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Bergamo: l’integrazione al cinema

10 Aprile 2019 - Bergamo - Sedersi davanti al grande schermo per scoprire un volto diverso delle migrazioni. Ecco il coraggioso obiettivo dell’Integrazione Film festival, che si terrà tra Bergamo e Sarnico dal oggi al 14 aprile e vedrà in concorso 15 opere sul tema dell’inclusione sociale. Attraverso il linguaggio del cinema, così diverso per potenza espressiva da quello dei media televisivi, autori e interpreti provano a raccontare modelli di convivenza possibile fra etnie, culture e religioni. Giunto alla 13esima edizione, l’evento cambia nome (prima si chiamava “C’è un tempo per… l’integrazione”) per sottolineare un deciso salto di qualità, favorito dalla stretta collaborazione con l’associazione cinefila Lab 80 e la Cooperativa Ruah, il braccio operativo della Caritas orobica che accompagna il complicato cammino dei migranti nella società italiana. «Negli ultimi anni l’esposizione mediatica delle migrazioni è stata accompagnata da toni sempre più esasperati – spiega il direttore artistico Giancarlo Domenghini –. Abbiamo deciso di reagire alzando il tiro: siamo nati come rassegna, quando iniziava ad affacciarsi il fenomeno delle seconde generazioni. Oggi l’asticella si alza ed è una sfida sia per noi che per chi fa cinema: a registi e attori chiediamo di anticiparci quanto accadrà, mostrarci la prospettiva positiva dell’integrazione. E le opere in concorso dimostrano che la sfida è stata colta e vinta, nei vari modi in cui i diversi autori si esprimono: chi con l’ironia, chi con la poesia, chi con la provocazione». Registri diversi, finalità identica: usare il cinema come arma di educazione di massa, capace di promuovere nuovi punti di vista che favoriscano comprensione e tolleranza reciproche. Lo spiega bene Laura Resta, responsabile dell’area cultura di Cooperativa Ruah: «Abbiamo scelto di investire risorse per far crescere questo Festival. Vogliamo sensibilizzare la cittadinanza con nuovi racconti e rappresentazioni dell’integrazione tra persone di diversa appartenenza culturale che vivono nello stesso territorio. Il cinema ci consente di affrontare e approfondire il tema dell’integrazione con un taglio nuovo, positivo, culturale e artistico, uscendo così dai cliché emergenziali o socio-assistenziali». Ad aprire il Festival (ingresso gratuito, orari e informazioni su www.iff-filmfestival.com) sarà, fuori concorso, Indovina chi ti porto per cena di Amin Nour, cortometraggio che racconta i dolori del giovane somalo Momo, preoccupato dall’incontro con i genitori della sua fidanzata russa: come reagiranno di fronte alla sua pelle scura? Tra le opere in concorso My Tyson di Claudio Casale, storia di boxe ambientata sullo sfondo della comunità nigeriana di Tor Bella Monaca a Roma, e Il mondiale in piazza (nella foto) di Vito Palmieri: dopo l’esclusione azzurra dai mondiali, nel profondo Sud un gruppo di tifosi organizza un mondiale parallelo: Italia contro squadre composte da migranti. Ma i figli di stranieri nati da noi, si chiede il regista, a quale squadra appartengono? Una bella domanda. (Marco Birolini – Avvenire)  

Mattarella in Giordania visita un campo profughi

9 Aprile 2019 - Roma -Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è giunto nel Regno Hascemita di Giordania dove è in Visita Ufficiale fino all’11 aprile, accompagnato dal Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Enzo Moavero Milanesi. Primo appuntamento del Presidente Mattarella al Campo Profughi di Zaatari a Al Mafraq. Aperto nel 2012, Zaatari è considerato uno dei campi di rifugiati più grande al mondo. In particolare, il Capo dello Stato ha visitato l’Ospedale e il centro UN Women, entrambi sostenuti da finanziamenti italiani. “L’esperienza di questo campo è davvero straordinaria. È, appunto, una città con un’assicurazione di servizi e di assistenza di prim’ordine che ne fa, oltre che il campo più grande al mondo, un esempio di come va gestito un campo profughi”, ha detto il capo dello Stato. Mattarella  ha salutato le autorità presenti e il responsabile dell’UNHCR, l’Agenzia dell’ONU “che – ha detto il Presidente della Repubblica -  testimonia la solidarietà della comunità internazionale che deve, per la verità, esprimersi in maniera ancora maggiore considerato l’impegno generoso e molto forte che la Giordania ha assunto”. “La Giordania – ha proseguito – riceve l’ammirazione dell’Italia per l’accoglienza generosa che ha fatto nei confronti di profughi siriani e anche di altre nazionalità, sull'esperienza già fatta negli ultimi decenni”. “Questo rientra nel ruolo del Regno hascemita che è un punto di serenità, di solidarietà e di riferimento fondamentale nel Medioriente”, ha concluso Mattarella, ribadendo “l’impegno dell’Italia a continuare nel sostegno e nella solidarietà con la Giordania, con la speranza di poter intensificare il suo aiuto”.

Anglofoni in Italia: una giornata di ritiro in Campania

9 Aprile 2019 - Aversa - Domenica scorsa, 7 aprile,  presso la Rettoria dello Spirito Santo in Sant'Antimo, le comunità francofone del territorio hanno vissuto una giornata di ritiro spirituale, organizzata in collaborazione con la Fondazione Migrantes e le diocesi di Aversa e di Napoli. L’evento risponde all’esigenza di prendersi cura dei migranti per promuovere atteggiamenti e opere di fraterna accoglienza, stimolando la società civile e religiosa a valorizzare le varie culture, si legge in una nota. La Giornata di Ritiro Spirituale per Le Comunità Francofone si è sviluppata in vari momenti: dalla meditazione sul tema “Sfide per le Comunità Cristiane - Sfide dell'incontro e della testimonianza autentica” alla celebrazione della Santa Messa, seguita dalla condivisione del pranzo. Tra gli interventi della Giornata quello di Don Mathieu Malick Faye, Coordinatore Nazionale Migrantes delle Comunità Cattoliche Africane Francofone; Don Evaristo Rutino, Direttore Ufficio Migrantes della diocesi di Aversa; Padre Laurianus, Cappellano delle Comunità Francofone presenti nella Diocesi di Aversa; Padre Gustave, Cappellano delle Comunità Francofone presenti nella Diocesi di Napoli.  

Latina: Immigrazione e accoglienza, la carità che unisce le chiese”

9 Aprile 2019 -

Latina - Il prossimo 11 aprile, alle 17 presso la curia diocesana di Latina, si terrà il convegno su “Una chiesa per gli altri. La grammatica del dono”, organizzato da Caritas diocesana, Migrantes, Uffici Liturgico ed Ecumenico della diocesi pontina. Al centro degli interventi l’accoglienza come parte costitutiva dell’essere cristiano, specie se «l’altro» è più debole per tante ragioni. La domanda che attraverserà il convegno è proprio quella di come essere una chiesa aperta alla e sulla città, una chiesa a cui sta a cuore l’altro, soprattutto se più fragile, vulnerabile e in condizioni di bisogno, semplicemente il “mio prossimo” come dice il vangelo.

“Affrontare una questione come quella dell’accoglienza dei migranti in un territorio come quello pontino in cui sono molto presenti, ci sembrava importante per fare il punto della situazione. Lo vogliamo fare, però, anche insieme alle chiese sorelle, perché questo è un problema che riguarda tutti e intorno al quale si deve operare con spirito di comunione e di collaborazione anche con gli enti istituzionali preposti», ha spiegato Mariangela Petricola, direttrice dell’Ufficio diocesano per il Dialogo Ecumenico e interreligioso.

Il tema dell’accoglienza resta centrale, ha sottolineato anche il direttore della Caritas e della Migrantes diocesana Angelo Raponi: «Il dono di cui si parla nel titolo del nostro Convegno, è il dono dell’accoglienza, che è un dono soprattutto per le nostre comunità, perché ci offre l’occasione di guardare al futuro con più speranza. L’incontro ci permette di toccare con mano di quante risorse umane, morali e culturali ciascuno è portatore, e quanto possono essere ricche e creative le società che riescono a valorizzare le diversità e mettere a frutto i talenti di ciascuno in una prospettiva comune. Accogliere è il nostro modo di contribuire alla costruzione di una società rinnovata, capace di lasciarsi alle spalle l’ingiustizia del mondo, e offrire alle generazioni più giovani un futuro di pace, di crescita economica, di maggiore equità sociale».

Mons. Nosiglia il suicidio del giovane gambiano tragedia che ci obbliga a riflettere

Torino - Un profugo del Gambia, Gaye Demba, 28 anni, che aveva vissuto negli scantinati ex Moi, le palazzine dell'ex villaggio olimpico in fase di sgombero, si è ucciso in una casa diocesana sulla collina torinese. Sulla tragedia l'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, ha scritto una nota colma di dolore. “Con profondo dolore ho appreso la tragica notizia del suicidio di Gaye Demba, ospitato in Villa Durio alla Città dei ragazzi. Questo ragazzo di 28 anni, originario del Gambia – si legge nel testo -  è giunto nel nostro Paese dopo aver subìto violenze e soprusi molto pesanti che hanno minato profondamente la sua vita, provocando fragilità che purtroppo si sono manifestate nel suo gesto estremo. Era seguito da una équipe di persone e professionisti che lo hanno accompagnato in questo ultimo anno e mezzo di vita dopo la sua uscita dagli scantinati del MOI”. I responsabili della struttura – ha detto mons. Nosiglia -  hanno fatto “tutto quanto è stato umanamente possibile per offrire a questo giovane ragioni positive e opportunità utili a costruire una vita nuova e diversa, ma purtroppo tutto questo impegno non è stato sufficiente. Il suo gesto obbliga tutti quanti a riflettere sulle ferite interiori che hanno segnato profondamente Demba e molti altri immigrati. Sono le stesse ferite, le medesime fragilità a cui ciascuno di noi è esposto. Ferite e fragilità che non dipendono dal colore della pelle né dal passaporto o dal conto in banca”. Il presule chiede al “Signore misericordioso” di “accoglierlo nel suo Regno di pace e di vita per sempre”. Inoltre chiede anche “a tutti di contribuire a far crescere nella nostra città un clima che non sia né di odio né di rifiuto né di paura, ma sia invece di reciproca accoglienza, attenzione e rispetto”.

Axel, in carrozzina dal Nicaragua, ce l’ha fatta: rifugiato negli Usa

Milano - «Ho mantenuto le promesse. Tutte e due», dice Axel Sebastián Palacios Molina con un misto di eccitazione e commozione. Domani, saranno trascorsi nove mesi dal giorno in cui si è preso il duplice impegno. Il 14enne era appena stato ferito dai paramilitari assoldati dal governo di Daniel Ortega per reprimere la protesta: un proiettile gli aveva tolto l’uso della gamba destra. Sanguinante, era tornato a casa. Ma sapeva che presto sarebbero venuti a cercare lui, i genitori, la sorella. L’unica via di scampo era fuggire negli Usa ma Axel non poteva camminare. Come poteva affrontare un viaggio di migliaia di chilometri? Il 14enne aveva detto: «Vi prometto che ce la farò e, una volta al sicuro, starò di nuovo in piedi». I genitori non gli avevano creduto ma sapevano di non poter restare. Così è iniziata la fuga in Messico. «Là, però, siamo stati minacciati dagli sgherri di Ortega». Quando, dunque, la prima Carovana di honduregni si è messa in marcia, la famiglia si è aggregata. Axel è andato avanti con le stampalle, finché gli stessi profughi non hanno fatto una colletta per comprargli una sedia a rotelle. A bordo di quest’ultima ha raggiunto Matamoros, sul confine. Là, era iniziata l’estenuante attesa per presentare domanda d’asilo negli Usa. «Dormivamo in un garage, al freddo. Mangiavamo solo ciò che ci dava la parrocchia ma, spesso, nemmeno loro ne avevano. Sono stato male. Disperati, ci siamo accampati di fronte alla dogana. Non avevamo altra scelta. Un agente, vedendomi in carrozzina, si è impietosito. E ha accettato di farci “accorciare” la fila». Incredula, la famiglia ha potuto attraversare il ponte internazionale e raggiungere McAllen, dove è stata rinchiusa in un centro di detenzione. Alla fine, i quattro sono stati rilasciati, non prima di essere muniti del braccialetto elettronico. Certo, li attende un lungo iter legale: ci vorranno anni prima che i giudici decidano se concedere loro lo status di profughi. Nel frattempo, Axel e famiglia si sono trasferiti a Houston. «La chiesa ci sta aiutando. I miei genitori non hanno ancora il permesso di lavorare ma almeno ci hanno trovato una sistemazione e hanno fatto iscrivere a scuola mia sorella e me. Il pastore ha anche trovato un medico che mi curi. Ieri ho fatto i primi passi. Come avevo promesso». (Lucia Capuzzi – Avvenire)

Comunità anglofone in Italia: presentata la Tv cattolica nigeriana nella diocesi di Porto Santa Rufina

Porto Santa Rufina - Domenica scorsa le comunità cattoliche africane anglofone in Italia si sono riunite nella parrocchia di Cesano, accolte dalla comunità nigeriana di Porto-Santa Rufina e dal loro responsabile don Matteo Eze, che è il coordinatore nazionale degli africani cattolici di lingua inglese. L' evento è stato organizzato per la promozione della Televisione cattolica della Nigeria (Ctv) in Italia. Ctv ha sede ad Abuja ed è il più importante media cattolico in Nigeria. Attraverso l' informazione e l' educazione vuole arrivare con le nuove tecnologie nelle famiglie nigeriane e non solo, per annunciare il Vangelo e la solidarietà tra le persone. La manifestazione si è aperta con la Messa nella chiesa di San Sebastiano presieduta dal cardinale Francis Arinze, prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Nell' omelia il porporato ha sottolineato come l’amore di Dio venga sempre prima di tutto. La parabola del figlio prodigo ci insegna che la misericordia di Dio è più grande della nostra miseria. Il figlio maggiore, ha spiegato il presule, non si era reso conto che tutto ciò di buono che aveva fatto era solo per grazia di Dio. Quando ritorniamo a Dio consapevoli dei nostri peccati, egli ci accoglie a braccia aperte. La televisione cattolica della Nigeria è un veicolo importante attraverso cui diffondere questo messaggio: portare la buona notizia del Vangelo, ovvero raccontare la bontà di Dio Gesù al mondo. «La salvezza in Gesù Cristo è la buona notizia, non permettiamo a nessuno di ingannarci con cattive notizie», ha detto Arinze, che invita nigeriani e africani ha condividere buone notizie sia in Africa che nel resto del mondo. Dopo la Messa la seconda parte dell' evento si è tenuta nell' auditorium della parrocchia di Cesano. Oltre al cardinale c'erano tra i sacerdoti don Joseph Akeshima, cappellano dei nigeriani cattolici di Roma e don Primus Ileme, responsabile di quelle dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Casilina e don Oseni Ogunu. Presenti anche George Umo, ambasciatore della Nigeria presso la Santa Sede e i principi Eze e Lolo Godwin Ifeanyi Madu. I membri della Ctv, con suor Mary Nwiboko e Lolo Julieth Udunna, coordinatrici della Ctv, hanno presentato le attività del media nigeriano, mostrando quanto stia crescendo non solo nel paese africano. I giovani della comunità della Casilina hanno animato con balli e musica il pomeriggio, accompagnando il canto di suor Mary Anne. Don Matthew ha portato il saluto del vescovo Reali al cardinale Arinze e alla comunità africana, ha poi espresso gratitudine per il vescovo di Porto-Santa Rufina: «un pastore attento e disponibile con i nigeriani e con tutti gli africani presenti in diocesi». Un pensiero di gratitudine anche al diacono Enzo Crialesi, direttore Migrantes diocesana, per il suo affetto e il suo impegno. Poi non poteva mancare il grazie a don Patrick Alumuku per il suo grande impegno come direttore di Ctv. (S.Cia.)      

Donne migranti: un seminario per giornalisti a Torino

Torino - “E’ in corso un processo di disumanizzazione”: così il direttore Migrantes  della diocesi di Torino nel suo intervento di apertura del Seminario per i giornalisti tenutosi a Torino nei giorni scorsi presso la sede dell’Ufficio Pastorale Migrantes. Durando ha voluto portare all’attenzione il tema della mobilità umana per offrire ai partecipanti il contesto in cui le donne immigrate, focus del seminario, si trovano. Su 258 milioni di migranti nel mondo nel 2017, metà sono donne. Dal 2000 al 2017 il numero delle persone che hanno lasciato il proprio Paese di origine è aumentato del 49%. Nel 2017 i migranti rappresentano il 3,4% dell’intera popolazione mondiale, rispetto al 2,9% del 1990. Nello stesso anno si contano 38,6 milioni di cittadini stranieri residenti nell’Unione Europea (30,2% del totale dei migranti a livello globale). Il Paese europeo che nel 2017 ospita il maggior numero di migranti è la Germania (oltre 12 milioni), seguita da Regno Unito, Francia e Spagna. “L’Europa si sente sotto assedio, invasa, reagisce con paura e ostilità, erge muri, srotola filo spinato, chiude i porti, respinge i migranti”, afferma Durando. “L’Europa rimane a guardare l’enorme problema degli immigrati – continua - e non è in grado di mettere in campo una politica comune di solidarietà”. Oggi l’Europa non abbatte più i muri, ma li costruisce. “Pioniera è stata la Spagna con le blindatissime barriere di Ceuta e Melilla in Marocco. Poi Austria e Ungheria (muro di filo spinato di 175km costato 21 milioni di euro) e la grande muraglia di Calais, costata alla Gran Bretagna 2,7 milioni di euro”, ricorda Durando. “Oggi la gente è arrabbiata, impoverita dalla crisi economica, spaventata dai flussi migratori e, citando la frase di Papa Francesco “Questa economia uccide”, prosegue: “L’aver messo al centro la ricchezza, il benessere, il denaro ha portato alla difesa di questi privilegi ad ogni costo: anche a costo di disumanizzarci, non soccorrere chi sta affogando, respingere una donna malata e incinta alla frontiera, sparare sui poveri”. Ecco dove si colloca la donna migrante. Prima che migrante, innanzitutto è donna. Il quinto obiettivo posto dall’Agenda 2030 la chiama in causa: per raggiungere uno sviluppo sostenibile, il benessere della donna è al centro.  L’Agenda 2030 pone infatti l’attenzione sul grande lavoro che ancora vi è da fare a livello globale per raggiungere la parità di genere e promuovere l’empowerment femminile. “Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, richiamando l’obiettivo n. 5 dell’Agenda 2030, ha fotografato con precisione la situazione di rischio in cui si trovano le donne migranti nel mondo”, afferma Marcella Rodino, giornalista e collaboratrice della Migrantes. Le donne e le ragazze migrano sempre più da sole e come capofamiglia. Sono esposte a rischi, tra cui lo sfruttamento sessuale, la tratta e le violenze. Non smettono dunque di rimanere incinte anche se in movimento e hanno maggiori possibilità di avere problemi di salute. “Il punto che caratterizza maggiormente la donna migrante è di subire una doppia discriminazione – sottolinea Rodino – come migrante e come donna”. Se poi è costretta a fuggire dalla propria terra perché in pericolo, la violenza diventa una costante e una variabile. “In Italia negli ultimi anni si è rilevata una presenza maggiore di donne sbarcate sulle nostre coste – racconta Rodino – la maggioranza di cittadinanza nigeriana”. Secondo l’OIM, infatti, l’80% delle donne nigeriana in Italia nel 2016 sono state vittime di traffiking. “Queste donne scappano dalle violenze nel loro paese, continuano a subirne durante il viaggio verso la Libia, dove una volta arrivate hanno buone possibilità di essere torturate e violentate. Se riescono a raggiungere l’Italia o l’Europa, continuano a essere a forte rischio di tratta”. La violenza è costante, variabile ne è la forma. In Italia nel 2017 il 52% dei migranti è femmina: oltre 2 milioni e 600 mila donne di origine straniera risiede in Italia, vale a dire l’8,6% della popolazione femminile totale. Il 58% di loro proviene da un paese europeo, un terzo ha la cittadinanza un paese UE. Tra le extra-europee cresce il numero delle nubili, che rappresenta il 65%. “C’è un dato preoccupante che vede protagoniste le giovani donne straniere della fascia di età 15-29 anni: il 44,3% è neet, vale a dire che non lavora e non studia, percentuale che sale a 52,3% se si guarda a Sud”, racconta Rodino che prosegue affermando: “L’esclusione dal mondo del lavoro e della formazione viaggia in accordo con il modello patriarcale dei ruoli di genere che spesso costre la donna alle sole mansioni di cura domestica”. Ma il mondo del lavoro, sempre più in crisi, non lascia possibilità di scelta. Laddove in una famiglia l’uomo perde il lavoro, spesso è la donna a provvedere al sostentamento della famiglia, provocando dei cambiamenti significativi negli equilibri di coppia, dove i ruoli tradizionali vengono messi in discussione. “Se la donna è l’unico componente del nucleo familiare a lavorare, la cura dei figli e della casa dovrà essere condivisa tra i partner”. D’altra parte alcuni settori economici che più necessitavano di manodopera maschile stentano a riprendersi, come per esempio quello edile, e spingono gli uomini stranieri ad andare incontro al mercato. “Sono sempre di più gli uomini a formarsi in ambiti lavorativi tipici del mondo femminile, come quello della cura e assistenza alla persona”, conclude Rodino. A essere a rischio è anche il processo di integrazione della donna migrante. Le donne lavoratrici hanno meno tempo e possibilità di tessere reti amicali sul territorio in cui vivono e forte diventa l’isolamento sociale e il malessere psico-fisico. “Questo è uno dei motivi per cui le donne migranti sono maggiormente soggette ad avere problemi di salute”.  

Corridoi Umanitari: presentato il primo rapporto

Milano - L’esperienza dei Corridoi Umanitari, del Resettlement e delle altre vie legali e sicure di ingresso, “dimostrano come sia possibile accedere alla Protezione Internazionale senza essere costretti a rivolgersi ai trafficanti di esseri umani ed intraprendere così viaggi pericolosi, talvolta mortali”. Lo si legge  nel primo Rapporto sui Corridoi umanitari in Italia “Oltre il mare” redatto da Caritas Italiana e presentato oggi a Milano. “Si tratta di programmi umanitari – si legge ancora nelle “Raccomandazioni Finali” -  che garantiscono ulteriori opportunità di protezione ai beneficiari e al contempo incentivano le migrazioni legali. Si ravvisa però la necessità di incrementarne il numero, e di uniformare le numerose esperienze implementate in vari paesi al fine di evitare confusione tra status e diritti a livello europeo e nei confronti dei beneficiari stessi”. Da qui la raccomandazione all’UE di “dare maggiore impulso alle iniziative degli Stati membri in materia di reinsediamento di persone che necessitano protezione internazionale”; “incoraggiare gli Stati Membri nella creazione di programmi ad hoc di Community Sponsorship” “strutturare un processo di concertazione per la costruzione di programmi di Community Sponsorship fra le Istituzioni Europee, gli Stati Membri, le Autorità locali, le Agenzie Internazionali e le Organizzazioni della Società Civile chiamate a garantire il supporto operativo al programma”. Inoltre indirizzare parte dei fondi europei per il finanziamento dell’accoglienza ed integrazione di quote addizionali di rifugiati giunti attraverso i programmi di Community Sponsorship. All’Italia il rapporto Caritas  raccomanda di: “ Incrementare il numero di quote destinate ai programmi di reinsediamento”; “sostenere l’implementazione di un programma di Community Sponsorship, avviando un percorso strutturato che definisca chiaramente ruoli e responsabilità tra lo Stato, le comunità locali, le Agenzie Internazionali e le Organizzazioni Sponsor”; “creare un meccanismo di valorizzazione, anche attraverso la creazione di un sistema di accreditamento delle organizzazioni che si propongono di avviare programmi di Community Sponsorship, le cui caratteristiche devono rispondere a criteri di competenza e capillarità territoriale”. “compartecipare al finanziamento dell’accoglienza nei programmi di Community Sponsorship, individuando il sistema SIPROIMI come standard di riferimento”. In due anni sono stati 500 i richiedenti asilo, tra i quali 200 bambini per le metà sotto i 10 anni, “salvati dai trafficanti e aiutati da comunità accoglienti ad integrarsi, attraverso formazione professionale e lavoro”, si legge nel rapporto che da i primi dati dei corridoi umanitari aperti dalla Conferenza episcopale italiana e il governo italiano. Il programma umanitario, avviato in virtù di un protocollo d’intesa, sottoscritto nel 2017, tra la CEI (che opera attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes) e i ministeri degli Affari Esteri e dell’Interno, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, ha consentito fino ad ora l’arrivo di questi 500 persone richiedenti protezione internazionale che vivevano nei campi profughi dell’Etiopia, Giordania e in Turchia. Individuati tra i più vulnerabili, i beneficiari sono stati complessivamente 107 famiglie, nelle quali sono inseriti 200 minori, il 58% dei quali bambini sotto i 10 anni. A due anni dai primi ingressi, (il programma terminerà ufficialmente a fine gennaio 2020) il 97% dei richiedenti asilo giunti attraverso il corridoio umanitario ha ottenuto lo status di rifugiato e il 3% la protezione sussidiaria; tutti i minori in età scolare sono stati inseriti a scuola; il 30% dei beneficiari è inserito in corsi di formazione professionale e 24 beneficiari hanno già trovato un impiego. Gli esiti ottenuti “incoraggiano a concludere che un’Europa che voglia affrontare il complesso fenomeno migratorio attuale non può fermarsi a consegnare la questione nelle mani dei paesi di origine o di transito: sono invece quanto mai necessarie alternative davvero credibili ai viaggi illegali e che garantiscano la sostenibilità dell’accoglienza attraverso il coinvolgimento delle comunità locali per puntare all’autonomia dei beneficiari e alla coesione sociale”.

Migrantes Cosenza-Bisignano: verso la convivialità delle differenze

Cosenza - Accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Quattro verbi, quelli di Papa Francesco, che domenica scorsa hanno orientato il percorso promosso dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Cosenza-Bisignano che, attraverso i racconti di diversi protagonisti che si sono alternati sul palco dell’Auditorium della chiesa di Sant’Agostino a Morelli, hanno riempito di contenuti le indicazioni proposte dal pontefice. Così accogliere è divenuta un’esigenza, proteggere un dovere, promuovere una necessità e integrare un diritto. Racconti che, dalla viva voce di chi si è speso o si spende a favore del prossimo e da chi quell’accoglienza l’ha ricevuta, hanno avuto il merito di far emergere come nel territorio diocesano, nonostante le difficoltà e il tanto cammino ancora da fare, sia stato fatto e si stia facendo un bel lavoro di solidarietà e sensibilizzazione. Ad aprire il meeting, denominato “Comunità accoglienti: Uscire dalla paura”, il racconto dei protagonisti che, durante la recente fiera di San Giuseppe, grazie al coordinamento del comitato FieraInMensa, hanno “accolto” in casa alcune mamme con bambini piccoli aprendo le loro porte e i loro cuori perché per “combattere la paura serve coraggio e fiducia”. A questi racconti si è aggiunto quello di Anna che, “con un atto di fede” da più di un anno dà ospitalità ad una famiglia proveniente da Aleppo arrivata grazie ai canali umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio. All’accoglienza ha fatto eco il verbo “proteggere” con i racconti di Manuela, Gianpaolo e Celeste, tutori legali di minorenni ospiti in alcuni centri Sprar del territorio. Del verbo “promuovere” sono stati protagonisti i racconti di Omar e Sora, entrambi ancora minorenni e con il desiderio di costruire qui in Italia il loro futuro umano e professionale. Futuro che ha però bisogno di seri progetti di integrazione (e siamo al quarto verbo) di cui sono stati protagonisti i racconti dei giovani Caterina e Sadu, oggi fidanzati, e di Alfonso che ha illustrato il tentativo portato avanti nella parrocchia di Sant’Aniello a Cosenza denominato “Allarga lo spazio della tua tenda”. Al termine dell’incontro, intervallato da alcuni momenti musicali della Band musicale multietnica, la premiazione ai primi tre classificati del fotografico “Le migrazioni di ieri e di oggi”. (Roberto De Cicco – Pdv)