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Giovani di Ac Agrigento: “come fai a rimanere impassibile davanti alle grida strazianti di chi sta annegando in mare?”

27 Agosto 2019 - Agrigento -  “Lampedusa non è solo mare, bei paesaggi e tramonti mozzafiato. È quella terra di mezzo dove l’odio e le rivalità vengono messe da parte. È porto salvo, braccia aperte, mani pronte, sguardi attenti che distruggono l’indifferenza umana”: lo scrivono i giovani di Azione Cattolica dell’arcidiocesi di Agrigento, che hanno vissuto il campo scuola estivo sull’isola, lanciando, riferisce il Sir, un messaggio che parla di accoglienza, dignità e coscienze da scuotere sul tema dei migranti. “Un ‘extracomunitario’ è colui che porta un ‘extra’, qualcosa in più di cui scopri di avere estrema necessità – prosegue il testo –. Come fai a rimanere impassibile di fronte alla crudeltà del loro destino? Di fronte alla negazione della vita umana? Come fai a non immedesimarti in Welela che, a soli diciotto anni, viene data in pasto al mare, ustionata, dopo aver subito violenze e abusi; in Yassin, arrestato e torturato solo perché voleva raggiungere sua moglie e suo figlio? Come fai a rimanere impassibile davanti alle grida strazianti di chi sta annegando in mare? Sono partiti colmi di speranza ma con tanti lividi sulla pelle e sul cuore”. Il racconto delle storie si fa impegno concreto per i giovani di Agrigento: “Dobbiamo scomodarci. Vogliamo combattere l’indifferenza, partendo col restituire dignità ai morti in mare che, in anonimato, riposano nei nostri cimiteri; promuovere occasioni di dialogo tra giovani in modo da scuotere le coscienze; diffondere opinioni più propense all’integrazione per contrastare l’ignoranza e il disinteresse”.  

Viminale: da inizio anno quasi 4.900 persone sbarcate sulle coste italiane

27 Agosto 2019 - Roma - Sono finora 4.862 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno, in agosto 995. Rispetto agli anni scorsi, si è registrata una diminuzione delle persone arrivate in Italia via mare del 75,45% sul 2018 (furono 19.805) e del 95,05% sul 2017 (98.316). Il dato è stato diffuso oggi dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina. Dei quasi 4.900 migranti sbarcati in Italia nel 2019, 1.327 sono di nazionalità tunisina (27%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Pakistan (742, 15%), Costa d’Avorio (474, 10%), Algeria (458, 10%), Iraq (399, 8%), Sudan (203, 4%), Bangladesh (191, 4%), Marocco (109, 2%), Iran (108, 2%) e Guinea (101, 2%) a cui si aggiungono 750 persone (16%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Sono stati 656, invece, i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare. Il dato, aggiornato a ieri, mostra un deciso calo rispetto ai minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle coste italiane lungo tutto il 2017 (15.779) e il 2018 (3.536).

All’università dell’integrazione

27 Agosto 2019 -

 

Palermo - Quando agli orali della maturità, a inizio estate, li hanno sentiti lanciarsi in una rete di collegamenti con la storia, la letteratura e la matematica, dissertare sull’attualità di Ungaretti, padroneggiare l’italiano, i commissari li hanno guardati compiaciuti: «Avete frequentato solo gli ultimi tre anni, ma è come se foste qui da una vita. Continuate a impegnarvi al massimo per realizzare i vostri sogni e veniteci a trovare». Hanno il fuoco negli occhi neri e profondi i due Amadou e Alieu, tre ragazzi giunti a Palermo come minori stranieri non accompagnati nel 2015 e oggi diplomati e pronti a spiccare il volo verso l’università. Un risultato importante, raggiunto con fatica e perseveranza, grazie a un drappello di compagni di strada fedeli, che li hanno presi per mano all’inizio del percorso di studio e della nuova vita in Sicilia e sono diventati «la nostra famiglia ». Si tratta di una trentina di giovani universitari o laureati che si sono messi in gioco, perché non bastano i bei discorsi per aiutare gli altri, bisogna investire il proprio tempo. È il senso dell’impegno della comunità Exodos, che coinvolge giovani tra i 18 e i 30 anni in un cammino di formazione spirituale e umano e che da tre anni e mezzo ha deciso di tradurre questa ricerca in un servizio culturale e sociale alla città, specialmente verso i ragazzi svantaggiati. In particolare, il ramo 'Attività sociali' è aperto anche a persone non cristiane, ma che hanno desiderio di incontrare il volto dell’altro. Quotidianamente seguono negli studi una ventina di ragazzi stranieri inseriti a scuola, li aiutano a prepararsi agli esami di ingresso, a comprendere materie sconosciute. Ma i libri sono solo un aspetto del viaggio cominciato insieme. Perché sentirsi accolti è partecipare a una gita, a una serata in pizzeria, trascorrere insieme una giornata al mare o semplicemente riunirsi in cerchio a discutere e conoscersi meglio. E poi ci sono i problemi quotidiani di chi diventa maggiorenne e deve lasciare la comunità di accoglienza, ritrovandosi senza casa e con gli studi ancora da terminare. Alle spalle questi giovani hanno le risorse della Fondazione Humanum, nata per idea di alcuni docenti e professionisti allo scopo di sostenere l’istruzione e la formazione culturale di giovani in condizione di svantaggio socio-economico, ma realmente meritevoli. Un’alleanza preziosa che sta producendo frutti rigogliosi.Come Amadou Diallo, 20 anni, proveniente dalla Guinea, giunto in Europa il primo agosto 2015, ma trasferito in una comunità a Partinico «dove non avevo la possibilità di andare a scuola. Così da solo sono arrivato a Palermo, perché volevo studiare» dice con la fermezza che lo ha portato in poco più di tre anni a conseguire la licenza media, a fare il “salto” al terzo anno di istituto tecnico per il turismo Ferrara grazie ai ragazzi di Exodos («come se mi avessero aperto la testa per metterci dentro i libri »), a trovare un lavoro part-time nella foresteria del centro Santa Chiara e ora al diploma con 76 centesimi. «Mi piacerebbe lavorare negli alberghi per far conoscere la mia città» confida, avendo già all’attivo la padronanza di sette lingue (francese, inglese, italiano, arabo, spagnolo e i dialetti africani fula e sou-sou) e l’iscrizione pronta a Scienze del turismo.

Questo ragazzo, nel suo percorso, ha incontrato un suo omonimo, un altro Amadou Diallo del Senegal, arrivato a Palermo il 4 dicembre 2015, dotato di una straordinaria capacità di relazione e di andare a fondo nelle cose. Insieme condividono l’appartamento che la Fondazione Humanum ha affittato per loro, contribuiscono alle spese di gestione con il loro lavoro. Hanno trovato nella famiglia Spallino una sponda importante di affetto e aiuto nel districarsi tra le complesse pratiche burocratiche.

Durante questa estate, Amadou e il suo compagno di banco e amico Alieu Jobe del Gambia, dopo aver lasciato a bocca aperta i commissari dell’industriale Majorana, hanno studiato per affrontare i difficili test universitari di Medicina. «Tutti i miei amici in Senegal erano medici, io frequentavo lo scientifico nel mio Paese per raggiungere questo obiettivo. E cercherò di raggiungerlo anche qui – sorride il “ciclone” Amadou – Vorrei fare qualcosa di importante nella vita, qualcosa che nessuno si aspetta, lasciare un segno». La timidezza di Alieu non frena l’ambizione. «Quando ero piccolo, mia nonna in Gambia morì nel nostro villaggio perché non c’era un dottore che potesse curarla – rivela – Ecco perché desidero diventare medico e ce la metterò tutta». Tutti e tre, musulmani praticanti, hanno incontrato in questa avventura i ragazzi di Exodos e li considerano come fratelli, padri, madri. «Sono felice che abbiano colto l’aspetto più importante della nostra comunità, ossia la voglia di creare rete di legami – conferma Aaron Allegra, 31 anni, laureato in filosofia e membro dello staff di responsabili di Exodos – Noi riconosciamo in loro le stesse nostre esigenze. Prima di tutto è necessario combattere l’isolamento. Ci siamo voluti impegnare perché il mondo così com’è non ci basta e vorremmo continuare anche con i ragazzi dei quartieri di periferia. Per farlo abbiamo bisogno di altri volontari, di persone che condividano questo metodo e questo stile di vita». (Alessandra Turrisi – Avvenire)

Australia: la Chiesa accanto agli aborigeni

23 Agosto 2019 - Sydney - “Migranti e rifugiati portano sempre energia e dinamismo nel paese in cui giungono. Se oggi noi australiani siamo ciò che siamo, un popolo giovane e dinamico, è grazie all'amore per la libertà e ai valori umani fondamentali garantiti ai ‘nuovi’ australiani”. E’ quanto dichiara il Vescovo mons. Vincent Long, in una nota ripresa dall’Agenzia Fides. Le parole del presule hanno caratterizzato e introdotto la Settimana del Migrante e del Rifugiato, che la Chiesa cattolica australiana vive dal 19 al 25 agosto, sul tema proposto da Papa Francesco, “Non si tratta solo di migranti”. Monsignor Long, delegato a presiedere la Commissione per i migranti e rifugiati, organismo dei vescovi australiani, ha vissuto in prima persona un’esperienza di migrazione dal proprio paese d’origine, il Vietnam, e a tal proposito racconta: “Noi, popolo di sbarcati vietnamiti, siamo stati generosamente accettati in questo paese, e da allora abbiamo contribuito facendo del bene. Molti di noi si sono sistemati in modo dignitoso e stanno facendo la propria parte per questo Stato, con le loro diverse attività commerciali. Inoltre, stiamo facendo sentire la nostra presenza anche nella Chiesa australiana”. "Mi chiedo dove saremmo a quest’ora, senza la vibrante fede e il forte spirito di comunità di migranti e rifugiati. Onoriamo, quindi, l'eredità dell’Australia, non con eccessivo protezionismo, ma prendendoci cura di richiedenti asilo, rifugiati e migranti, nello spirito di compassione e solidarietà che ha segnato il storia di questa nazione”, ha concluso Mons. Long.

GMM: in distribuzione il numero speciale di “Migranti press”

22 Agosto 2019 - Roma - Sono in distribuzione due numeri del mensile Migranti-press dedicati alla Prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che verrà celebrata il 29 settembre 2019. In un numero il messaggio del Papa per questa Giornata, cui ha dato questo titolo: “Non si tratta solo di migranti”. Segue il commento del Presidente della CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes Mons. Guerino Di Tora, che porta il titolo “L’attenzione verso gli ultimi diventa crescita globale”. Una riflessione di p. Camillo Ripamonti e diversi sussidi (una preghiera per la Giornata, spunti per l’omelia e la preghiera dei fedeli, una veglia di preghiera, un sussidio catechetico) costituiscono altri contenuti importanti del mensile, per aiutare a rendere la Giornata un momento significativo nelle comunità parrocchiali. In fondo alla pubblicazione il resoconto delle offerte raccolte nelle Giornate del Migrante degli anni precedenti. Il numero contiene inoltre alcuni allegati: il manifesto della Giornata, un volantino che presenta la Fondazione Migrantes, con allegato vaglia per sostenerla, ed un fascicolo con una favola di Silvia Rizzato dedicata alle “finestre dei vicini”. Nell’altro numero una serie di contributi dedicati alla Giornata che possono essere di aiuto per chi intende promuovere momenti di confronto e riflessione sulla Giornata.

Sant’Egidio: il ricordo di Jerry Masslo a 30 anni dalla sua morte

21 Agosto 2019 - Roma - A 30 anni dalla sua morte, la Comunità di Sant’Egidio invita tutti a ricordare “degnamente” Jerry Essan Masslo, il profugo sudafricano che fu ucciso per rapina nella baracca dove viveva insieme ai suoi compagni per la raccolta dei pomodori. Il suo omicidio commosse l’Italia, provocò la prima grande manifestazione antirazzista dell’ottobre 1989 e spinse il governo di allora a emanare i primi provvedimenti per la regolarizzazione dei migranti con la legge Martelli. “Da allora in poi - si legge in una nota - molte cose sono cambiate ma resta il gravissimo problema dei braccianti stranieri sfruttati nelle campagne per pochi soldi e costretti a vivere in alloggi più che precari. E restano soprattutto sentimenti di intolleranza e di xenofobia – cresciuti purtroppo negli ultimi tempi - che occorre condannare. L’Italia, se tiene al suo futuro, deve allontanare ogni radice di odio e di discriminazione e puntare su integrazione, diritti e un lavoro dignitoso per tutti”. Alle 17 di sabato 24 agosto al cimitero di Villa Literno una delegazione di italiani e stranieri, provenienti da Roma, Napoli e altre città, darà luogo ad una marcia silenziosa alla fine della quale, la Comunità di Sant’Egidio, i sindacati, le associazioni e alcune autorità locali ricorderanno il sacrificio di Jerry Masslo. Alla fine verranno deposti fiori anche in omaggio ad alcune tombe senza nome di migranti - morti mentre si trovavano in quelle campagne per il lavoro dei campi - collocate significativamente accanto a quella di Masslo.

Dolo: il servizio allo stand gastronomico parrocchiale come occasione di formazione e integrazione

20 Agosto 2019 - Dolo - Nella sagra di san Rocco, sono una decina i ragazzi stranieri, protagonisti di un progetto di servizio comunitario allo stand gastronomico della Parrocchia di Dolo. Aiuto in cucina e addetto alla raccolta differenziata dei rifiuti, sono i ruoli d’impegno volontario e gratuito durante la sagra patronale dolese, che vede protagonisti alcuni giovani provenienti dal Gambia, Nigeria, Mali e Bangladesh. "Una testimonianza concreta di servizio e di integrazione -spiegano Alberta e Renzo, volontari coordinatori del progetto parrocchiale verso un territorio accogliente e sensibile ai forestieri che si fanno prossimi. Si lavora insieme con rispetto e collaborazione, uniti dal comune senso del mettersi a disposizione degli altri". L'iniziativa è stata favorita dall'Amministrazione comunale e resa possibile grazie alla collaborazione della cooperativa Città So.la.re. che, proprio a Dolo, vanta da tempo una positiva esperienza di accoglienza ed integrazione di migranti, richiedenti asilo e rifugiati su un immobile in via dei Frati 10, oltre a gestire nelle vicinanze, l'accoglienza turistica sociale e quella del disagio abitativo di Casa a Colori, un tempo antico convento del'500. Nella foto, con i ragazzi, anche i sacerdoti don Francesco Mascotto, don Michele Bagatella, la coordinatrice del progetto Alberta e il vice sindaco di Dolo Gianluigi Naletto.  

Diocesi di Treviso: “nessuna minaccia dallo straniero”

20 Agosto 2019 - Treviso - “Da tempo, soprattutto a causa di una continua e martellante propaganda, pare che i valori della bontà e della speranza non debbano essere più praticati. La paura come sentimento e la forza come auspicio sembrano ormai i tratti distintivi di questa società. Soprattutto perché ogni giorno molti vengono convinti, sovente senza alcun motivo valido, che come cittadini siamo minacciati da molte cose, soprattutto dallo straniero”. Lo scrive in una nota la Commissione per la Pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Treviso. “Numeri alla mano – continua il comunicato ripreso dal Sir – questa minaccia non esiste, ma questa evidenza conta poco per chi è convinto del contrario e non sente e non vuole sentire ragioni”. La costatazione dell’Ufficio della diocesi di Treviso è che “si stanno facendo strada, tra i cittadini, convinzioni che stanno trasformando il carattere e i tratti che storicamente hanno caratterizzato, in positivo, le nostre popolazioni”. “Questi territori che sempre sono stati operosi, accoglienti, disponibili all’aiuto si stanno sempre più chiudendo in sé stessi, al punto che sempre più frequente si avverte la paura degli altri (chiunque), accompagnata dall’auspicio che intervenga qualcuno che risolva tutto con ‘forza’”. L’auspicio della commissione è piuttosto che “ognuno a voce alta chieda la fine di questa stagione di semina di paura, la quale certamente rischia di creare seri problemi sociali e, in prospettiva, avrà ripercussioni pesanti sullo sviluppo anche economico di questo territorio”. “Auspichiamo si concretizzi un argine civile e ‘mite’ a tutto questo, prima che la poca fiducia che circola si spenga definitivamente per lasciarsi dominare dalla paura e lasciare spazio alla richiesta della forza. E che riprenda vigore la volontà di costruire un futuro migliore per tutti attraverso le vie della solidarietà, del rispetto, della bontà verso l’altro”.  

Diocesi Sora sull’omelia ostile all’accoglienza: “Non esprime la volontà della nostra Chiesa “

20 Agosto 2019 - Rima - “Uno dei cardini fondamentali della vita di san Rocco è stata la scelta evangelica del ‘prima gli altri’ per amore di Cristo povero e sofferente, presente negli appestati, contagiati, ammalati e moribondi che san Rocco ha abbracciato, servito, amato più di se stesso”. Lo ha detto il vescovo di Sora, Mons. Gerardo Antonazzo, nella sua omelia in occasione della festa del santo patrono. Parole che rilancia il sito della diocesi per “chiarire la posizione della Chiesa diocesana” di fronte alla presa di posizione di don Donato Piacentini, il parroco che in occasione della festa patronale aveva pronunciato un’omelia ostile all’accoglienza dei migranti. “La testimonianza di san Rocco incoraggia ancor più l’operato della nostra Chiesa, soprattutto attraverso la Caritas, sempre impegnata nell’accoglienza e nel servizio amorevole delle antiche e nuove forme di povertà – sottolinea la diocesi -. Tale accoglienza è stata rivolta in particolare agli immigrati giunti sul nostro territorio, in perfetta collaborazione con la Prefettura di Frosinone, con le istituzioni civili locali, con le associazioni di volontariato impegnate nel processo di integrazione”. Dunque, la precisazione che “questa è la scelta pastorale che non potrà cambiare perché il cristiano obbedisce al Vangelo della Carità nei confronti di chiunque, senza distinzioni né esclusioni”. Mentre “qualunque pensiero in senso contrario, espresso da chiunque non esprime la volontà della Chiesa diocesana, si deve addebitare esclusivamente a discutibili scelte personali di ogni singolo soggetto”. Infine, si annuncia che “nel prossimo mese di settembre il direttore della Caritas diocesana sarà presente in Turchia all’incontro internazionale delle Caritas impegnate nell’accoglienza degli immigrati”. (Sir)

Torino: Quando una diocesi decide di accogliere

19 Agosto 2019 - Torino - Vogliono i migranti? Li ospitino a casa loro, ripete ancora, di tanto in tanto, il refrain aggressivo e vuoto. Senza curarsi di quante famiglie, poche o tante che siano, a “casa loro” già lo fanno. Ma accolgono “a casa loro” anche realtà più complesse, come ad esempio le diocesi, intese come comunità e non solo come istituzioni. Una di queste è la diocesi di Torino. Fra le iniziative di accoglienza abitativa che essa ha promosso o a cui partecipa, ma anche per gli organismi più diversi attivi sul territorio (Pastorale migranti diocesana, parrocchie, istituti religiosi, associazioni, cooperative, famiglie e singoli che hanno deciso di impegnarsi in prima persona…), non è facile tirare le fila. Ma nelle settimane in cui si è completata una tappa importante del superamento dell’occupazione dell’ex MOI di Torino, con lo svuotamento delle ultime due palazzine nell’ambito del progetto inter istituzionale “MOI, Migranti un’opportunità di inclusione”, ecco qualche dato e qualche considerazione dopo gli anni della cosiddetta “emergenza migranti” (e ai tempi dei decreti immigrazione e sicurezza). In questo periodo fanno o hanno fatto capo alla diocesi subalpina centinaia di posti d’accoglienza sostenuti interamente con fondi propri, o diocesani o della CEI presso decine di parrocchie, appartamenti, istituti o altre strutture; i 28 posti del progetto SPRAR di accoglienza in famiglia “Rifugio diffuso“; la partecipazione a un progetto con fondi FAMI per l’accoglienza di decine di minori non accompagnati; e ancora, centinaia di posti in CAS allestiti in appartamenti, istituti religiosi e, di nuovo, in altre strutture. Come Ufficio Migrantes di Torino – puntualizza a Vie di fuga Sergio Durando, direttore di questo ufficio diocesano -, sull’accoglienza abitativa “lavoriamo soprattutto per la connessione e l’attivazione di reti e risorse, umane, economiche e immobiliari per far fonte ai bisogni crescenti di diverse categorie di persone”. Si va dall’accompagnamento in percorsi di autonomia abitativa per nuclei famigliari “fragili” (non solo immigrati) all’alloggio di studenti universitari extra-UE (un’ottantina, accolti in 30 appartamenti); da “Rifugio diffuso” (di cui la Migrantes diocesana è “soggetto attuatore“) alla promozione-supporto per l’accoglienza diffusa nelle parrocchie e in comunità religiose; dalla messa a disposizione di immobili per progetti di accoglienza non profit alla partecipazione al progetto ex MOI in rappresentanza della Diocesi; dalla collaborazione per l’apertura di una comunità per MSNA a San Mauro Torinese (un’esperienza conclusa nello scorso marzo) alla promozione del progetto sperimentale unico in Italia per la “residenza transitoria” nata dall’occupazione di via della Salette, a Torino; fino alla partecipazione ai Corridoi umanitari per i rifugiati dalla Siria e dall’Etiopia e all’ospitalità data a due migranti sbarcati nel 2018 dalla nave Diciotti. Una realtà con cui la Pastorale migranti torinese collabora è la Terremondo di Torino, nata nel 2003 dall’esperienza dell’associazione ASAI. Nell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, questa cooperativa ha lavorato e continua a lavorare con giovani e famiglie migranti, e a supporto di parrocchie e istituti religiosi. Fra 2016 e 2018, con una cinquantina di posti complessivi in questo settore d’attività, gli operatori di Terremondo hanno seguito circa 150 persone. «Possiamo dire che abbiamo aiutato ad inserirsi in Italia tre quarti di loro – tira le somme il presidente della cooperativa Luca Mastrocola -, fra accompagnamenti all’autonomia, verso inserimenti nello SPRAR, con il proseguimento di accoglienze abitative…». Una delle “formule” amministrative adottate in questi progetti è stata quella dei CAS, i centri “straordinari” che fanno capo alle Prefetture. «Questa esperienza è stata faticosa e per certi versi positiva – commenta ancora Mastrocola -, ma non l’abbiamo più proseguita». «Negli anni dell’”emergenza” – spiega – abbiamo visto lavorare gestori in modi molto diversi. Quanto a noi, abbiamo puntato su un’integrazione vera, piccoli gruppi di ospiti, non più di 10 per gruppo, in alloggi, con un numero sufficiente di operatori, con la responsabilizzazione verso l’autonomia, con formazione e orientamento al lavoro, con il coinvolgimento di territorio, volontariato e cittadini, avendo come riferimento il modello dello SPRAR. Ma oggi per gli ospiti che l’Italia inserisce nei CAS le chance sono drasticamente diminuite: a causa della sostanziale abolizione della protezione umanitaria sono in gran parte “diniegati” e dopo un iter di due, due anni e mezzo finiranno per ricevere un provvedimento di espulsione, ma di certo non se ne andranno, diventando così degli irregolari. Personalmente lo ritengo fallimentare e pericoloso. Comunque sia, anche questo ci ha spinto a lasciare l’esperienza dei CAS». Fine delle convenzioni, ma non è detto che sia la fine delle accoglienze. Ad esempio, nonostante il mancato rinnovo di una convenzione CAS, quest’anno l’accoglienza parrocchiale di Rivoli (uno dei comuni dell’hinterland torinese) con il supporto di operatori di Terremondo prosegue perché la parrocchia e la stessa Terremondo si sono fatte carico direttamente dei costi. “La vicenda del MOI l’abbiamo vissuta – come Diocesi e come Migrantes in particolare – come una sfida e un’opportunità che poteva segnare la vita della nostra città e costituire anche un modello per l’intero Paese. C’è voluto del tempo: fin dall’inizio abbiamo deciso di non procedere allo sgombero forzato, ma di accompagnare le persone perché potessero comprendere quanto il progetto che avevamo stabilito fosse vantaggioso per dare dignità e speranza in un futuro migliore alle numerose persone coinvolte”, ha detto Mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, il 30 luglio, giorno della liberazione delle ultime due palazzine occupate all’ex MOI di Torino, con il trasferimento ordinato di circa 400 persone. Per loro la vera sfida del progetto “MOI, Migranti un’opportunità di inclusione” inizia ora: saranno coinvolte in percorsi di formazione professionale, inserimenti lavorativi e abitativi, per favorirne l’inclusione e l’autonomia. I percorsi iniziano anche per quelli che sono stati accolti provvisoriamente nei centri di Settimo Torinese e Castel d’Annone (Asti): in autunno, dopo un bando del Comune, saranno ricollocati in appartamenti come gli altri. Il progetto, unico in Italia, è nato con un protocollo d’intesa inter-istituzionale firmato nel 2017 da Comune e Città Metropolitana di Torino, Regione Piemonte, Prefettura di Torino, Diocesi di Torino e Compagnia di San Paolo (ma contributi finanziari sono giunti anche dal ministero dell’Interno) per affrontare l’emergenza abitativa e lavorativa degli abitanti delle palazzine dell’ex MOI. Queste ultime, costruite per il villaggio delle Olimpiadi Invernali del 2006 e rimaste poi abbandonate, erano state occupate a partire dall’“emergenza” del 2013 da beneficiari di provvedimenti di protezione rimasti senza accoglienza: forse l’occupazione più grande d’Europa. La liberazione dello scorso 30 luglio è stata preceduta (in un percorso in cui non sono mancate difficoltà e contestazioni) dalla liberazione degli interrati e di altre due palazzine dell’ex villaggio olimpico durante quattro interventi fra il novembre 2017 e il marzo 2019, che hanno portato al trasferimento di 424 persone: fra loro, quelle oggi in accoglienza sono 301 (vi sono stati abbandoni ma anche raggiunte autonomie e passaggi in CAS), presso strutture del terzo settore o legate alla Diocesi. Sempre ad oggi sono stati promossi 88 tirocini e 218 formazioni professionali e sono stati attivati 132 contratti di lavoro. Inoltre 30 persone hanno affittato autonomamente una casa attraverso un accompagnamento alla locazione. Nella scorsa primavera gli accolti dal progetto che avevano raggiunto l’autonomia erano già una sessantina. Per le quattro palazzine liberate si prevede ora una riqualificazione e una destinazione di social housing. (Giovanni Godio)