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Libia: 99 rifugiati portati in Italia
Roma - Un gruppo di 99 migranti rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili è stato evacuato nella notte scorsa dalla Libia con un volo umanitario, il primo del 2022, organizzato dall’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) in collaborazione con il ministero degli Interni, la Farnesina e l’Istituto nazionale per la migrazione e la povertà (Inmp). Le persone evacuate nella notte provengono da Eritrea, Etiopia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen e molte di loro hanno trascorso lunghi periodi di privazioni ed hanno bisogno urgente di assistenza. I rifugiati, dopo 10 giorni di quarantena come previsto dai protocolli per l’emergenza Covid, saranno trasferiti in strutture del Sistema di accoglienza e integrazione (Sai) a carico del Ministero dell’Interno e distribuite su tutto il territorio nazionale. I voli di evacuazione dalla Libia verso l’Italia, che erano stati sospesi da oltre due anni, hanno portato in salvo oltre 1.100 rifugiati dal 2017 ad oggi.
Ucraina: in 680mila hanno lasciato il Paese
Roma - Un “esercito” di invisibili. Che prova, in tutti i modi, a sfuggire all’orrore della guerra. Secondo una stima dell’Onu, sono un milione gli sfollati interni in Ucraina. «C’è stata molta attenzione su coloro che fuggono nei Paesi vicini, ma è importante ricordare che la maggior parte delle persone colpite si trova in Ucraina», ha spiegato una funzionaria dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, Karolina Lindholm Billing. C’è chi ha poi scelto di abbandonare il Paese, cercando rifugio superando il confine. Sono almeno 680mila: oltre 400mila sono entrati in Paesi Ue, la maggior parte in Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania. «I numeri stanno crescendo in modo esponenziale. Sono passati solo sei giorni dall’inizio del conflitto », ha detto
da Ginevra la portavoce dell’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Acnur- Unhcr), Shabia Mantoo, assicurando che l’Onu sta mobilitando le risorse necessarie per rispondere più rapidamente ed efficacemente possibile all’emergenza. «Di questo passo, con un aumento così esponenziale, la situazione è destinata a diventare la più grande crisi dei rifugiati in Europa dall’inizio del secolo », ha aggiunto. «In arrivo quattro milioni di rifugiati dall’Ucraina, non lasciamo soli i Paesi che accolgono »: è l’accorato appello lanciato dall’Alto commissario Filippo Grandi in una lettera aperta al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Mentre la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson ha parlato di «cinque milioni di profughi»: «L’Onu parla di prepararsi a cinque milioni di persone e penso sia il numero a cui dovremmo prepararci».
Ambrosini: accogliere insieme i profughi
MIlano - Di fronte al precipitare degli eventi in Ucraina sta crescendo una mobilitazione diffusa all’insegna della solidarietà internazionale. Oltre all’invio di aiuti sul posto, l’accoglienza dei profughi è salita in primo piano. Nessuno sembra più contrapporre la solidarietà verso i rifugiati alla solidarietà interna, verso i cittadini bisognosi. Molti si sono accorti che ogni guerra, e in maggior misura quelle contemporanee, coinvolge le popolazioni civili. Oltre alle vittime sul campo, i conflitti provocano ondate di fuggiaschi. Si tratta in gran parte di donne con bambini e anziani, perché gli uomini se intercettati vengono fermati e spinti a tornare indietro per combattere. Si parla già di cifre comprese tra i 300 e i 500mila profughi oltre frontiera. Se ne prevedono fino a 7 milioni. In gran parte sono stati accolti nei Paesi confinanti, ma alcuni cominciano ad arrivare anche in Italia.
Sembrano di fatto sospese le convenzioni di Dublino, quelle che obbligano il primo Paese europeo di ingresso nella Ue a farsi carico dell’accoglienza dei rifugiati, esonerando gli altri. Il fatto che ora in prima linea si trovino diversi Stati dell’Europa Orientale, così riottosi a farsi carico degli obblighi umanitari verso altri profughi arrivati via mare o rotta balcanica, non ha finora provocato reazioni 'vendicative'. I Paesi del gruppo di Visegrad hanno aperto i confini, e gli altri si dichiarano pronti a loro volta ad accogliere quote di profughi: le emozioni in questi giorni gonfiano le vele dell’accoglienza. I profughi ucraini sono bianchi, europei, di tradizione cristiana, vittime di un’aggressione manifesta. Tutti fattori che dispongono le opinioni pubbliche in loro favore.
Ora però è il momento di trasformare lo slancio benintenzionato in azione politica: la crisi ucraina potrebbe finalmente condurre a una revisione delle convenzioni di Dublino, non a una mera sospensione. Con quattro obiettivi. Primo: condividere gli obblighi di accoglienza tra tutti i partner europei, concordando un sistema di quote-Paese a breve termine. Secondo: accordare ai rifugiati che non torneranno in patria il diritto di scegliere il Paese in cui desiderano costruire il proprio futuro. Terzo: aiutare chi vuole rientrare in Ucraina a reinsediarsi in patria con ragionevoli prospettive di ritorno alla normalità. Quarto (e decisivo): estendere queste misure a tutti i rifugiati, di tutte le guerre, non soltanto a coloro che in questo particolare momento appaiono ben accetti. L’azione politica non riguarda però soltanto i governi, ma dovrebbe saldarsi con l’ospitalità diffusa. Gli enti locali, la società civile e le comunità ecclesiali debbono fare rete per accogliere persone e famiglie sul territorio, in maniera dignitosa e fraterna, evitando che debbano languire in deprimenti campi profughi. Negli anni 90 del Novecento, al tempo della guerra nella ex Jugoslavia, una Ue più piccola dell’attuale accolse circa un milione di profughi, l’Italia 77.000. La migliore prova che allora l’accoglienza nel complesso riuscì bene consiste nel fatto che oggi quasi nessuno se ne ricorda più: quando l’immigrazione viene integrata nel tessuto sociale scompare dai radar. Ora, al cospetto dei profughi ucraini, siamo chiamati tutti a ripetere la stessa prova di impegno umanitario di quegli anni, non gli errori e le strumentalizzazioni di questi ultimi.
Il caso dei profughi ucraini ha, poi, una peculiarità, che andrebbe valorizzata. In Italia risiedono 236mila cittadini ucraini (Istat, dato 2020), a cui vanno aggiunte 18.639 istanze di emersione nella sanatoria del 2020 nell’ambito del lavoro domestico su 176.848 totali: prima nazionalità dell’elenco. Questo giornale (Avvenire, ndr), con un articolo di Fulvio Fulvi, ha già dato voce all’angoscia delle madri immigrate nel nostro paese per i figli coinvolti nel conflitto. Il legame di tante famiglie italiane con queste persone potrà rappresentare un incentivo a costruire esperienze locali di buona accoglienza. Rendendo loro stesse protagoniste, e mediatrici, dell’incontro con i rifugiati e con le loro domande. In tempi di crisi delle vecchie ideologie e di declino, purtroppo, della partecipazione religiosa, le emozioni crescono d’importanza, anche in fatto di solidarietà. Sono una risorsa, ma rischiano di attenuarsi e poi di svanire con il tempo. Partiamo, da qui, da questo spirito solidale di oggi, per inaugurare, in Europa e in Italia, una nuova politica dell’accoglienza dei rifugiati. (Maurizio Ambrosini - Avvenire)

