Tag: Mobilità umana e migrazioni

Migrantes Cerignola: il Laboratorio delle Migrazioni per conoscere e per comprendere

6 Novembre 2020 - Cerignola - Si è svolta nei giorni scorsi la cerimonia di inaugurazione del Laboratorio delle Migrazioni nei locali del Seminario vescovile di Cerignola, organizzata dall'Ufficio diocesano per la pastorale dei Migranti-Migrantes e dall'associazione «San Giuseppe» Onlus. Si è trattato di un momento di riflessione aperto dalla visione del docufilm Sfollati, a cura della Fondazione Migrantes, a cui sono susseguite le testimonianze di alcuni protagonisti del messaggio del Papa: dai terremotati di Lazio e Marche agli sfollati di Congo e Kurdistan iracheno. Simone Varisco, ricercatore della Fondazione Migrantes, in collegamento da Roma, ha presentato il suo libro “Il giorno di chi è in cammino”, le cui pagine tracciano la storia della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato in Italia. È, quindi, intervenuto il vescovo Luigi Renna, il quale, soffermandosi sul messaggio del Papa, ha fatto riferimento al Laboratorio come traduzione dei verbi «Accogliere, proteggere, promuovere, integrare». Per il vescovo, si tratta di un'iniziativa «importante perché è un progetto che ci aiuta a uscire dalla dicotomia pensiero-azione e teoria-prassi, riconducendoci a quella verità secondo cui ogni agire è lungimirante se prima è preparato dal pensiero e dallo studio». Ed è proprio questo uno degli obiettivi del Laboratorio: partire dalla ricerca per operare sul territorio, unire l'impegno prioritario dell'Ufficio Migrantes nella cura e nell'attenzione a persone e comunità in una prospettiva di promozione umana e dialogo culturale con la progettualità e lo sguardo europeo, come ha confermato don Claudio Barboni, direttore dell'Ufficio Migrantes e dell'associazione «San Giuseppe», Gli interventi di Angela Maria Loporchio, project manager dell'associazione «San Giuseppe», e di Marcello Colopi, responsabile dello Sportello immigrazione «Fumarulo», hanno anticipato la visita dei presenti alla sede del Laboratorio.

I medici stranieri dimenticati dall’Italia, persino nell’emergenza

5 Novembre 2020 - Milano - Sono 75.500 i professionisti della sanità – medici, infermieri, operatori sociosanitari, tecnici di laboratorio – che vivono in Italia con un passaporto straniero. Secondo Amsi, l’Associazione dei medici stranieri in Italia che ha diffuso questi dati, lavorano soprattutto in strutture private come cooperative o Rsa, con contratti a termine o di semplice collaborazione nei servizi di base come le guardie mediche, i pronto soccorso o gli ambulatori dei distretti sanitari. Tra di loro ci sono precari senza prospettive e con stipendi inadeguati. E tra i “camici bianchi” c’è anche chi sopravvive facendo sostituzioni di pochi mesi l’anno. L’esperienza e la bravura non contano, serve la carta d’identità firmata da un sindaco. I mesi scorsi hanno visto il nostro Paese diventare teatro di missione, durante il picco della pandemia, per il personale sanitario proveniente dall’estero, da Paesi come Cuba e l’Albania, segno della solidarietà internazionale che ha abbracciato anche il nostro Paese. Ma si è trattato di volontari, chiamati a raccolta in una fase eccezionale. Nell’esercito degli “stranieri” che opera nel sistema sanitario italiano ci sono 22mila laureati in medicina (38mila, invece, gli infermieri), molti dei quali specializzati, che potrebbero entrare anche in pianta stabile nei reparti degli ospedali e nelle strutture sanitarie pubbliche contribuendo così a colmare le carenze di organico – in Italia, lo ricordiamo, mancano 56mila dottori – ma non possono partecipare ai concorsi perché non risultano cittadini italiani. In effetti, nel 2013 la legge che impediva agli stranieri di essere assunti dallo Stato è stata abolita ma il requisito dell’italianità d’anagrafe è rimasto per i ruoli da dirigente, come vengono considerati, appunto, i medici del settore pubblico. E sebbene il Dpcm “Cura Italia” abbia derogato a questo impedimento autorizzando le Regioni, secondo una direttiva europea, ad assumere in via temporanea per tutto il periodo dell’emergenza Covid anche i dottori con laurea acquisita all’estero, di fatto questo non sta avvenendo, perché per la maggior parte, i bandi di concorso o degli “avvisi” non sono stati adeguati alla nuova normativa. Non si riconoscono cioè titoli di studio e qualifiche professionali che non siano state conseguite entro i confini della Penisola. Il sistema sanitario nazionale viene così privato di risorse preziose nella lotta contro la pandemia. Ma c’è, comunque, chi la battaglia la porta avanti lo stesso, rischiando ogni giorno di contrarre il virus per rispettare il giuramento di Ippocrate, nella speranza che qualcosa cambi. Kamel Khuri è un israeliano nato a Betlemme e laureato in medicina a Pavia. Ha 50 anni, una moglie e una figlia dodicenne. Abita a Mede, piccolo borgo della Lomellina, ma tutti i giorni deve recarsi a Vigevano, dove fa servizio nell’infermeria della casa di reclusione, o deve presentarsi nei Pronto soccorso dei sette ospedali dell’Azienda sociosanitaria pavese. “Ho un doppio lavoro ma sono un precario dal 2003, mi sposto tra Casorate Primo, Mortara, Stradella, Varzi, Voghera e negli altri centri del territorio – racconta – a seconda di dove mi mandano, ho un contratto che viene rinnovato dalla Asst anno dopo anno ma ogni volta, alla mia età, devo sostenere un esame davanti a una commissione: ormai sanno tutto di me, anche il numero di scarpe che porto, non capisco perché non c’è la possibilità di stabilizzare il mio rapporto di lavoro”. All’inizio il dottor Khuri faceva la guardia medica ad Alessandria, poi, dopo quattro anni, ha fatto dei corsi di medicina d’emergenza e ha trovato lavoro nel carcere vigevanese: “Curo insieme ad altri colleghi tra i 70 e i 75 detenuti, più gli agenti penitenziari quando c’è bisogno”. Diverso è il caso di Rahamin Remi Koronel, 67 anni, residente a Milano dove dal 1998 fa il medico di base con specializzazione in ginecologia. Ha lo studio in via Gorizia, di fronte alla Darsena del Naviglio Grande. Koronel arrivò in Italia da Istanbul nel 1957 con i genitori e il fratello, esuli per scelta. Aveva 3 anni quando atterrò con la famiglia a Linate e da allora non ha mai lasciato il nostro Paese, che è diventato anche il suo. È cittadino italiano a tutti gli effetti. Laureato a Milano, presa la specializzazione ha cominciato a lavorare all’Istituto nazionale dei tumori, precario per una decina d’anni. “Poi, visto che non riuscivo ad entrare con un contratto definitivo, sono venuto via e ho deciso di fare la libera professione”. I sacrifici all’inizio non sono mancati, non c’erano gli agganci giusti per accedere nel settore pubblico, e forse neanche il cognome lo ha aiutato. Però poi, una volta aperto lo studio, ha fatto presto a guadagnarsi la fiducia dei pazienti. Perché un bravo medico si vede sul campo. “Deve essere valutato per le capacità e la voglia di fare – dice – e non per altre ragioni...”. Oggi il dottor Koranel ha 1.250 assistiti e sta per andare in pensione. Adesso però c’è l’epidemia di Covid–19, “è un momento di fuoco, anche se la vera trincea la fanno i colleghi dei pronto soccorso”. Vista l’età, dovrebbe lasciare, ma deve seguire i suoi pazienti, non può abbandonarli, si fidano di lui e sarebbe come tradirli. Camice, stetoscopio, mascherina e orari massacranti in ambulatorio. “Anche se devo dire che da quando è scoppiata la pandemia vengono qui molto meno, più che altro telefonano o mandano un WhatsApp... ‘dottore, ho una brutta tosse’, ‘dottore ho la febbre...’, ma come faccio a curarli se non li vedo? Fare il medico è soprattutto un rapporto umano, e io, come gli altri miei colleghi italiani, mi sono ridotto a fare il prescrittore... c’è troppa burocrazia nella nostra professione, in Italia”. (Fulvio Fulvi – Avvenire) ​  

Cantiere aperto

5 Novembre 2020 - Roma - Condividere, collaborare, informare, raccontare, ascoltare, accompagnare. Sono tante e diverse le sfumature dei tasselli che compongono il grande puzzle della comunicazione. Nel percorso di formazione per i nuovi direttori diocesani, che si concluderà lunedì 9 novembre, le varie tessere testimoniano un impegno concreto che supera la frammentarietà e cerca di fare sintesi. Con uno stile adeguato, con la sollecitudine del cuore, con i giusti tempi del silenzio, con la ricchezza e la profondità della parola. A ben guardare è il percorso aperto dal nostro Direttorio: “La comunicazione è luogo dove apprendere i criteri della comunione e della condivisione, che sono sempre il frutto di un ascolto attento e rispettoso e di un’adesione alla verità sull’uomo e sul suo destino”. (Vincenzo Corrado)

Bergoglio loda la Piccola Casa di Gela

5 Novembre 2020 -

Milano – “Un faro di luce e di speranza nel buio della sofferenza e della rassegnazione, un apprezzato segno di condivisione della Chiesa con i disagi e le fatiche del proprio popolo”. Così il Papa definisce la Piccola Casa della Misericordia di Gela in una lettera scritta al sacerdote della diocesi di Piazza Armerina don Pasqualino Di Dio. Don Di Dio dopo l’incontro casuale con il Papa durante la sua prima Messa pubblica celebrata a Sant’Anna in Vaticano, il 17 marzo 2013, era stato ricevuto in udienza. Al Pontefice aveva raccontato la realtà sociale della Sicilia sudorientale e il dramma degli sbarchi dei migranti. Il Papa lo aveva esortato a dar vita a una casa che fosse segno della misericordia di Dio, come poi è avvenuto, sotto l’egida del vescovo, mons. Rosario Gisana. Oggi la Casa, grazie al contributo di numerosi volontari, offre diversi e preziosi ai più poveri, come un poliambulatorio medico, un dormitorio e un centro d’ascolto.

​ 

Annecy: i balconi silenziosi

4 Novembre 2020 -

Annecy - Questa sera alle 20 sarò sul balcone ad applaudire, come a primavera, ai medici, agli infermieri, a tutti coloro che lavorano in ospedale per dimostrare loro la solidarietà della gente comune”, questo mi ha detto la mia vicina quando ci siamo incontrate in giardino, a debita distanza e con la mascherina. Lei portava fuori il suo cane, io andavo a fare una passeggiata, rigorosamente per solo un’ora e entro il raggio di 1 km. dalla mia abitazione, come prevede il nuovo regolamento COVID, qui in Francia.

A sera ho aperto il balcone e ascoltato: nessuno sui balconi, nonostante la temperatura fosse gradevole solo io e la mia vicina abbiamo applaudito ci ha fatto eco il rumore di una motocicletta che passava sulla strada e l’abbaiare di un cane solitario. Silenzio radio. Che tristezza.

La maggior parte delle persone è arrabbiata o demoralizzata. Non esiste più la solidarietà di questa primavera.

A marzo e aprile si vedeva una luce in fondo al tunnel. Avevamo la speranza di “uscirne” senza troppi danni, ci si sentiva solidali contro le avversità, vedevamo avvicinarsi l’estate e con essa le vacanze, gli “apericena”, le nuotate al mare, le passeggiate sulle montagne.

Ora non più.

Alle ore 20, al tempo della seconda ondata di pandemia, i balconi sono silenziosi, qua e là qualche zucca illuminata da una candela.. E’ Halloween.

Ma non è la stessa cosa.

Vorrei gridare: non perdiamo la speranza, non perdiamo la solidarietà, non nascondiamo i sorrisi dietro le maschere, non è ancora il tempo di abbandonarci e di richiuderci in casa, in noi stessi.

Passerà. Anche questa volta ci rialzeremo. E sarà più bello se il nostro cuore sarà ancora pieno d’amore gli uni per gli altri. (Gabriella Rasi)

 

Un matrimonio fecondo

3 Novembre 2020 - Il matrimonio tuttavia non è stato istituito soltanto per la procreazione; il carattere stesso di alleanza indissolubile tra persone e il bene dei figli esigono che anche il mutuo amore dei coniugi abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità. E perciò anche se la prole, molto spesso tanto vivamente desiderata, non c’è, il matrimonio perdura come comunità e comunione di tutta la vita e conserva il suo valore e la sua indissolubilità. (Gaudium et Spes, n. 50, 7 dicembre 1965) Un intero paragrafo dedicato alla fecondità nel matrimonio ci porta al cuore della relazione coniugale, ovvero alla sua facoltà di generare la vita. Le parole che il documento conciliare utilizza sono particolarmente significative: “il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole”, Dio ha voluto comunicare all’uomo “una speciale partecipazione nella sua opera creatrice” (GS 50). Il dono della fertilità è incommensurabile e rende gli sposi “cooperatori dell’amore di Dio”, un ruolo altissimo che dona a tutti i genitori una gioia indicibile, ma li pone anche di fronte alla responsabilità di aumentare il numero dei figli di Dio. Lette in quest’ottica la paternità e la maternità non possono essere vissute come una prerogativa frutto solo di una volontà umana, ma rientrano in un progetto provvidenziale molto più grande, che allontana dal pericolo dell’egoismo e del possesso che pure insidiano costantemente la relazione con i figli. Spetta, quindi, a marito e moglie formarsi un “retto giudizio” rispetto al numero di figli che doneranno al mondo, un discernimento personale, affidato alla loro coscienza, a sua volta ispirata, però, dal magistero della Chiesa. Si tratta dei presupposti di quella paternità e maternità responsabili che vedono in questi testi i primi fondamenti e che troveranno ampliamento nel magistero di Paolo VI (in particolare nella enciclica Humanae Vitae che sarà emanata da qui a qualche anno) e poi in quello di Giovanni Paolo II. Al termine di questo numero 50 sul dono della vita, i padri conciliari decidono, però, di aggiungere un paragrafo di grande importanza. In esso viene precisato che il matrimonio non è istituito soltanto per la procreazione. È un concetto nuovo e non scontato, che rinnova la dottrina morale su questo argomento. Il matrimonio conserva il suo valore e la sua indissolubilità anche se non arrivano i magari tanto desiderati figli. L’amore dei coniugi ha le sue manifestazioni, si sviluppa e arriva a maturità anche qualora non sia fertile dal punto di vista biologico. Si tratta di un grande spazio di libertà che si apre per tutte quelle coppie che scoprono di non poter avere figli. Uno spazio di libertà che amplifica l’amore fra gli sposi e inizia a contemplare la dimensione unitiva e procreativa così come da adesso in avanti saranno espresse nel magistero. Lo scopo dell’amore coniugale non è solo la procreazione, ma ha un valore in sé nel mutuo scambio fra i coniugi. Questa verità, che vale per ogni atto sessuale di tutti gli sposi, è ancora più cogente per coloro che hanno scoperto di non poter generare la vita. Ad essi è affidato il compito speciale di testimoniare che l’amore nuziale ha una sua fecondità propria, che va oltre la possibilità di procreare. Molte coppie cristiane che vivono la croce dell’infertilità sperimentano giorno per giorno che il loro amore genera altri frutti, che non sono i figli naturali. Basti pensare a tutti i percorsi di adozione e di affido che vedono coinvolti genitori esemplari per capacità di ascolto e di educazione, ma a ciò si aggiungono tantissime dimensioni di servizio che generano rapporti di figliolanza o fraternità spirituale in cui la coppia dona i frutti maturi del suo stesso amore inserendosi nel circuito più grande dell’amore di Dio per il mondo. (Giovanni M. Capetta)  

Migrantes: in distribuzione il nuovo numero

2 Novembre 2020 - Roma - “Conoscere per comprendere” è il titolo di copertina del nuovo numero di Migranti-Press, la rivista mensile della Fondazione Migrantes, in distribuzione in questi giorni. Il primo piano è dedicato al Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes mentre l’editoriale invita a “lasciarsi contagiare dal virus della conoscenza”. Nel numero spazio alla recente invocazione dedicata ai migranti nelle Litanie lauretane voluta da Papa Francesco e una riflessione su “ascoltare il ‘segno dei tempi’ che stiamo vivendo nella pandemia”, un servizio sulle opere dedicate da don  Giampiero Arabia – prematuramente scomparso pochi mesi fa - al mondo migrante, una intervista al giovane studente universitario in Italia Joerge Hmenez Castro dedicata al conflitto colombiano e un servizio alle tragedie dell’emigrazione ne italiana nel mondo “per non dimenticare il sacrificio di tanti lavoratori italiani”. E ancora l’esperienza con il popolo rom a Scampia di p. Eraldo Cacchione.  

Ascoltare il silenzio

2 Novembre 2020 -   Roma - Tornano sui media in questi primi giorni di novembre le immagini delle visite ai cimiteri. Anche se l’aggressività del virus le rende diverse da quelle degli anni scorsi il significato di questi incontri della memoria rimane intatto. Non è una abitudine che si ripete, é un appuntamento che ogni anno si rinnova con il suo carico di tristezza, di nostalgia ma anche di tenerezza, di speranza e di fiducia. Sono soprattutto loro, i defunti, a inviare a una società disorientata e avvolta nella paura un messaggio di vita. Sembra impossibile ma la storia che è scritta in un cimitero, nel linguaggio cristiano chiamato “camposanto”, è una storia di persone diverse che hanno vissuto il loro presente con gli occhi rivolti al futuro, anche nei momenti più dolorosi, anche quando sembrava che la notte non potesse avere fine. Un secondo insegnamento riguarda l’esperienza umana dell’amicizia che, dicono i colloqui accanto alle tombe, non si conclude con la fine di un’esistenza. In splendide pagine di Cicerone e di Agostino si trovano bellissimi pensieri. Da molto tempo il camposanto, tranne in qualche paese, non confina più con la chiesa, non l’abbraccia, non esprime più visibilmente l’intensa comunicazione tra chi è in cammino e chi è ha raggiunto la meta. Tuttavia non si dissolve il significato di un legame che va oltre il tempo. Una comunicazione che si esprime anche attraverso i fiori richiama il tema dell’eternità e il senso ultimo del cammino dell’uomo. L’esperienza di amicizia vissuta nel silenzio e nei sussurri dei vialetti cimiteriali diventa un monito a tenere vive le relazioni affinché la comunità non si frantumi, soprattutto nel tempo della pandemia. Una domanda infine nasce da quei cimiteri recenti che sono formati dalle onde di un mare come il Mediterraneo, oppure dalle zolle di un campo sterminato come Srebrenica nei Balcani. Il grido che viene da questi luoghi riesce a toccare la coscienza dei vivi che di fronte alla violenza, alle sofferenze, alle ingiustizie girano lo sguardo dall’altra parte e rischiano di rendersi complici dei violenti, degli oppressori, degli ingiusti? Un ultimo messaggio viene dai cimiteri di guerra, numerosi in molti Paesi d’Europa. Documentano un impressionante numero di innocenti uccisi dall’odio, dalla sete di potere, dalla follia del sentirsi i migliori. Il silenzio dei cimiteri è colmo di quelle parole essenziali generate dalla tenerezza e dalla trasparenza della memoria che, come una maestra saggia, a tutti chiede ascolto. Quindi interroga, tutti. (Paolo Bustaffa – SIR)

Ognissanti e commemorazione dei defunti: una scossa alla fede

30 Ottobre 2020 - Una scossa alla nostra fede si ripropone ogni anno al varco dei mesi di ottobre e novembre: Tutti i Santi e i Defunti. La fede è messa alla prova perché la rimozione della morte è naturale e corre sul filo del fluire della nostra vita quotidiana. Progettiamo, pianifichiamo e speriamo di raccogliere esiti e frutti. Del tutto normale, siamo disposti a dirci. Tuttavia, facciamo il conto senza l’oste. Non è quella spada di Damocle che può piombarci addosso all’improvviso e tagliarci fuori dal tempo e dalla storia. Non è neppure il filo tessuto dalle Parche: l’ultima attende le giunga fra le mani per darvi un bel taglio e precipitarci nel nulla. Fosse così o solo così la rimozione avrebbe il sapore della correttezza e bisognerebbe coltivarla. Rimbalzerebbe però un altro quesito: perché mettere al mondo dei figli? Per inserirli in un meccanismo distruttivo che logora i giorni e toglie il fiato? La fede, cioè l’Amen che la persona pronuncia quando prega o riceve i sacramenti, dona un’altra prospettiva che non scansa, evita o seppellisce i problemi e le difficoltà ma conferisce loro una capacità creativa che avvolge tutto e lascia promanare la pace. Il Misericorde ha fatto irruzione nella storia, si è donato completamente, ci ha creati perché rendessimo ancora più bella la sua creazione, perché stringessimo fra di noi legami di fraternità. Perché fossimo certi di camminare da pellegrini, diretti al Suo Volto. Quando entriamo in un cimitero non dovremmo guardare alle lastre tombali come ad un coperchio ormai chiuso e sigillato su di un’esistenza, di cui, peraltro, ben presto si dimenticano gli eventi, i successi e gli insuccessi. Lastre ed epigrafi dovrebbero riportare alla nostra memoria e alla memoria della fede un dato che si dovrebbe palpare nell’aria: chi ha chiuso gli occhi alla storia, li ha chiusi aprendoli sul quel mistero che siamo stati chiamati a conoscere in vita. Dire Amore non è uno spreco di parole ormai sporcate da vicende dai toni turpi e oscuri. Dire Amore significa che ogni tomba sprigiona una forza, un’energia che ci investe e ci richiama a valori perenni, a opzioni che lasciano un segno invisibile nella storia dei potenti e dei magnati che sembrano gestire tutta l’esistenza. Segno che la fede sa cogliere, sa fare proprio e rendere vitale. Amore significa gratuità, servizio, disinteresse. Significa riconoscersi fratelli, tutti insieme animati dal desiderio del bene comune. Camminare fra le tombe può suscitare un sentire nostalgico per i volti di chi nella nostra storia ci ha generato, accompagnato stando al fianco con tutto l’amore che ha potuto donare. Può però suscitare un sentimento più profondo e liberante: riallacciare un legame che trapassa, che non mente, che non si esaurisce perché affonda in Dio stesso. Ormai immersi nel grembo del Padre chi ci ha lasciato è diventato potente canale di grazia, di amicizia vera. La tomba, quindi, non può essere luttuosa, terrificante. Ad ogni tomba è sottesa quella tomba che ha racchiuso il Corpo del Salvatore che ci ha promesso vita eterna. Quel Sepolcro, che denominano Santo, nel mistero di fede è compresente ad ogni tomba, ad ogni cimitero e l’energia del Risorto circola su quello che sembra uno scenario immobile, tagliato fuori ed espulso dal contesto di vita, effondendo una luce che non solo illumina ma anche riscalda i cuori. Parla di quella dimensione che sappiamo ormai essere dei santi che lodano Dio perennemente, in una gioia reciproca resa trasparente, senza quelle opacità che hanno caratterizzato la vita e i legami terreni. Non è una proiezione magica o scaramantica per richiama antichi riti ancestrali, è ben di più. È la scelta di fondo su cui poggia ogni nostra successiva scelta finché muoviamo, passo dopo passo, su quel sentiero che ci conduce in vetta: al Volto di Dio, Creatore e Padre, al Figlio che, con la sua morte, ha dato un senso al nostro lasciare la terra per consegnare in assoluta fiducia il nostro respiro e transitare all’eterna Luce. (Cristiana Dobner – Sir)  

Il Centro Astalli premia i vincitori del concorso “La scrittura non va in esilio”

28 Ottobre 2020 - Roma - Migliaia di studenti delle scuole superiori di 15 città italiane saranno i protagonisti de “La scrittura non va in esilio”, evento realizzato dal Centro Astalli in collaborazione con Rai Cultura (Media Partner della manifestazione), dedicato alla cultura, ai libri, all'educazione e alla scuola come vie per una società solidale e inclusiva delle diversità. La manifestazione, che si svolgerà online nel rispetto delle misure per il contenimento della pandemia da Coronavirus, sarà l’occasione per premiare gli studenti vincitori della XIV edizione del concorso letterario “La scrittura non va in esilio” riservato alle scuole medie superiori e della VI edizione del concorso letterario “Scriviamo a colori” per le scuole medie inferiori. Sono stati oltre 200 i racconti inviati negli scorsi mesi per partecipare ai due concorsi letterari promossi dal Centro Astalli nell’ambito dei progetti didattici “Finestre-Storie di rifugiati”, parte del programma europeo CHANGE, e “Incontri-Percorsi di dialogo interreligioso”, attraverso i quali rifugiati e fedeli di altre religioni incontrano ogni anno oltre 25.000 studenti di oltre 100 istituti italiani. La giuria di esperti composta da scrittori, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni internazionali ha riconosciuto una menzione speciale alla poesia "Fosse giganti" di Elisa Fraschetti Giolito, studentessa del Liceo Tito Lucrezio Caro di Roma. La poesia introdotta da un commento di Melania Mazzucco è contenuta nella raccolta dei racconti “La scrittura non va in esilio”, curata dal Centro Astalli. L’evento, domani mattina alle 10,30,  sarà anche l’occasione per riconoscere il titolo di Scuola amica dei rifugiati e di Student Ambassadors Programme del progetto europeo CHANGE agli istituti che hanno promosso iniziative di sensibilizzazione e di cittadinanza attiva realizzate dagli studenti con l’obiettivo di creare una società più giusta, più aperta e più accogliente.