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Ucraina: circa 70mila i profughi arrivati in Italia
Ucraina: cinquemila ragazzi ucraini a scuola
Roma - Sono saliti a quota 67mila i profughi in fuga dal conflitto in Ucraina arrivati in Italia: 36mila donne, 26mila bambini, 5mila uomini. Dati forniti ieri dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, prima intervenuta in videoconferenza all’assemblea nazionale delle Autonomie locali italiane e poi nel corso un question time in Parlamento. Per la prima volta da inizio marzo, si registra un «decremento» del flusso: «Rispetto ai 3mila-4mila arrivi quotidiani, ne sono arrivati 1.600 – osserva Lamorgese –. Un dato riscontrato anche da altri colleghi europei». Ciò non toglie «che se venissero attaccate città come Odessa e Leopoli, i flussi riprenderebbero in maniera massiccia». Le istituzioni lavorano per irrobustire la macchina dell’accoglienza. «Finora – conferma Lamorgese – si è fatto molto ricorso a situazioni d’accoglienza abitativa da parte dei privati, in particolare parenti o amici ucraini, che hanno rappresentato l’elemento catalizzatore in questa fase». Ma, ragiona il ministro, occorre «lavorare in piena sinergia. Noi faremo una semplificazione e un rafforzamento del sistema, cercando di sollecitare gli attori locali proprio per dare un impulso ulteriore di posti da inserire, soprattutto nella rete Sai». Il Viminale ha ampliato nei giorni scorsi i posti disponibili nella rete dei centri Cas e nel sistema Sai, «però se pensiamo agli 8 milioni di profughi che hanno lasciato l’Ucraina, qualunque numero sarebbe insufficiente».
Al momento, i bambini ucraini in entrata in Italia sono quasi tutti accompagnati da un genitore o da parenti di fiducia. «Nel circuito dell’accoglienza, sono inseriti 277 minori non accompagnati – ha detto la titolare del Viminale –, di cui 192 presso famiglie autorizzate dal tribunale dei minorenni e 82 presso strutture parimenti autorizzate ». Occorre «un completo censimento del fenomeno », incrementando i controlli alle frontiere «per evitare zone d’ombra che favoriscano interessi e traffici criminali».
Non è stato ancora pubblicato il decreto di recepimento della direttiva europea che accorda la protezione temporanea (un anno a decorrere dal 4 marzo 2022) alle persone sfollate dall’Ucraina «a partire dal 24 febbraio incluso» (sia residenti di nazionalità ucraina che apolidi e cittadini di Paesi terzi che beneficiavano di protezione internazionale prima di quella data) e ai loro familiari. Secondo fonti parlamentari, il provvedimento fino a ieri era ancora all’esame della Ragioneria dello Stato per la valutazione delle coperture previste.
Al momento, sono oltre 5mila i minori che hanno avuto un primo contatto con le istituzioni scolastiche e per i quali c’è stata «una prima forma di inserimento e integrazione nel nostro Paese». Ieri, in una riunione in videoconferenza tra governo, Regioni, Anci e Unione delle province, si è discusso della questione dei minori non accompagnati, dell’inserimento scolastico e dell’assistenza sanitaria (vaccinazioni anti Covid comprese). Oltre a Lamorgese, c’erano i ministri della Salute, Roberto Speranza, dell’Istruzione Patrizio Bianchi, e degli Affari regionali Mariastella Gelmini, il il capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio e il capo dipartimento per l’Immigrazione Francesca Ferrandino. «Molti minori parlano solo ucraino, perciò devono essere inseriti nei circuiti scolastici mediatori culturali che facciano da ponte coi ragazzi», considera il ministro Lamorgese. Un problema segnalato in diverse città. «C’è difficoltà a reperire mediatori per cui, in mancanza di un coordinamento da parte dei servizi sociali, ci si muove solo tramite volontariato e il passaparola», segnalano le sezioni di Roma e del Lazio dell’associazione nazionale presidi di Roma e del Lazio a Comune, Regione e ministero dell’Istruzione. (Vincenzo R. Spagnolo - Avvenire)
Ucraina: a Ferrara giostre per ragazzi e bambini profughi
Ucraina: Cei, gesti concreti di vicinanza e solidarietà
Ucraina: prima i piccoli per davvero
Milano - Non sappiamo quanti minori non accompagnati arriveranno nel nostro Paese in fuga dall’Ucraina. Sappiamo però che ciascuno di loro avrà sulle spalle un macigno di sofferenza e di angoscia, porterà nel cuore il ricordo delle atrocità viste o ascoltate dal racconto dei familiari e comunque subìte, vivrà a lungo il trauma silenzioso ma urlante di tante, sconvolgenti separazioni, dal papà e anche dai fratelli rimasti a combattere, dalla casa distrutta, dai luoghi conosciuti e amati ora sconvolti dalla devastazione dei bombardamenti. Questi bambini e ragazzi, bambine e ragazze, non potranno semplicemente essere accolti ma dovranno essere accompagnati da un lavoro specialistico attento e prudente di ricostruzione interiore. E sarà un privilegio aiutarli, evitare loro conseguenze peggiori, così come prevenire per quanto possibile le tante insidie già tese da una criminalità più che mai perversa, attirata dall’abbondanza di facili prede da destinare al mercato della pedofilia, della tratta, degli organi, della prostituzione infantile. Tutt’altro che pericoli ipotetici. Segnalazioni di bambini spariti e di criminali all’opera arrivano già da tutte le vie di approdo dei profughi, ai confini dell’Ucraina. Dall’orrore della guerra a quello dello sfruttamento, sessuale e non solo. Aiutare, proteggere, accompagnare in modo garantito i bimbi e le bimbe d’Ucraina è dovere morale, certamente, ma anche compito difficile e impegnativo. Ecco perché l’accoglienza e la successiva gestione degli interventi non possono essere lasciate all’improvvisazione, né organizzate in modo solo volontaristico, affidandosi alle pur preziose buone intenzioni di associazioni e famiglie. Né tantomeno – come auspicato da qualche politico in modo improvvido – si può immaginare proprio ora di 'sburocratizzare' il percorso di affido e adozione. Certo, la nostra legge a riguardo, non è proprio la più agile, ma in questo fase il rischio generato da un 'alleggerimento' irriflessivo sarebbe troppo elevato.
Niente azzardi, quindi, e interventi prudenti, coordinati dalle autorità più adeguate che, almeno sulla carta, sono procure e tribunali per i minorenni. Solo sulla carta? Il dubbio non riguarda la competenza degli addetti ai lavori e neppure la preparazione professionale e l’esperienza, ma le gravissime carenze tecniche e di organico che ormai da anni impediscono agli uffici giudiziari minorili di svolgere al meglio i propri compiti. Abbiamo più volte segnalato su queste pagine (Avvenire, ndr), spesso in risposta alla facile demagogia che, dopo il caso Bibbiano, avrebbe voluto cancellare con un solo colpo di spugna tutto il nostro sistema di protezione dei minori fuori famiglia, i tanti aspetti problematici, le tante storture e incongruenze che certamente esistono e vanno corrette.
Come abbiamo dato voce alle perplessità sui contenuti della riforma che, gradualmente, e comunque entro il 2024, trasformerà i Tribunali dei minorenni in Tribunali della persona e della famiglia.
Senza entrare nel merito di un intervento discusso e complesso, che cambierà profondamente il volto della nostra giustizia minorile – in peggio secondo giudici e procuratori, in meglio, evidentemente, a parere di chi ne ha promosso l’approvazione – occorre ricordare che i primi effetti della riforma cominceranno a farsi sentire già dal prossimo giugno. Ora, a fronte di una situazione straordinaria, con l’arrivo di centinaia e centinaia di minori da accogliere e assistere nel modo più attento possibile, rischiamo di avere un sistema che, già in sofferenza strutturale, vivrà come ulteriore aggravio, un percorso di trasformazione radicale di cui nessuno può prevedere le conseguenze visto che quasi tutti gli attori saranno chiamati a ricoprire ruoli diversi dagli attuali. Certo, di fronte alla tragedia di un popolo e dei suoi figli più fragili e indifesi, tutti sono chiamati a dare il massimo, oltre perplessità e indugi.
Ma sarebbe davvero così strano, proprio per il rispetto e l’attenzione che dobbiamo anche ai piccoli ucraini, fermare il percorso della riforma per un tempo congruo a fronteggiare l’emergenza, fornendo allo stesso tempo agli uffici giudiziari quelle risorse umane e tecniche che auspicano da tempo? È una domanda che nasce da un timore e da una preoccupazione. Ma se dovesse servire a rendere un po’ più tranquillo e garantito il cammino di tanti piccoli già feriti dentro oltre l’indicibile, perché no? (Luciano Moia - Avvenire)

