. Il sapone liquido molte volte manca o è completamente inutilizzato. Stiamo comunque cercando di attuare una prevenzione, prima di arrivare a dei casi conclamati”. Il problema maggiore è la reperibilità di “dispositivi di protezione individuale: mascherine, camice e protezione degli occhi. Di mascherine non ce ne sono – spiega – Se dovesse davvero scoppiare l’epidemia, come in Italia, non ne verremmo assolutamente a capo”. Questo vale per tutti gli ospedali rurali dell’Africa sub-sahariana: “nel nostro, che è davvero basilare, a volte non abbiamo neanche l’ossigenoterapia. Per non parlare del fatto che le misure di isolamento sono difficilmente realizzabili”. Ci sono però anche delle “note ottimistiche – dice il medico – Anzitutto la scarsa possibilità di spostamento delle persone da un luogo all’altro, sebbene in realtà camminino molto a piedi, e poi la piramide della popolazione che qui in Africa è rovesciata: la maggior parte della gente è giovane e composta da persone sotto i 20 anni. Noi speriamo davvero che si sviluppi una variante del virus in forma più lieve”. L’auspicio è che in Africa il livello di diffusione rimanga basso grazie alla scarsa mobilità umana e al fatto che la maggior parte dei Paesi si sono fin dall’inizio blindati dentro, chiudendo i collegamenti esterni, e molti voli negli aeroporti, lasciando aperte solo le frontiere interne. (Ilaria De Bonis – Popoli e Missione)    

Card. Bassetti: “da soli si va poco lontano”

2 Aprile 2020 - Roma - “Non illudiamoci di ricominciare come prima. È una grande illusione che può solo farci male. Ma dobbiamo aprire il cuore alla speranza. E la solidarietà sostiene tutti, credenti e non credenti”. Lo ha detto il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, commentando questo momento d'emergenza causato dal coronavirus. “Con tanta buona volontà, solidarietà e spirito di condivisione – ha proseguito il card. Bassetti - dovremmo capire che ormai da soli si va poco lontano. Dovremmo riflettere anche sulla nostra fragilità. Se la nostra vita è così fragile perché non fare di tutto per essere solidali? Ricordo che dopo la Seconda guerra mondiale se siamo riusciti a sopravvivere è solo grazie al fatto che quel pochino che avevamo veniva moltiplicato. Io davo un pochino di pane alla vicina, lei mi dava un pochino di latte per far crescere i bambini. Ci siamo accorti che dividendo quello che avevamo si moltiplicava. La logica del Vangelo è proprio questa: più condividi e più moltiplichi”. “Io sto bene – ha sottolineato il card. Bassetti a InBlu Radio - ma ho tante preoccupazioni per la mia diocesi e per tutte le diocesi d'Italia con qualche vescovo ammalato. Ho mandato un messaggio anche al vicario del Santo Padre. La Chiesa di Dio cammina tra le prove del mondo e le consolazione dello Spirito. Stiamo vivendo una grande prova. È stata tutta una grande sorpresa. Quando è iniziato tutto nessuno poteva prevedere che la situazione andasse a picco in maniera così forte. Eravamo abituati a tante epidemie del passato magari più leggere. Questa è una realtà che abbraccia tutto il mondo. Tutti vivono nella paura di un futuro che, dal punto di vista umano, non dà delle certezze”. “L'unica speranza – ha ribadito il card. Bassetti - ci viene dalla capacità che c'è nella gente e la forza di affrontare la difficoltà e la solitudine, nonostante l'inquietudine e la paura per il futuro. Ci sarà sicuramente anche il dopo virus. Quando i campi venivano incendiati dalle guerre non producevano più per tanto tempo e così succederà per l'economia che è in fortissima crisi. Se non si lavora poi non è facile riprendere il lavoro perché è una macchina complessa da rimettere in moto”. “Stando chiuso in casa – ha concluso il card. Bassetti a InBlu Radio – ho sentito molte persone per telefono. E posso dire che la grande preghiera del Papa ha rigenerato la speranza per tutti, non solo per i credenti. Piazza San Pietro in cui c'era solo la bianca figura del Santo Padre bagnata dalla pioggia ha parlato al cuore del mondo intero. E quello spazio vuoto è diventato più pieno di quando c'è mezzo milione di persone che magari partecipano distrattamente alla funzione. Questi sono dei segni che rimangono nelle gente e fanno capire che la vita non è solo legata al virus o al pane quotidiano ma è qualcosa di più grande”.  

Viminale: misure di prevenzione Covid-19 nel sistema di accoglienza migranti

2 Aprile 2020 - Roma - Una circolare del capo dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione. Michele Di Bari, richiama l'attenzione dei prefetti sulle disposizioni adottate per la prevenzione della diffusione del virus COVID-19, nell'ambito del sistema di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e dei centri di permanenza per il rimpatrio, anche alla luce dei quesiti ricevuti. Per evitare rischi di contagio tra i migranti accolti e tra gli operatori delle strutture di accoglienza, deve essere “assicurato il rigoroso rispetto delle misure di contenimento previste a livello nazionale, compreso l'obbligo per gli ospiti di rimanere all'interno delle strutture”.   All’arrivo in Italia, i migranti dovranno essere “sottoposti prioritariamente al previsto screening da parte delle competenti autorità sanitarie” per accertare che non presentino patologie infettive o sintomi riconducibili al coronavirus Covid-19. Successivamente vanno “applicate le misure di sorveglianza sanitaria e di isolamento fiduciario per un periodo di quattordici giorni”, al termine del quale “sempre che non siano emersi casi di positività al virus, i migranti potranno, ove ritenuto necessario, essere trasferiti in altra struttura di accoglienza, previo rilascio di idonea certificazione sanitaria”. È di “fondamentale importanza” che “a cura degli enti gestori, con l’ausilio dei mediatori culturali, venga impartita ampia ed aggiornata informativa sui rischi della diffusione del virus, sulle prescrizioni anche igienico-sanitarie da adottare, sul distanziamento all’interno dei centri, sulle vigenti rigorose limitazioni degli spostamenti e, nei casi in cui siano in atto le più stringenti misure previste per i casi di isolamento fiduciario o di quarantena, sull’esigenza del loro assoluto rispetto”. Inoltre, al fine di “impedire gli spostamenti sul territorio em sino al termine delle misure connesse all’emergenza in atto, dovrà essere garantita e monitorata la prosecuzione dell’accoglienza anche a favore di coloro che non hanno più titolo a permanere nei centri”. Nella circolare si evidenzia che i prefetti sono chiamati a “monitorare il rispetto delle prescrizioni imposte” e “intercettare eventuali difficoltà operative” valutando “l’opportunità di assumere ulteriori iniziative finalizzate alla prevenzione e al contrasto della diffusione del virus nell’ambito del sistema di accoglienza, d’intesa con le altre istituzioni operative sul territorio, in particolare sanitarie”.

R.Iaria

Mci Francia: la “vicinanza” dell’arcivescovo di Chambery, mons. Ballot

2 Aprile 2020 - Parigi – “La pandemia Covid-19 ha colpito l'Italia qualche settimana prima della Francia. Noi seguiamo l'attualità nel nostro paese, in altri paesi e particolarmente l'Italia, cosi vicina a noi. Anche noi in Francia siamo confinati come voi e cerchiamo di accompagnare al meglio le comunità cristiane e l'insieme della popolazione. Noi siamo vicini alla comunità italiana della Savoia e particolarmente di Chambery”. Lo scrive in una lettera al delegato nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Francia, don Ferruccio Sant,   l'arcivescovo di Chambery, mons. Philippe Ballot come segno di vicinanza alla comunità italiana della diocesi e alla Chiesa italiana. Il presule cita la Missione Cattolica Italiana di Chambery “sostenuta e accompagnata mirabilmente da don Valéri il missionario italiano, che noi apprezziamo per il suo ministero che svolge verso la comunità e i migranti. Noi – scrive - ammiriamo tutto il lavoro cheè fatto dalla Chiesa italiana. Sappiamo quale tributo essa paga per la morte di sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli laici. Vediamo come molti sanitari sono ammirevoli e si prendono cura degli ammalati perché possano continuare a vivere” “Voglio assicurarLe, caro don Ferruccio – conclude mons. Ballot - a nome di tutti i cattolici della Savoia, il nostro sostegno nella preghiera, servizio silenzioso, come dice papa Francesco. Restiamo in comunione con voi. Lo saremo particolarmente durante la Settimana Santa”.

R.Iaria

   

Migrantes: 3000 mascherine per i più fragili grazie alla sartoria sociale “La Teranga”

2 Aprile 2020

Roma  - "La comunità andriese ci ha sempre sostenuti, ci ha sempre aiutati, ed è il momento che noi migranti, operatori e volontari della Casa Accoglienza “S. Maria Goretti” e dell’Ufficio Migrantes della Diocesi di Andria, facciamo qualcosa per il bene di tutti". Questo mi hanno condiviso, in primis, i giovani migranti e gli altri ospiti, quelli che la società, a volte, li considera esuberi.

Un messaggio forte di solidarietà che parte, in questi giorni concitati e preoccupanti per l’epidemia del coronavirus, dalla sartoria sociale “La Téranga”: progetto sostenuto dall’8xmille della Chiesa Cattolica per il tramite della Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana.

Sono state momentaneamente messe da parte tovaglie, teli, asciugamani, runner… e si è deciso che da qui in avanti, finché si potrà, si cuciranno solo mascherine, di cotone, lavabili ogni giorno con sanificanti e igienizzanti.

Le mascherine cucite dalla sartoria sociale “La Teranga” oltre ad essere state distribuite agli ospiti che usufruiscono dei vari servizi che la Casa Accoglienza, (servizi assicurati ora più che mai, dato il momento storico di forte preoccupazione e apprensione), vengono ripartite anche ai cittadini andriesi che fanno fatica a trovare sul territorio le mascherine e a cui «noi stiamo rispondendo prontamente per senso di responsabilità e dovere».

Inoltre le mascherine della sartoria sociale "La Teranga" sono state donate ai medici e volontari di una Associazione della Città di Andria che quotidianamente si recano nelle case dei malati, in particolare dei pazienti oncologici.

La sartoria sociale “La Teranga”, gestita dalla Comunità “Migrantesliberi e che fa riferimento alla Casa di Accoglienza e Ufficio Migrantes, ha poi pensato bene di cucire mascherine che su richiesta del Direttore Generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis,  saranno destinate ai senza fissa dimora sparsi sul territorio nazionale.

Altre mascherine sono state inviate alla Fondazione Migrantes che ha provveduto a distribuirle in zone ad alto rischio contagio, dove vivono persone tra cui bambini senza fissa dimora, in alloggi di fortuna.

La solidarietà in questi giorni di emergenza ed urgenza dettata dal covid-19 non si ferma e talvolta si raddoppia. Con questo gesto che arriva da coloro che, in primis, hanno sperimentato la bellezza del dono, possiamo rendere un servizio, seppur minimo, ad altri che stanno combattendo altre battaglie per la vita.

In tutta questa tristezza e apprensione c'è un motivo di bellezza e gioia: i volontari non hanno abbandonato continuano l'opera meravigliosa del servizio. La casa di accoglienza è diventata luogo di liturgia, chiesa viva che, nonostante il fermo delle celebrazioni con la presenza del popolo di Dio, continua a celebrare.

Nei luoghi della carità si celebra la grande liturgia: le mani alzate per offrire il pane quotidiano, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, il pane spezzato sulla tavola della mensa e condiviso, il corpo di Cristo dato per il nostro nutrimento, l’acqua che bagna corpo e piedi, l’unzione che rinfranca e ridona vita, la voce dei volontari, sacramento dell’accoglienza e dell’amore di Cristo che si china per lavarci i piedi.

La liturgia, l'Eucarestia i sacramenti non possono essere rinchiusi in luogo perché la liturgia è mistero di passione morte resurrezione è vita e oggi, in questo tempo di preoccupazione e tristezza, è celebrata e vissuta nei tanti ospedali sparsi sul nostro territorio come anche in tutti quei luoghi di carità e solidarietà.

Il Corpo di Cristo, custodito nei tabernacoli delle nostre cattedrali e delle nostre chiese, oggi più che mai è presente in tanti uomini e donne: tabernacoli viventi, presenza viva di un Dio amante della vita che è in mezzo a noi e con noi e continua a fasciare le nostre ferite con olio di consolazione e vino di speranza.

Geremia Acri - Direttore Migrantes Andria

Media Cei: si rinnova l’appuntamento con la preghiera promossa dai media Cei

2 Aprile 2020 - Roma  - Si rinnova l’appuntamento con la preghiera promossa dai media Cei,Tv2000, InBlu Radio, Sir, Federazione dei settimanali cattolici e Corallo, d’intesa con la Segreteria generale della Cei, invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi giovedì 2 aprile, alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 (canale 28 e 157 Sky), InBlu Radio e sulla pagina Facebook ufficiale della Cei. La preghiera si terrà nella Cappella dedicata a san Giuseppe Moscati, il santo medico, del Policlinico Agostino Gemelli di Roma e si concluderà con una supplica a san Giovanni Paolo II.

Papa Francesco ricorda e prega per coloro che non hanno casa

2 Aprile 2020 - Città del Vaticano – Il Papa ricorda e prega per coloro che non hanno casa. Sono senza tetto. “Questi giorni di dolore e di tristezza evidenziano tanti problemi nascosti”, ha detto questa mattina introducendo la liturgia eucaristica a Casa Santa Marta: “su un giornale, oggi, c’è una foto che colpisce il cuore: tanti senzatetto di una città sdraiati in un parcheggio, in osservazione … tanti senzatetto sono oggi. Chiediamo a Santa Teresa di Calcutta che risvegli in noi il senso della vicinanza a tante persone che nella società, nella vita normale, vivono nascoste ma, come i senzatetto, nel momento della crisi, si evidenziano così”. Nell’omelia ha evidenziato come il Signore si è sempre ricordato della sua alleanza, “non dimentica mai, si dimentica soltanto quando perdona i peccati. Dopo aver perdonato perde la memoria, non ricorda i peccati. Negli altri casi Dio non dimentica. La sua fedeltà è memoria. La sua fedeltà con il suo popolo. La sua fedeltà con Abramo è memoria delle promesse che aveva fatto”. Per il Papa l’elezione, la promessa e l’alleanza, sono “le tre dimensioni della vita di fede, le tre dimensioni della vita cristiana. Ognuno di noi è un eletto, nessuno sceglie di essere cristiano – ha detto Papa Francesco - fra tutte le possibilità che il ‘mercato’ religioso gli offre, è un eletto. Noi siamo cristiani perché siamo stati eletti. In questa elezione c’è una promessa, c’è una promessa di speranza, il segnale è la fecondità” nella fede. Il cristiano – ha spiegato il pontefice – è cristiano “non perché possa far vedere la fede del battesimo: la fede di battesimo è una carta. Tu sei cristiano se dici di sì all’elezione che Dio ha fatto di te, se tu vai dietro le promesse che il Signore ti ha fatto e se tu vivi un’alleanza con il Signore: questa è la vita cristiana. I peccati del cammino sono sempre contro queste tre dimensioni”.

R.Iaria

 

Migrantes Taranto: dare speranza alle persone in mobilità

1 Aprile 2020 - Taranto - A Taranto la Migrantes diocesana in questo difficile periodo cerca di dare speranza alle persone immigrate. In particolare continua la sua attività "Lo Sportello immigrazione itinerante”  soprattutto per donne in difficoltà, ci dice la direttrice dell’Ufficio diocesano Migrantes, Marisa Metrangolo. Gli incontri necessari si fanno telefonicamente, su whatSsapp e quando è “indispensabile personalmente con le dovute precauzioni e distanze. A Taranto le donne che svolgono lavoro di badante sono “stremate perché i loro giorni di riposo che a Taranto erano il giovedì e la domenica, sono scomparsi considerata la situazione di non poter circolare”. Alcune scelgono di “continuare a lavorare ed ottengono gli straordinari altre si chiudono nella loro stanza (chi ce l’ha) e si occupano delle loro cose e  tutte subiscono come tutti noi, la situazione di restare a casa. Ma loro in maniera particolare perché vivono sempre nell’ambiente lavorativo e non hanno più contatti con la loro comunità e con qulche parente che vive in città o nei dintorni”. Sino donne – aggiunge Metrangolo - che hanno bisogno di essere rassicurate  e sostenute anche da parte dei nostri operatori. Molte volte sono esse stesse che rassicurano dicendo che preferiscono stare in Italia perché si sentono più protette”. Le richieste maggiori da parte degli immigrati sono comunque di richiesta di cibo e di medicine per  loro stessi e per i propri familiari. “Lo stiamo facendo – aggiunge la direttrice di Migrantes - dando loro la possibilità di acquistarli, oltre che  in collaborazione con la Caritas diocesana e le parrocchie di appartenenza, con cui ci sentiamo sempre in rete”. Alcune hanno perso il lavoro e quindi anche senza soldi. Stessa situazione anche per una famiglia del lunapark che vive a Taranto e la Migrantes in collaborazione con la Parrocchia di appartenenza sta cercando di rispondere ai loro bisogni. Neo Cas sono stati promossi molti incontro formativi per gli ospiti. In uno dei centri di accoglienza i profughi sono impegnati a confezionare mascherine artigianali. I cappellani etnici trasmettono su vari canali sia la celebrazione della Messa che la recita del rosario e messaggi vocali per i propri parrocchiani.  Uno li loro passa per le strade e i fedeli si affacciano dai balconi e recitano qualche preghiera.