21 Aprile 2021 - Un adolescente timido ha il potere dell'invisibilità e deve imparare a controllarlo per difendere il suo quartiere, rinunciando ai suoi sogni artistici. È il filo conduttore della serie “Zero” che partirà oggi sulla piattaforma Netflix. "Quando ho iniziato a scrivere questa serie – spiega l’ideatore della serie Antonio Dikele Distefano - riflettevo sul fatto che in Italia non c'è una cultura di attori o registi neri. Abbiamo visto che ci sono, esistono e bisogna coinvolgerli. Credo che Zero sia la prima finestra verso una rappresentazione migliore del paese". La serie racconta di un rider che diventa un supereroe. La serie è disponibile da oggi sulla piattaforma in 190 paesi ed è composta da 8 episodi e racconta la storia di un timido ragazzo con un superpotere: può diventare invisibile. Non è un supereroe, ma un eroe moderno che impara a conoscere i suoi poteri quando il Barrio, il quartiere della periferia milanese da dove voleva scappare, si trova in pericolo. Zero dovrà indossare gli scomodi panni di eroe, suo malgrado e, nella sua avventura, scoprirà l'amicizia di Sharif, Inno, Momo e Sara, e forse anche l'amore.
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In 26 nazioni del mondo la libertà religiosa è soffocata dalla persecuzione
21 Aprile 2021 - Roma - Il Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo 2021, pubblicato dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) e giunto alla sua XV edizione, evidenzia che in una nazione su tre si registrano gravi violazioni della libertà religiosa. Secondo lo studio, presentato ufficialmente a Roma e in altre grandi città in tutto il mondo, questo diritto fondamentale non è stato rispettato in 62 dei 196 Paesi sovrani (31,6% del totale) nel biennio 2018-2020. «In 26 di queste nazioni si soffre la persecuzione», dichiara Alessandro Monteduro, Direttore di ACS Italia. «Nove Paesi per la prima volta si sono aggiunti alla lista: sette in Africa (Burkina Faso, Camerun, Ciad, Comore, Repubblica Democratica del Congo, Mali e Mozambico) e due in Asia (Malesia e Sri Lanka). La causa principale è la progressiva radicalizzazione del continente africano, specie nelle aree sub-sahariana e orientale, dove la presenza di gruppi jihadisti è notevolmente aumentata», prosegue Monteduro. Violazioni della libertà religiosa si sono verificate nel 42% delle nazioni africane. Burkina Faso e Mozambico rappresentano due casi eclatanti. «Questa radicalizzazione non si limita tuttavia all’Africa. Il Rapporto - sottolinea Monteduro - descrive il consolidamento di un network islamista transnazionale che si estende dal Mali al Mozambico, dalle Comore nell’Oceano Indiano alle Filippine nel Mar Cinese Meridionale, il cui scopo è creare un sedicente califfato transcontinentale». Il Rapporto evidenzia una nuova frontiera: l’abuso della tecnologia digitale, dei cyber networks, della sorveglianza di massa basata sull’intelligenza artificiale (AI) e sulla tecnologia del riconoscimento facciale per assicurare un maggiore controllo con finalità discriminatorie. Questo fenomeno è evidente soprattutto in Cina, dove il Partito Comunista sta reprimendo i gruppi religiosi con l’ausilio di 626 milioni di telecamere di sorveglianza con tecnologia AI e con l’aiuto dei sensori degli smartphone. Anche i gruppi jihadisti stanno impiegando la tecnologia digitale per favorire la radicalizzazione e per il reclutamento di nuovi terroristi. In 42 Paesi (21% del totale), abbandonare o cambiare la propria religione - sottolinea il Rapporto dell'Acs - può determinare gravi conseguenze legali e/o sociali, con uno spettro di possibili conseguenze che va dall’ostracismo familiare alla pena di morte. La ricerca di ACS denuncia anche l’incremento della violenza sessuale impiegata come un’arma contro le minoranze religiose, in particolare i crimini contro donne adulte e minorenni le quali vengono rapite, violentate e costrette a ripudiare la loro fede per abbracciare coattivamente quella maggioritaria. Il 67% circa della popolazione mondiale, pari a circa 5,2 miliardi di persone, vive attualmente in nazioni in cui si verificano gravi violazioni della libertà religiosa. Fra di esse vi sono quelle più popolose: Cina, India e Pakistan. Anche la persecuzione religiosa da parte dei governi autoritari si è intensificata. La promozione della supremazia etnica e religiosa in alcune nazioni asiatiche a maggioranza indù e buddista ha contribuito a intensificare l’oppressione ai danni delle minoranze, riducendone spesso i componenti a livello di cittadini di seconda classe. L’India rappresenta il caso più eclatante, ma tali politiche vengono applicate anche in Pakistan, Nepal, Sri Lanka e Myanmar. In Occidente si registra una diffusione della “persecuzione educata”, secondo l’espressione coniata da Papa Francesco per descrivere il conflitto fra le nuove tendenze culturali e i diritti individuali alla libertà di coscienza, conflitto a causa del quale la religione viene relegata nel ristretto perimetro dei luoghi di culto. Il Rapporto fa cenno anche al profondo impatto della pandemia da COVID-19 sul diritto alla libertà religiosa. A fronte di una tale emergenza, i governi hanno ritenuto necessario imporre misure straordinarie, applicando in alcuni casi limitazioni sproporzionate al culto religioso, specie se confrontate con quelle imposte ad altre attività secolari. In alcuni Paesi, come ad esempio il Pakistan e l’India, gli aiuti umanitari sono stati negati alle minoranze religiose. La pandemia è stata utilizzata specie nei social network quale pretesto per stigmatizzare alcuni gruppi religiosi accusati di aver diffuso o addirittura causato la pandemia. Secondo Alfredo Mantovano, Presidente di ACS Italia, «a causa della pandemia ci siamo abituati a ragionare e a operare in termini di zone rosse, zone arancione, e così via, a seconda dell’intensità del contagio. Il Rapporto adopera da 22 anni la differente intensità dei colori per rendere visivamente chiara l’intensità della persecuzione religiosa nel mondo. Ma nel Rapporto ai colori non corrisponde la tipologia di esercizi commerciali che possono stare aperti o che devono chiudere. Le restrizioni», prosegue Mantovano, «attengono all’esercizio di un diritto umano fondamentale, dai luoghi nei quali la condanna a morte colpisce chi mostra in pubblico i segni della propria fede, a quelli che sono teatro tragico dell’uso seriale e programmato della violenza sessuale nei confronti delle giovani donne colpevoli di appartenere a una comunità religiosa da cancellare», conclude il Presidente di ACS Italia.
Illuminare il mondo
20 Aprile 2021 - Animata dallo spirito missionario già al proprio interno, la Chiesa domestica è chiamata ad essere un segno luminoso della presenza di Cristo e del suo amore anche per i «lontani», per le famiglie che non credono ancora e per le stesse famiglie cristiane che non vivono più in coerenza con la fede ricevuta: è chiamata «col suo esempio e con la sua testimonianza» a illuminare «quelli che cercano la verità» (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n.54, 22 novembre 1981) “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura”. L’invito perentorio di Gesù all’annuncio universale della Sua Parola è il punto di partenza di Papa Giovanni Paolo II per spronare la famiglia alla missionarietà. Un surplus di fiducia nei confronti della “Chiesa domestica” che di fatto è chiamata a rendersi partecipe dell’azione evangelizzatrice con una peculiarità sua propria. La Chiesa che si fonda sulla casa, ovvero sul sacramento del matrimonio è investita direttamente della vocazione a farsi prossima di tutti i fratelli che incontra nel mondo in cui essa vive ed è immersa. I coniugi sono missionari nel profondo, in virtù del loro battesimo, ribadito nella confermazione e suggellato in maniera speciale dal matrimonio. Non ci sono limiti a questo annuncio e di fatto Gesù si è espresso indicando la meta: “fino agli estremi confini della terra”. Così avviene che gli sposi cristiani iniziano ad essere testimoni e missionari fra le mura domestiche per poi esserlo in ogni contesto di vita, piccolo o grande che sia, in cui si trovano a vivere e fare la loro esperienza coniugale. Mai come in questo caso è valida la famosa espressione che definisce i cristiani “nel mondo ma non del mondo”. I coniugi e le famiglie che loro vanno formando sono all’avanguardia, perennemente in terra di missione. Non vivono nel tempio, non sono individuati dalle persone che incontrano come autorità ecclesiastiche, non hanno paramenti sacri, appannaggio di sacerdoti e religiosi, ma sono cristiani! Da questo punto di vista, nei confronti, soprattutto, delle persone non credenti, hanno l’opportunità di un incontro più alla pari, privo di pregiudizi, in cui la responsabilità e la libertà del confronto si giocano proprio sul piano di una testimonianza contraddistinta dalla trasparenza e dalla gratuità. Il Papa afferma che le famiglie cristiane, che siano partite per un Paese del Terzo Mondo per vivere in pienezza la vocazione della missione evangelica, o che al loro interno debbano cimentarsi con la mancanza di fede dei figli o di qualche altro membro del nucleo famigliare, sono perennemente “in servizio” e la loro specificità è la testimonianza concreta sul campo. Pare di sentire San Francesco quando diceva ai suoi frati di predicare in ultima istanza con le parole se ce ne fosse stato bisogno; sì perché è nel vivere, prima ancora che nel dire il Vangelo che le famiglie possono essere davvero protagoniste. C’è bisogno di essere lievito nella pasta del mondo, correndo il rischio di mescolarsi nell’impasto della storia. C’è bisogno, ai giorni nostri come duemila anni fa, di relazioni affidabili, sempre più rare; di legami con uomini e donne sposi, capaci di seminare fiducia, bellezza, speranza. É proprio la famiglia cristiana che può illuminare la vicenda umana dei fratelli nella fede, delle famiglie che non credono o di quelle che accusano delle difficoltà al proprio interno, offrendo il dono dell’affidabilità. Essere saldi nella presenza fisica, a contatto con i fratelli, senza distanze, senza giudizi o pietismi; essere affidabili nella gratuità dell’ascolto, nella prossimità per le piccole e le grandi richieste. Essere luce per gli altri non è compito facile, ma quanto è necessario! Del resto non sono poche le occasioni in cui questa presenza che dona conforto viene riconosciuta come vitale e preziosa. Quando una famiglia, soprattutto se coesa fra i suoi membri, accende il fuoco della sua speranza a fianco di chi gli è vicino, subito se ne colgono i bagliori, presto nascono germogli di vita nuova e non di rado questa presenza suscita una gratitudine magari silenziosa, magari non sempre esplicita, ma di certo duratura e sincera. (Giovanni M. Capetta)
La caramella amara
19 Aprile 2021 - “Proviamo a tentare quello che non facciamo mai, leggere la storia con gli occhi del bambino afghano, degli indifesi, dei disarmati di coloro che hanno sopportato questa guerra come hanno sopportato le innumerevoli altre da secoli, come una fatica maledetta, necessaria a campare”. A scrivere è Domenico Quirico, giornalista che ha conosciuto le atrocità di guerre e atti terroristici in molti angoli del mondo. Davanti ai suoi occhi la foto, apparsa nei giorni scorsi su molti giornali, del ragazzino afghano che prende una caramella da un soldato Usa armato di tutto punto. L’immagine è apparsa all’indomani dell’annuncio del presidente Biden che i soldati Usa e altri se ne andranno da Kabul. Le promesse che l’Occidente non abbandonerà comunque l’Afghanistan a sé stesso rimangono parole in attesa di riscontro. Di certo rimane un Paese distrutto non solo materialmente ed esposto al rischio della vendetta talebana. Il tempo concesso da una presenza militare per trovare una soluzione politica e non violenta del conflitto si è consumato senza risultati solidi e senza credibili prospettive di pace. Impegnato com’è nella lotta al Covid 19 l’Occidente non ha tempo per occuparsi di altre tragedie. Neppure di quella, vicina all’Europa, che vede in questi giorni altri bambini annegare nel Mediterraneo. I bambini guardano, i bambini pensano. Anche attraverso una foto riescono a vedere l’ombra dell’ipocrisia. I bambini tengono tutto nel cuore. I bambini giudicano anche se non sono magistrati e non siedono nei tribunali. Una caramella non li trae in inganno, si consumerà in fretta, rimarrà il ricordo di un attimo che segna l’inizio di un tradimento di speranze e di attese. Lui, il bambino afghano, rimarrà indifeso e alla mercé di nuove violenze, altri verranno travolti dalle onde di un mare. Quella caramella amara è il simbolo di una grande bugia. Ci sarà sempre pronta una giustificazione nelle aule dei tribunali o in quelle della politica ma non si non cancelleranno le domande: che cosa ha fatto l’Occidente per le generazioni dei piccoli più a rischio di altre? Ha difeso, l’Occidente, solo i propri interessi oppure ha lottato anche per la verità e per la giustizia? Tra pochi anni quel bimbo che oggi prende la caramella sarà un giovane, conserverà la memoria di quel momento di ipocrisia. A questa immagine se ne affiancano molte altre nel mondo. Anche nel Mediterraneo: le acque del mare lambiscono le coscienze prima ancora che le aule di un tribunale. Depositano la denuncia della grande menzogna di cui i bambini sono stati e sono vittime. (Paolo Bustaffa)
Don Luigi e l’avamposto di umanità per i migranti della rotta alpina
19 Aprile 2021 - Milano - In alta montagna, a metà aprile l’inverno non ha ancora allentato la sua morsa. Specialmente di notte, la temperatura resta vicina allo zero e spesso scende anche sotto. Quest’anno, poi, il freddo ha voluto dare un’ultima sferzata, prima di andarsene, con nevicate abbondanti e brusche gelate. È in queste condizioni che intere famiglie migranti cercano di attraversare il confine tra Italia e Francia. Si inerpicano sui valichi a duemila metri. Rischiano l’assideramento, di perdersi nei boschi o di venire intercettate dalla polizia e rispedite indietro. Però non desistono. Provano e riprovano. Tre, quattro, dieci volte. Oltre la frontiera (ammesso di arrivarci) li aspettano altre frontiere, altre settimane o mesi di cammini pericolosi, su strade inaccessibili. Altri mille espedienti per nascondersi. Tutto pur di raggiungere la loro terra promessa: la Germania o qualche altro Paese del Nord Europa. A Oulx, provincia di Torino, in alta Val di Susa, a una quindicina di chilometri dal confine francese, si trova il rifugio “Fraternità Massi”, attualmente l’unico punto di accoglienza per chi vuole tentare la traversata. O per chi, magari, l’ha già tentata senza successo. Inaugurato nel 2018, dopo le tragedie di alcuni migranti trovati morti lungo i sentieri alpini, oggi è aperto 24 ore su 24. «A chi passa, offriamo un letto, un pasto caldo, dei vestiti» ci racconta il referente, don Luigi Chiampo, parroco di Bussoleno, che si occupa della struttura insieme con una trentina di volontari. «In questo momento, i nostri ospiti sono in prevalenza famiglie afghane, iraniane e pakistane provenienti dalla rotta balcanica» spiega il sacerdote. «Famiglie numerose, con almeno tre figli ciascuna. Tanti i bambini, alcuni piccolissimi. A loro si aggiungono giovani nord e centroafricani che, sbarcati a Lampedusa, hanno attraversato l’Italia e ora cercano di passare il confine». Ogni notte, almeno una trentina di persone chiedono accoglienza al rifugio. E sono sempre di più, specialmente da quando, a marzo, la vicina casa cantoniera (che era stata occupata da anarchici italiani e francesi e che dava ospitalità ad alcuni migranti) è stata sgomberata, tra le polemiche. Il flusso è continuo. Giorno e notte, senza sosta. «Quando arrivano da noi», spiega don Chiampo, «spesso i migranti sono stremati e disorientati. Alcuni pensano di essere a Ventimiglia, un luogo di cui hanno sentito parlare perché per molto tempo è stato la sola porta d’accesso alla Francia. Pochi parlano inglese o altre lingue conosciute da noi, per questo non è sempre facile interagire. Fortunatamente possiamo contare su mediatori culturali, che ci aiutano, anche al telefono, nelle traduzioni». In una stanza del rifugio è stato allestito un ambulatorio medico, risorsa quanto mai preziosa, gestito dai volontari dell’associazione “Raimbow For Africa”, mentre la Croce Rossa sorveglia strade e sentieri alla ricerca di chi è in difficoltà. La “fraternità Massi” si sostiene con il contributo di diverse realtà, tra cui la Fondazione Magnetto e la diocesi di Susa. Per passare il confine i migranti cercano ogni strada. Qualcuno ci prova in bus, ma il più delle volte viene facilmente bloccato e rimandato indietro. Altri tentano con le piste da sci. I più temerari (di solito gli afghani, che conoscono di più la montagna) si avventurano lungo i sentieri d’alta quota, tra pericoli e insidie di ogni tipo. «Molte volte arrivano qui con indumenti totalmente inadeguati» racconta il sacerdote. «Recentemente abbiamo accolto una ragazza incinta, che aveva i piedi semicongelati. Ecco perché, nei limiti del possibile, cerchiamo di offrire anche scarpe e vestiti adatti alla vita d’alta quota. Le famiglie sono le più determinate. Spesso hanno venduto tutto ciò che avevano, per questo viaggio. Tentano e ritentano, pur tra mille difficoltà. Il loro obiettivo non è la Francia. Quasi tutti sperano di arrivare in Germania, dove le comunità afgane e iraniane sono molto presenti». Il flusso non si è fermato nemmeno nei mesi più duri della pandemia, ma solo di recente il viaggio degli invisibili è tornato sotto i riflettori, per un fatto di cronaca. Una bimba di otto anni, afghana, che stava cercando di passare il confine insieme alla sua famiglia, è stata bloccata dalla gendarmeria francese. Altolà, urla, armi spianate, in piena notte. La bimba (che già si portava addosso i traumi atroci di una guerra) è rimasta così terrorizzata che per lei è stato necessario un ricovero all’ospedale Regina Margherita di Torino. Un caso eclatante, ma di sicuro non l’unico. Alle controversie internazionali, agli scaricabarili, alle infinite diatribe politiche, don Chiampo e i suoi volontari rispondono con la concretezza di un gesto d’accoglienza. Un piatto caldo, una coperta sulle spalle, magari una carezza sulla guancia. «Crediamo nella legalità, che è fonte di ordine», dice il sacerdote, «ma quando la legalità diventa legalismo, si genera esclusione. Non può esserci legalità senza umanità. E per affrontare il problema in modo strutturale, non sempre e solo come emergenza, una strada percorribile, forse la sola, sarebbe quella dei corridoi umanitari». (Lorenzo Montanaro - Famiglia Cristiana)
Il dramma della migrazione nel Continente americano
14 Aprile 2021 - Roma - Il quotidiano Avvenire di ieri, martedì 13 aprile, ha pubblicato un articolo del giornalista e scrittore Ferdinando Camon, da cui si rileva uno spaccato drammatico dell’emigrazione clandestina dal Messico agli Stati Uniti d’America e, in particolare, la vicenda di ragazzini, che, pur di scappare dalla miseria, “s’imbucano nei pullman dei turisti …. tra i bagagli e le ruote di scorta” e, una volta varcato il confine, essi affrontano le mille insidie del deserto. Wilton Obregon, un bambino di circa 10 anni, e sua madre, nicaraguensi, attraversano il confine, ma dalla polizia sono rimandati in Messico e qui catturati da una banda di criminali, i quali ne chiedono il riscatto ad un loro parente, che vive a Miami. Ottenutolo, i sequestratori liberano solo il ragazzino, lo portano oltre il muro di confine e lo abbandonano nel deserto, affidandolo “al suo destino, alla vita o alla morte”. Fortunatamente il ragazzino riesce, da solo, a raggiungere la strada, dove viene preso dalla polizia statunitense. L’autore amaramente conclude: “Vanno e vengono, catturati e sequestrati, liberati e di nuovo in fuga, noi non conosciamo tutto questo groviglio di vita e di morte, d’incontri con i sequestratori e con i poliziotti, e liquidiamo l’intero fenomeno con una sola parola innocente: migrazione.” Un articolo che invita a riflettere sul dramma della migrazione nel Continente americano. (Mirko Dalla Torre)
Il dono della Misericordia
12 Aprile 2021 - Città del Vaticano - Sette giorni dopo la Pasqua, Gesù appare ai discepoli nel Cenacolo, dove si trovavano, le porte chiuse per “timore dei Giudei”, leggiamo nel quarto Vangelo. Sette come i giorni della creazione, come dire che in quel periodo è racchiuso tutto il tempo e tutto lo spazio. Sette è il simbolo di Dio e della sua perfezione e completezza; sette sono le settimane del tempo di Pasqua. Sette sono gli anni di abbondanza e altrettanti quelli di carestia in Egitto al tempo di Giuseppe. Nell’Apocalisse il sette torna sette volte per indicare chiese, candelabri, stelle, coppe, spiriti, suggelli e tombe. Sette giorni dopo la Pasqua, la chiesa fa memoria della festa introdotta da san Giovanni Paolo II, devoto di suor Faustina Kowalska che proclama santa durante il Giubileo del duemila. Attraverso la misericordia Gesù opera la “risurrezione dei discepoli”, che viene loro offerta “attraverso tre doni: dapprima Gesù offre loro la pace, poi lo Spirito, infine le piaghe”. Celebra la Messa nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, papa Francesco; con lui alcuni missionari della Misericordia – sacerdoti con poteri speciali di assoluzione, voluti da Francesco con il Giubileo della Misericordia nel 2015 – presenti detenuti dal carcere di Regina Cæli, dal reparto femminile di Rebibbia, e Casal del Marmo di Roma, infermieri, alcune Suore Ospedaliere e alcune persone con disabilità, una famiglia di migranti dall’Argentina, rifugiati provenienti da Siria, Nigeria ed Egitto. Misericordia. Papa Giovanni XXIII, aprendo il Concilio, voleva una Chiesa che “preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore”. Paolo VI, chiudendo il Vaticano II, ricordava che “l’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio”. Papa Wojtyla consegnerà al mondo la sua enciclica Dives in Misericordia: “la Chiesa contemporanea è profondamente consapevole che soltanto sulla base della misericordia di Dio potrà dare attuazione ai compiti che scaturiscono dalla dottrina del Concilio Vaticano II”. Benedetto XVI, a Erfurt, nell’ex convento agostiniano, dove ha studiato Martin Lutero, ripropone l’interrogativo dell’iniziatore della Riforma, quasi premessa dell’Anno della fede: “come posso avere un Dio misericordioso”. Francesco apre a Bangui, Repubblica Centroafricana, l’Anno Santo della Misericordia: nel mistero di Dio, la misericordia “non è una sua qualità tra le altre, ma il palpito stesso del suo cuore”; così nella Fratelli tutti, propone l’icona del Samaritano, come chiave dell’enciclica. Sette giorni dopo, il primo della settimana, Gesù incontra i suoi “angosciati” e “sfiduciati”, leggiamo in Giovanni, e “li rialza con la misericordia”; e loro, afferma papa Francesco con un suo neologismo, “misericordiati, diventano misericordiosi. È molto difficile essere misericordioso se uno non si accorge di essere misericordiato”. Ai discepoli Gesù dice: “pace a voi”. La pace di Gesù suscita la missione: “non è tranquillità, non è comodità, è uscire da sé. La pace di Gesù libera dalle chiusure che paralizzano, spezza le catene che tengono prigioniero il cuore. Gesù oggi ripete ancora: pace a te, che sei prezioso ai miei occhi. Pace a te, che sei importante per me”. Il secondo dono è lo Spirito Santo, “per la remissione dei peccati”. Al centro della confessione, la mano “sicura e affidabile” del Padre “che ci rimette in piedi”, ricorda il Papa, “non ci siamo noi con i nostri peccati, ma Dio con la sua misericordia. Non ci confessiamo per abbatterci, ma per farci risollevare”. Il terzo dono, sono le piaghe, “da quelle siamo guariti”; come l’incredulo Tommaso, “tocchiamo con mano che Dio ci ama fino in fondo, che ha fatto sue le nostre ferite, che ha portato nel suo corpo le nostre fragilità”. Non “dubitiamo” più della sua misericordia, e “adorando, baciando le sue piaghe scopriamo che ogni nostra debolezza è accolta nella sua tenerezza”. I discepoli “misericordiati” hanno condiviso tutto e “nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune”. Il Papa sottolinea: “Non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro”. Prima avevano litigato su premi e onore, la misericordia “ha trasformato la loro vita”. (Fabio Zavattaro - Sir)
Un’età che è un valore
6 Aprile 2021 - È necessario che l’azione pastorale della Chiesa stimoli tutti a scoprire e a valorizzare i compiti degli anziani nella comunità civile ed ecclesiale e in particolare nella famiglia. (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n. 27, 22 novembre 1981) “[…] la vecchiaia è un dono e i nonni sono l’anello di congiunzione tra le generazioni, per trasmettere ai giovani esperienza di vita e di fede. I nonni, tante volte sono dimenticati e noi dimentichiamo questa ricchezza di custodire le radici e di trasmettere. Per questo, ho deciso di istituire la Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, che si terrà in tutta la Chiesa ogni anno la quarta domenica di luglio, in prossimità della ricorrenza dei Santi Gioacchino e Anna, i “nonni” di Gesù. È importante che i nonni incontrino i nipoti e che i nipoti si incontrino con i nonni […]”. Sono parole di papa Francesco all’Angelus di domenica 31 gennaio 2021 e sono parole che sarebbero piaciute molto a Giovanni Paolo II il quale ha sempre riconosciuto un ruolo molto importante agli anziani e ha saputo interpretare la sua stessa vecchiaia in modo eccezionale. La pagina di Familiaris Consortio dedicata alla terza età è lucida e illuminante e invita a considerare gli anziani prima di tutto come una risorsa piuttosto che un peso. Il riferimento a quelle culture in cui il ruolo dell’anziano è ancora pienamente valorizzato aiuta a comprendere come il mondo occidentale su questo punto, nel suo evolversi, rischi continuamente di emarginare la popolazione anziana rendendola più sola e più indifesa. La stessa cultura contadina di non molti decenni fa legava fra loro le generazioni in modo più stretto e nonni e nipoti potevano godere di una convivenza che ora è sempre più rara. Le abitazioni monofamiliare, i ritmi e le distanze da coprire durante le giornate fra casa e lavoro, la tendenza ad affidare gli anziani ai servizi esterni alla famiglia – le Rsa in questo periodo così al centro dell’attenzione – è evidente che in questa tendenza c’è una deriva che non tiene conto della reale situazione che stiamo vivendo. Nessuna generazione come la nostra ha avuto una aspettativa di vita così elevata: gli anziani sono sempre di più e sempre più carichi di anni ed è per questo che non possiamo permetterci di relegarli ai margini della società. La comunità cristiana è anche su questo fronte interpellata a suscitare un cambio di mentalità, a spronare anche le istituzioni perché la prospettiva sia quella di dare centralità agli anziani attingendo al loro bagaglio di vita, alla poliedricità delle loro esperienze. Bisogna aprire canali di dialogo in cui l’ascolto dei figli e dei nipoti sia un ascolto responsabilizzante. Da un anziano si può imparare un lavoro, da una nonna si può imparare a pregare, da chi è avanti negli anni si può assumere uno stile di vita, un comportamento virtuoso. E poi non basta che i più giovani possano sentire dei bei racconti, è necessario che interpellino i loro vecchi, che facciano domande sui perché delle loro azioni. È bene che si abbia il coraggio anche di raccontare le fatiche, le stanchezze, gli stessi errori, perché è da quelli che si può imparare; anche da una sconfitta si può trarre un esempio. Solo così le narrazioni saranno valoriali, metteranno in gioco lo spirito che ha animato i passi del passato, le ragioni della mente e del cuore, in una parola: la verità di una storia. Abbiamo bisogno di questa comunicazione fra le generazioni perché si tratta di un patrimonio di insegnamenti che non si imparano sui banchi di scuola, ma passandosi il testimone fra grandi e piccoli. Una società che sa dare ascolto e valore ai propri anziani sarà anche una società che si preoccuperà di non lasciarli soli. Purtroppo il tempo di pandemia che stiamo vivendo non solo ha mietuto vittime soprattutto fra chi aveva superato una certa età, ma, anche per chi è scampato alla malattia, col suo carico di anni, si sono creati profondi vuoti, mancanza di calore umano, di assistenza, anche solo una presenza. C’è molto da investire e non lasciare inevasa ogni possibilità per creare legami, occasioni di vicinanza, anche di tempo “liberato” dagli impegni consueti, un tempo in cui la compagnia fra giovani, piccoli e anziani si faccia spazio davvero ricreativo e di edificazione reciproca. (Giovanni M. Capetta)
Quando la morte parla di vita…
1 Aprile 2021 - «Di buon mattino, le donne si recarono alla tomba portando con sé gli aromi… ma non trovando il corpo del Signore Gesù, corsero a darne l’annuncio». È questo il passaggio del Vangelo, che viene in mente, quando prendo il tempo di contattare per un saluto le famiglie dei nostri missionari defunti. E senti parlare le donne di casa… Sì, parlano di una vita piena, dove «tutto è compiuto». Nel segno dell’amore. Di un vuoto immenso, ma anche di una presenza misteriosa che continua. Parlano dei loro missionari. «Sa, così ho preso il gusto di pregare sempre le lodi, ogni mattino». Ve lo dice con pudore e una piccola gioia nascosta. È la cognata, al termine del suo racconto. Ad Anguillara veneta, paesaggio ispirato dal calmo, maestoso e abbondante scorrere dell’Adige. Con decisione, poi, vi indica un grande fico ombroso, proprio davanti casa. «Ecco, sotto lì, ogni mattina, padre Gino si sedeva d’estate, quando era con noi, per recitare le sue preghiere». La loro vecchia cucina contadina ha preso una strana e nobile aria di pinacoteca: sulle pareti quadri belli, contemplativi, dal tratto un po’ naïf, frutto della vena pittorica del missionario. Nell’aria sono rimaste ancora sospese le sue parole di quando era in America, da dove arriva, ogni tanto, una telefonata per dire grazie, «di averlo conosciuto sul nostro cammino». Sorprendente maniera di esprimersi da un altro continente, che tocca il cuore. Ma, soprattutto, nell’animo dei suoi resta una convinzione. Padre Gino Marzola la ripeteva spesso come un mantra: «L’unica cosa nella vita di cui non ho rimpianti è di essermi fatto missionario scalabriniano». Oh sì, padre Gino, da lassù continua a pregare per i tuoi fratelli scalabriniani. Per una vita intensa, senza rimpianti! Vanda, ancora dopo anni, raccontandovi la storia si emoziona. Era da poco arrivato, entusiasta, padre Angelo, giovane missionario, alla sua missione di Marchienne-au-Pont, in Belgio. E quasi subito dopo, scoppia la tragedia. Quella di Marcinelle: una delle più gravi tragedie minerarie della storia. Era l’8 agosto 1956. Vi morirono tra i tanti ben 136 italiani. E lui, il giovane missionario, eccolo con la sua moto a fare la spola continuamente tra le famiglie e la miniera. Per informare, consolare, sostenere, benedire. Prendersi cura, insomma, di troppe famiglie italiane emigrate, sprofondate in un mare di disperazione. Un vero trauma anche per lui. Vissuto, però, con altrettanta forza d’animo. Poi, poco dopo, lui stesso si ammala di una malattia rara, che solo al giorno d’oggi potrebbe essere curata. Lourdes lo vede tra i suoi pellegrini. Alla grotta depone la sua foto: un volto bello, spirituale, lineamenti dolci, occhi luminosi, e un cuore da combattente. Muore a 30 anni. A Arco, durante la malattia, qualcuno annota: «È un esempio a tutti per la sua pazienza: mai si lamenta di cose o persone, in completo abbandono alla volontà di Dio». Poi, Vanda, la cognata, riprendendosi dal racconto, riflette e la senti esclamare: «Come sono cambiata quando mi sono sposata, conoscendo questa famiglia così buona, e generosa!» Una sorella del missionario, pure, si fa religiosa, a Bologna. Un giorno, poi, lei, Vanda, con la sorella del missionario (che proveniva, emigrante, dall’Australia) si porta al seminario di Bassano, dove, per caso, al cimitero trovano la tomba aperta per dei lavori in corso. Nella bara scoperchiata se lo guardano a lungo, con emozione… sempre lui, stessi lineamenti, stessa pace. Se lo portano a casa, a Cassola (VI), per averlo vicino. La loro stessa strada prende il suo nome, «via padre Angelo Toniolo». Sì, il suo cuore da combattente batte ancora. «Andare all’aeroporto di Venezia per accoglierlo era per noi sempre una vera gioia». Da qui incominciava la festa. Tornava dal suo Brasile, dove rimase tutta una vita. E Adriana continua: «Con noi ha celebrato il suo 50mo di sacerdozio e poi tutti al ristorante. Così, una volta, il nostro 25.mo di matrimonio e ancora tutti al ristorante. Restava non molto con noi, perché girava di casa in casa, tra tutti i parenti». Sempre una visita, uno scatto di vita, un racconto diverso della sua terra di missione. Con la sua gioia missionaria, padre Francesco Lollato, incendiava il clima abitudinario, stressato e quasi monotono di quel pezzo di Veneto, Rosà e dintorni. Raccontava con mille particolari le iniziative e i miracoli che faceva laggiù, in terra "brasileira", come pastore dinamico e originale. Per esempio, quando domandò ad ogni famiglia di riscrivere una pagina di Bibbia. Sì, su un foglio enorme doveva esprimersi chi con un salmo, chi con un racconto, o chi con un personaggio visto con i propri occhi, mettendovi le proprie cadute, i momenti di fede, di scoraggiamento o di amore per l’altro. Ne era uscita una Bibbia gigante, originale, di varie dita di spessore, scritta dal popolo. E fu portata, una domenica, in processione, in un clima di esultanza comunitaria indescrivibile. Come se Dio stesso, quel giorno, avesse riscritto le sue parole sulle due tavole. Ha voluto, infine, essere sepolto nella «sua Rondinha». Farsi terra con la terra che amava. Il sindaco della città dichiarava allora: “Per la gente padre Francesco è stato un medico, un ingegnere, un professore, un sindaco, un padre ed era sempre consultato nelle decisioni che riguardavano la città». Al suo paese natale rimane vivo il ricordo delle tavolate insieme ad amici e parenti, specie alle vigilie del suo ritorno in Brasile, ogni 4 anni. La convivialità, l’armonia per lui erano regine. E poi, ognuno fece scivolare nelle sue tasche un’offerta, perché continuasse laggiù i suoi miracoli. Così, il Brasile qui - pur senza mai vederlo - è rimasto vivo nel cuore di tutti. Due suoi fratelli erano andati apposta in Australia, per convincerlo. Per portarselo a casa, per sempre. La malattia di padre Nazareno Frattin era grave e avanzata. Tutta la Congregazione scalabriniana, dispersa nei cinque continenti, era in preghiera per lui. Ma lui preferiva semmai morire tra i suoi migranti, in terra australiana. In finibus terrae. Sì, in capo al mondo: qui tutta - ma veramente tutta - la gente lo amava. E lui ricambiava con la sua abituale dolcezza e spiritualità. «Almeno potremo portarti un fiore, se torni a casa, - erano le parole di uno dei fratelli - sarai vicino a noi, solo questo ci potrà consolare!». La promessa del fiore l’aveva commosso e, in fondo, convinto. Così, «come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca» (Isaia)e li seguì. Dopo soli quattro giorni, tutto il popolo del paese era in chiesa, per presentarlo a Dio. Non tanto per piangere. Ma per dirgli grazie di un dono così grande: il loro figlio più bello, missionario lontano, spentosi appena cinquantenne. Amava la vita, ma soprattutto il canto, vi racconta Margherita. Tutti in famiglia, d’altronde, erano cantori o musicisti. E lui già in seminario per i giovani seminaristi era il maestro di musica. Sì, in anticipo si presentava in paradiso. Ansioso, forse, di conoscerne le melodie, e perdersi tra il coro degli angeli, dei patriarchi e dei profeti. Un fiore sempre fresco, intanto, gli tiene compagnia sulla terra, a Casoni. Ce lo assicura la cognata, Margherita, proprio l’altro giorno. Con un sorriso dentro di pace e di nostalgia. «Il Signore è Risorto proprio per dirvi che di fronte a chi decide di ‘amare’, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che non rotoli via» ricorda, in fondo, ad ognuno un vescovo di frontiera. Il suo nome era Tonino Bello. (Migrantes Marche - P. Renato Zilio)
Modena: domani Via Crucis in ricordo delle vittime di tratta con mons. Castellucci
1 Aprile 2021 - Modena - «Sulle vie della libertà» con le vittime di tratta. Questo il tema della Via Crucis promossa, per Venerdì Santo alle ore 17, dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, dagli Uffici Migrantes di Modena-Nonantola e Carpi, dall’Ufficio Migrantes di Reggio Emilia, dall’Associazione Rabbunì Reggio Emilia, dall’Missio di Modena-Nonantola, con l’adesione di diversi Uffici della stessa diocesi. A presiedere la Via Crucis l’arcivescovo di Modena-Nonantola e Carpi, mons. Erio Castellucci. La celebrazione si svolgerà nella chiesa di Cittanova e sarà trasmessa in diretta sul canale Youtube “Missio Modena”.

