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Ucraina, Bosnia: nel campo profughi di Usivak dove si ‘gioca’ per vivere

11 Aprile 2022 -  Ušivak - Sahim ha 11 anni e viene dal Pakistan, ma dice di non ricordare da quale città. Grandi occhi neri, come i suoi capelli, si aggira in ciabatte, nonostante il freddo e la neve, nel centro di accoglienza temporanea di Ušivak, vicino a Sarajevo, dove vive, da solo, da poco più di otto mesi. Suo padre è riuscito nel “Game” (il gioco), come viene chiamato da queste parti: il tentativo di attraversare i confini dei Paesi balcanici per cercare, a costo della vita, di entrare in territorio Ue, meta finale, percorrendo sentieri impervi, evitando freddo, fili spinati, animali selvatici, barriere, telecamere termiche, campi minati, droni, polizia, manganelli e formazioni paramilitari. Ora si pensa che sia in Germania. Sahim, invece non ce l’ha fatta: il camion dove il padre lo aveva nascosto per passare clandestinamente il confine croato è stato bloccato dalla polizia di frontiera che, scopertolo, lo ha rispedito a Ušivak. Della madre non si sa molto, “forse è in Francia”, “forse è morta”, dicono gli operatori del campo. Ora Sahim attende che il padre chieda il ricongiungimento familiare per portarlo in Germania. Ma i tempi sono lunghi, prima deve trovare un lavoro, costruirsi una nuova vita e solo allora potrà riabbracciare il figlio. Intanto il piccolo tira calci ad un pallone sgonfio e passa il suo tempo con altri bambini migranti nel ‘Social corner’ del centro, coccolato dai 5 caschi bianchi di Caritas Italiana che svolgono qui il loro servizio civile, tra lezioni di scuola, laboratori manuali, giochi e balli. Dono di Papa Francesco. Il social corner, avviato nell’ottobre del 2020, è il frutto di una donazione di Papa Francesco che ha deciso così di sostenere alcuni progetti di accoglienza lungo la Rotta Balcanica, quel percorso che dalla Grecia risale la penisola balcanica fino ad arrivare nei paesi Ue. Unica porta per migliaia di migranti per entrare in Europa. Tra questi progetti spiccano i Social Corner di due campi di accoglienza temporanea della Bosnia-Erzegovina, Ušivak (Sarajevo) e Sedra, nella zona di Bihac, al confine con la Croazia. Si tratta di un prefabbricato dentro il quale è stato arredato uno spazio per laboratori e attività manuali, corsi di lingua e giochi. Un luogo dove ogni giorno i volontari  distribuiscono tè o caffè caldo. "Game is over". Oggi al Social Corner di Ušivak si canta e si balla al ritmo dei tamburi. I volontari di Caritas Bosnia e i caschi bianchi di Caritas Italiana hanno organizzato una festa sia per i più piccoli e le loro famiglie che per i più grandicelli. Poi pizza per tutti. La gradinata in cemento del vecchio teatrino all’aperto, decorata con i colori della pace, si riempie di persone richiamate dalla musica. I tratti dei volti ne rivelano la provenienza, Iran, Afghanistan, Pakistan, Siria, Iraq, Africa e persino da Cuba. “In questo periodo – dice al Sir Gorana Lovric, coordinatrice del Social Corner – ospitiamo circa 200 persone. Il campo di Ušivak è destinato a ricevere famiglie e minori non accompagnati, fino a un totale di 800 persone. Il nostro compito al Social Corner? Accogliere i migranti, aiutarli, rispettando la loro dignità di esseri umani, come ci insegna Papa Francesco. Lo facciamo con gesti semplici, come offrire loro una tazza di tè o di caffè. In questo modo parliamo, condividiamo le loro storie, capiamo ciò di cui hanno bisogno. Siamo orecchi pronti ad ascoltarli e braccia aperte pronte a stringerli. Sono persone con storie di povertà e di disperazione alle spalle che non ti chiedono nulla, solo essere ascoltati”. In questi anni di attività al Social Corner, Gorana ha conosciuto tanti giovani. Tutti hanno provato il Game, ma solo qualcuno ce l’ha fatta come il ragazzo iraniano di soli 15 anni, con alle spalle tutta la Rotta Balcanica: dalla Turchia alla Bosnia, passando per Grecia, Albania, Montenegro e Serbia. “Dopo aver sostato qui al campo per oltre un anno aveva deciso di seguire alcuni suoi amici più grandi. Voleva provare il Game. Di lui nessuna notizia per molto tempo. Un giorno una telefonata: ‘Teacher, game is over’, “Maestra, il gioco è finito!”, era il suo modo per dirmi che ce l’aveva fatta, era arrivato in Inghilterra. Ho pianto di gioia. Sono giovani che hanno diritto a vivere con dignità, a un futuro. Quando vedo questi giovani che provano il Game penso a mio fratello, a mio figlio, e piangi. Piangi perché sai quanto sia importante per loro arrivare in Europa, lasciarsi dietro povertà e guerra".Bosnia, nel 1992. Sono sopravvissuta. Ma il loro presente oggi è più pesante del mio passato. Così ci mettiamo nei loro panni e siamo pronti ad aiutarli a riavere la dignità che hanno tolto loro”. Una vita di inferno. Gorana parla e Sahim continua a tirare calci al pallone mentre si gusta il suo trancio di pizza. È ora di pranzo a Ušivak. Si avvicina un giovane iraniano, Daniel Hozhabri, viene da Teheran. Con i suoi 34 anni è il veterano del centro di Ušivak. Ha voglia di parlare e racconta di essere qui da 4 anni: “sono scappato dal mio Paese senza portare nulla con me, in tasca solo un sogno, la musica. In Iran ci sono tanti problemi che nessuno vuole risolvere. Non c’è libertà, i cittadini vivono sotto dittatura. Da quando poi nel confinante Afghanistan sono tornati i talebani i problemi sono aumentati”. Racconta di aver trascorso 10 anni in diversi Paesi di transito, “muovendomi in gran parte a piedi, con il rischio di essere respinto ogni volta. Una vita di inferno – dice con voce strozzata – ma non siamo animali, siamo esseri umani. Cerchiamo solo pace e futuro, ne abbiamo diritto”. Per questo Daniel ha provato tante volte il Game senza riuscire mai ad arrivare alla meta. “Mi hanno sempre preso. L’ultima volta pochi giorni fa. Le guardie di frontiera in Croazia mi hanno fermato e sequestrato il cellulare e il power bank. Me li hanno fatti a pezzi sotto i mei occhi. Eravamo in undici, con noi c’erano anche delle donne con sei bambini piccoli. Ci hanno rispedito tutti a Bihac in Bosnia. Da Bihac poi sono tornato qui a Ušivak”. “Questo campo non è la migliore soluzione ma ci adattiamo” afferma il giovane iraniano che dall’alto dei suoi 4 anni a Ušivak conosce ogni centimetro del campo: “Questa è l’area riservata ai contagiati dal Covid, mentre più in basso ci sono i laboratori di sartoria e il centro clinico”. Gli alloggi sono tutti allineati uno dietro l’altro, le finestre parzialmente oscurate con delle coperte per non far filtrare la luce solare. Un campo di calcetto pieno di buche con porte improvvisate ricavato da un vecchio parcheggio, poco distante un container adibito a palestra. Incontriamo alcuni giovani ospiti intenti a scrivere al cellulare. Uscire da Ušivak per andare a Sarajevo chiede tempo, pertanto preferiscono restare all'interno della struttura. Problemi di lingua e la mancanza di soldi, fanno il resto. Uno di loro è salito sopra una collinetta “perché lì c'è più segnale”, rivela  Daniel. La visita termina davanti al suo alloggio: un container con tre letti a castello, una finestra malmessa che lascia passare aria. I pochi effetti personali sparsi sul letto. “Adesso ci vivo da solo, e ho spazio, ma fino a qualche mese fa eravamo in sei. Non ci si poteva muovere". "Nonostante tutte le difficoltà continuo a credere nell’umanità e che ci sarà un futuro dignitoso anche per me”. La voce dell'Oim. Negli ultimi anni la pandemia ha rallentato gli arrivi in Bosnia rendendo più gestibile il flusso dei migranti. “Oggi nei 5 centri di accoglienza temporanea in Bosnia sono ospitate circa 2000 persone – spiega Margherita Vismara, coordinatrice dei programmi Oim (International Organization for Migration) –. La loro permanenza nei campi è varia. A Ušivak, per esempio, il 20% dei migranti si trattiene per sei mesi-un anno, il 20% più di un anno, il restante 60% per meno di sei mesi. Le famiglie attendono di ricongiungersi con i parenti che sono già in Europa, ma le procedure possono essere molto lunghe. Per questo motivo sono in molti a provare il Game. Come Oim cerchiamo di evitare che bambini e donne debbano affrontare camminate notturne in foreste, in terreni pericolosi, in mezzo al freddo e alla neve, per entrare nell’Ue. Questa gente arriva a camminare fino a 20 o 30 km. in una notte portandosi dietro i bambini anche in tenera età. Tante volte si sono smarriti e ci hanno rintracciato al telefono per chiedere aiuto. In alcuni casi Protezione civile e Soccorso alpino sono intervenuti con le moto slitte. Non è facile arrivare anche perché la Croazia non è ancora in Schengen e quindi devono raggiungere la Slovenia”. In lotta per un sogno. Ne sa qualcosa Mazar Sharif, che il Game lo ha provato diverse volte. “Sono afgano – racconta il giovane ospite - ho frequentato fino alla sesta classe, la prima media. Sono fuggito che ero ancora un bambino, insieme a mia sorella e a suo marito, perché non vedevo un futuro. Nel mio Paese non c’è libertà, non c’è lavoro solo tanta povertà. Con i talebani la situazione è peggiorata: ti entrano in casa e ti portano via, come si fa a vivere così. Sono fuggito prima in Iran per cercare di aiutare la mia famiglia, poi in Turchia e in Grecia dove mi sono separato da mia sorella. Ho proseguito per il Montenegro, la Serbia, fino a qui, in Bosnia. Dalla Grecia alla Bosnia ho camminato. Sono stati tre lunghi anni durante i quali ho cercato di vivere con piccoli lavori, con qualche aiuto da casa. Vorrei andare in Francia, mi piacerebbe studiare". "Ricordo sempre quello che mi disse un mio amico, che ora vive in Germania: dobbiamo lottare per il nostro futuro e per realizzare i nostri sogni. È ciò che farò ogni giorno fino a quando avrò la forza”. Si è fatta sera, Daniel e Mazar rientrano nei loro prefabbricati. Lo stesso fa Sahim ma non prima di aver ripreso il suo pallone sgonfio finito sotto un'auto di un addetto alla sicurezza del campo. Giusto il tempo di salutare i suoi piccoli amici. La partita la finiranno domani. In attesa del prossimo Game... (Daniele Rocchi - Sir)

Ucraina: Acli, “gli ucraini che hanno lavorato in Italia e che ora sono costretti a rientrare qui continueranno a godere della pensione”

11 Aprile 2022 - Roma - "Gli ucraini che hanno lavorato per un’intera vita in Italia e che ora sono costretti a rientrare nel nostro Paese potranno continuare a godere della pensione". Lo ha stabilito il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, che ha accolto una delle proposte Acli, presentate ufficialmente lo scorso 17 marzo alla Camera dei Deputati. "Un mese fa l’associazione ha chiesto che per l’intera durata dell’emergenza in Ucraina, l’Inps continuasse ad erogare la pensione da espatriati, quella cioè che spetta a chi abbia regolarmente lavorato in Italia e sia poi espatriato in Ucraina, e che si potesse ritirare la pensione presso le Poste Italiane e su altri canali bancari diffusi a livello internazionale", affermano le Acli. In base all’articolo 18 della legge n. 189/2002, la pensione di espatrio viene erogata solo a chi decide di rientrare nel proprio Paese di origine: il venire meno della condizione di rimpatrio definitivo comporta la revoca della prestazione pensionistica. Ma a partire dal 24 febbraio 2022, a causa della guerra, molti cittadini ucraini, titolari di pensione italiana, sono stati costretti a lasciare l’Ucraina per stabilirsi nuovamente in Italia o in altri Stati. Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha comunicato all’Inps che “fino a quando non verranno a crearsi le condizioni per un rientro nel Paese in sicurezza, le pensioni già in essere potranno continuare ad essere erogate anche in Paesi diversi dall’Ucraina e in Italia”.

Ucraina: le iniziative a Santa Sofia con il supporto di Migrantes

7 Aprile 2022 - Roma - Cinquanta Tir – ultimo questo fine settimana - carichi di aiuti umanitari sono partiti per l’Ucraina dalla Basilica di Santa Sofia di Roma, uno dei due luoghi di preghiera degli ucraini nella Capitale e da oltre un mese centro di solidarietà e di raccolta per dare aiuto a chi fugge dalla guerra. Insieme agli aiuti, ci dice il rettore, don Marco Yaroslav Semehen, che è anche il direttore Migrantes dell’Esarcato dei greco cattolici ucraini in Italia,  da ieri sono iniziati corsi intensivi di italiano affidati ad insegnanti coordinati da Felicia d'Alessandro di Atena, Formazione e Sviluppo. «Saranno – spiega  il sacerdote – per il momento circa 150 persone, soprattutto donne» mentre i loro bambini «li stiamo aiutando ad inserirsi nelle scuole romane». I corsi sono supportati dalla Fondazione Migrantes e dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma: “una iniziativa - spiega il direttore Migrantes di Roma, mons. Pierpaolo Felicolo - che stiamo sostenendo come aiuto concreto a queste donne arrivate in Italia da sole, con loro i bambini senza i mariti rimasti in Ucraina e che hanno bisogno di imparare subito la lingua per vivere al meglio la loro situazione, che rimane precaria, nel nostro Paese”. I corsi, infatti – come racconta don Semehen – nascono, dopo le prime settimane di raccolta di aiuti alimentari, medicine, kit igienici ed altro da far arrivare in Ucraina, su richiesta delle stesse donne ucraine che vogliono imparare l’italiano. In tutto ciò non è mai mancata – evidenzia il sacerdote ucraino – la solidarietà degli italiani e dei romani. Anche il presidente della Repubblica Mattarella, lo scorso 6 marzo, ha voluto partecipare alla liturgia della comunità ucraina a Santa Sofia. «Abbiamo sentito concretamente la vicinanza dell’Italia che  non ha mancato di esprimere solidarietà in tanti modi», aggiunge il sacerdote che ringrazia anche papa Francesco per il sostegno alla popolazione ucraina e per i «continui appelli alla pace e la disponibilità a recarsi, come pellegrino, a Kiev». Una vicinanza «molto concreta» con la visita dell’elemosiniere che «a nome del Santo Padre ha portato anche viveri e medicinali che noi abbiamo inviato in Ucraina». Il lavoro qui non si ferma: ogni giorno – racconta don Semeneh – «siamo ‘invasi’ da gesti di solidarietà e di vicinanza» mentre continua la collaborazione con il Comune, la Protezione Civile e con la Asl per avviare – spiega – “un centro dove effettuare tamponi anti-Covid, garantire visite mediche urgenti, soprattutto pediatriche per i bambini e distribuire tessere sanitarie temporanee. In Italia la solidarietà si è fatta anche molto vicina attraverso le 150 comunità cattoliche ucraine nel nostro Paese, assistite da oltre 60 sacerdoti, in collaborazione con la Fondazione Migrantes e gli uffici diocesani Migrantes. Oltre un centinaio i camion partiti per l'Ucraina e in tante comunità sono iniziati corsi di lingua italiana. Una guerra questa che «viviamo da dentro e non alla finestra, mediata da persone che lavorano nelle nostre case, frequentano le nostre chiese, vivono nelle nostre città»» dice la Fondazione Migrantes evidenziando anche le tante iniziative di accoglienza messe in campo nelle diocesi italiane. (Raffaele Iaria)

Ucraina: a Rimini oltre 4mila i profughi accolti, “qui i miei figli hanno iniziato la scuola”

7 Aprile 2022 -

Rimini - La guerra? «Milioni di persone in fila, la tua vita in uno zaino e fuggi dal paese». La sintesi di Olga Kramha, rifugiata a Rimini dall’Ucraina insieme al figlio minore, è straziante. E il rischio di dover rifare quello zaino appena disfatto, è perlomeno paradossale. «Molti di noi hanno parenti, i bambini hanno iniziato ad andare a scuola, c’è una rete di amicizie, ci danno una mano, non vogliamo spostarci da Rimini». Decine di profughi ucraini, prevalentemente donne, hanno lanciato questo appello davanti alla Prefettura di Rimini. In modo composto, davanti al Palazzo del Governo una piccola folla ha intonato l’inno della loro patria e poi ha consegnato al Prefetto Giuseppe Forlenza una lettera. La missiva è chiarissima: chiedono di non essere trasferiti, con i loro bambini, in altre località. Appena possibile, spiegano, torneranno in Ucraina ma fino ad allora vorrebbero restare nella Rimini che hanno scelto. Molti di loro qui hanno parenti, una rete amicale, stanno cercando di integrarsi. La bandiera della Pace e quella gialloblù dell’Ucraina issate da numerosi bagnini della riviera, sembra uno sventolante benvenuto. Sono circa 4.000 i profughi che nell’ultimo mese hanno scelto Rimini come destinazione in Italia. Nonostante le piccole dimensioni (149.000 abitanti, 339.000 in tutta la provincia), è la città italiana che ne ospita di più in assoluto. Non si tratta di un caso: lungo la Riviera romagnola vive una delle più grandi comunità ucraine d’Italia, circa 5.000 persone, in gran parte donne, la maggior parte badanti che vivono in casa degli anziani di cui si prendono cura. «Molte di queste donne hanno visto arrivare una figlia, una sorella, i nipotini» fa notare don Viktor Dvykalyuk, il cappellano della comunità greco-catttolica di Rimini, San Marino-Marino e Ravenna. Sta svolgendo il ruolo di mediatore per conto della Prefettura e tutti i giorni tiene uno sportello Ucraina. Bogdan ha 17 anni, è ucraino di origine ma nato a Rimini. Traduce i suoi connazionali. Lavora all’Hotel Margherita dove hanno trovato ospitalità 167 profughi, ora diventati 110. C’è chi è stato trasferito in montagna a 100 km dalla Riviera, isolati, chi nelle colline della provincia, altri ancora in Piemonte, Molise, Sicilia. Dei 57 profughi trasferiti, 27 la prefettura li ha collocati a Misano Adriatico, «gli altri attraverso una rete solidale sono stati distribuiti in famiglie e conoscenti, a Jesolo e in Austria, dove hanno trovato lavoro – racconta il titolare dell’Hotel Margherita, Stefano Lanna – Ho accolto queste persone, senza ricevere alcun contributo dello Stato, e continuerò a farlo. Non faccio business con chi scappa dalla guerra. Se le istituzioni mi aiuteranno bene, altrimenti proseguiremo con la solidarietà della comunità riminese». I volontari della mensa francescana di Santo Spirito provvedono al cibo, l’hotel si è persino dotato di Pronto soccorso interno. Il piano trasferimenti da Rimini va avanti. La Prefettura valuterà alcuni casi particolari, ma la linea è: non più rifugiati negli hotel. Potrà restare solo chi vanta sistemazioni autonome, con un contributo di 300 euro al mese per tre mensilità. «Siamo venuti qui con bimbi di 6 anni – racconta una giovane mamma ucraina – Vorremmo tornare a casa ma ora non è possibile, e adesso dobbiamo andare via anche da qui. Ho la mamma a Rimini, abbiamo fatto i documenti e i bambini hanno iniziato a frequentare l’asilo: chiediamo solo un’accoglienza temporanea». Tre donne hanno pagato l’hotel dove erano accolte per restare a Rimini. Dopo quattro giorni, però, hanno fatto le valigie. Chi intende restare, lo fa a spese proprie, rinunciando dunque agli aiuti di Stato. «Lavoro a Rimini da 16 anni e pago i contributi – è la testimonianza accorata di una donna ucraina – Ho trovato lavoro per le figlie arrivate e asilo per i nipotini di 2 e 6 anni: perché li mandano altrove?». (Paolo Guiducci - Avvenire)

Ucraina: Ue, 3,5 miliardi ai Paesi che accolgono rifugiati

6 Aprile 2022 -
Roma - Tre miliardi e mezzo per l’accoglienza dei rifugiati ucraini. “Nell’ambito degli sforzi volti a sostenere l’Ucraina in seguito all’invasione della Russia, gli ambasciatori presso l’Ue hanno approvato oggi una proposta che consente agli Stati membri l’accesso immediato a maggiori finanziamenti iniziali a titolo di React-Eu” (assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d’Europa) “e rende più semplice soddisfare le necessità di base dei rifugiati provenienti dall’Ucraina e fornire loro sostegno”. È quanto spiega una nota del Consiglio Ue. Che puntualizza: “Quest’anno sarà erogato un totale di 3,5 miliardi di euro come aumento del prefinanziamento iniziale a titolo di React-Eu, uno dei principali programmi post-pandemia volto a rafforzare i fondi della politica di coesione e il Fondo di aiuti europei agli indigenti”. La quota più elevata sarà versata agli Stati membri che registrano un maggior numero di arrivi, sia come Paesi di transito che come Paesi di destinazione finale. “La proposta consente di ridurre l’onere sui bilanci pubblici degli Stati membri affinché – viene chiarito – possano gestire l’afflusso di rifugiati provenienti dall’Ucraina”. A tal fine, il prefinanziamento della quota per il 2021 a titolo di React-Eu sarà aumentato dall’11% al 15% per tutti gli Stati membri e al 45% per i Paesi dell’Unione in cui l’afflusso di rifugiati dall’Ucraina superava l’1% della rispettiva popolazione alla fine del primo mese successivo all’invasione russa. I Paesi che riceveranno quindi un prefinanziamento del 45% sono l’Ungheria, la Polonia, la Romania e la Slovacchia, che hanno frontiere comuni con l’Ucraina, nonché l’Austria, la Bulgaria, la Cechia, l’Estonia e la Lituania, che al 23 marzo 2022 avevano accolto un numero di sfollati superiore all’1% della rispettiva popolazione. La proposta introduce inoltre l’opzione di un “costo unitario per persona”, il che “facilita e velocizza l’attuazione dei fondi”. In particolare, il costo unitario “faciliterà il finanziamento delle necessità di base e del sostegno alle persone provenienti dall’Ucraina che ricevono protezione temporanea dall’Ue o un’altra protezione adeguata prevista dal diritto nazionale”. Tale costo unitario è pari a 40 euro per settimana e può essere utilizzato per la durata massima di 13 settimane a partire dalla data di arrivo della persona interessata nell’Unione europea.

Ucraina: salesiani, un webinar su come accogliere famiglie e minori sfollati

6 Aprile 2022 -

Roma - “L’accoglienza delle famiglie e minori ucraini in risposta all’emergenza: aspetti normativi e strategie operative”: questo il titolo del webinar in programma domani alle 17.30 su iniziativa dall’Osservatorio salesiano per i diritti dei minori insieme all’Associazione Salesiani per il sociale – Aps. Due gli obiettivi: evidenziare gli aspetti normativi legati all’accoglienza, a garanzia della protezione delle famiglie e dei minorenni in fuga dall’Ucraina; riflettere sull’accoglienza di famiglie e minori provenienti da situazioni di guerra, con particolare riguardo ai possibili effetti su bambine, bambini e adolescenti. Interverranno, tra gli altri, Titti Postiglione (Protezione civile), Luca Pacini (Anci), don Francesco Preite (Aps), Giuseppe Lococo (Unhcr); Nicoletta Goso (Altri-Legami). Il webinar si potrà seguire sulla pagina Facebook di Minori di diritto e sul canale Youtube dell’Ispettoria dell’Italia Centrale.

Ucraina: 83mila gli ucraini arrivati in Italia

5 Aprile 2022 -
Roma - Sono complessivamente 83.100 le persone in fuga dal conflitto in Ucraina giunte finora in Italia, 79.612 delle quali alla frontiera e 3.488 controllate dal compartimento Polizia ferroviaria del Friuli Venezia Giulia. Nel dettaglio sono 42.879 donne, 8.551 uomini e 31.670 minori. Le città di destinazione dichiarate all'ingresso in Italia continuano a essere Milano, Roma, Napoli e Bologna. Rispetto al giorno precedente - spiega il Ministero degli Interni -  l'incremento è di 1.361 ingressi nel territorio nazionale.

Ucraina: utilizzare beni confiscati per accoglienza dei profughi

4 Aprile 2022 - Roma - Il Capo dipartimento per le libertà civili e per l’immigrazione, Francesca Ferrandino, ha adottato, d’intesa con l’Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni confiscati e sequestrati alla criminalità organizzata, le linee guida previste dal protocollo d’intesa, sottoscritto lo scorso 25 marzo, per promuovere l'utilizzazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata per finalità di accoglienza dei profughi provenienti dall’Ucraina, sia di quelli in gestione dell'Agenzia che di quelli destinati ai comuni. Nel primo caso, le linee guida prevedono che il direttore dell'Agenzia, con proprio decreto, metta  a disposizione dei prefetti i beni immediatamente disponibili o in un tempo stimato di 15 giorni in seguito alle attività di verifica svolte dalle prefetture interessate e sulla base dell’elenco proposto dalla stessa Agenzia. Nelle strutture assegnate le prefetture potranno realizzare dei centri di accoglienza straordinaria (CAS) con la sottoscrizione di accordi di collaborazione con le amministrazioni comunali o individuando un ente gestore per l’affidamento dei servizi di accoglienza. Con riferimento ai beni confiscati già destinati ai comuni, l'Agenzia provvederà a trasmettere alle prefetture e all’Anci l’elenco dei beni confiscati già destinati agli enti locali e potenzialmente fruibili per l’accoglienza dei profughi ucraini, individuati a seguito della ricognizione svolta in raccordo tra prefetture e enti locali titolari.  

Ucraina: nasce a Reggio Calabria il Comitato “Per i bambini e le mamme dell’Ucraina”

31 Marzo 2022 - Reggio Calabria - I profughi ucraini che stanno arrivando in queste settimane a Reggio Calabria sono soprattutto gruppi familiari, di cui fanno parte molti minori. Una dottoressa, che assiste le persone alla frontiera in fuga verso i Paesi dell’Unione Europea, tramite una donna ucraina che vive a Reggio, ha segnalato la drammatica situazione di centinaia di bambini accampati nella stazione ferroviaria di Varsavia. In attesa che le istituzioni pubbliche adottino le misure opportune per garantire canali strutturati di accoglienza, grazie alla immediata disponibilità di volontari, associazioni, parrocchie e famiglie, è stato aperto un piccolo corridoio umanitario per dare una prima risposta all’emergenza. Così è nato il Comitato “Per i bambini e le mamme dell’Ucraina”. Vi fanno parte l’Associazione Agape, la Parrocchia San Sebastiano al Crocifisso, la Parrocchia Santi Filippo e Giacomo in Sant’Agostino, la Caritas diocesana, l’Associazione Ulysses, la Cooperativa Demetra, il Banco Alimentare, l’Associazione Medici del Mondo e il Patronato della CGIL. Come emanazione dell’Ufficio Diocesano “Migrantes”, ha aderito all’iniziativa anche il Centro Ascolto “G.B. Scalabrini”, presieduto da p. Gabriele Bentoglio, missionario scalabriniano e direttore dell'Ufficio Migrantes della diocesi di Reggio Calabria - Bova.  Grazie a questa rete di solidarietà, finora otto nuclei familiari, composti da venti donne e dieci bambini, sono stati accolti presso alcune famiglie o in alloggi messi a disposizione dalla generosità di privati cittadini. Il Comitato si impegna a dare vita a progetti familiari personalizzati, che prevedono anzitutto l’individuazione di un volontario-tutor come punto di riferimento della famiglia accolta, sia per le necessità quotidiane che per il raccordo con enti e istituzioni; poi, il reperimento di alloggi, prevedendo la copertura delle spese delle utenze, di eventuali lavori di adattamento e di acquisto di quanto necessario; quindi, l’assistenza per l’inserimento scolastico, le cure sanitarie, il sostegno psicologico, l’accesso alle attività sportive; ancora, l’assistenza legale e il raccordo con i servizi sociali Comunali, la Questura, l’Asp e il Tribunale dei Minori; infine, l’istituzione di corsi di alfabetizzazione per i minori e le mamme, in collaborazione con mediatori linguistici e culturali.

Ucraina: protezione temporanea e assistenza ai profughi di guerra

31 Marzo 2022 -

Roma - Lo scorso 28 marzo il presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi,  ha firmato il DPCM che eroga protezione temporanea e assistenza ai profughi di guerra provenienti dall’Ucraina.

In virtù del decreto, il permesso di soggiorno dei rifugiati ucraini ha validità di un anno e può essere prorogato di sei mesi più sei, per un massimo di un anno. Il DPCM consente l’accesso all’assistenza erogata dal Servizio Sanitario Nazionale, al mercato del lavoro e allo studio. È la Questura l’autorità competente al rilascio del permesso di soggiorno per protezione temporanea. Il provvedimento prevede anche specifiche misure assistenziali e consente ai cittadini ucraini già presenti in Italia il ricongiungimento con i propri familiari ancora presenti in Ucraina.

Inoltre, un’ordinanza firmata dal capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio del 29 marzo prevede l’erogazione di un contributo di 300 euro mensili (150 per i minori) per un massimo di 3 mesi per il sostentamento di ciascun rifugiato. Il periodo decorre dalla data di ingresso nel territorio nazionale, individuata con la presentazione della richiesta di protezione temporanea e comunque non oltre il 31 dicembre 2022. L’art. 31 del c.d. decreto Ucraina, (dl n. 21/2022) inserisce nel nostro sistema di accoglienza una nuova modalità, Accoglienza diffusa, che si affianca e si aggiunge a quelle canoniche dei CAS e dei SAI. Si tratta di 15mila posti messi a disposizione in collaborazione con il Terzo settore, in forma allargata (gli enti del Terzo settore, i Centri di servizio per il volontariato, gli enti e le associazioni iscritte al registro di cui all' articolo 42 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e gli enti religiosi civilmente riconosciuti). Il decreto demandava a successiva ordinanza della Protezione Civile la definizione delle forme e le modalità organizzative di questa nuova accoglienza diffusa. Al riguardo, è stato annunciato un imminente avviso per una manifestazione di interesse, per raccogliere da tutti questi enti la loro disponibilità. L’avviso stabilirà anche i criteri per l’accoglienza e le tariffe massime pro capite per die che però – era scritto nel decreto e ha già detto – saranno allineate con quelle del Ministero dell’Interno, per non creare diversità economiche per un servizio. (Alessandro Pertici)