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Covid19 in Argentina: la testimonianza di Mariel Pitton Straface

21 Aprile 2020 -     Buenos Aires - Mi chiamo Mariel Ángeles Pitton Straface. Sono argentina e abito a Buenos Aires. Sono nipote di quattro migranti italiani di diverse regioni, da parte paterna (sua madre siciliana e suo padre friulano), e da parte materna ambedue calabresi di Corigliano Calabro. In Argentina ci sono, al momento in cui scriviamo, 2839 casi in totale, con 132 morti. Siamo in quarantena, chiusi a casa, dal 19 marzo. Possiamo uscire solo per andare in farmacia e al supermercato per fare un po' di spesa, vicino a casa nostra. Ci fanno entrare poche persone alla volta e distanti uno dall'altro. Tutti dobbiamo usare le mascherine. Per uscire con la macchina è necessario un giustificato permesso. Questa settimana hanno aperto alcune banche, però si può andare con appuntamento. Gli anziani, che hanno più di 70 anni, non possono uscire fuori. Devono chiedere un permesso, se vogliono fare le spese, andare al medico o fare qualche operazione in banca. Ogni settimana ci sono nuove disposizioni, più esigenti con le cure. E siamo attenti perché non sappiamo che cosa può succedere. Tra poco, inizierà l’inverno, e speriamo che questo non influisca. Comunque, stanno creando nuovi spazi per ospitare gli ammalati. Prima guardavamo la situazione da lontano, come avanzava il virus in Cina e Europa, ma dopo abbiamo iniziato a vivere le stesse cose qua. Eravamo informati di quello che succedeva specialmente in Italia, preoccupati per la nostra terra di origine. Conoscere quello che poteva succedere, ci ha fatto capire l’importanza di seguire le regole e rimanere a casa, prima di aver iniziato qua la quarantena. Abbiamo dovuto prenderci cura di noi stessi dal primo momento. Per fortuna, tutti i membri della mia famiglia possono rimanere a casa, e lavorare in smart-working: quindi nessuno deve uscire per lavoro. Siamo cinque persone, cerchiamo di uscire una volta alla settimana, ma anche proviamo di cercare le maniere di fare le spese online, ma i servizi non sempre funzionano. Siamo tutti molto preoccupati, perché non sappiamo che può succedere, stiamo cercando di vivere giorno per giorno senza progettare tanto. Ci stiamo abituando e adattando al a distanza, agli incontri virtuali tra amici e famiglie. Ci sono giorni dove c’è più panico, perché i mezzi di comunicazione mettono tanta paura. È importante informarsi, ma ci sono tantissimi fake news, che producono più incertezza, sofferenza e dolore. Ci sentiamo spesso con la nostra famiglia che abita a Corigliano Calabro tramite WhatsApp anche con videochiamate come abbiamo fatto a Pasqua. Sono stati loro chi ci hanno avvertito della situazione che stavano vivendo all’inizio di tutto. Ci hanno raccomandato di prestare attenzione e cura di noi, specialmente dei nostri genitori, mia nonna e zii. C’è stato un messaggio di mia cugina che mi ha colpito veramente. Lei ha iniziato la conversazione dicendo: “Mariel l'Italia è in ginocchio”. Lei sa quanto grande è la mia passione per il paese delle mie origini, e tutto quello che faccio ogni giorno per mantenerle vive e farle conoscere a Buenos Aires. In quel momento, non c’era preoccupazione qua in Argentina per il coronavirus, ma tutta la nostra famiglia era preoccupata per l’Italia. Noi eravamo informati con le notizie. Ma sentire le parole dei nostri familiari in Italia, ci ha fatto capire le dimensioni del problema. “Siamo chiusi in casa dal 2 marzo, non si può uscire e ci sono molti controlli della polizia. Possiamo uscire di casa solo per andare in farmacia e al supermercato per fare un po' di spesa e fanno entrare una persona alla volta e distanti uno dall'altro di 1 m. Quando esco sono con la mascherina e i guanti. Nel nostro paese ci sono persone positive al virus e per questo il sindaco ha fatto chiudere bar, negozi... Aperti solo farmacia e supermercati alimentari. Speriamo che tutto questo passi il più presto possibile e che tutti noi possiamo incominciare a vivere in libertà e sorridere”, questo ci raccontava nostra cugina.   Mariel Ángeles Pitton Straface

Produrre mascherine per le persone che ne hanno bisogno: l’impegno del sarto ivoriano Bakary Oularè

20 Aprile 2020 - Massa - “In un momento tanto critico, in cui il virus ci ha inchiodato tutti sulla stessa barca, la solidarietà non conosce confini di etnia e di fede”. Con queste parole si può riassumere l’idea che Bakary Oularè, giovane sarto ivoriano, ha lanciato sui social network: produrre mascherine per le persone che ne hanno bisogno! Ospite dell’Associazione Casa di Betania O.n.l.u.s di Carrara, Bakary non si è piegato sotto il peso della pandemia, ma ha preso in mano ago e filo ed ha deciso di mettere a disposizione degli altri i propri talenti. Un sentito ringraziamento per questo gesto di generosità giunge da Ivonne Tonarelli, direttrice dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, che si è detta orgogliosa dal grande cuore del giovane ivoriano: “È bello constatare che, anche in un momento tanto travagliato, Bakary non abbia perso l’altruismo e la generosità che lo hanno sempre contraddistinto. Gli auguro di continuare su questa strada, perché sta andando nella direzione giusta!”. Nel numero di maggio della rivista Migranti-Press troverete tutti i dettagli della bellissima iniziativa di Oularè.

E.Guenzi

Coronavirus: il Comites di Hannover offre consulenza telefonica

20 Aprile 2020 - Hannover – “Tramite le tante richieste  delle ultime settimane che mi sono giunte a tutte le ore, ho notato che esistono, a causa della crisi del Coronavirus, tantissime insicurezze di come proseguire dopo il lock-down e quale diritti hanno anche i nostri connazionali residenti in Germania”. Così il presidente del Comites di Hannover, Giuseppe Scigliano annuncia che a partire dal 24 aprile ogni venerdì dalle 11.00 alle 13.00 i cittadini italiani residenti in Germania hanno la possibilità di porgere telefonicamente domande riguardanti i temi del diritto di lavoro, indennità per lavoro o orario ridotto, indennità di disoccupazione, prestazioni di Hartz IV, pagamento dell'affitto come anche domande riguardanti il diritto di famiglia.  A rispondere saranno l’avv. Elena Sanfilippo (membro del Com.IT.Es) e lo stesso Scigliano.

Dal ghetto alla prima linea

20 Aprile 2020 -

Foggia - Dai ghetti degli immigrati nel Foggiano alla prima linea del Covid-19, le Rsa del Nord, dove l’epidemia sta facendo strage. È la scelta del dottor Antonio Palieri, 64 anni, gastroenterologo e dirigente medico della Asl di Foggia. Lunedì 6 aprile è stato per l’ultima volta nel ghetto di “ Tre Titoli” a Cerignola a visitare i braccianti africani che vivono in casolari e baracche. Emarginati e sfruttati. Volontario tra gli immigrati, così come lo fa nei pellegrinaggi a Lourdes dell’Unitalsi. Mercoledì 8 è partito per la Liguria, medico volontario, in risposta al bando della Protezione civile. Fino all’ultimo non lo ha fatto sapere a nessuno. Discreto come sempre. «Faccio il medico, lo facevo giù e ora lo faccio qua. Lavorare qui è molto bello», è la sua semplice spiegazione, rispondendoci al telefono dal suo nuovo “fronte”. «Non faccio niente di speciale. È nella mia scelta di vita – aggiunge –. Il lavoro di medico l’ho sempre preso come una missione. Sarei voluto andare in Africa ma poi l’Africa è arrivata nella mia terra». Così da anni, con la Caritas diocesana di Cerignola-Ascoli Satriano, segue i braccianti dei ghetti assieme ad altri medici volontari. Tre volte a settimana, prima visitando in un container, dall’anno scorso a “Casa Bakhita”, la grande struttura realizzata dalla Diocesi a “ Tre Titoli”, della quale è il direttore. Si occupa di patologie legate alle condizioni di vita e lavorative. «Non arrivano malati in Italia, si ammalano qui – ci aveva spiegato in uno dei nostri incontri a “ Tre Titoli” –. D’inverno malattie respiratorie, d’estate muscolari e articolari. Per il lavoro piegati in due a raccogliere per dieci ore pomodori o asparagi, o a raccogliere in alto l’uva». Ma quando è stato fatto il bando per medici volontari non ci ha pensato due volte. «Mi è sembrato doveroso farlo. Ne ho parlato con la mia famiglia e ho avuto la loro autorizzazione. E ne ho parlato anche col vescovo, monsignor Luigi Renna. Ho fatto il tampone prima di partire, ed era negativo. Spero che lo sia anche al ritorno... ». Anche perchè è finito proprio nel cuore dell’epidemia. Ora è a Genova, assegnato alla Asl 3 e si deve occupare delle Rsa che ospitano anziani. «La situazioni negli ospedali è buona, nelle Rsa no. Sono le situazioni più preoccupanti. Le persone anziane dovevano essere cautelate prima, le strutture andavano chiuse. Perchè una volta che il virus entra fa una strage. Ora faremo i tamponi a tutti, ospiti e operatori». Drammi e inaspettati “miracoli”. Come un signore di 107 anni che «fortunatamente sta bene». E i ragazzi africani dei ghetti? Non sono rimasti soli. «Ho lasciato tutto sotto controllo. Le visite continuano come prima. Stiamo assicurando gli stessi servizi, che oggi sono ancor più necessari ». Fino ad ora non ci sono casi di contagio. «Sarebbe stato drammatico, ma per ora sta andando bene. Non credo sia una questione genetica. Forse perchè vivono molto isolati e tra di loro, con pochi contatti con l’esterno. In questo periodo ancora di più. L’agricoltura è ferma. Infatti lavorano meno, non li chiamano ». Una situazione che aggrava la condizione di emarginazione. Per questo, aggiunge non dimenticando il suo ruolo di “direttore”, «la Caritas è presente nei ghetti di Borgo Tre Titoli, Contrada Ragucci, Pozzo Terraneo, Contrada Ripalta e Borgo Tressanti. Sono circa settecento ragazzi immigrati che non sono stati abbandonati ». I volontari sono sempre in campo. Nei ghetti e “in prestito” anche su altri campi. Da dove il dottore ci lascia con una sola richiesta, la stessa che ha fatto prima di partire. «Pregate per me». (Antonio Maria Mira - Avvenire)

Lettera-appello della società civile: “tutelare la salute dei migranti costretti in insediamenti rurali informali”

18 Aprile 2020 - Roma - “Agire subito per tutelare la salute dei migranti costretti negli insediamenti rurali informali e nei ghetti”. È quanto chiesto in una lettera aperta – indirizzata al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio dei ministri, e ai ministri dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Interno, della Salute e del Sud – alcune associazioni, capeggiate da Flai Cgil, da enti e da privati cittadini. Tra i firmatari, vi sono Caritas, Fondazione Migrantes, Acli Terra nazionale, Fabio Ciconte, direttore di “Terra! – campagna #FilieraSporca”, don Luigi Ciotti, presidente nazionale di “Libera” e “Gruppo Abele”. “Esprimiamo profonda inquietudine e sentimenti di estrema preoccupazione per le migliaia di lavoratori stranieri che abitano nei tanti ghetti e accampamenti di fortuna sorti nel nostro Paese”, si legge nella lettera. “Molti di loro sono impiegati nel settore agricolo, più che mai indispensabile per la sicurezza alimentare della cittadinanza e la tenuta collettiva”. “Come è noto – evidenziano i firmatari – le condizioni dei braccianti che oggi raccolgono i prodotti destinati alle nostre tavole sono spesso inaccettabili” e “il rischio è che il Covid-19 arrivi in quegli aggregati, tramutandoli in focolai della pandemia, e motivo di fondata apprensione”. Secondo i firmatari, “i ragguardevoli provvedimenti assunti dal Governo per l’emergenza coronavirus non prendono in considerazione queste realtà”, e “non ci risulta da parte degli organi istituzionali alcun intervento specifico di prevenzione in questi contesti altamente a rischio”. Tale situazione viene definita “una allarmante discrasia che richiede correttivi istituzionali immediati in una cornice di monitoraggio preventivo nonché di presa in carico degli eventuali casi di Covid-19”. Secondo i firmatari, “i Prefetti, alla luce degli ulteriori poteri loro conferiti dal Dpcm del 9 marzo u.s., possono assumere autonomamente iniziative o adottare disposizioni volte alla messa in sicurezza dei migranti e richiedenti asilo presenti sul territorio, mediante l’allestimento e/o la requisizione di immobili a fini di sistemazione alloggiativa”. “Le risorse necessarie per gli eventuali interventi di rifacimento e adeguamento degli immobili requisiti – si suggerisce nella lettera – potrebbero essere attinte dalla dotazione del Piano triennale contro lo sfruttamento e il caporalato”. Nella lettera si pone all’attenzione che “molti stranieri si trovano oggi in condizioni di irregolarità acuite dai decreti sicurezza e non vanno in cerca di lavoro per timore di essere fermate ai posti di blocco”, e per questo “diventa fondamentale una regolarizzazione per far emergere chi è costretto a vivere e lavorare in condizioni di irregolarità”. “È necessario – concludono – rafforzare le misure di contrasto al lavoro nero e favorire l’assunzione di chi sta lavorando in maniera irregolare, applicando i contratti collettivi agricoli” attraverso “soluzioni strutturali che, soprattutto in condizioni di eccezionalità, non possono attendere”.

Mci Barcellona e le chiese domestiche

17 Aprile 2020 - Barcellona - E' ormai da quattro settimane che a Barcellona, come in tutta la Spagna si conduce una vita ritirata. Un lungo cammino di cui ancora non si vede la fine. Una vita in cui si è privati di molto, soprattutto della libertà di movimento, e in cui la tecnologia ed il virtuale sembrano prendere il sopravvento sulla vita reale. Anche la vita di fede ha dovuto adattarsi: adesso si prega guardando uno schermo e vivendo una esperienza che è normalità per chi ,malato, è sempre costretto in casa e non può condividere la pienezza di una celebrazione comunitaria. Eppure questa forma di pregare sta portando frutti preziosi. Abbiamo cominciato a pregare in famiglia. Si sono aperte tante chiese domestiche. Don Luigi Usubelli, cappellano della Comunità Cattolica Italiana  di Barcellona, celebra la Messa in diretta Facebook ogni domenica ed ha invitato a preparare delle piccole mense dove appoggiare il pane che, benedetto da un familiare al momento della comunione e poi distribuito, permette di vivere la comunione spirituale. Abbiamo chiesto di inviarci le foto di queste mense e scoperto con quanta cura sono preparate. Si vedono utilizzati i centrini della nonna, diverse bibbie, tante icone preziose i cui sguardi illuminano la mensa tanto quanto le candele. Si vedono ricordi di pellegrinaggi a Lourdes o lavoretti pasquali dei bambini. Quanto desiderio di bellezza per accogliere anche solo spiritualmente un Ospite così importante. La bellezza è anche nelle mense più semplici, essenziali, di chi magari è solo ma preparandole si sente vicino a tanti altri e più sereno Attorno a queste mense ci immaginiamo un iniziale imbarazzo per la mancanza di abitudine alla preghiera in famiglia; per quel qualcosa di nuovo che sta succedendo. Ci immaginiamo mamme felici, padri apparentemente distratti ma invece partecipi, qualche bambino seduto su un tappeto che forse prega meglio perché si sente più libero. E magari qualche adolescente che ha il broncio perchè non voleva partecipare ma che certo sente l’importanza del momento e si fa abbracciare al momento dello scambio della pace. Attorno a queste mense il virtuale si unisce al reale e lo impreziosisce. E’ una alleanza che crea vicinanza nella lontananza, di intensa spiritualità. Le parole di Gesù diventano realtà “dove sono due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18; 20)

  Cristina Quaranta

 

Migrantes Alba in aiuto alle famiglie dello spettacolo viaggiante

17 Aprile 2020 - Alba - “Abbiamo cercato di rispondere come abbiamo potuto alle richiese che con sono giunte anche attraverso la consegna di prodotti alimentari a famiglie e operatori di un Luna Park fermi dopo il divieto di circolazione a causa del coronavirus”. E’ quanto dice don Paolo Rocca, direttore dell’Ufficio Migrantes di Alba. Specialmente nella zona del Casale Monferrato è stato molto attivo l’impegno della Migrantes mentre per richieste “giuntemi da Chieri e zona Villafranca, Moncalieri lodevole il contributo in alimenti da parte dell'Emporio solidale e Misericordie S.Chiara. Sono riconoscente per interventi che hanno impegnato per lunghi percorsi culminati anche presso campi Rom in zona Madonna di Campagna”. Vi è stato anche un coinvolgimento dell’Emporio solidale di Asti per i giostrai di Piazza d'Armi. Il mondo circense – dice il sacerdote - sta “soffrendo particolarmente”. Come Ufficio Migrantes il raccordo con i servizi sociali lo “riteniamo fondamentale ma altresì importante non interrompere il rapporto personale, veicolo straordinario anche per i percorsi di fede. Esiste una domanda di fede, ma è necessario venga alimentata da una corresponsabilità personale capace di andare oltre le parole, al cuore della vita della persone viaggianti”, conclude don Paolo.  

Peruviani in Italia: la testimonianza del coordinatore nazionale

17 Aprile 2020 - Lima - “Mantengo i contatti con molti peruviani in Italia, alcuni sono morti, a Milano, Piacenza, Bergamo, molti contagiati al nord; in Perù alcuni familiari mi hanno contattato per avere notizie dei loro cari e ho potuto riferire quello che mi è stato comunicato”. Lo racconta a www.migrantesonline.it il coordinatore dei peruviani in Italia, p. Emerson Campos Aguilar che si trova in Perù dall’inizio del mese e non è potuto rientrare in Italia. Anche nel paese sudamericano la situazione non è semplice: aumentano i contagiati e le morti. Ed è ancora più urgente per chi vive lontano dalle città. P. Emerson si trova dai genitori in una città dove non c’è ospedale: “ci sono dei medici ma non c’è un ospedale per questi casi, non ci sono i templi crematori, dobbiamo solo pregare Dio che abbia pietà di noi”, dice. Il sacerdote è preoccupato per il sistema sanitario “dove mi trovo, non abbiamo la capacità di rispondere a uno scenario che ci pone davanti alla sopravvivenza. Oltre alla richiesta di rimanere a casa, il governo deve garantire la protezione delle persone dal reddito delle famiglie, dalla fame, dalla crisi economica. In questa crisi questo è il problema centrale, come sostenere le famiglie che non hanno un lavoro, una assicurazione sanitaria, tanto meno un reddito giornaliero, e sono costretti a stare a casa. Come aiutare in caso di emergenza se non abbiamo specialisti, infettivologi, quando tutto è centralizzato nelle capitali? L'epidemia è arrivata in condizioni in cui la maggioranza della popolazione non ha un lavoro regolare, un'assicurazione sanitaria o uno stipendio sufficiente per vivere dignitosamente e questo in tutto il Sudamerica non solo in Perù”. Nel Paese è iniziata anche una migrazione interna; dalle città ai villaggi e ai piccoli centri di origine. “Il popolo peruviano che crede, che soffre e aspetta – dice il sacerdote - volge il suo sguardo al Signore dei Miracoli, implora Santa Rosa da Lima e San Martino de Porres”. E’ un momento che ci chide di “essere solidali gli uni con gli altri, prenderci cura di noi stessi e prenderci cura degli altri, gli altri siamo noi. O ci sentiamo umani, uguali nella stessa casa comune o affonderemo tutti. La nuova grammatica del Santo Padre Francesco ci ha indicato, è l'unica porta e l'unico porto di salvezza. Nessuno si salva da solo”.  

Cei: il comunicato finale del Consiglio Permanente

17 Aprile 2020 - Roma - “Abbiamo nel cuore i defunti, i malati, quanti si stanno spendendo per alleviare le sofferenze della gente (medici, operatori sanitari, sacerdoti…). Nello stesso tempo, guardiamo al dopo-emergenza, con uno sguardo di speranza e di prospettiva. Esprimiamo un pensiero di vicinanza al Cardinale Angelo De Donatis, vicario generale della diocesi di Roma, ancora convalescente a casa dopo il ricovero al Policlinico Gemelli in quanto positivo al coronavirus”. Con un messaggio di solidarietà, si sono aperti i lavori del Consiglio Episcopale Permanente svolto giovedì 16 aprile, in videoconferenza, sotto la guida del Cardinale Presidente, Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia - Città della Pieve. È una forma inusuale, hanno sottolineato i vescovi, ma necessaria e importante nel ritrovarsi per avviare una riflessione ampia su quanto e come l’emergenza vissuta inciderà sul Paese e sulla Chiesa. Come cambieranno le cose? Come saremo? Il futuro sarà scandito ancora da abitudini reiterate? Come sarà la coscienza personale e collettiva? Cosa ci chiede il Signore in questo tempo? Perché un Dio buono permette tutto ciò ai suoi figli? Nelle domande dei vescovi è emersa la necessità di una lettura spirituale e biblica di ciò che sta accadendo. La certezza è che la ripresa non sarà contraddistinta da ritmi e abitudini precedenti alla crisi. Senza dubbio, ci sarà una profonda cesura rispetto al passato, anche quello più recente. Per questo, sono necessari strumenti di riflessione per capire alla luce della fede quanto stiamo vivendo. Il Signore, infatti, ci sta facendo entrare nel mistero della Pasqua. Quello presente è un tempo di grande purificazione, un Kairos, che, nella ristrettezza, porta con sé delle opportunità. La costrizione contiene necessariamente anche qualche Grazia. Se è vero che nessuno sa come sarà il nuovo inizio, è altrettanto vero che si è in cammino. Una prima lezione, allora, riguarda la sobrietà, l’essenzialità, la semplificazione. Un’altra lezione chiama in causa l’essere Chiesa e la capacità progettuale, ossia quello sguardo che permette di andare oltre l’emergenza del tempo presente. E poi c’è la grande lezione sul valore della vita che include la malattia e la fragilità. La proposta è che questi temi vengano ripresi nelle Conferenze Episcopali Regionali, per poi poterli approfondire alla prossima sessione del Consiglio Permanente, in programma a settembre. Ciò consentirebbe di allargare l’orizzonte degli Orientamenti pastorali per il quinquennio 2020-2025, ancora in via di approvazione, all’attualità di queste settimane. Il tema della “gioia del Vangelo” al centro del Documento - è stato osservato - va posto in relazione a questo momento di sofferenza e di crisi. Lo sguardo al futuro Sofferenza e crisi segneranno gli anni a venire. Questa esperienza, impensabile e impensata, non è ancora conclusa e continua a preoccupare. È stato messo in discussione un modello di sviluppo che sembrava potesse dettare le regole di vita. La visione di un compimento raggiunto ha mostrato la sua vulnerabilità a causa di una malattia. E a farne le spese saranno nuovamente i più poveri. Per questo è importante liberare le energie positive per ripartire. “È con questo sguardo di fiducia, speranza e carità che intendiamo affrontare questa stagione”, hanno sottolineato i vescovi. A partire dalla solidarietà che non va snaturata dal suo fondamento cristiano, ovvero l’amore di Dio per i suoi figli, che spinge all’impegno verso gli altri, a prestare attenzione agli ultimi tra gli ultimi. L’esperienza della fede, in queste settimane, è stata riconosciuta come una forza morale con ricadute notevoli. È stata una molla per l’energia necessaria ad affrontare la vita e le sue situazioni difficili. La creatività, che ha animato le diverse iniziative spirituali e pastorali, è stata espressione di una nuova vicinanza, in cui la gente ha riconosciuto la vicinanza di Dio. Le parrocchie, i sacerdoti, i volontari sono stati segno eloquente di questa prossimità, che ha assunto il volto concreto della carità con la disponibilità delle strutture ecclesiali per la Protezione Civile, i medici e le persone in quarantena e con gli aiuti destinati dall’otto per mille, in modo particolare con quello straordinario di 200 milioni di euro cui si aggiungono i 22,5 milioni di euro stanziati in queste settimane. La Chiesa c’è, è presente ed è aperta a una riflessione su valori fondamentali quali la famiglia, l’educazione, la sobrietà, la comunità, la solidarietà. L’orizzonte deve essere il mondo post-coronavirus, non trascurando alcun piano di responsabilità, a partire dalla vita ecclesiale. In questo senso il Consiglio Permanente ha condiviso l’impegno della Segreteria Generale, nell’interlocuzione con le Istituzioni governative, per definire un percorso meno condizionato all’accesso e alle celebrazioni liturgiche per i fedeli, in vista anche della nuova fase che si aprirà dopo il 3 maggio. È fondamentale dare una risposta alle attese di tanta gente, anche come contributo alla coesione sociale nei diversi territori. Così come è importante non sottovalutare la preoccupazione circa la tenuta del sistema delle scuole paritarie. Se già ieri erano in difficoltà sul piano della sostenibilità economica, oggi - con le famiglie che hanno smesso di pagare le rette a fronte di un servizio chiuso dalle disposizioni conseguenti all’emergenza sanitaria - rischiano di non aver più la forza di riaprire. La ripresa passa anche dal piano educativo: ormai in prossimità dell’estate, è necessario dare indicazioni alle famiglie circa lo svolgimento dei campi estivi e dei Grest, opportunità di crescita per i ragazzi e di aiuto per i genitori impegnati con la possibile ripresa delle attività lavorative. Lo sguardo al futuro non può trascurare le conseguenze enormi che questa situazione sta recando alle famiglie dell’intero Paese, a quelle già in precarietà o al limite della sussistenza. Una carezza di consolazione Lo sguardo dei vescovi si fa gesto di tenerezza con una carezza di consolazione. Questa apre il cuore ed è capace di ridare speranza. “In questi giorni drammatici – hanno affermato – abbiamo portato nel cuore i defunti, i malati, i medici e gli operatori sanitari, gli anziani, i poveri, le famiglie e i sacerdoti. A tutti loro rivolgiamo la nostra carezza. Quante volte abbiamo avvertito questo gesto fatto con generosità da chi poteva concederla a chi ne aveva bisogno. Non possiamo dimenticare chi ha più sofferto e continua a soffrire”. La carezza, allora, è affetto pieno verso i malati, come sollievo e consolazione per le sofferenze patite; verso i medici e gli operatori sanitari, come gratitudine per la generosità nella cura e nell’assistenza alla persona; verso gli anziani, come invito a preservare la memoria viva del Paese, ma anche come dolore per quanti ci hanno lasciato e per quanti portano ferite non più rimarginabili; verso i poveri, come impegno a essere loro custodi, a non chiudere gli occhi davanti alle vecchie e nuove marginalità, perché l’accoglienza ha una rilevanza sociale; verso le famiglie, quale grazie per la capacità di tenuta complessiva, messe a dura prova da una vita insolita o da lutti dovuti al coronavirus o ad altre cause; verso i sacerdoti, come ringraziamento per il loro essere prossimi al popolo: tanti - più di 100 - hanno offerto la loro vita esprimendo ancora una volta il volto bello della Chiesa amica, che si prende cura del prossimo. La carezza, per tutti, è esortazione alla preghiera, vero antidoto a questo tempo. “L’ombra della morte – hanno detto i vescovi – sembrava estesa sul nostro Paese, ma non ha avuto l’ultima parola. Nel dolore estremo il tema della vita eterna è stato squarcio e svelamento della speranza nella Resurrezione”. Messa Crismale nel Tempo Pasquale Il Consiglio Permanente ha poi condiviso le indicazioni relative alla Messa Crismale, rinviata quest’anno a causa della pandemia. Il Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti dello scorso 25 marzo ha dato facoltà alle Conferenze Episcopali di trasferire la celebrazione della Messa Crismale ad altra data. “Spero che potremo averla prima di Pentecoste, altrimenti dovremo rimandarla all’anno prossimo”, sono state le parole del Santo Padre durante la Santa Messa in Coena Domini. Il Consiglio Episcopale Permanente ha indicato, come orientamento unitario, che questa celebrazione avvenga, nelle forme possibili, nel Tempo Pasquale, che si concluderà domenica 30 maggio, Solennità di Pentecoste. Orientativamente entro l’ultima settimana. Nelle Diocesi in cui non si potrà procedere con questa celebrazione, verranno conservati gli olii sacri (infermi, catecumeni e crisma) dello scorso anno. Assemblea generale rinviata a novembre Il Consiglio Episcopale Permanente ha deciso di rinviare l’Assemblea Generale che era in programma dal 18 al 21 maggio prossimi: si terrà a Roma da lunedì 16 a giovedì 19 novembre 2020. Nel frattempo, restano in carica sia i Vice Presidenti dell’area Nord e dell’area Centro sia i Presidenti delle Commissioni Episcopali. Slitta, pertanto, al 31 agosto la data di consegna delle relazioni quinquennali. Entro quel termine verranno raccolte le indicazioni del nominativo proposto da ciascuna Conferenza Episcopale Regionale per la presidenza delle dodici Commissioni Episcopali, come pure eventuali segnalazioni circa l’elezione dei membri del Consiglio per gli Affari Economici. Comunicazioni Ripartizione fondi otto per mille. In merito alla ripartizione e all’assegnazione della somma relativa alla quota dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa Cattolica, il Consiglio Permanente, tenuto conto della particolare urgenza della sua approvazione e della necessaria consultazione dei membri della CEI, prevede la condivisione della stessa per corrispondenza. Tale scelta nasce dalla necessità non procrastinabile di questo adempimento. Convenzioni “fidei donum”. I vescovi hanno approvato l’aggiornamento della modulistica riguardante le convenzioni per sacerdoti “fidei donum” e sacerdoti provenienti da altre nazioni in Italia. Entreranno in vigore dal prossimo 1 settembre. Nomine Nel corso dei lavori, il Consiglio Episcopale Permanente ha provveduto alle seguenti nomine:
  • Direttore dell’Ufficio Liturgico Nazionale (dal 1° settembre 2020): Don Mario Castellano della diocesi di Bari-Bitonto;
  • Responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica: Dott. Massimo Monzio Compagnoni;
  • Assistente ecclesiastico centrale del settore giovani dell’Azione Cattolica Italiana: Don Gianluca Zurra della diocesi di Alba.

Mci Lucerna in aiuto delle strutture sanitarie di Bergamo

17 Aprile 2020 - Lucerna – Hanno raccolto oltre 11mila franchi svizzeri per dare il loro contributo alle strutture sanitarie e alle famiglie in alcune fasi più delicate della cura dei malati. L’iniziativa è della Missione Cattolica Italiana di Lucerna, in Svizzera, guidata da don Mimmo Basile ed è andata a favore del progetto “Abitare la cura” promosso dalla diocesi di Bergamo, dal quotidiano “L’Eco di Bergamo” e dalla locale Confindustria. “Come italiani residenti all’estero anche se lontani dagli affetti familiari, sentiamo forte il legame con la nostra Terra e con la nostra Comunità di origine; e ci tengo a precisare che non abbiamo reagito sul fatto dell’emozione, ma ci siamo detti che come cristiani non potevamo rimanere indifferenti dinanzi alla tragedia che si consumava a casa nostra e che dovevamo assolutamente fare qualcosa per le nostre Comunità in Italia”, spiega a www.migrantesonline.it don Basile: “così come avevamo già fatto anche in altre circostanze e per altre situazioni di emergenza (terremoti, calamità naturali, progetti in Africa, in India, in America latina) ci siamo messi all’opera. Se siamo parte di una grande famiglia, che è la chiesa, che è il mondo intero, è un dovere collaborare e contribuire, anche se con poco o attraverso una piccola goccia”. L’idea è venuta proprio dalla Missione Cattolica Italiana che hanno espresso al sacerdote la volontà di “fare qualche cosa“ a favore delle Comunità del nord Italia colpite duramente dal Coronavirus, e così “abbiamo pensato da subito di raccogliere delle offerte per far fronte ai bisogni essenziali”. E dal momento che don Basile ha lanciato il progetto attraverso diverse chat di WatsApp, i fedeli della Missione Cattolica Italiana si sono immediatamente attivati ed hanno subito dato il proprio contribuito. “Così nel giro di una settimana circa siamo riusciti a inviare 11.500 franchi svizzeri al progetto”, spiega don Basile: “quando abbiamo appreso attraverso i media tutto ciò che stava succedendo in Lombardia e in particolare a Bergamo e nella sua provincia, il nostro pensiero è andato subito a Papa Giovanni XXIII” al quale è dedicato il Centro Pastorale della Missione Cattolica Italiana inaugurato nel 2011 e anche a tanti bergamaschi, sacerdoti e non, emigrati in Svizzera da lungo tempo, “pionieri dell’emigrazione italiana”. Durante questo tempo di emergenza a causa della pandemia, ci stiamo attivando anche noi, impegnandoci ad essere vicino alla nostra Comunità di Lingua Italiana e come dice Papa Francesco stiamo cercando di mettere in moto la “ creatività del cuore”. In questo tempo di emergenza a causa della pandemia, “ci stiamo attivando anche noi, impegnandoci ad essere vicino alla nostra Comunità di Lingua Italiana e come dice Papa Francesco stiamo cercando di mettere in moto la ‘creatività del cuore’”, spiega ancora il sacerdote di origine calabrese. Attraverso la pagina di Facebook della Mci vengono inviate in streaming tutte le celebrazioni eucaristiche mentre i collaboratori della Mci insieme al missionario stanno raggiungendo telefonicamente a casa molti dei parrocchiani soprattutto quelli che non dispongono di cellulari e non possono uscire di casa perché anziani, malati o con patologie a rischio.

Raffaele Iaria