Tag: Mobilità umana e migrazioni

Milano: ragazzi di seconda generazione in prima linea contro il razzismo

23 Marzo 2021 - Milano - Prevenire e combattere il razzismo e la discriminazione attraverso il coinvolgimento attivo di giovani e adolescenti di seconda generazione. E' questo l'obiettivo di “AL.FA.PER L’Altra Faccia della Periferia, oltre le fake news, contro il razzismo e le discriminazioni”, il progetto realizzato da Fondazione ISMU grazie al contributo dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) per sensibilizzare, anche attraverso il coinvolgimento delle associazioni di quartiere, i residenti della zona Molise/Calvairate di Milano nella lotta ai comportamenti discriminatori. Grazie a specifici workshop creativi, un gruppo formato da 12 ragazzi tra i 13 e i 24 anni ha prodotto due video-tutorial su come riconoscere e decostruire le fake news e su come non essere razzista. I prodotti video realizzati dai ragazzi sono diffusi durante e dopo la XVII settimana d’azione contro il razzismo-Keep Racism Out, in programma fino a sabato 27 marzo 2021, tramite i canali di comunicazione web e social della rete dei soggetti coinvolti nel progetto. e saranno presto disponibili sul sito della Fondazione ISMU.  

Roma: di origine rumena il neo vescovo ausiliare

23 Marzo 2021 - Roma - "Ci rallegriamo perché in questa scelta vediamo anche riconosciuto il contributo prezioso alla città e alla Chiesa di Roma da parte di tanti migranti". Così il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Giovanni De Robertis, commenta la nomina di don Benoni Ambarus a vescovo ausiliare di Roma, assegnandogli la sede titolare di Tronto. Il nuovo presule, attualmente direttore della Caritas diocesana di Roma è originario della Romania. È infatti nato, il 22 settembre 1974, a Somusca-Bacau. In Italia è arrivato nel 1996 per gli studi ed è stato ordinato sacerdote a Iasi (Romania) nell'anno 2000. L'anno successivo è di nuovo a Roma. Due anni fa la nomina a direttore della Caritas romana in sostituzione di mons. Enrico Feroci, oggi cardinale. «Non è facile per nessuno – ha sottolineato il card. Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma annunciando la nomina - incarnarsi in una realtà umana ed ecclesiale diversa dal proprio Paese d’origine. L’esperienza personale ha reso don Ben molto sensibile alle condizioni di chi vive in mezzo a noi da immigrato in una terra straniera, alla ricerca di un lavoro e di una condizione stabile. Stiamo parlando di una porzione enorme degli abitanti di questa città: oltre mezzo milione di persone, il 12,8% della popolazione romana». L’episcopato del nuovo vescovo è «segno concreto - ha aggiunto - dell’attenzione di Papa Francesco verso questa realtà umana, in particolare verso le tante comunità cristiane cattoliche (sono più di 150) che ogni domenica si riuniscono con il loro cappellano per la celebrazione dell’Eucarestia».  

Padre e madre, insieme perché insostituibili

23 Marzo 2021 - L’amore alla sposa diventata madre e l’amore ai figli sono per l’uomo la strada naturale per la comprensione e la realizzazione della sua paternità. Soprattutto là dove le condizioni sociali e culturali spingono facilmente il padre ad un certo disimpegno rispetto alla famiglia o comunque ad una sua minor presenza nell’opera educativa, è necessario adoperarsi perché si recuperi socialmente la convinzione che il posto e il compito del padre nella e per la famiglia sono di un’importanza unica e insostituibile. (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n.25, 22 novembre 1981) Anche riguardo alla figura dell’uomo quale sposo e padre, Giovanni Paolo II ha parole profetiche che anche oggi risultano particolarmente attuali. La sposa è carne dalla sua carne e ossa dalle sue ossa e da questo riconoscimento, che risale alla Genesi, deriva l’eguale dignità della donna rispetto all’uomo. Sposo e sposa vivono “una forma tutta speciale di amicizia personale”, ma ancora di più l’amore che lo sposo ha per la propria sposa è, in virtù del sacramento, la stessa carità che Cristo ha per la Chiesa. Una dimensione che talvolta fa mancare il fiato per quanto è alta, eppure è a questo che i coniugi cristiani sono chiamati. Una complicità fatta di sostegno reciproco ma uno di fronte all’altro con piena e integrale dignità. Per vivere in questo modo, con questa intensità, la relazione di coppia, ci vuole coraggio, prima di tutto il coraggio di saper andare controcorrente rispetto ad un contesto culturale che ancora considera normale, per esempio, che i padri siano più disimpegnati rispetto all’accudimento dei figli e alla loro educazione. Nonostante i proclami di parità fra i sessi, bisogna riconoscere che se sono stati fatti tanti passi in avanti, rispetto al 1981, ancora c’è da impegnarsi perché non sia considerato strano, per esempio, che i padri prendano congedo parentale per assistere moglie e figlio subito dopo il parto; è bello vedere padri che si occupano dei loro figli piccoli, li cambiano, li nutrono, giocano con loro. Si tratta di abitudini che i genitori di oggi hanno assunto con sempre maggiore convinzione, differenziandosi dalle generazioni precedenti in cui le mamme erano sostanzialmente le uniche gestrici della prole. Ormai sulla carta è assolutamente conclamato che la presenza del padre in casa sia fondamentale per la crescita armonica dei figli. Il Papa stigmatizza anche il fenomeno del “machismo”, una deriva che vede nell’uomo un “cacciatore” alla ricerca spasmodica di soddisfazione e che vorrebbe riconoscere al maschio una superiorità che, invece, oggi non ha più alcuna ragion d’essere. Quanto è più benefico, invece, che gli uomini si dedichino alle loro mogli e ai loro figli sapendo differenziare le loro azioni, rispetto alla sola attività lavorativa. Spesso si dice che i padri recuperano la mancanza di tempo passato coi propri figli con piccoli momenti “di qualità”, ma è una teoria fragile e nulla può compensare davvero l’assenza, soprattutto quando i figli chiedono ascolto, comprensione, sostegno. Oggi non possiamo più permetterci di credere che sia sano competere fra i coniugi su chi sia più gratificato dal proprio lavoro: è tempo di orientare la vita della famiglia dando alle professioni il giusto posto. Non viviamo per lavorare, ma lavoriamo per vivere e dobbiamo riconoscere che questo cambia le cose, vuol dire assumersi come prima responsabilità non quella di portare a casa lo stipendio ma quella di essere uno sposo tenero ed affettuoso, un padre accogliente perché niente come questo cementa la famiglia. Si può pensare che la roccia su cui costruire la propria casa siano le risorse economiche, ma non è così. Ai fidanzati non si finirà mai di trasmettere la convinzione che prima viene il riconoscimento del dono che si è l’uno per l’altro e come questo dono non possa essere mai dato per scontato, ma vada alimentato quotidianamente. Uomini e donne coraggiosi sono quelli che sanno riscoprirsi ogni giorno e hanno l’acume affettuoso di accogliere quello che l’altro è prima di quello che l’altro fa. (Giovanni M. Capetta)    

Con Cuore di Padre: l’editoriale di Migranti-Press

19 Marzo 2021 - Roma - Lo scorso 8 dicembre, festa di Maria Immacolata, Papa Francesco ha promulgato una lettera apostolica sulla figura di San Giuseppe, in occasione del 150° anniversario del decreto “Quemadmodum Deus” con cui Pio IX dichiarava Giuseppe patrono della Chiesa Universale. Le prime parole del nuovo documento, che secondo l’usanza ne sono divenute il titolo, sono “Patris corde”: “con cuore di padre”. Con la parola “padre” iniziano tutti e sette i paragrafi del documento, in ognuno dei quali viene evidenziato un particolare aspetto della figura dello Sposo di Maria: padre amato, padre nella tenerezza, padre nell’obbedienza, padre nell’accoglienza, padre dal coraggio creativo, padre lavoratore e padre nell’ombra. Oggi, 19 marzo, festeggiamo San Giuseppe in circostanze fino a poco tempo fa inimmaginabili. Da un anno gran parte dell’umanità vive nell’angoscia causata dalla pandemia da Covid-19, sia pure nell’alternarsi di periodi in cui l’emergenza è più pressante e di altri di relativa tregua. Ormai molti cominciano a vedere il futuro in maniera sempre più cupa, e hanno quasi perso la speranza di superare questa situazione mai vista prima. In un certo senso, esiste un’analogia tra il tempo che stiamo vivendo e la situazione che aveva di fronte a sé Pio IX nel 1870, quando la modernità e le sue ideologie di tipo nuovo stavano cominciando a modificare profondamente la mentalità non solo delle élites ma delle persone di ogni ceto, facendo crollare le certezze sulle quali si erano sempre rette la società e la Chiesa. Questa situazione causava angoscia in molti, ed anche nel Papa. Poteva sembrare che la Chiesa si trovasse in pericolo mortale; oggi sappiamo che anche quella prova fu superata, ma, come scriveva Pio IX, molti uomini empi immaginavano che le porte degli Inferi stessero per prevalere. In quel momento di grande difficoltà Pio IX e Leone XIII vollero affidarsi al patrocinio di un Santo che fino ad allora la Chiesa nel suo insieme aveva preferito tenere un po’ da parte, con l’eccezione di alcune figure come Santa Teresa d’Avila e altri. La figura di San Giuseppe è quella di un uomo del tutto comune, almeno in apparenza, ma al tempo stesso è molto difficile da spiegare alla gente; per certi aspetti si può dire che è un uomo che agli occhi del mondo resta assolutamente incomprensibile. Pio IX ha scelto di parlarne tracciando un paragone con il Giuseppe dell’Antico Testamento, colui che procurò il pane per un popolo ormai senza speranza a causa della fame, e per il quale la Genesi usa le stesse parole del racconto evangelico delle Nozze di Cana: “Fate quello che lui vi dirà”. È un modo molto profondo di farci capire la specialissima relazione tra Giuseppe di Nazaret e il Bambino per cui egli ebbe “cuore di Padre”. Il paragone ci serve anche a ricordare sempre la relazione che lega la Chiesa di Cristo agli afflitti, agli scacciati, ai sofferenti, ai forestieri, agli esuli e ai carcerati. Questo elenco, però, non viene dal testo di Pio IX; è invece preso dalla “Patris corde”, in cui fra l’altro vengono anche esplicitamente citate le tribolazioni di “molti nostri fratelli migranti”. Lo stile pastorale di papa Francesco è naturalmente diverso da quello del XIX secolo, e molto più diretto, a costo di rischiare l’accusa di fare del “semplice” catechismo. Sono note a tutti la “predilezione” dell’attuale pontefice per le persone umili e poco appariscenti, e la sua diffidenza verso la mentalità “moderna”, che mette sempre al centro il calcolo economico e l’autoaffermazione ad ogni costo. Tutto ciò emerge con chiarezza anche nelle riflessioni sulla figura di San Giuseppe, del quale si mettono in evidenza soprattutto l’assoluto disinteresse che ne caratterizzò la vita e la gratuità del suo amore per Gesù e Maria, ad imitazione del “cuore di Padre” con cui Dio guarda l’umanità intera.  

FOCSIV: “A Scuola per una società senza discriminazioni”

18 Marzo 2021 - Roma - In occasione della prossima XVII Settimana di azione contro il razzismo, prevista dal 21 al 27 marzo 2021, è stato avviato il progetto FOCSIV “A scuola per una società senza discriminazioni”, con la collaborazione di Comi – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo, socio romano della Federazione, e finanziato da UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, l’ufficio deputato dallo Stato italiano a garantire il diritto alla parità di trattamento di tutte le persone, indipendentemente dalla origine etnica o razziale, dalla loro età, dal loro credo religioso, dal loro orientamento sessuale, dalla loro identità di genere o dal fatto di essere persone con disabilità. Il progetto - spiegano i promotori - vuole essere una risposta concreta ai fenomeni di razzismo e alle situazioni di discriminazione che si verificano in Italia e che non favoriscono lo sviluppo e la crescita di comunità e società inclusive, giuste e pacifiche permeate da una cultura etica e di valori sociali positivi. Il coinvolgimento dei ragazzi delle scuole sul territorio nazionale e la realizzazione di progetti ed iniziative culturali volte all’informazione e sensibilizzazione contraddistinguono l’impegno di FOCSIV e di Comi, «consapevoli della necessità strategica di rispondere con attività concrete ai bisogni immediati, ponendo, nello stesso tempo, le basi per cambiamenti sostenibili di lungo periodo». Il coinvolgimento delle scuole, luogo di formazione e di incontro per eccellenza, caratterizza l’azione della Federazione per educare e responsabilizzare i cittadini di oggi e di domani al cambiamento, verso una società che riconosca e garantisca i diritti altrui e nella quale la diversità sia un valore aggiunto di crescita personale. I giovani studenti ed i docenti saranno coinvolti, in modo partecipativo, in percorsi didattici ed educativi trasversali e interdisciplinari che proseguiranno altresì oltre la XVII Settimana contro il razzismo. Grazie anche alle associazioni della diaspora straniera in Italia, con le quali i promotori collaborano da tempo, sarà promosso l’avvio di un rapporto virtuoso di interconnessione tra le scuole e gli attori sociali dei territori coinvolti, attuando un approccio integrato all’accoglienza e all’integrazione. Sono, inoltre, previste attività di divulgazione, diffusione e visibilità dei contenuti dell’iniziativa come, ad esempio, una Campagna di comunicazione sui social, la realizzazione di un Caffè letterario digitale ed un evento finale in diretta su Facebook sabato 27 marzo 2021.      

Covid 19: oltre 200 i sacerdoti scomparsi. Tra questi alcuni impegnati nella pastorale migratoria

18 Marzo 2021 - Roma – Oggi è la Giornata del Ricordo delle Vittime del Covid 19. In tutto il Paese bandiere a mezz’asta sugli uffici pubblici e un minuto di silenzio, alle 11, in corrispondenza dell’arrivo del premier Mario Draghi a Bergamo, città martire della pandemia. Il momento più solenne sarà la cerimonia che si svolgerà nel capoluogo orobico alla presenza del Presidente del Consiglio. Alle 11 verrà deposta una corona di fiori al Cimitero monumentale della città. Alle 11.15, al Parco Martin Lutero alla Trucca, si svolgerà l’inaugurazione del Bosco della Memoria con la messa a dimora dei primi 100 alberi. Oltre 103mila i morti finora e tra questo molti i sacerdoti che per il loro impegno fianco dei fedeli si sono ammalati ed hanno perso la vita. Dal 1° marzo al 30 novembre scorso – come ricorda Riccardo Benotti nel volume “Covid19: preti in prima linea” edito da San Paolo - sono stati 206 i sacerdoti diocesani italiani che sono morti a causa diretta o meno dell’azione del Covid-19. A essere coinvolto nella strage silenziosa è quasi un terzo delle diocesi: 64 su 225.La concentrazione delle vittime è nell’Italia settentrionale (80%), con un picco in Lombardia (38%), Emilia Romagna (13%), Trentino-Alto Adige (12%) e Piemonte (10%). Segue il Centro (11%) e il Sud (9%). Il mese di marzo 2020 è stato quello che ha registrato il numero più alto di decessi (99). Tra questi alcuni sacerdoti impegnati nella pastorale della mobilità umana. Don Giancarlo Quadri, 76 anni, è stato uno dei primi (è morto il 22 marzo scorso), per anni a fianco degli immigrati in Italia e degli italiani all’estero: dal 1989 al 1993 è stato cappellano Migrantes in Gran Bretagna, dal 1993 al 1996 in Marocco, dal 1996 al 2001 collaboratore di Curia a Milano nell’Ufficio Segreteria per gli Esteri. Cappellano delle Comunità di lingua straniera di Milano dal 2000 al 2014, responsabile di Curia per l’Ufficio Migrantes dal 2001 al 2014, cappellano del Centro pastorale per i fedeli di lingua italiana a Bruxelles dal 2014 al 2017. Per la pastorale accanto ai migranti don Quadri era stato chiamato dal card. Carlo Maria Martini. Grazie a lui – ricorda Benotti nel volume - la chiesa di Santo Stefano diviene il punto di riferimento per le comunità straniere presenti in città, prime fra tutte quelle sudamericane e filippine. A Pero, in provincia di Milano, fa esperienza fa esperienza dell’immigrazione interna dall’Italia meridionale. Durate il suo ministero promuove numerose occasioni di dialogo con i musulmani nel nome dell’integrazione e della convivenza. Impegnato nella pastorale con gli italiani in Belgio mons. Achille Belotti (83 anni), originario della diocesi di Bergamo dal 1974 al 1978 prima di far ritorno in diocesi. Mons. Belotti è morto l’11 marzo 2020 dopo un ricovero di poche ore all’ospedale “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo. E ancora don Antonio Audisio, 80 anni, della diocesi di Saluzzo, che, dopo essere stato missionario in Africa, al rientro in diocesi ha seguito la catechesi dei migranti albanesi presenti sul territorio. Don Leonello Birettoni, di 79 anni, originario di Perugia, per tanti anni a fianco dei più bisognosi come i migranti. E tanti altri. «Nei mesi di pandemia da Covid-19, sono tornato spesso con la memoria agli incontri che ho avuto la fortuna di vivere con i futuri preti», scrive nella prefazione al volume il card. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI: «soprattutto nelle settimane di ricovero, perché anch’io ammalato di Covid, gli “appuntamenti” con le mie esperienze passate sono diventati frequenti. D’altronde, in una stanza di terapia intensiva si è anche agevolati da questa sorta d’introspezione. Ho pensato tanto al nostro donarci come sacerdoti; all’amore ricevuto e a quello donato; a tutte le opportunità di fare del bene non sfruttate. Ho pregato per tutti i malati, ho invocato il perdono per tutte le volte che non sono stato all’altezza». Questi sacerdoti sono stati “pellegrini”, come diceva don Mazzolari, “per vocazione e offerta”. Tanti di loro – aggiunge il porporato - «erano ancora in servizio, altri anziani; erano parroci di paesi, figure di riferimento per le nostre comunità, che hanno contribuito a costruire negli anni. Questo pellegrinare nella storia del loro ministero incrocia lo sviluppo sociale, civile e culturale del nostro Paese. Molto spesso si ha poca coscienza della capillarità delle nostre Chiese locali, nelle grandi aree urbane, ma soprattutto nei piccoli centri. Nelle une e negli altri, il pellegrinaggio di tanti sacerdoti sosta nelle vicende gioiose e sofferte degli uomini e delle donne, fino a diventarne tessuto connettivo. È il filo della memoria che si rinnova nell’umanità». (Raffaele Iaria)  

Rispondere “bene” all’odio online

18 Marzo 2021 - Roma – Quali sono le possibili risposte per contrastare l’hate speech, il linguaggio d’odio online, oggi sempre più diffuso e pericoloso? Molto spesso si parla di contro-narrazione, in cui quel contro non indica ostilità o contrasto, ma rifiuto di ogni forma di disprezzo verso l’altro. È qui che si gioca la progettazione di una possibile “rinascita comunicativa”. Tra le proposte di formazione promosse dall’Ufficio nazionale segnaliamo il webinar “Discorsi d’odio online. Le risposte”, che si terrà venerdì 26 marzo (ore 16.00-18.00; Piattaforma Cisco Webex). L’incontro è organizzato dall’Osservatorio sull’odio online MEDIAVOX dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e aperto agli operatori della comunicazione, agli studenti, ai membri delle associazioni ecclesiali che si occupano dei social media. Comunicare e informare bene, rispettando l’etica e la deontologia, è il primo passo da compiere. (Vincenzo Corrado)

Educare al rispetto

16 Marzo 2021 - Della donna è da rilevare, anzitutto, l'eguale dignità e responsabilità rispetto all'uomo: tale uguaglianza trova una singolare forma di realizzazione nella reciproca donazione di sé all'altro e di ambedue ai figli, propria del matrimonio e della famiglia. Quanto la stessa ragione umana intuisce e riconosce, viene rivelato in pienezza dalla Parola di Dio: la storia della salvezza, infatti, è una continua e luminosa testimonianza della dignità della donna. […]. Purtroppo il messaggio cristiano sulla dignità della donna viene contraddetto da quella persistente mentalità che considera l'essere umano non come persona, ma come cosa, come oggetto di compravendita, al servizio dell'interesse egoistico e del solo piacere: e prima vittima di tale mentalità è la donna. (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, dai nn. 22 e 24, 22 novembre 1981)   La terza parte dell’esortazione apostolica Familiaris Consortio si apre con un monito che è stato da molti giustamente ripreso: “Famiglia, diventa ciò che sei!”. Un monito che è anche un auspicio secondo il quale la famiglia nel disegno di Dio Creatore e Redentore può davvero trovare la sua piena identità ed anche la sua missione. Come si organizzano i compiti della famiglia cristiana? Prima di tutto nella formazione di una comunità di persone, poi nel servizio alla vita; con la partecipazione allo sviluppo della società e con la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa. Nell’ambito del primo gruppo di compiti, dopo alcuni paragrafi che il Papa dedica alla natura indissolubile della comunione di amore che si instaura fra i coniugi, l’esortazione si sofferma sui diritti e compiti della donna. Una privilegiata attenzione che il Sinodo ha voluto rimarcare con spirito profetico richiamando l’eguale dignità e responsabilità della donna rispetto all’uomo. Fondare questa uguaglianza di maschio e femmina nel disegno della Creazione è di vitale importanza per riconoscere alla donna dei diritti che la storia ha spesso negato. Donna è Maria Vergine attraverso cui il Verbo si fa carne, donna è Maddalena a cui per prima si rivolge Cristo risorto. La Parola di Dio è una fucina di donne che hanno inciso profondamente nella società a cui appartenevano e la Chiesa non può che riconoscere il pieno diritto delle donne di accedere ai compiti pubblici e vedere nel contempo riconosciuto l’onore e l’onere – spesso affidato loro in esclusiva – del lavoro domestico e dell’accudimento della prole. Se da un lato le donne non dovrebbero essere costrette al lavoro fuori casa e dovrebbero, se lo vogliono, potersi occupare solo della casa senza perdere in rispetto e dignità da parte degli uomini; così le donne oggi devono poter competere con gli uomini in ogni ambito del sapere e del lavoro umano. C’è da sviluppare un’attenzione più che alla parità, alla complementarietà, in un progetto organico che vede uomini e donne cooperare per lo sviluppo della società e nel contempo una crescita armonica delle famiglie. Purtroppo come nel passato le donne sono state vittime di una sottomissione indebita, ancora oggi subiscono discriminazioni che non hanno fondamento alcuno e sono da condannare con determinazione. Dalla strumentalizzazione della persona come cosa derivano tante forme di iniquità come la schiavitù, l’oppressione dei deboli, la prostituzione e la pornografia. Ci sono, poi, alcune categorie di donne che più di altre subiscono le discriminazioni che derivano da una visione materialista della realtà: sono le spose senza figli, le vedove, le separate, le divorziate, le madri nubili. A tutte queste persone il Papa rivolge un’attenzione speciale. Sono ormai passati quarant’anni da questa presa di posizione di Giovanni Paolo II, ma da allora la Chiesa non ha mai abbassato la guardia nei confronti della fragilità con cui spesso il genere femminile deve confrontarsi nel suo approccio al mondo. Non più tardi di una settimana fa, in occasione dell’8 marzo, giornata internazionale della donna, così ha scritto l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini: “L’uomo senza la donna, la donna senza l’uomo cantano la malinconica elegia dell’incompiuto. Contro la viltà del prepotente, contro la violenza ottusa che colpisce, contro la pretesa aggressiva di possedere, contro la perfidia dell’umiliare, alzerò il grido della protesta. E sarò la voce di ogni donna ferita, di ogni giovinezza negata, di ogni bellezza sfruttata, di ogni fedeltà tradita”. Se la contemporaneità non ha fatto tanti passi in avanti in questo senso, compito della comunità cristiana non è in prima istanza quello di produrre leggi a protezione della donna – onere che va alle istituzioni – quanto quello di educare le coscienze ad un rispetto che dovrebbe essere naturale, ma spesso non si dà come dovrebbe. È vitale per la crescita armonica delle nostre famiglie che le donne si sentano libere di essere professioniste, mogli e madri in un contesto sociale che valorizzi sempre il loro ruolo senza approfittarsi di esse o sminuirne gli sforzi. Al di là di decreti e quote rosa, sono le anime che devono essere educate e questo, ancora una volta, è in famiglia che avviene fin dai primi anni di vita. Una convivenza fra maschi e femmine che si alimenta di rispetto, accoglienza e comprensione in un cammino lungo e a tratti faticoso ma in cui non ci si può fermare. (Giovanni M. Capetta​)  

Osservatorio Migranti: webinar sulle condizioni lavorative delle donne migranti

15 Marzo 2021 - Modena - "Le condizioni lavorative delle donne migranti: norme, prassi e casi dal territorio modenese". Questo il titolo del webinar online promosso dall’Osservatorio Migranti del CRID dell'Università di Modena e Reggio Emilia, in collaborazione con il Centro “Adir - L’altro diritto” dell’Università di Firenze, all'interno delle iniziative post Festival della Migrazione. All'incontri - che si svolgerà il 26 marzo alle ore 11, interverranno Francesco De Vanna, Letizia Palumbo e Thomas Casadei del CRID e vi saranno le testimonianze di Soumaya Bakkali, Shyrelin Diaz, Lucica Dumbrava.  

Per un « noi » sempre più grande…

12 Marzo 2021 - Loreto - Ho preso in mano il telefono, giorni fa, per salutare qualche famiglia dei nostri missionari. Quelli partiti - e seppure abituati ai viaggi - per quel «lungo viaggio senza valigie» e senza ritorno… Vivono, ormai, nel mistero dell’abbraccio di Dio. Far sentire, così, ai loro familiari come siano parte, essi stessi, della nostra famiglia scalabriniana. E farlo da Loreto. Dove si venera non un’apparizione, nè un’immagine della Madonna, ma una «casa». La casa di Maria : una vera icona. Perchè parlare di casa, di trovare casa, di sentirsi a casa là, dove il destino vi porta,… è il sogno più grande di un migrante. E «casa» dice sempre famiglia e il suo tesoro, lo spirito di famiglia. Spirito inclusivo, per eccellenza. Spirito del «noi». Al telefono, la voce di Giovanni Miazzi, il fratello di padre Antonio. Era tornando a casa dall’Australia, un giorno, che il missionario perdeva la vita in India, in un incidente aereo. Aveva solo 30 anni. Il ritratto, fatto dal Superiore generale, Larcher, non poteva essere più bello: «ottimo sacerdote e religioso, vero missionario, egli ci lascia esempio di vita piena, austera, sacrificata, degna del più vero ideale scalabriniano». Giovanni, ora come allora, ha sempre un nodo alla gola, un’amarezza dentro, pensando a quel funerale di Antonio, nel seminario di Bassano. Proprio là, dove era cresciuto, giovane seminarista, carico di speranza e di promesse. Parlarne gli fa tanto bene. Le ferite profonde vanno sempre accarezzate. A Angelo Ferrari, in Piacenza, fratello di padre Amerio, pare sempre di rivederne il volto dappertutto. Con quel mezzo sorriso sornione negli occhi, un carattere amabile e frizzante. Sì, assomigliava al vino di queste terre, il rosso Gutturnio, fresco e pétillant. I ricordi, allora, spumeggiano, il cuore si apre… A un certo punto, la voce al telefono non si ode più. L’emozione ha preso ormai il sopravvento. Della famiglia di padre Pietro Celotto un nipote si mostra fiero del loro missionario, per le sue tante peripezie e il coraggio dato a piene mani. Come quando, a sessant’anni suonati, approda nella metropoli londinese, senza sapere una sola parola di inglese. Lui stesso ne restava ammirato, come il viverci per tanti anni. Poi, dal cimitero del paese il giovane invia il giorno stesso la foto della sua tomba. Ordinata, pulita, fiorita di rosso perfino in pieno inverno (per la cura di due donne)… proprio come era padre Pietro. Sicut in vita, sic in morte. Liberato Properzi si affretta a comunicarvelo, dopo esserci stato di persona. A Boston, nel quartiere Sommerville, c’è «Properzi way», una via dedicata allo zio, padre Nazareno, da Corridonia, borgo antico delle Marche. Ne è  fiero, respira mondo. Ma i suoi confratelli ne avevano fatto già un monumento, eleggendolo provinciale per una dozzina d’anni, capitolare, economo, e dandogli responsabilità di parroco fino all’ultimo giorno. Superiore prudente e illuminato, spirito dolce e talento  pittorico, un vero riflesso dell’animus delle Marche, regione dal paesaggio invidiabile, tutto colline, antichi borghi e sapore d’infinito. Lamberto Minchiatti, invece, dalla terra umbra ricorda le tante volte che fu in America per visitare padre Francesco, lo zio. Occasioni straordinarie per aprirsi a un altro mondo. Lo ha voluto accanto, poi, nella sua tomba di famiglia, riportato da laggiù. Perchè padre Francesco adorava la sua terra. Quando era qui in vacanza, si metteva in giardino, con un paesaggio incantevole, lasciandosi sfuggire: «Deve essere proprio così il paradiso ! Anche se, per me prete, non è una certezza, ma una speranza…» Da qui, «Checchino» era stato strappato a undici anni dal parroco stesso, convinto della sua chiamata, per accompagnarlo in un lunghissimo viaggio in treno all’Istituto dei missionari scalabriniani di Bassano (Vi), appena aperto. Il seminario di Perugia chiedeva una retta, cosa impossibile per la famiglia. Sognava di terminare i suoi anni a Loreto, all’ombra del santuario. Ritornare, finalmente, cosí, alla sua terra e alla sua pace. Donato Cogo vi parlerebbe per ore del loro «Bepi», come lo chiamavano tout court. A cominciare da quando padre Giuseppe tornava dall’America in clergyman, mentre la mamma, contrariata, pretendeva la veste talare. Arrivava, facendo felici i fratelli con la prima radiolina o il primo rasoio elettrico, portato da oltreoceano. Se lo ricordano ancora da ragazzi, quando bisognava andare a pescare i «marsoni» nei fossi, che in casa, poi, si cucinava per mettere qualcosa sotto i denti. Ma anche quando fece di tutto per imbarcare papà e mamma in aereo e portarseli a Roma in udienza, davanti a Paolo VI. Masterpiece, un colpo da maestro ! Il suo segreto? «Essere allegro, evitare e superare i conflitti» confessa Donato, sintetico. Arte appresa in famiglia, da piccolo, con tanti fratelli, altrettante baruffe. «Ora, è andato avanti !» conclude da vero alpino. Luigino Crevani vi racconterà come il piccolo borgo di Romagnese (Pavia) -  settecento anime in tutto - entrava in fibrillazione, alla sola notizia del prossimo arrivo di padre Decimo dall’America. Allora, ognuno aveva una santa messa da fargli dire. Ma lui non voleva offerte. Solo un caffè, che spesso diventava una cena. La convivialità, é vero, non ha prezzo. A Vergiate, nel lombardo, Antonio, il nipote di padre Silvano Guglielmi vi dirà il piacere di andare a prenderlo, immancabilmente, alla stazione ogni volta che capitasse. La chiesa, allora, di domenica si riempiva, piena zeppa. Perchè lui portava sempre novità: era come un’ondata di vento fresco. Le cose le sapeva presentare con garbo e freschezza, da professore puntiglioso, direbbero i suoi alunni in seminario. E con quel taglio sociale - aggiunge il nipote - che spesso altri preti non hanno per nulla! Allo zio muratore, che non andava a messa, assicurava già il paradiso, guadagnato dal suo duro lavoro… Flavia Zanotto a Nove, attende i suoi 90 anni per maggio. Ma, intanto, accennarle del fratello Padre Francesco la fa sognare. Pensa a quella sua imperturbabile saggezza che sapeva mostrare a tutti, quasi dall’alto di un pulpito. Signorilmente. E quella dolce calma spirituale, che sapeva sempre trasmettere. Dote di un capitano di transatlantico come quello ormeggiato in riva al Brenta - rettore a Bassano - con cui noi, battaglione di seminaristi degli anni ‘60 faceva conoscenza, già dalla verde età di 11 anni. Dove l’avesse preso questo talento resta ancora un mistero. (p. Renato Zilio)   Forse, in fondo, tra le opere di misericordia corporale o spirituale c’è anche questa, per noi. Quella di coltivare i contatti con le famiglie dei nostri missionari defunti. Ne provano una gioia incredibile. Anche per questo li sentono ancora vivi. Con emozione.