Tag: Mobilità umana e migrazioni

L’habitus alla fedeltà

16 Febbraio 2021 - […] l’uomo di ogni tempo e di ogni luogo si sente chiamato, in modo adeguato, concreto, irripetibile: perché appunto Cristo fa appello al “cuore” umano, che non può essere soggetto ad alcuna generalizzazione. Con la categoria del “cuore”, ognuno è individuato singolarmente ancor più che per nome, viene raggiunto in ciò che lo determina in modo unico e irripetibile, è definito nella sua umanità “dall’interno”. (Giovanni Paolo II, Udienza Generale, mercoledì, 6 agosto 1980). Nel secondo ciclo, che comprende quaranta catechesi, papa Giovanni Paolo II si ripromette di svolgere una spiegazione-commento del detto di Gesù riferito dal capitolo 5 del Vangelo di Matteo, ai versetti 27 e 28: “Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio; ma io vi dico. Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”. Come nel richiamo “al principio” di Genesi nelle parole di Gesù, oggetto delle catechesi del primo ciclo, anche in questo caso ci troviamo davanti ad una chiarificazione, un approfondimento della norma, in cui il Signore va oltre l’obbligo di evitare l’adulterio nel corpo, invitando a spegnere in sé quello sguardo di concupiscenza che ne è la sorgente. Sono parole molto esigenti, che non ammettono fraintendimenti: questa parte del Discorso della Montagna interpella la persona nel suo profondo, si rivolge al suo cuore ed è per questo che ogni uomo, di ogni tempo e ogni luogo, in ogni situazione e stato di vita non può nascondersi, ma si sente chiamato “per nome”. In particolare le parole di Gesù sono un ammonimento rivolto al cuore degli uomini e delle donne, non una legge fissata dall’esterno, non un precetto a cui aderire in modo formale, ma un principio che si innesta nella verità più profonda della vita delle persone, ancora prima del loro accogliere o meno la fede. Un presupposto che fonda l’antropologia cristiana che in quanto tale dice la verità sull’uomo e sulle sue più intime pulsioni. Il Papa dedica molto spazio a definire questo nuovo piano su cui Gesù innesta il suo discorso, il piano del cuore umano, il piano della redenzione del cuore. È nel cuore che il principio morale va coltivato ed alimentato: è lì che, prima il singolo credente e poi la coppia di sposi può esercitare la propria libertà scegliendo di tenere viva la fiamma dell’amore rifuggendo la concupiscenza, il desiderio di possesso dell’altro, lo sguardo non limpido ma intorbidito dalla dimensione di peccato che ci affianca inevitabilmente. Quanto più il cuore dei coniugi è allenato a palpitare secondo la lunghezza d’onda di Dio, tanto più la fedeltà, l’indissolubilità e l’unione del matrimonio che essi vivono risplendono e portano frutto nella vita di quella famiglia. Anche in altre occasioni Gesù ha modo di dire che il peccato non viene dall’esterno, ma dall’interno del cuore dell’uomo ed è qui che si gioca il conflitto drammatico. Gli sposi quando hanno deciso di unirsi in matrimonio hanno scelto di unirsi anima e corpo, hanno desiderato di rivelarsi in tutta la loro dimensione di persona, si sono donati uno al cuore dell’altro, con l’intenzione di alimentare nella verità il loro amore. È chiaro allora quello che Gesù dice, tutti i coniugi lo possono condividere: anche un desiderio può essere adultero, anche un’intenzione può necessitare di essere sanata, corretta, perdonata. La fedeltà coniugale non è una questione di regole di comportamento, ma più profondamente un atteggiamento interiore, un habitus e come fare per vivere questa “abitudine” protraendola nel tempo e nella quotidianità dei giorni? Bisogna tornare alla fonte, far abbeverare il cuore alla Grazia dei sacramenti. Non ci sono altre strade, perché sarebbe arrogante o ingenuo pensare di cavarsela da soli, con una perseveranza fondata solo sui nostri sforzi volontaristici. Una coppia fedele ed unita è il frutto, coltivato con passione, di una vita di preghiera quotidiana e costante. Anche preghiera delle piccole cose, dei piccoli ringraziamenti e delle piccole o grandi richieste d’aiuto. Una preghiera che non si stanca di chiedere il dono dello Spirito Santo – anche attraverso il sacramento della Riconciliazione – come compagno di strada nel discernimento. Ma una coppia che vive il dono dell’indissolubilità è anche una famiglia che rende grazie attraverso l’Eucarestia domenicale e magari anche più frequentemente. Davvero il matrimonio così può diventare a sua volta rendimento di grazie. Una coppia unita sa ascoltarsi e dialogare nel profondo, riconosce le zone d’ombra, non lascia che i cuori celino parti di sé ed evita che il Divisore si insinui con la tentazione del male. Gli sposi cristiani si guardano negli occhi e guardano a Gesù, così vincono la deriva dell’adulterio perché si amano dello stesso amore del Signore per ciascuno di loro. (Giovanni M. Capetta – Sir)  

Vescovi Basilicata: San Giustino De Jacobis patrono dei lucani nel mondo

9 Febbraio 2021 - Matera San Giustino De Jacobis è il protettore dei Lucani nel Mondo. La decisione è della Conferenza Episcopale di Basilicata. Il progetto è stato sottoposto all’attenzione dei vescovi lucani da mons. Ciro Fanelli, vescovo della diocesi di Melfi -Rapolla-Venosa e dal parroco di San Fele, Don Michele Del Cogliano ed ha visto l’approvazione della fase finale del progetto che richiama la missionarietà della chiesa nella figura di un santo, San Giustino De Jacobis nativo proprio di San Fele. Un «santo anticipatore di tutto ciò che sarebbe stato alla base delle odierne tematiche quali intercultura, ecumenismo e mediazione culturale facendosi semplicemente promotore dell’amore di Cristo», scrive la Conferenza Episcopale della Basilicata in una nota. Il progetto ha preso vita per «sensibilizzare le nuove generazioni al rispetto delle culture diverse dalla propria, allo sviluppo del senso civico, alla tolleranza, all’accoglienza e soprattutto alla promozione del bene comune», si legge ancora: tutti questi valori sono «la sintesi dell’amore che genera persone nuove e coraggiose, pronte a varcare i confini dell’egoismo». Già la Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa aveva dato vita a molteplici iniziative per far conoscere la figura del Santo:  concorsi letterari rivolte alle scuole; benedizione della statua da parte di Papa Francesco nell’Ottobre del 2019 nella cui occasione Papa Francesco aveva donato ai sanfelesi parole di incoraggiamento nel saper essere “generosi annunciatori del Vangelo”; donazione di una lampada da tenere accesa in tutte le parrocchie della diocesi; borsa di studio sulla ricerca della figura di San Giustino in collaborazione con il Comune di San Fele e l’Università di Basilicata; accoglienza della reliquia del Santo, conservata nella cappella Santa Maria dei Vergini a Napoli, presso la chiesa madre di San Fele per la durata di un mese; commemorazione della nascita di San Giustino a livello diocesano il 9 Ottobre a San Fele con la partecipazione di tutta la regione ecclesiastica della Basilicata, del vescovo metropolita mons. Salvatore Ligorio e del presidente del Consiglio regionale di Basilicata, Carmine Cicala. Un modello, San Giustino, «non solo per le nuove generazioni ma anche per i lucani nel mondo che, pur avendo lasciato la propria terra, vivono ancora forte il legame con le origini. San Giustino de Jacobis ci insegna che l’uomo può essere cittadino del mondo». Da qui la proposta alla Conferenza Episcopale di Basilicata nel promuovere, come  patrimonio culturale immateriale della Basilicata, la figura del Santo lucano compatrono della Basilicata insieme con San Gerardo Maiella  istituzionalizzando, a  San Fele, la giornata di “San Giustino De Jacobis – protettore degli emigranti e in particolare dei lucani nel mondo” -  affinché intorno a questa figura «possano incontrarsi e riconoscersi tutti i migranti, in segno di unità e di appartenenza  esplicitando il concetto “il mondo casa di tutti”». È previsto inoltre la creazione di un ponte di solidarietà con l’Etiopia, terra in cui San Giustino si è fermato per evangelizzare, dando vita a un’opera di carità che porterà il nome del Santo lucano, in maniera tale da «concretizzare l’amore per i fratelli mettendosi al servizio dei più deboli». (R. Iaria)  

“In-attesa”: la costante situazione dei popoli migratori in una mostra a Milano

9 Febbraio 2021 - Milano - Si inaugura oggi una singolare esposizione dedicata alle migrazioni attraverso nove differenti punti di vista quanti sono gli artisti che hanno aderito. “In-attesa”, questo il titolo della rassegna che si tiene presso la Prometeo Gallery di Milano visitabile fino al 19 marzo 2021, vuole, ad un anno dallo scoppio della pandemia da virus, ‘rileggere’ il racconto delle migrazioni dei popoli, diaspore costanti e forzate a cui l'emergenza sanitaria si è andata a sommare con effetti devastanti. La pandemia, proprio per il suo forte impatto mondiale ha di conseguenza offuscato mediaticamente il problema migratorio. “In-Attesa” si prefigge anche questo scopo di continuare a riflettere sui motivi che spingono le persone a migrare e, a volte se non spesso, del loro tragico epilogo. La lettura delle cause che inducono le persone alla scelta di mettersi in viaggio è affidata a video, disegni, installazioni che mettono in risalto le guerre da cui scappano molti migranti, la povertà dei luoghi e la scarsità delle risorse determinata non solo da siccità e morfologia del terreno ma da comportamenti di popoli predatori, nonché da scelte di politiche comunitarie nefande. Il titolo “In-attesa” sottolinea e pone alla lettura dello stato in cui le persone che transitano da un Paese all’altro si trovano costantemente per espletare qualsiasi funzione quotidiana. Gli artisti che hanno aderito sono: Maria José Arjona, Filippo Berta, Regina José Galindo, Edson Luli, Maria Evelia Marmolejo, Ruben Montini, Santiago Sierra, Giuseppe Stampone e Mary Zygouri.  (Nicoletta Di Benedetto)  

Il dono reciproco

9 Febbraio 2021 - […] Il corpo umano, con il suo sesso, e la sua mascolinità e femminilità, visto nel mistero stesso della creazione, è non soltanto sorgente di fecondità e procreazione, come in tutto l’ordine naturale, ma racchiude fin “dal principio” l’attributo “sponsale”, cioè la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e – mediante questo dono – attua il senso stesso del suo essere ed esistere. (Giovanni Paolo II, udienza di mercoledì 16 gennaio 1980) Impossibile ripercorrere nel dettaglio tutta la complessità delle udienze-lezioni di Giovanni Paolo II, eppure scegliamo un passo da un altro “capitolo” del primo ciclo sull’In principio, ovvero l’udienza del 16 gennaio 1980 dal titolo “L’uomo-persona diventa dono nella libertà dell’amore”. Il Papa intende esplicitare il significato più pieno dell’aggettivo “sponsale”. Con esso si riferisce alla capacità del corpo di esprimere l’amore anche oltre la dimensione procreativa. La comunione dei corpi è elemento intrinseco al matrimonio, lo contraddistingue, ne è parte integrante ma lo è nella misura in cui i coniugi riescono a relazionarsi l’un l’altro liberandosi dalla tentazione del possesso. Quell’egoismo che deriva dal peccato originale ma che non era “in principio”. Dalla caduta dei progenitori è sempre in agguato anche nell’intimità uno scambio in cui a prevalere sono egoismi speculari mal celati dietro il principio della reciprocità. La sessualità subisce da sempre l’aggressione del “do ut des” mentre il disegno originario affida agli sposi la vocazione a donarsi in modo incondizionato. Lui dono per lei, lei dono per lui, entrambi votati a valorizzare in pienezza l’altro cosicché l’uomo sia sempre più uomo e la donna sempre più donna. La corporeità, nel disegno della Creazione, si nutre di questa dimensione sponsale ed è per questo che l’unione sessuale si dà solo nel contesto del patto matrimoniale. Gli sposi si rispecchiano in questo disegno e vivono in pienezza la loro vocazione donandosi vicendevolmente. Un cammino laborioso, fatto di pazienza e di ascolto, quasi un’arte che necessità di artisti cesellatori, disposti a mettersi in discussione e ricominciare ogni volta. Questo donarsi è già di per sé fecondo, prima della procreatività ad esso connesso. Ed è questo il motivo per cui il matrimonio è valido, anche qualora non arrivassero i figli. Un tema importante che intesse la vita dei coniugi in tutte le stagioni della vita. Sia nei primi anni contrassegnati dalla passione che talvolta necessita di essere domata, sia dopo l’arrivo dei figli, sia nell’età avanzata, in cui la tenerezza gioca un ruolo importante nella trasformazione del rapporto fra gli sposi. Sempre a loro è chiesto di dar prova di sapersi donare reciprocamente in modo unico ed esclusivo, declinando così la comune vocazione all’amore a cui sono chiamati tutti i cristiani a prescindere dal loro stato di vita. L’auspicio è che questi argomenti vengano ampiamente trattati nei corsi prematrimoniali, in particolare quelli di preparazione remota. È bene che i fidanzati crescano nella consapevolezza che la dimensione sessuale non è un’opzione neutra che si unisce automaticamente in virtù dell’attrazione. La sessualità come dono subisce continuamente l’aggressione di logiche edonistiche e consumistiche che ne svuotano il significato. Lungi da un puritanesimo d’altri tempi, anche a chi si approssima al matrimonio, oggi, magari anche dopo anni di convivenza, si può annunciare una notizia antica e sempre nuova che valorizzi i corpi e il loro essere fatti per donarsi. (Giovanni M. Capetta – Sir)  

Migranti ed Europa: la Comece in campo

9 Febbraio 2021 - Bruxelles - Avrà per tema “Dignità umana e resilienza: migranti e comunità ospitanti” il seminario online promosso il 17 febbraio dalla Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) per mettere a confronto le storie di chi ha raggiunto i Paesi europei, l’esperienza di chi ha accolto e le politiche attuate a livello europeo per gestire la situazione. «I migranti e i richiedenti asilo che entrano nell’Ue devono affrontare enormi difficoltà», si legge nella presentazione dell’incontro che si terrà dalle 16 alle 17.30 sulla piattaforma Zoom. Ad aprire i lavori saranno Jan De Volder, segretario generale della Comunità di Sant’Egidio Europa, e padre Manuel Barrios Prieto, segretario generale della Comece.  

La doppia sfida degli imprenditori stranieri

5 Febbraio 2021 -

Milano - Tornare nel Paese di origine per mettere a frutto quello che si è imparato in Italia, o per realizzare un’idea rimasta troppo a lungo nel limbo delle buone intenzioni. Oppure mettere alla prova il proprio spirito imprenditoriale sul mercato italiano. Sono le aspirazioni di molti migranti di origine africana, che hanno trovato una sponda in un programma di formazione e mentoring finanziato dalla Commissione Europea all’interno del progetto Bite ( Building Integration Through Entrepreneurship) e realizzato in Italia da Etimos Foundation in collaborazione con Fondazione Ismu e E4Impact. Si va da chi vuole aprire in Italia un fast food di prodotti africani a chi punta ad avviare una residenza per anziani in Camerun, un allevamento di pollame in Burkina Faso, o infine importare dal Senegal anacardi biologici prodotti dall’azienda di famiglia. Ma per dare gambe a queste idee bisogna acquisire una capacità imprenditoriale, conoscere le normative, districarsi nei meandri della burocrazia. Ai candidati selezionati è stata offerta la possibilità di partecipare a corsi di formazione a Milano e Padova, grazie ai quali hanno imparato a formulare un business plan e ad acquisire le competenze necessarie sotto la guida di esperti che li hanno accompagnati passo dopo passo a costruire un trampolino da cui spiccare il salto nel mondo dell’ intrapresa. «Sono molti i migranti di origine africana residenti in Italia da lungo tempo che associano uno spirito imprenditoriale a una grande determinazione e possono diventare incubatori di lavoro, qui o nei Paesi di origine, dove molti vorrebbero tornare per contribuire allo sviluppo delle loro terre – spiega Marco Santori, presidente di Etimos Foundation –. I corsi che abbiamo organizzato, della durata di un anno e mezzo, hanno rappresentato per loro una sorta di 'scuola d’impresa' che ha offerto conoscenze ed expertise per dare solidità alle aspirazioni che li animano». (G. Paolucci - Avvenire)

L’amore umano

2 Febbraio 2021 - Due volte, durante il colloquio con i farisei, che gli ponevano il quesito sulla indissolubilità del matrimonio, Gesù Cristo si è riferito al “principio”. […] “Principio” significa quindi ciò di cui parla il Libro della Genesi. È dunque la Genesi 1,27 che Cristo cita, in forma riassuntiva: “Il Creatore da principio li creò maschio e femmina” […] Il significato normativo è plausibile in quanto Cristo non si limita soltanto alla citazione stessa, ma aggiunge: “Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. Quel “non lo separi” è determinante. (Giovanni Paolo II, Udienza Generale, mercoledì, 5 settembre 1979) Giovanni Paolo II è unanimemente riconosciuto come il Papa della famiglia e della promozione della vita, non ovviamente che gli altri pontefici – come abbiamo visto e vedremo – non abbiano confermato o ribadito i principi di una dottrina che è sempre stata fondamentale per la Chiesa, ma l’impegno di Papa Wojtyla su questo campo è stato davvero costante e massiccio per tutto l’arco del suo lungo pontificato. A meno di un anno dopo la sua elezione, egli decise di dedicare le udienze del mercoledì a quelle che furono chiamate le “catechesi sull’amore umano”, vere e proprie lezioni di teologia del corpo che evidentemente egli aveva elaborato in parte già prima di essere al soglio di Pietro, ovvero durante il periodo del Concilio, ma anche negli anni da arcivescovo di Cracovia e forse prima ancora come sacerdote attento alla pastorale dell’amore coniugale con i giovani che gli erano affidati. Con l’udienza del 5 settembre 1979, inizia quello che potrebbe definirsi un corso che si è protratto senza quasi soluzione di continuità fino al 28 novembre 1984. Circa 133 allocuzioni divise in sei cicli, che costituiscono un patrimonio unico di approfondimento teologico e dottrinale da cui non si può prescindere quando si voglia affrontare i fondamenti teorici e le ricadute pastorali sull’amore umano. Il primo ciclo è dedicato a “Il principio”, ovvero al richiamo di Gesù al libro della Genesi per esplicitare il valore dell’indissolubilità del matrimonio ai farisei che lo interrogavano. Il Signore Gesù è risoluto nella sua citazione e con la sua perentorietà rende norma superiore, perché fontale, originaria volontà di Dio Creatore quella che i farisei del suo tempo sembrano non considerare con la stessa valenza con cui valutano la legge mosaica che a certe condizioni permetteva il ripudio. Da sempre questa è stata la dottrina della Chiesa e ad essa, ai fondamenti di questa interpretazione filosofica e teologica dei versetti genesiaci, papa Giovanni Paolo II dedica parecchi incontri. Si respira nelle sue parole la volontà di non accontentarsi della norma, ma di sviscerarla in tutti i suoi risvolti, cercando di portare alla conoscenza di tutti i perché dell’insegnamento della Chiesa. L’immagine di Dio che è l’uomo nella duplicità di maschio e femmina, la solitudine originaria dell’uomo che cerca qualcuno che gli sia simile e solo nella donna può rispecchiarsi (“carne della mia carne”), l’unione sponsale che colma in pienezza il bisogno di amare della creatura e permette la fecondità generativa, rendendo le creature compartecipi della creazione. Questi sono solo alcuni dei temi affrontati dalle catechesi: una serie amplissima di approfondimenti che vanno a costituire le basi dell’antropologia cristiana a cui ancora oggi facciamo riferimento. C’è come ricaduta immediata per la vita degli sposi cristiani un’incrollabile fiducia nella fedeltà di Dio che non può venir meno alla sua promessa fatta “in principio”. L’indissolubilità del matrimonio, dunque, lungi dall’essere un vincolo dal peso insopportabile, si disvela in tutta la sua ampiezza come compartecipazione all’eternità di Dio che vuole per i suoi figli un amore senza fine. Una promessa che non viene mai meno e a cui si abbevera la Grazia continuamente elargita nel sacramento delle nozze. (Giovanni M. Capetta – Sir)    

Gesù, guariscimi!

1 Febbraio 2021 - Nel Vangelo di questa domenica, Marco ci fa conoscere il primo “gesto di potenza” attuato da Gesù, subito dopo la chiamata dei primi discepoli. Manifesta in questo modo cosa significa che il Regno di Dio è iniziato con la sua parola e la sua opera. Il passo del Deuteronomio, la prima lettura, parla della volontà di Dio di “suscitare” un profeta, al quale “gli porrò in bocca le mie parole”. L’ascolto del profeta diviene dunque l’ascolto di Dio. Siamo a Cafarnao, località sulle rive del lago di Galilea, luogo di frontiera del territorio di Erode Antipa, governatore della Galilea per conto dei romani. È sabato e Gesù, appena giunto nella città, là dove viveva Pietro, non va a cercare un luogo dove riposare, ma entra nella Sinagoga, e si mette a insegnare. “Insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”, leggiamo in Marco. Chi lo ascolta è attirato dal suo parlare, provoca meraviglia e stupore negli abitanti; inoltre “si rivela potente anche nelle opere”, afferma papa Francesco all’Angelus, recitato nella biblioteca del Palazzo apostolico, presenti un piccolo gruppo di ragazzi dell’Azione cattolica a conclusione del mese della pace. Il Vangelo di Marco richiama l’espressione del Deuteronomio, e ci propone l’autorità con cui parla e opera l’inviato di Dio. Ecco i due elementi caratteristici dell’azione di Gesù, dice il Papa: “la predicazione e l’opera taumaturgica di guarigione”. Marco evidenzia di più la parola; l’esorcismo “viene presentato a conferma della sua singolare autorità e del suo insegnamento. Gesù predica con autorità propria e non come gli scribi “che ripetevano tradizioni precedenti e leggi tramandate. Ripetevano parole, parole, parole, soltanto parole – come cantava la grande Mina – erano così: soltanto parole”. E curioso il fatto che Marco, pur evidenziando la forza della parola di Gesù, non ci porta a conoscenza un suo discorso, ma un suo atto, l’episodio di un esorcismo. Un uomo, ascoltate le parole del Signore, reagisce dicendo: che c’entri con noi Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? La parola di Gesù “è autorevole”, ci dice Francesco, e questo “tocca il cuore. L’insegnamento di Gesù ha la stessa autorità di Dio che parla; infatti, con un solo comando libera facilmente l’ossesso dal maligno e lo guarisce. Perché la sua parola opera quello che dice. Perché egli è il profeta definitivo”. Nella Sinagoga di Cafarnao non era l’uomo a parlare, ma il maligno. “La predicazione di Cristo è rivolta a sconfiggere il male presente nell’uomo e nel mondo, e punta direttamente contro il regno di Satana, lo mette in crisi e lo fa indietreggiare, lo obbliga ad uscire dal mondo”. Quell’uomo posseduto, dice Francesco, “raggiunto dal comando del Signore, viene liberato e trasformato in una nuova persona”. La predicazione di Gesù “appartiene a una logica opposta a quella del mondo e del maligno: le sue parole si rivelano come lo sconvolgimento di un ordine sbagliato di cose”. Totale estraneità tra Gesù e Satana: “sono su piani completamente diversi”, tra loro “nulla in comune; sono l’uno l’opposto all’altro”. E Francesco invita a ascoltare le autorevoli parole di Gesù: “tutti abbiamo dei problemi, tutti abbiamo peccati, tutti abbiamo delle malattie spirituali”. Chiediamo a Gesù: “guariscimi!”. Nel dopo Angelus, l’ascolto del messaggio di pace dei ragazzi dell’Acr e l’annuncio di una giornata mondiale dedicata ai nonni e agli anziani, la quarta domenica di luglio, in prossimità della ricorrenza dei santi Gioacchino e Anna, i nonni di Gesù. “Lo Spirito Santo suscita ancora oggi negli anziani pensieri e parole di saggezza: la loro voce è preziosa perché canta le lodi di Dio e custodisce le radici dei popoli”. La vecchiaia è “un dono” e “i nonni sono l’anello di congiunzione tra le generazioni, per trasmettere ai giovani esperienza di vita e di fede”. Ma tante volte “sono dimenticati”. Importante che nonni e nipoti si incontrino: “è una ricchezza”. Cita Gioele, il Papa, per dire, “i nonni davanti ai nipoti sogneranno, avranno illusioni, grandi desideri, e i giovani, prendendo forza dai nonni, andranno avanti, profetizzeranno”. Dice questo alla vigilia della festa della presentazione di Gesù al tempio, 2 febbraio: “è la festa dell’incontro tra nonni e nipoti”. (Fabio Zavattaro – Sir)    

Migrantes ricorda la giornata della memoria

27 Gennaio 2021 -

Roma - Oggi, 27 gennaio, si celebra la Giornata della Memoria. È un’occasione - sottolinea la Fondazione Migrantes - per ricordare una pagina buia, se non la più buia e triste della storia recente. Non può certo essere un giorno qualunque perché oggi facciamo memoria dell’eccidio di almeno sei milioni di ebrei. Insieme al popolo ebraico, non dimentichiamo nemmeno i 500 mila, tra rom e sinti, morti nei campi di concentramento nazisti. Un genocidio noto come Porrajmos, che in lingua romanì ha un duro significato: divoramento. Questa tragedia non può essere lasciata nei meandri del passato perché ha coinvolto uomini, donne e bambini che ancora oggi sono discriminati e vivono la loro quotidianità fatta di emarginazione, di rifiuto e di sofferenza dentro le nostre città, dentro la nostra vita indifferente verso chi cerca attenzione. Rom e sinti provocano ancora paura e vergogna nella nostra società concentrata sul benessere e sull’apparire. La domanda di Dio a Caino: “Dov’è tuo fratello?” fu rivolta agli uomini e donne al termine del genocidio nei campi di sterminio. Questa stessa domanda oggi viene rivolta a noi. “Dov’è tuo fratello zingaro che io ti ho posto accanto?”.

 

Scout Vicenza: raccolta per i migranti del campo di Lipa

27 Gennaio 2021 - Vicenza - “Servire”, parola dalle mille sfaccettature e dai numerosi significati, per gli scout assume un valore ben preciso che troviamo perfettamente espresso nel vocabolario Treccani: «Compiacere, essere utile ad altri, soddisfarne i desideri con atto disinteressato di cortesia: diletto prendano dal servire (Boccaccio)». Un significato genuino e autenticamente altruista, che rende l’atto del servizio un elemento imprescindibile in una società illuminata. È con questa parola ben ancorata nella mente che ragazzi tra i diciassette e i vent’anni del gruppo scout Vicenza 9 di San Pio X, collaborando con l’associazione ARAI e Libri Contro Fucili, hanno organizzato domenica 24 gennaio una raccolta di materiale diretto in Bosnia per i migranti costretti a vivere nel gelo e nella neve. Il campo di Lipa in cui erano ammassati è bruciato in un rogo infernale ormai un mese fa. Tanta è stata la generosità della cittadinanza, vicentina e non solo, che si è ordinatamente e pazientemente messa in fila per contribuire a “rendere il mondo un po’ migliore”. A lasciare di stucco è stato il quantitativo di materiale raccolto: generi alimentari e sanitari, indumenti, scarpe, coperte, zaini, tende. I giovani volontari si sono ritrovati così il piazzale completamente sommerso, tanto che ad un certo punto hanno dovuto bloccare le consegne e chiamare rinforzi. Grazie al contributo di altri gruppi scout, delle associazioni del quartiere, dei genitori, della parrocchia, il gruppo di volontari, bardato di guanti e mascherina, ha raccolto, selezionato e smistato tutto, riempiendo completamente un salone di centinaia di sacchi di vestiti e un altro di altrettanti scatoloni di generi alimentari e sanitari. In queste settimane il tutto verrà condotto in Bosnia da NONAMEKITCHEN, organizzazione spagnola che sarà capofila in questa azione. I capi del gruppo scout Vicenza 9 Elia Pizzolato e Michele Pomi, insieme al presidente di ARAI Rino Pomi sono senza parole: “Si è creata una vera e propria rete di persone e associazioni che hanno collaborato spontaneamente per raggiungere un tale obiettivo e questo è stato davvero il risultato più grande. Vedere la partecipazione e l’impegno di tanti giovani per un fine benefico è un piccolo ma importante tassello per costruire una società più umana e solidale”. Il materiale non adatto ad essere inviato in Bosnia verrà donato ad altre organizzazioni, della città e non solo. I volenterosi giovani scout sono già di nuovo al lavoro per scovare i destinatari.